Andata e ritorno in Silicon Valley per il nuovo Rinascimento italiano

I posti sul volo li prenotano in questi giorni ma le loro menti e i loro cuori sono già là, nella patria di Google, Apple e Facebook. Là dove tutto è possibile, o almeno dove è consentito, anzi, filosoficamente necessario credere ai propri sogni d’impresa: la Silicon Valley.

Loro sono le 7 startup finaliste della Business Plan Competition indetta dall’autorevole Fondazione Mind the Bridge, che si sono sfidate a colpi di pitch durante l’ultimo Venture Camp del 5 e 6 Novembre scorsi. Ospitati dal Corriere della Sera in Sala Buzzati, gli “startupper” (termine tanto improprio nel significante quanto appropriato nel significato per indicare i giovani imprenditori hi-tech di oggi) si sono presentati ad una giuria internazionale composta da venture capitalists, business angels, manager e giornalisti.

 

Ecco il divertente video della proclamazione dei finalisti, direttamente dal “Bridge” che ha ispirato la Fondazione, il bellissimo Bay Bridge:

 

 

Il premio è dunque un viaggio nella Valley abitata più famosa nel mondo e l’ingresso nella Gym di Mind the Bridge, dove un mentor dedicato accompagnerà per un mese i giovani imprenditori durante un percorso di formazione manageriale. Per due startup ci sarà la possibilità di rimanere nella Gym per un periodo più lungo, grazie al contributo di RCS Mediagroup (che comunicherà il vincitore del proprio premio il 24 novembre) e dell’Associazione Progetto Marzotto (il cui vincitore sarà annunciato sabato 26  a Vicenza). In ogni caso, per tutti, coaching di altissimo profilo al fine di delineare al meglio la strategia di business sia all’esterno che all’interno dell’azienda. Sì, perché fare impresa significa molto più che avere un’idea dirompente. La visione (vision) da sola non basta, benché sia necessaria. E’ l’abilità operativa (execution) che spesso segna la strada per il successo.

Al Venture Camp, oltre ai pitch delle 15 startup che avevano cinque minuti a testa per convincere la giuria della bontà delle proprie soluzioni e dell’affidabilità del proprio team (altro parametro di valutazione fondamentale per qualsiasi investitore), si sono susseguiti panel su imprenditorialità e leadership, si è discusso di che cosa significhi avviare un’impresa in Italia e sono state delineate le best practice fondamentali per i “nipotini di Steve Jobs”, per riprendere la definizione del magazine A di Anna. Qui l’agenda dell’evento.

Nutrita la schiera degli speaker che si sono confrontati sul palco: imprenditori, investitori, professori universitari e casi concreti di successo, come gli Alumni Mind the Bridge, già selezionati alla Business Plan Competition dello scorso anno, già allievi della Gym, già rientrati un Italia pieni di competenze ed ispirazioni nuove. E con business ormai avviati, come per esempio quelli di Risparmiosuper, Mopapp, Fluidmesh Networks.

 

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Motivazione, formazione, confronto, stimolo, progettualità: il Mind the Bridge Venture Camp è stato un evento davvero composito, un autentico workshop continuo in cui il pubblico poteva sempre interagire anche grazie al live stream di Twitter moderato da Lady Innova (hashtag #MtbVentureCamp, se lo cercate è ancora più che attivo). Oltre 3000 gli accessi sui social media attraverso cui il pubblico del web ha sollevato temi, posto domande o risposto a quelle che emergevano fra i relatori.

Come i sette quesiti agli imprenditori del prof. Tom Byers, titolare della cattedra di Technology Entrepreneurship all’Università di Stanford, Firenze. Sapevate che nel capoluogo toscano esiste un importante campus della Stanford University dedicato alla formazione imprenditoriale?

Ecco le domande:

1- Why is your venture a true opportunity?

2. What is your competitive positioning and how are you developing your partners and customers while developing the product and service?

3. As a focused and lean startup, what is the “white hot risk” to reduce as soon as possible (e.g., the most important hypothesis to test soon to find a scaleable business model)?

4. How much cash do you have now and what are your major sources of capital in the future?

5. What steps are you taking to turn your group into an effective and innovative team?

6. Which of your personal entrepreneurial skills need emprovement and are you OK with potential failure?

7. How are you “making meaning” and “scaling your vision” at your venture (something more than financial gain)?

Sette domande per sette startup. Chissà se i finalisti Mind the Bridge saprebbero rispondere in maniera adeguata. Sicuramente sono riusciti a convincere la giuria, che ha deciso di offrire loro questa grande opportunità di crescita professionale.

Conosciamoli dunque:

  1. Arkimedia con iLIKE.TV: cross-media social network – un nuovo modello di programma televisivo che coinvolge gli spettatori;
  2. D-orbit: dispositivi per distruggere i satelliti artificiali quando smettono di funzionare, annullandone il rischio di impatto contro altri satelliti e soprattutto con cose e persone;
  3. Nextstyler: piattaforma web che fornisce una vetrina per gli stilisti emergenti unita a un negozio online che consente una nuova esperienza di acquisto;
  4. Stereomood: internet-radio emozionale che trasmette la musica che meglio si adatta all’atmosfera e alle attività dei suoi ascoltatori;
  5. Timbuktu: prima rivista su iPad per bambini che visualizza notizie e storie attraverso rivoluzionari metodi di educazione;
  6. Vinswer: a proposito di user generated content, un marketplace che consente agli utenti di monetizzare la propria expertise realizzando video chat a pagamento;
  7. Vivocha: piattaforma multicanale di Online Customer Interaction che propone agli utenti Internet di interagire con un operatore di contact center in tempo reale senza configurazioni o installazioni.
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Sul canale youtube di Mind the Bridge trovate tutti i video dei pitch di presentazione.

