Neelie Kroes – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 08 Nov 2018 16:14:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Neelie Kroes – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 L’Ue taglia ancora i costi di roaming per l’estate https://www.datamanager.it/news/lue-taglia-ancora-i-costi-di-roaming-lestate-57569.html Tue, 24 Jun 2014 17:30:02 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/lue-taglia-ancora-i-costi-di-roaming-per-lestate/ L’Unione Europea dal 1 luglio taglierà del 55,5% i costi di connessione alla Rete all’interno dei Paesi Ue, il cosiddetto roaming Con le vacanze estive alle porte, per i cittadini europei collegarsi a Internet all’estero rimane un problema, tanto che il 25% spegne direttamente il proprio smartphone fuori dai confini della propria nazione. L’Ue ha […]

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L’Unione Europea dal 1 luglio taglierà del 55,5% i costi di connessione alla Rete all’interno dei Paesi Ue, il cosiddetto roaming

Con le vacanze estive alle porte, per i cittadini europei collegarsi a Internet all’estero rimane un problema, tanto che il 25% spegne direttamente il proprio smartphone fuori dai confini della propria nazione. L’Ue ha quindi deciso che dal 1 luglio in tutti i Paesi dell’Unione i costi di connessione saranno ulteriormente ridotti dopo il taglio alle tariffe deciso nello stesso periodo del 2013. Per l’estate, il costo di navigazione sul web all’estero è stato diminuito del 55,5%.

“Questa riduzione dei costi per il roaming garantirà un grande risparmio per tutti quest’estate”, ha commentato il commissario Ue per l’Agenda Digitale Neelie Kroes, che ha proposto di azzerrare la spesa aggiuntiva per il traffico dati all’estero già dal 2015.

Le nuove tariffe per il roaming

– download di dati o navigazione internet – 45 centesimi/Megabyte (MB) (addebitati per Kilobyte utilizzato) + IVA (-36% rispetto al 2012);
– chiamate effettuate – 24 centesimi/minuto + IVA (-17% rispetto al 2012);
– chiamate ricevute – 7 centesimi/minuto + IVA (-12,5% rispetto al 2012);
– invio di SMS – 8 centesimi/minuto + IVA (-11% rispetto al 2012).

– download di dati o navigazione internet – 20 centesimi/Megabyte (MB) (addebitati per Kilobyte utilizzato) + IVA (-55,5% rispetto al 2013);

– chiamate effettuate – 19 centesimi/minuto + IVA (-21% rispetto al 2013);

– chiamate ricevute – 5 centesimi/minuto + IVA (-28,6% rispetto al 2013);

– invio di SMS – 6 centesimi/minuto + IVA (-25% rispetto al 2013).

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Ue e Corea del Sud insieme per lo sviluppo del 5G https://www.datamanager.it/news/ue-e-corea-del-sud-insieme-lo-sviluppo-del-5g-57333.html Mon, 16 Jun 2014 14:22:05 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/ue-e-corea-del-sud-insieme-per-lo-sviluppo-del-5g/ Il commissario per l’Agenda Digitale, Neelie Kroes, ha raggiunto un accordo con la Corea del Sud per lo sviluppo coordinato della rete 5G LTE L’Unione Europea, che sta investigando sulla tassazione in Irlanda di Apple e altre due importanti aziende, ha stretto un accordo con la Corea del Sud per lo sviluppo della rete 5G […]

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Il commissario per l’Agenda Digitale, Neelie Kroes, ha raggiunto un accordo con la Corea del Sud per lo sviluppo coordinato della rete 5G LTE

L’Unione Europea, che sta investigando sulla tassazione in Irlanda di Apple e altre due importanti aziende, ha stretto un accordo con la Corea del Sud per lo sviluppo della rete 5G e l’individuazione di standard globali comuni. La partnership è stata siglata dal commissario Ue per l’Agenda Digitale Neelie Kroes, che ha lanciato l’allarme sulla mancanza di fiducia da parte degli utenti nella sicurezza delle infratrutture di Internet, e dal ministro coreano per la Scienza e la Tecnologia, Mun-Kee Choi.

