Paywall e decrescita dell’informazione

Mentre si moltiplicano le iniziative che mirano a introdurre una qualche forma di pagamento per l’accesso alle notizie su web, vedi i casi riportati durante Digital Media Europe 2012, iniziative che non si limitano ai soliti noti, ovvero il New York Times, il Wall Street Journal, il Financial Times, ma che coinvolgono una pluralità di piccole e medie realtà editoriali, sia del mondo anglosassone, sia di paesi europei – è il caso dell’editore tedesco Axel Springer, dello svedese Schibsted Media Group e del progetto multitestata Piano Media in Slovacchia – viene spontaneo chiedersi se in Italia possa accadere la stessa cosa. Sicuramente la tentazione esiste.

L’Espresso e Rcs si sono più volte espressi a favore, consapevoli che, nel lungo periodo, sarà sempre più complicato riuscire a far quadrare i conti senza un contributo sostanziale da parte dei lettori. Tuttavia nessuno ha ancora avuto il coraggio di fare il primo passo. Non credo che esista un’avversione ideologica nei confronti del paywall, piuttosto si ritiene che in Italia la percentuale di lettori disposti a pagare sia ancora una minoranza, siano insomma numeri che non lasciano spazio a ipotesi alternative a quelle correnti. E’ però vero che la questione non è più una scelta in bianco e nero. Le tecnologie hanno reso possibile implementare sistemi ibridi in grado di garantire un’ampia flessibilità nelle modalità di accesso.

Il giornale online può essere organizzato definendo una politica di accesso multilivello, garantire la visualizzazione free di un numero massimo di articoli per mese, salvaguardando così la quantità di flusso di traffico determinata dai motori di ricerca e impersonificata da un pubblico eterogeneo, abituato ad attingere a più fonti d’informazione a seconda della convenienza. Di fatto, esiste un pubblico disposto a pagare, lo dimostra la carta stampata e lo dimostrano i prodotti e servizi digitali erogati attraverso nuove tecnologie emergenti come tablet e smartphone. Di fatto, esiste un’incongruenza di fondo: il servizio di informazione si paga, sempre, tranne che sul web. Non si paga perché economicamente controproducente? Probabilmente, controproducente è stato finora assecondare l’abitudine del tutto gratis. Intervenire oggi, cercando di modificare un’abitudine consolidata è quanto di più difficile e complesso gli editori debbano affrontare.

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Ma la domanda cui si dovrebbe rispondere, propedeutica a un eventuale passaggio a un giornale online a pagamento, dovrebbe essere: quale informazione, quali contenuti, quali forme di espressione multimediali possono far sì che un un potenziale lettore accarezzi l’idea di pagare per il web? Da un punto di vista puramente teorico sarebbe un grande esercizio per misurare la capacità di un giornale nel migliorare la qualità giornalistica. Potremmo anche ipotizzare un valore della decrescita. La logica con cui viene confezionato un sito d’informazione gratuita, tipicamente un giornale a contenuti generalisti, tende a una iper-proliferazione di notizie soft, di puro intrattenimento, necessarie però a incrementare il traffico oltre i confini tradizionali del lettore di riferimento.

Se un giornale potesse razionalizzare le proprie risorse, concentrando l’attenzione e gli sforzi sulle notizie e sull’informazione a maggior valore, potrebbe essere un giornale migliore, un giornale per il quale, forse, potrebbe iniziare a esistere un pubblico a pagamento. Avere le notizie che contano. Avere servizi, reportage, inchieste, un palinsesto basato su criteri giornalistici e meno marketing. Altrimenti come diceva una vecchia canzone di un autore americano si corre il rischio di fare una corsa nel vuoto, running on empty.