Rosabeth Moss Kanter. «Make the world a better place»

Rosabeth Moss KanterVincitori e vinti. Controllo e potere. Leadership e collaborazione. Il valore delle scelte e delle persone come antidoto alla complessità in un mondo turbolento, trasparente e iperconnesso

 

Imprevedibile come Barbara Streisand in Yentl, intensa come Hilary Clinton nella sua battaglia a favore dei paesi in via di sviluppo, decisa come Madeleine Albright, ma divertente come Bette Midler nel film Big Business. Rosabeth Moss Kanter, pur essendo una delle donne più influenti del mondo, non è noiosa e rigida, come quasi tutte le donne che hanno raggiunto il potere e troppo impegnate a mantenerlo. Rosabeth Moss Kanter insegna alla Harvard Business School ed è specializzata in strategia, innovazione e leadership per il cambiamento. Se provate – però – a chiederle qual è la sua attività principale, non vi elencherà i titoli accademici, i premi ricevuti o i suoi numerosi best-sellers (“SuperCorp” e “Confidence” solo per citare gli ultimi, in ordine di tempo). Vi risponderà semplicemente che il suo impegno principale è quello di fare del mondo un posto migliore, tanto che – lasciato l’incarico alla Harvard Business Review – ha cominciato ad andare in giro a insegnare come si diventa leader per dare al mondo una «positive direction of progress».

L’abbiamo incontrata in occasione del World Business Forum di Milano e siamo rimasti colpiti. Tra le “cinquanta donne più potenti al mondo”, secondo il britannico The Times, per Rosabeth Moss Kanter ciò che corrompe «non è il potere, bensì l’impotenza del fare». La “Legge di Kanter” («I dirigenti non possono controllare tutto») è famosa in tutte le grandi aziende ed è diventata terapeutica come un mantra tra i top manager ossessionati dal controllo, che hanno imparato a essere leader migliori, facendo ricorso non alla gerarchia, ma «alla capacità di influenzare, alla persuasione e anche al gioco».

Tutto può sembrare un fallimento quando ci si trova nel mezzo di un processo di cambiamento. Quando qualcosa inizia a non funzionare bene – però – la prima cosa che bisogna fare – avverte Rosabeth Moss Kanter – è dire che «comunque siamo a metà del lavoro» e cominciare a pensare a un piano di riserva (fine del mondo compresa). «I gruppi che meglio resistono alle avversità – infatti – sono quelli che si sono preparati per tempo. I vincitori non sono predestinati a vincere sempre e tutto, correndo sempre avanti agli altri. La storia ce lo insegna. Spesso, chi si trova indietro, riesce a recuperare terreno, facendo tesoro anche degli errori degli altri e imparando dai propri. Essere in fondo alla classifica non è una maledizione – anzi – coloro che non si preparano ad affrontare le difficoltà e non hanno una cultura della fiducia, sono destinati prima o poi a fallire». Per l’Italia, in fondo a molte classifiche internazionali, c’è ancora speranza, se avremo più fiducia nelle nostre risorse, abbandonando l’italico autolesionismo. Ma riusciremo a imparare dai nostri errori prima di dare lezioni agli altri?

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Data Manager: Che cosa è il potere?

Rosabeth Moss Kanter: Per molti anni abbiamo creduto che potere fosse sinonimo di controllo. In realtà, la globalizzazione e i social network ci hanno insegnato che potere significa efficacia. Avere potere significa attuare una strategia e raggiungere l’obiettivo prefissato. Il potere in questo senso assume una valenza positiva, perché riguarda il fare e – soprattutto – il saper fare bene. Quasi sempre, sono le persone che per paura di perdere il potere compiono le scelte sbagliate, esercitando il potere come forma di controllo, negando i fatti o nascondendoli oppure evitando che la conoscenza sia distribuita all’interno delle organizzazioni complesse.

Lei si considera una donna di potere?

Metto al servizio degli altri quello che ho imparato negli anni e qualche volta le mie parole sono ascoltate e diventano idee e poi azioni. Questa è la forma di potere che preferisco.

Molto spesso si ricorre alla metafora dello sport per spiegare il mondo del business. Ma quali sono le regole?