“Questa è la prima volta  – ha detto la Kroes – che autorità pubbliche si sono messe insieme in questo modo, con il sostegno dell’industria, per portare avanti il processo di standardizzazione; la dichiarazione odierna invia un segnale del nostro impegno a essere leader digitali a livello globale”.

5G: download 100 volte più rapido rispetto al 4G

L’accordo firmato fra Ue e Corea del Sud prevede un lavoro in tandem per lo sviluppo della rete 5G e del cloud computing e la creazione di progetti di ricerca internazionali che partiranno dal 2016. Inoltre, il Forum coreano 5G e l’Associazione europea per le infrastrutture 5G, che raccoglie i colossi continentali delle telecomunicazioni, firmeranno un memorandum d’intesa.

Attualmente l’azienda più avanti nello sviluppo della rete 5G, che il premier britannico David Cameron vorrebbe diffondere nel suo Paese al più presto, è la cinese Huawei, con Samsung poco più indietro. L’evoluzione della rete 4G LTE, che dovrebbe essere pronta per essere diffusa a livello globale nel 2020, permetterà di scaricare con velocità fino a 10 GB, circa 100 volte più rapidamente della tecnologia oggi disponibile.

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Le nuove frontiere del cloud computing https://www.datamanager.it/rivista/le-nuove-frontiere-del-cloud-computing-57075.html Mon, 16 Jun 2014 10:18:19 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/06/le-nuove-frontiere-del-cloud-computing/ Fuori dall’hype ma dentro le colonne d’Ercole di un “safe, secure online space”. Il cloud è molto più del fatto tecnologico in sé che non può essere compreso come fenomeno autonomo nel mercato IT, ma piuttosto come un ingrediente fondamentale di una più grande trasformazione del settore IT   Il “polso” della cloud adoption italiana […]

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Fuori dall’hype ma dentro le colonne d’Ercole di un “safe, secure online space”. Il cloud è molto più del fatto tecnologico in sé che non può essere compreso come fenomeno autonomo nel mercato IT, ma piuttosto come un ingrediente fondamentale di una più grande trasformazione del settore IT

 

Le nuove frontiere del cloud computingIl “polso” della cloud adoption italiana ci arriva aggiornato grazie alla Digital Business Innovation Academy che, in collaborazione con l’Osservatorio cloud & ICT as a Service, ha redatto proprio in questi giorni uno studio avanzato sul tema del “cloud Journey” per accompagnare i responsabili delle principali realtà italiane pubbliche e private nella scelta delle nuove soluzioni teconologiche. Il cloud computing è ormai diventato realtà per le imprese: visti i benefici ottenuti in termini di innovazione e agilità, oggi non viene più messa in discussione l’introduzione di tale modello, tuttavia, è fondamentale comprendere “come” adottarlo. Il cloud, infatti, rappresenta oggi un elemento in grado di mettere in discussione la visione e il ruolo dei sistemi informativi aziendali. Secondo IDC, l’evoluzione del cloud guiderà la spesa IT in cinque categorie tecnologiche: applicazioni, system infrastructure software, platform as a service (PaaS), servers e servizi di base. Attraverso le analisi e le ricerche svolte, l’Osservatorio Cloud & ICT as a Service della School of Management del Politecnico di Milano ha rilevato come le direzioni IT più efficaci e mature stiano approcciando l’adozione del cloud nel quadro di una più generale trasformazione della propria architettura infrastrutturale e applicativa e della propria organizzazione e governance interna. L’adozione di questo tipo di servizi è caratterizzata da un processo evolutivo che coinvolge tutte le aree aziendali e che presuppone una pianificazione consapevole.

