Le reti? Punto e a capo: forse serve un aiutino


Il primo semestre si è concluso con un nulla di fatto sulle reti fisse e sulle frequenze mobili. La ripresa autunnale è ancora condizionata dai modelli di business e collaborazione per l’NGN con il rischio che la rete mobile veloce divenga un concorrente

 

Facebook pensa a un IPO da 50, anzi, da 100 miliardi di dollari? Uao! Secondo eMarketer, nel 2011 il social network di Mark Zuckerberg raccoglierà 2,1 miliardi di dollari di ricavi da display pubblicitari (search escluso) negli Usa, davanti a 1,2 miliardi per Google, e cifre simili per Yahoo? Evviva. Sempre negli Usa, la pubblicità online crescerà del 20% a 31 miliardi (metà per search, quindi Google), con un boom del 50% della video-pubblicità? Triplo Urrah. Facebook con i suoi 700 milioni di utenti registrati (magari alcuni con doppio o triplo account) è la più grande “repubblica” dopo Cina e India. Ma, ammettiamolo, qualcosa di storto sta avvenendo. Se Luca di Montezemolo e Diego Della Valle pensassero di far concorrenza a Trenitalia con i supertreni della loro NTV senza pagare per l’utilizzo dei binari della Tav e delle relative stazioni, sarebbero presi per un po’ bizzarri.

Eppure, è quel che succede nelle TLC, che a loro volta sono driver dell’IT. Controprova: in dieci anni, i maggiori operatori di TLC – per lo più in Europa – da Deutsche Telekom a France Télécom, da BT a Telecom Italia, a Telefonica e ad AT&T, hanno perso centinaia di miliardi di dollari di capitalizzazione. Vecchi e nuovi player dell’online, da Apple a Google (presto Facebook), tutti negli Usa, hanno accumulato centinaia di miliardi in borsa.

I primi mesi del 2011 hanno confermato le tendenze dello scorso anno. Al calo, ormai fisiologico, del business delle reti fisse si è aggiunto quello, ormai generalizzato, delle reti mobili. Nei Paesi avanti, il traffico voce è un settore maturo, se va bene stabile e con prezzi in discesa, ma quello dati cresce rispettivamente del 50 e del 100% l’anno. Ma, come nel mese di giugno ha sottolineato il presidente dell’Autorità delle Comunicazioni Corrado Calabrò, in questi anni i prezzi delle comunicazioni sono scesi esattamente allo stesso ritmo con cui è salito l’indice dei prezzi di tutto il resto. La ripresa autunnale si apre in definitiva con una domanda: con questi chiari di luna, chi e perché dovrebbe mettere i soldi nelle nuove reti?

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Lo stallo dei “tavoli tecnici”

Il primo semestre, e non solo in Italia, non ha portato grandi segnali sulle reti di nuova generazione. L’Europa, dopo l’insistente non-interventismo della commissaria Neelie Kroes, convinta che il mercato possa risolvere tutto, sta cautamente considerando la necessità di incentivare la collaborazione pubblico–privato, se si vuol mantenere gli ambiziosi obiettivi dell’agenda 2020 (metà della copertura in fibra). A metà luglio, ai rappresentanti di 37 tra produttori, carrier e media provider riuniti, la commissaria ha promesso una leva da 9,2 miliardi che dovrebbe attivare 100 miliardi di investimenti privati, soprattutto nelle aree deboli, ma almeno si incomincia a pensare che innovazione e investimenti valgano quanto gli interessi dei consumatori.

Qualche segnale c’è, ma ancora in ordine sparso. Come in Francia, dove, dopo un periodo di polemiche “à l’italienne” tra gli operatori, la novità più interessante è il piano di France Télécom/Orange che prevede un incremento del 20% degli investimenti per tre anni per sostenere un piano tripartito: fibra nelle maggiori aree urbane, un mix di fibra/Dsl veloce nelle zone intermedie, Dsl, salvo interventi con sostegno pubblico per soluzioni più “smart”, nelle aree “bianche”, cioè a scarsità di mercato. In Germania, la vasta diffusione del Vdsl agisce da freno al piano fibra che DT ha avviato ad aprile scorso.

Dalla Gran Bretagna vengono le indicazioni più dinamiche, con BT che ha lanciato un piano da 2,5 miliardi di sterline per collegare con la fibra due terzi delle abitazioni a 100 Mbit/s e sta prevedendo anche la soluzione ibrida Fttc (fibra più rame dal “cabinet”) per portare più che decenti 40 Mbit/s all’utente. Con un certo orgoglio, BT sottolinea di portare la fibra a «80mila nuove abitazioni la settimana, l’equivalente dell’intera rete in fibra di Singapore ogni tre mesi» e afferma che «nessun altro operatore al mondo investe tanto nella fibra senza supporto pubblico». Sempre in UK, accanto a piani di concorrenti come Virgin, è da segnalare anche il coinvolgimento di Fujitsu, pronta a portare 1 Gigabit/s a centri abitati medio–piccoli, a condizione che BT metta a disposizione i suoi condotti a prezzi ragionevoli.