Più o meno sciolti nei loro cinque minuti di gloria (dove bisogna rendere onore al merito delle donne, che, seppur ancora poche, si sono distinte per piglio e proprietà di linguaggio), i giovani imprenditori  hanno sempre saputo far emergere l’alto contenuto tecnologico dei propri progetti. Si, perché un altro pregio del Venture Camp è stato quello di sfatare diversi stereotipi, come quello secondo cui l’Italia non produce innovazione tecnologica. Basti guardare l’elenco completo delle 15 startup in gara. Oppure leggere l’applauditissima lettera di Max Ciociola (uno dei relatori) all’ex Presidente del Consiglio, che è diventata un cult sul web per il mondo startup.

La startup: un’impresa appena costituita o un progetto di impresa, operante in ambiti innovativi, con intensi piani di crescita e che necessita di apporti di capitale nelle fasi iniziali. Ma chi sono esattamente gli “startupper” e che cosa cercano? Un quadro completo e molto interessante ce lo fornisce la Survey di Mind the Bridge “Startups in Italy. Facts&Trends”, realizzata col supporto scientifico del CrESIT su un importante campione di giovani imprese innovative, a dimostrazione che non si tratta di un fenomeno isolato ma di un ecosistema in continua crescita.

Ecco un abstract, tratto dal comunicato ufficiale Mind the Bridge:

Le idee-progetto, tutte ad alto contenuto di innovazione, mostrano una presenza femminile ancora limitata ma in costante aumento e campi di applicazione non solo web-based. Il profilo medio degli startupper italiani appare infatti costituito ancora perlopiù da maschi trentaduenni, residenti al Centro (39%) o al Nord Italia (35%) – significativa la presenza su Milano e Roma – laureati e spesso in possesso di un Master o di un Dottorato di Ricerca. L’80% ha lavorato in azienda – quasi uno su due all’estero – mediamente per 6/7 anni prima dell’avvio della propria attività imprenditoriale. Il campo di operatività nell’85% dei casi è rappresentato da web e ICT. Numericamente inferiore risulta invece il ruolo delle imprese operanti nelle clean technologies (10%) e in ambito biotech/life sciences (5%).

Ma torniamo all’esperienza in Silicon Valley.

 “Chi non ha mai vissuto e lavorato, anche per un periodo, in Silicon Valley non può capire che cosa significhi veramente – dice Barbara Labate di Risparmiosuper durante il suo panel. “E la distanza nella maniera di pensare fra chi parte e chi resta spesso diventa drammatica. Non è stato facile riuscire a relazionarmi col mio socio in Italia e a gestire l’azienda durante il mio periodo nella Gym di Mind the Bridge. Ma ne è certamente valsa la pena.”

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Bene. Quindi a dispetto delle provocazioni di Filippo Roma, il Moralizzatore de “Le Iene” che durante la  bellissima festa allo showroom EDRA incoraggiava i ragazzi a fare i lavoratori precari (!), ci siamo convinti: andiamo tutti a vedere che cosa c’è fuori dalla finestra, o meglio, dall’altra parte del Ponte.

Ma…

“Non c’è il rischio che questa ondata di cervelli italiani si innamori talmente tanto di un sistema così più ricco, aperto e dinamico del nostro che finiranno per non rientrare più, con il beneplacito dell’economia italiana, ancora più in crisi che mai?” – chiedo nella mia intervista ad Alberto Onetti e Marco Marinucci, rispettivamente Fondatore e Chairman di Mind The Bridge.

“Oggi non ha più senso parlare di ‘nazionalità’ di un’azienda – risponde Onetti – Oggi un’impresa è per forza di cose globale e così deve pensare. Noi diamo ai giovani imprenditori italiani, o a chi vorrebbe diventarlo, delle opportunità. Vogliamo essere i catalizzatori del loro processo di sviluppo, creando un sistema fluido, senza mettere paletti o barriere. Poi se avranno successo, ovunque decidano di basare la propria azienda, sarà sempre un successo italiano. La creatività è italiana, la tecnologia è italiana… ma l’innovazione è universale”.

Che le startup possano essere davvero la chiave per superare la crisi economica italiana e globale? Marinucci e Onetti ci credono fermamente. Per sapere perché, guardate la mia intervista.

 

 

Sono dunque i giovani imprenditori e le giovani imprenditrici italiane a poterci ridare speranza, con la loro creatività applicata, le loro open-minds, la struttura dinamica delle loro imprese, che vengono definite lean-startup: aziende in evoluzione continua tese ad eliminare ogni azione che non produca un valore immediato per gli utenti finali. Il mercato viene approcciato velocemente, anche con prototipi e servizi in versioni beta, ed i feedback dei clienti risultano fondamentali per correggere il tiro in corso d’opera.

Il prof. Tom Byers sul suo blog fa un interessante paragone fra il Rinascimento italiano e lo spirito della Silicon Valley. Io vorrei estendere questo concetto alla nostra situazione socio-politico-economica di oggi. Stiamo affrontando un nuovo Medio Evo? E’ facile crederlo. Ma se il Rinascimento si è inserito in “un’epoca di grandi sconvolgimenti economici, politici, religiosi e sociali”, dopo aver dato uno sguardo agli ultimi avvenimenti in Italia e nel mondo e dopo aver respirato il clima del Mind the Bridge Venture Camp, non trovo poi così assurdo pensare che proprio questi giovani competenti ed ambiziosi possano essere la chiave di un nuovo Rinascimento. Un Rinascimento dinamico, tecnologico e internazionale: il Rinascimento 2.0.

 

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