Di ritorno dal “cloud journey” gli “osservatori” raccontano

Il framework cloud Journey, modellizzato dall’Osservatorio Cloud & ICT as a Service, mette in evidenza variabili di diversa natura, non solo tecnologiche, ma anche organizzative e di business. Innanzitutto, è possibile identificare due differenti modelli di adozione del cloud. Nel caso di public cloud, l’industrializzazione dell’ICT avviene attraverso soggetti di mercato specializzati nell’offerta di servizi cloud, mentre nel caso di private cloud, il primo passo verso l’industrializzazione viene fatto internamente, lavorando sulla standardizzazione tecnologica e applicativa e sull’automazione dei servizi. Tra questi due modelli si pone l’hybrid cloud, che può essere visto come un modello in grado di integrare i fattori positivi del public e del private cloud. Il sistema informativo che ne risulta è composto da soluzioni interne ed esterne, e risulta quindi indispensabile capire come far convergere questi due percorsi in una visione d’insieme consistente. Partendo da questi presupposti, il modello della Cloud Journey identifica le tre componenti logiche di un sistema informativo aziendale: l’infrastruttura, le applicazioni e la gestione dei device.

Secondo la ricerca dell’Osservatorio condotta nel 2013 su un campione di oltre 700 responsabili dei sistemi informativi di organizzazioni italiane, le maggiori spinte evolutive riguardano l’ambito infrastrutturale, che sta portando le imprese a un progressivo abbandono dei server tradizionali (presenti oggi solo nel 23% delle organizzazioni del campione) e passa attraverso logiche di virtualizzazione (37%), razionalizzazione (32%) e automazione (8%). Il passaggio a un data center automatizzato è una fase delicata che comporta una forte discontinuità sul piano organizzativo in termini di procedure e di competenze interne, ma è al contempo uno step evolutivo necessario per perseguire il vero obiettivo finale, ossia l’ibridazione tra risorse interne e servizi esterni. Questo percorso interno è spinto prevalentemente da esigenze di riduzione dei costi e semplificazione di gestione, ma non porta a benefici significativi lato utente fino a quando non si ottiene l’automazione vera e propria dei sistemi, che porta vantaggi in termini di scalabilità e agilità. Questo percorso, seppur interno, non è privo di ostacoli: occorre innanzitutto introdurre una visione architetturale dell’infrastruttura al fine di poter effettuare interventi di razionalizzazione talvolta anche intervenendo sulle competenze e sul ruolo delle risorse della parte sistemistica, introducendo logiche di processo e standardizzazione di non facile accettazione. Tutto ciò richiede una governance più prescrittiva da parte della direzione IT. Un percorso più semplice sembra quello del public IaaS, ad oggi perseguito dal 13% delle imprese. Il percorso esterno è motivato principalmente dall’esigenza di migliorare il livello di servizio in termini di affidabilità e uptime e permette di ottenere “variabilizzazione” dei costi, elasticità e miglioramento delle performance. A completare i due percorsi, le architetture ibride sono in grado di garantire un incremento di affidabilità e agilità tali da giustificare già da sole l’investimento. Esse implicano significative sfide tecnologiche e organizzative, ma tali configurazioni oggi esistono e se ne rilevano alcuni casi evoluti anche in Italia (5%).

L’analisi della componente applicativa ha evidenziato la forte rilevanza dell’architettura a silos applicativi: isolati (presenti nel 25% delle aziende del campione) o integrati ad hoc (39%), a causa di una politica di salvaguardia degli investimenti e di una mancanza di competenze interne. Le organizzazioni che, invece, stanno intraprendendo un percorso di evoluzione del proprio portafoglio applicativo, si stanno muovendo principalmente lungo due vie: la prima prevede un importante lavoro di back end per la creazione di architetture orientate ai servizi (16%), la seconda prevede l’integrazione delle interfacce utente basata sulla progressiva portalizzazione delle applicazioni (20%). La motivazione principale alla base di questi progetti di cambiamento è la ricerca di una migliore reattività delle singole funzioni aziendali, una maggiore flessibilità del supporto ai processi e una semplificazione della gestione applicativa.