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L’Italia, lamenta il presidente dell’Agcom nella sua relazione annuale, continua a muoversi a rilento anche perché, dice un Calabrò preoccupato, anche dove la (poca) offerta di connessioni ultra-veloci c’è, non è che gli utenti arrivino a frotte. Tra un “tavolo” tecnico e l’altro, si discute ancora delle regole del gioco. Telecom Italia si muove con la discrezione di chi non vuol trovarsi con il cerino acceso in mano. Il piano dei concorrenti di investire «fino a 2,5 miliardi» nei progetti alternativi, basati su connessioni Ftth punto a punto, in alternativa al punto a multipunto del Gpon di Telecom Italia, si è rivelato un sostanziale fuoco di paglia. Incapace di confermare la vecchia previsione degli 800 milioni per il superamento del digital divide, ma capacissimo di introdurre miliardi di incentivi per le costosissime energie alternative, con il più alto contributo europeo per chilowattora prodotto, il governo, e segnatamente il ministro per lo Sviluppo Economico, è riuscito a tirar fuori un provvedimento dal sapore dirigistico–colbertiano, poi fortunatamente rientrato, che, da una parte, rilevava l’interesse sociale di un servizio universale pure della fibra e, dall’altra, prevedeva di stabilire le regole della rete, fino allo switch-off dal rame alla fibra stabilito dal ministero, chiedendo alla Cassa Depositi e Prestiti di metterci i soldi.

 

C’è una via d’uscita?

Se ne potrà venir fuori? Ammettiamolo: non è facile: la più vasta rete oggi in corso di realizzazione, quella australiana (ammesso che arrivi in fondo, tra una polemica e l’altra), è stata decisa dal governo dopo la constatazione che nessun operatore si sarebbe mosso, ma accanto all’equivalente di circa 25 miliardi di dollari per la realizzazione, Canberra ha dovuto mettere sul piatto altri 11 miliardi di dollari australiani (circa 7 miliardi di euro) per convincere l’operatore dominante Telstra allo switch-off.

Il modello francese, con una ragionata stratificazione all’insegna di fibra, rame veloce, wireless e di un ragionevole contributo pubblico è probabilmente la strada più realistica. Avere un piano è fondamentale, ricordando che se determinante è la spinta delle applicazioni dell’e-government (ma anche e-health, e-education, e-entertainment, ecc.), queste a loro volta richiedono che la generalità della cittadinanza possa accedervi. Il settore nel suo complesso è in difficoltà: certo, si tratta di un problema diffuso e la perdita di valore del titolo Telecom del 90% dai tempi di Colaninno non è un’eccezione europea. La stessa florida Telefonica ha inaugurato il secondo semestre con l’annuncio di 6.500 tagli. Tira aria di consolidamento e l’attivismo di Wind si sposa con i dubbi che continuano a gravare su marchi come Fastweb e H3G.

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Finanziare due reti?

In attesa che qualcosa succeda sulla fibra, l’autunno apre un altro scenario, in cui, a differenza del primo, il governo si aspetta di fare cassa. È la partita del mobile, dove ci si attende di incassare dall’asta delle licenze circa 3 miliardi di euro. Una cifra più o meno in linea con quella tedesca e quella attesa in Francia. Con la differenza che una parte considerevole è occupata dai canali nella banda degli 800 MHz (la più pregiata) che le Tv locali sembrano disposte a sgombrare solo a un prezzo – 700 milioni – triplo di quello proposto dal governo. La disponibilità a investire sul mobile, tra il 3G veloce (l’Umts) e il 4G/Lte è maggiore. In fondo, se un paio di anni fa l’attuale presidente di Telecom Italia Franco Bernabé diceva che la fibra serve essenzialmente per la Tv, il Ceo di BT Italia Corrado Sciolla diceva la stessa cosa la scorsa primavera, avvertendo che saranno le aziende, e soprattutto il Cloud computing e la videocomunicazione, a pretendere i collegamenti ultraveloci. A questo punto, la domanda diventa anche: gli operatori che oggi vedono contrarsi ricavi e profitti sono in grado di fare oggi quel che non hanno fatto nemmeno ai tempi delle vacche grasse e di tariffe multiple di quelle attuali, ovvero finanziare lo sviluppo contemporaneo di due reti, quella fissa e quella mobile?