Vincere e perdere sono concetti molto chiari nel mondo dello sport. Nel mondo degli affari, il loro significato è molto meno netto. In generale, comunque, vincere equivale a ottenere ciò che le organizzazioni hanno definito come “un fine che vale la pena raggiungere”. I leader forti aiutano anche le altre persone dell’organizzazione a raggiungere gli obiettivi. Collaborazione e potere non sono due elementi di segno contrario. E l’esempio vale più di qualsiasi policy.

Il leader è come un allenatore?

I CEO, i capi di governo se hanno la fiducia della loro squadra potranno chiedere nei momenti di difficoltà uno sforzo maggiore, invece di abbandonare il gioco. I leader sono capaci di delegare e prendere decisioni in autonomia, sentendosi responsabili dei risultati. Non c’è fiducia senza autonomia. I veri leader creano altri leader all’interno dei gruppi di lavoro, i leader deboli creano sottoposti. 

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Le imprese per mantenere il controllo hanno delocalizzato, tagliato i costi e qualche volta anche il ramo sul quale erano sedute. Eppure, in molti casi, non sono riuscite a restare a galla. Perché?

La globalizzazione crea più competizione. Le imprese non possono più dominare il mercato intero.

I consumatori hanno più opzioni. Non esiste una sola squadra dirigente che possa assumere il controllo di tutto, così come nessun paese può continuare a credere di controllare tutto.

I knowledge worker sono molto differenti dalla forza lavoro del modello industriale di produzione di massa. All’interno delle imprese, il maggiore valore aggiunto proviene – oggi – dal lavoro intellettuale e dal lavoro creativo. Pertanto, i dirigenti devono contare su persone che facciano bene le cose, anche nelle circostanze che sono fuori dal loro controllo.

Qual è il primo passo del cambiamento?

Il primo passo del cambiamento è mettere i fatti sul tavolo con tutta la crudeltà e portare tutte le parti interessate a esprimere il loro parere, ma senza permettere che qualcuno addossi sulle spalle dell’altro le responsabilità. La ricerca delle colpe è diversa dalla ricerca delle cause e non risolve i problemi.

E il secondo?

Bisogna avere un’idea chiara, capace di trasformarsi in azione. Bisogna presentarsi al mondo e dire chi siamo. Essere portatori di valori è l’inizio della storia che vogliamo scrivere. Bisogna usare il potere della voce e delle parole.

Le parole nell’era della comunicazione hanno perso potere?

La parola ha sempre avuto un grande potere e continua ad averlo. Per usare le parole – però – bisogna avere qualcosa da dire. E bisogna avere la capacità di chiamare le cose con il loro nome, di dare un nome ai problemi e di dare un nome alle soluzioni.

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Qual è la caratteristica principale che deve avere un leader?

Un leader deve avere una visione di grandi valori. Senza valori la leadership è solo un contenitore vuoto. La capacità di un leader non si misura dalla capacità di elevarsi sugli altri, ma – al contrario – di elevare gli altri intorno a sé, il loro punto di vista, la loro capacità di comprendere. Anche grandi imprese come IBM hanno cambiato il modo di proporre la propria offerta innovativa, guardando al mondo e agli effetti positivi che sul mondo possono avere le soluzioni tecnologiche. Nelle imprese, i manager che lavorano sui progetti devono avere sempre in mente qual è la loro missione, per restituire senso a quello che fanno.

Collaborazione e controllo sono due grandezze congruenti?

Chi ha paura della collaborazione è un leader debole. Ogni cosa funziona meglio se si collabora, se si ha un partner con cui confrontarsi e trovare la soluzione. Pensiamo a Google, Facebook, oltre ad avere una buona value proposition, hanno avuto successo, perché fin dall’inizio hanno fatto della collaborazione un vero asset strategico.

Che cosa direbbe a un imprenditore che lotta per la sua impresa?

Never give up! Non mollare mai. Perché mollare è l’unico modo per fallire di sicuro. Il successo non arriva sempre al primo tentativo, la storia della tecnologia è piena di esempi. Nei momenti di difficoltà io penso a

Nelson Mandela che è diventato il primo presidente eletto democraticamente del Sud Africa, dopo 27 anni di prigione. Lui non ha mollato. Perfino contro la morte, ha continuato a lottare.

Anche quando il successo arriva e tutte le difficoltà sembrano superate – però – non bisogna mollare. Bisogna mantenere la stessa distanza dal successo e dal fallimento e non sentirsi mai arrivati. Il vero leader sa guardare avanti, ma anche indietro per condividere il successo con gli altri.