Infine, sul piano della gestione dei device, l’adozione di modalità di gestione evolute è ancora marginale: solo poche organizzazioni dimostrano di affidarsi a soluzioni esterne di Desktop as a Service (1%), e si riscontra un utilizzo molto limitato di Virtual Desktop Infrastructure (5%) e soluzioni BYOD (4%). Sebbene il management spinga per un ingresso in azienda di dispositivi personali e device preconfigurati, tali soluzioni sono ancora frenate da importanti barriere legate alla sicurezza e alla compliance normativa, oltre che a una diffidenza associata alla quantificazione dei reali costi e benefici di tali soluzioni rispetto a soluzioni tradizionali.  In sintesi – rileva Alessandro Piva, responsabile dell’area di ricerca su big data analytics e cloud computing della School of Management del Politecnico di Milano – in Italia sta emergendo un forte scollamento fra due categorie di aziende: chi ha portato avanti negli ultimi anni un percorso progressivo di evoluzione sia della propria architettura applicativa e infrastrutturale sia delle competenze interne verso nuovi ruoli di gestione introducendo anche un confronto interno sulle tematiche della sicurezza e della privacy e chi, invece, si trova ancora impegnato nella risoluzione di storici problemi architetturali, frenato da dubbi su sicurezza e privacy che si ripercuote nella non completa affermazione di un ruolo centrale della direzione ICT nei confronti dei rappresentanti delle linee di business.

Il cloud computing non è più solo all’orizzonte?

Il Cloud Journey italiano testimonia come anche a livello nazionale l’evoluzione delle competenze interne vada di pari passo con l’avvento delle architetture innovative e con l’approccio alle tematiche cardine in materia di rischio – per esempio – per una adoption in grado di garantire reale efficacia e ritorno degli investimenti. Le ricerche in seno agli organismi tecnici che sono in prima linea nello sviluppo dei più avanzati e innovativi modelli tecnologici confermano che ormai «il cloud computing non è più soltanto all’orizzonte», ma rappresenta una realtà presente «in a big way». Lo ha spiegato recentemente Irena Bojanova (fra i massimi esperti mondiali, founding chair of IEEE CS cloud computing STC ed editor della nuova Encyclopedia of Cloud Computing in uscita a fine 2014). Governi, aziende, industrie e privati stanno utilizzando il cloud computing in modo sempre crescente per l’elaborazione delle proprie informazioni e per i fabbisogni di calcolo e sviluppo. Hanno già cominciato ad apprezzare i vantaggi offerti dal cloud fra cui il pay-per-use, il deployment rapido delle applicazioni, la varietà di offerta da parte dei molteplici cloud service provider, l’enhanced collaboration per non parlare di agility, scalability e availability. Il fatto di poter spostare applicazioni e storage capabilities, interi ambienti di sviluppo applicativo e perfino capabilities di infrastruttura e di security nella “nuvola”, offre un uso più efficiente delle risorse hardware e degli investimenti software.

Analizziamo allora il fenomeno cloud “in fieri” proprio attraverso le sue più attuali key focus areas così da capire meglio di cosa si parla oggi e perché certi fattori attraggano i principali effort su cui convergono ricerca e mercato.

Il focus aggiornato del cloud computing – se tentiamo di fissarlo in un solo paragrafo – oggi origina nella valutazione dei rischi iniziali, si articola attraverso l’attenta selection di soluzioni “cloud vere” (multi-tenancy based) e si estende ad assicurare l’integrazione e l’apertura alla possibile federazione.

Ma – andando con ordine – cosa intendiamo quando pensiamo alla valutazione iniziale dei rischi?

Per valutare i rischi iniziali del cloud e ispirare al meglio le decisioni relative alla sicurezza, organizzazioni e individui potrebbero considerare di utilizzare il Cloud Security Alliance’s Security Guidance Framework. Le considerazioni dovrebbero partire – per esempio – dall’importanza dei dati e applicazioni/funzioni/processi da spostare nella “nuvola” e considerare la tolerance ai rischi dell’organizzazione, le combinazioni accettabili di deployment and service model piuttosto che i punti di esposizione per operazioni e informazioni sensibili.

