20 giugno 1840: nascono le telecomunicazioni moderne

20 giugno 1840: nascono le telecomunicazioni moderne
Samuel Finley Breese Morse

Breve storia di un brevetto di un pittore mancato

Ogni volta che mandiamo un messaggio vocale di tre minuti per dire “ok arrivo” a qualcuno che è nella stanza a fianco, stiamo inconsapevolmente onorando l’eredità di un signore ottocentesco che impiegò anni per dimostrare di aver inventato un sistema capace di trasmettere, al massimo, qualche parola al minuto.

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Il telegrafo è il nonno scomodo di ogni rete in fibra ottica, di ogni router che lampeggia nel salotto e di ogni notifica push che ci interrompe mentre dormiamo: stessa idea di base, far viaggiare informazioni più veloci delle gambe umane, solo con qualche miliardo di dollari di marketing in più. E come ogni storia di famiglia che si rispetti, anche questa comincia con un litigio su chi ha avuto l’idea prima.

Un pittore fallito cambia il mondo

Samuel Finley Breese Morse, prima di passare alla storia come il padre del telegrafo, voleva essere ricordato per i suoi quadri. Aveva studiato pittura, aveva persino fondato la National Academy of Design a New York, e considerava la tecnologia poco più di un passatempo da fiera di paese. Poi, nel 1832, durante una traversata atlantica, sentì parlare di elettromagnetismo da un passeggero a bordo della nave e gli si accese la fatidica lampadina (lo scrivo come metafora, perché allora l’elettricità domestica era ancora lontana). Da quel momento abbandonò pennelli e tele e si dedicò a un’idea che, diciamolo subito, non era nemmeno del tutto sua.

Il problema: l’aveva già inventato qualcun altro

Mentre Morse armeggiava nel suo laboratorio improvvisato convinto di essere un visionario solitario, due inglesi, William Cooke e Charles Wheatstone, avevano già brevettato un sistema telegrafico funzionante nel Regno Unito, qualche anno prima che Morse arrivasse al traguardo. Il loro telegrafo usava cinque aghi e un alfabeto complicatissimo, decisamente meno elegante del punto-linea morsiano, ma funzionava. Nessuno lo disse mai esplicitamente a Morse in faccia, ma la storia della tecnologia è piena di gente convinta di essere il primo ad arrivare in cima a una montagna già affollata.

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Il vero genio dietro le quinte

C’è un dettaglio che i libri di scuola tendono a glissare con discrezione: il codice che porta il nome di Morse fu in gran parte perfezionato da Alfred Vail, il suo assistente e finanziatore, che semplificò l’alfabeto originale rendendolo quel sistema di punti e linee che oggi chiamiamo “codice Morse”. Vail non ricevette mai un riconoscimento paragonabile, il che è probabilmente il primo grande esempio nella storia della tecnologia di un capo che si porta a casa tutta la gloria mentre il dipendente fa il lavoro vero. Una tradizione, va detto, che la Silicon Valley ha poi perfezionato con dedizione.

Il brevetto e la fiera del tribunale

Il 20 giugno 1840 Morse ottiene finalmente il suo brevetto statunitense per il telegrafo elettrico. Da quel momento si apre una stagione di cause legali che definire “vivace” è un eufemismo. Decine di inventori, ex collaboratori e concorrenti reclamano diritti, royalties, primati e dignità ferita. La disputa più clamorosa arriva fino alla Corte Suprema degli Stati Uniti con il caso O’Reilly contro Morse, dove la Corte deve decidere, nel 1854, chi possiede davvero l’idea di far viaggiare l’elettricità lungo un filo per trasmettere messaggi. Morse vince, ma a quel punto ha passato più tempo nelle aule di tribunale che nei laboratori.

“Che cosa ha operato Dio”: il primo SMS della storia

Il 24 maggio 1844 Morse invia il primo messaggio telegrafico ufficiale da Washington a Baltimore: una frase biblica scelta per l’occasione, sull’opera compiuta da Dio. Un’apertura solenne, quasi liturgica, per una tecnologia che nel giro di pochi decenni sarebbe stata usata principalmente per comunicare prezzi del grano, pettegolezzi di borsa e, va detto, anche le prime forme di flirt a distanza tra operatori telegrafici sparsi per il continente. Gli storici l’hanno definita “l’internet vittoriana”, e come ogni internet che si rispetti, ci volle pochissimo perché passasse dai propositi nobili all’uso ricreativo.

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Il lascito: gloria, soldi e qualche rimpianto

Morse morì ricco e celebrato, con statue, francobolli e libri di testo che gli intestano l’invenzione. Vail morì prima di lui, relativamente ignorato. Cooke e Wheatstone restano una nota a margine nei manuali americani. E il codice Morse, quello vero, è sopravvissuto più di centosettant’anni, usato ancora oggi da radioamatori e marinai, sopravvivendo a telefoni, fax, email e probabilmente sopravvivrà pure all’intelligenza artificiale, perché niente è più indistruttibile di un sistema binario inventato da chi non si è mai preso il merito di averlo inventato.

E adesso? Lo stesso copione, con più antenne

Se Morse si guardasse intorno oggi, probabilmente riconoscerebbe il film: aziende che si fanno causa per anni su chi ha brevettato cosa, ingegneri geniali che restano nell’ombra mentre qualcun altro firma il comunicato stampa, e un’umanità che userà qualsiasi nuova tecnologia di comunicazione principalmente per cose futili prima che per cose nobili (il telegrafo serviva a coordinare le ferrovie, oggi la fibra ottica più veloce del pianeta serve soprattutto a far vedere i video dei gatti in 4K). Tra qualche anno saranno probabilmente i satelliti in orbita bassa o le reti quantistiche a litigarsi il trono delle telecomunicazioni, con tanto di tribunali internazionali a decidere chi ha inventato cosa per primo. E quando un’intelligenza artificiale comincerà a comunicare con un’altra usando un linguaggio tutto suo, incomprensibile agli umani (e parrebbe che già abbiano incominciato)  qualcuno scoprirà con orrore che è semplicemente un codice binario travestito elegantemente: punti e linee, esattamente come quasi duecento anni fa, solo molto più veloci e molto meno romantici.

Morale della storia: nella tecnologia, vince chi brevetta prima, non chi inventa meglio. Una lezione che da Morse a oggi non è mai passata di moda, e che probabilmente sopravvivrà anche a noi.