Ma perché poi si cerca nel multi-tenancy la declinazione di “true cloud” solution?

Perché il multi-tenancy è strettamente collegato al resource pooling. Quando lo si implementa nel modo corretto, esso restituisce significativi livelli di efficienza economica raggiungibili mediante un buon resource sharing lato provider (ma anche lato utilizzatore). Far girare tutti i clienti su un’unica istanza di software e hardware condiviso implica davvero grande risparmio. In aggiunta, gli investimenti riguardano le più recenti tecnologie e le più nuove versioni di software (così non c’è version lock). Di conseguenza, diventa importante comunicare che la separazione logica è un sostituto adeguato della separazione fisica e che i rischi maggiori (e peggiori) derivano dalla mancata o scarsa conoscenza dell’architettura. Ecco che una delle domande più importanti nella valutazione iniziale di cloud software è proprio relativa al multi-tenancy e potrebbe suonare così: «Parliamo di una soluzione hosted o true cloud»?

Considerati questi aspetti, diventa subito importante pensare all’aspetto integrazione.

Quando un’organizzazione ha esigenza di eseguire uno spostamento massivo di applicazioni nel cloud, proprio l’integrazione può rivelarsi un ostacolo pesante da superare. Possono emergere dei “silos” – i medesimi citati precedentemente anche nel Cloud Journey – tali da inibire le necessarie interazioni di applicazioni e dati con sistemi on-premise. Ma spostarsi nella “nuvola”, perdendo l’enterprise context potrebbe non essere un’opzione applicabile. Invece, le Integration Platforms as a Service (iPaaS) abilitano sviluppo, esecuzione e governance dei flussi di integrazione. Esigenza importante è anche la connessione di combinazioni fra on-premise e cloud-based di processi, servizi, applicazioni e dati entro una singola organizzazione o attraverso molteplici organizzazioni. Applicazioni cloud-based SaaS sono integrate con on-premise ERP e legacy applications, dove iPaaS supporti sviluppo cloud e on-premise e funzioni come i gateway EDI. Esistono già da tempo sul mercato soluzioni che permettono integrazione fra applicazioni SaaS e on-premise senza appliances, senza software e senza codice.

Verso la fine di questa rapida carrellata sulle aree cruciali di adozione del cloud, ne analizziamo ancora tre in tema rispettivamente di portabilità, interoperabilità e federazione.

Per portabilità intendiamo la facilità di spostamento dei dati e delle applicazioni fra piattaforme diverse e provider diversi. Quest’area include ambienti software e hardware (sia fisici sia virtuali).

L’interoperabilità fra una nuvola e terze parti è strettamente legata all’elasticità immediata e al multi-tenancy: essa consente di scalare un servizio fra provider differenti in modo per così dire “trasparente” ossia risultando e operando come se si trattasse di un unico sistema.

Quando si parla di cloud federation si fa riferimento alla pratica di interconnettere servizi cloud (SPI) di provider diversi e da reti diverse. La federazione è facilitata dai network gateways che collegano cloud pubbliche, private e community clouds in un ambiente cloud hybrid. Questo richiede a certi provider di cedere o affittare computing resources ad altri provider per bilanciare i workload e gestire i picchi di richieste. Da ciò deriva un insieme di contratti standard e pre-negoziati a riconoscimento delle identità assunte dalle organizzazioni. Un ambiente cloud elastico deve quindi avere fra i propri obiettivi di progetto l’interoperabilità e la portabilità e li deve realizzare in IaaS, PaaS e SaaS.

Nuove frontiere alla conquista dei dati

Ora che abbiamo ripercorso secondo un ordine logico il panorama delle “aree calde” del cloud, diventa interessante domandarci quali siano i nuovi trend e le nuove frontiere di questo fenomeno tecnologico in fantastica espansione.

A questo proposito, Leo Leung (www.techexpectations.org), tra gli specialisti più attenti, sottolinea la portata  architetturale del cloud, perché proprio mentre ne parliamo, «una nuova computing architecture sta prendendo forma e tutto “gravita” attorno ai dati». Dalla prospettiva dei dati, vediamo che l’attenzione maggiore è nel rendere l’architettura cloud più veloce nell’accesso e nella memorizzazione dei dati.

Ma perché assistiamo a questo fenomeno? «Perché i dati hanno “gravità” e acquistano peso ogni giorno di più» – come ha spiegato Dave McCrory, pioniere del cloud computing. «Servizi e applicazioni avranno anche la loro “gravità” ma i dati sono la massa più critica e densa perciò hanno gravità preponderante». Se la massa dei dati è troppo grande, potrebbe essere virtualmente impossibile spostarli. Ma la buona notizia – per restare nella metafora spaziale – è che noi siamo già effettivamente sulla Luna o in procinto di andarci. E sulla Luna la gravità è meno di un quinto di quella terrestre. Sempre più aziende hanno organizzazioni pesantemente distribuite. Le persone fanno il proprio “ufficio” ovunque ne abbiano necessità. Device mobili, sensori e wearables raccolgono ormai dati da miliardi di ubicazioni diverse. Ecco perché il posto dove si memorizzano e organizzano i dati deve essere considerevolmente più veloce e più facilmente accessibile. Il cloud per certi aspetti costituisce un “mirroring” per la converged infrastructure. Come un’appliance fisica, il cloud richiede che i dati siano immagazzinati vicini alle risorse processing per poter ricevere servizi scalabili.

La nuova computing architecture sta frantumando di giorno in giorno molte delle tradizionali frontiere e raggiungendo traguardi sempre più ambiziosi richiesti dalla massiccia crescita dei dati da un lato e dalla esigenza di rilasciare applicazioni sempre più performanti “on top”. Centinaia di vendor stanno aggredendo da più parti ogni aspetto della Data Gravity per eliminare attriti e perdite nello spostamento dei dati dallo storage al processing e viceversa. E come se non bastasse, il cloud si va addirittura a estendere con paradigmi “Fog” per prevedere ecosistemi di archietetture e servizi portati oltre i tradizionali confini delle reti, fino a device ed end users.

In questo scenario, i CIO vivono un momento di adattamento critico. Dopo gli sforzi nella virtualizzazione delle infrastrutture, ora guardano al cloud proprio mentre sono già chiamati ad avviare progetti big data ed essere sempre un passo avanti anche nello sviluppo di mobile app che siano anche sicure. Tutto questo richiede ai CIO di essere protagonisti attivi e leader di un behavior change su scala enterprise. Il vecchio modo di fare IT non è più abbastanza competitivo e non è abbastanza innovativo. Il nuovo mondo dell’IT – l’IT Transformation – parla di agility, di progettazione “per il cloud” e di deployment ibrido “across public and private cloud”. Non si può parlare solo di hardware e software, ma bisogna confrontarsi in termini di infrastrutture, servizi e API.

In aggiunta a queste dimensioni infrastrutturali, la coordinata relativa al software open source per il cloud computing sta guadagnando in popolarità anche in ragione di fattori cost and control. Le aziende sono riluttanti al lock con un vendor singolo e ci sono una miriade di partner commerciali sul mercato, ciascuno con le proprie API. La maggior parte di queste API non sono ancora uniformate a degli standard e le aziende che producono soluzioni su tali API (non standard) probabilmente perderanno clienti a causa di questo lock in. Anche l’open source cloud è in forte espansione con un ulteriore dilemma per il business come effetto collaterale. Fra i plus, le aziende hanno sicuramente un maggior numero di opzioni per progettare e realizzare la propria cloud infrastructure. In negativo, le linee di demarcazione fra le possibili iniziative a disposizione si stanno sempre più confondendo. Questo aumenta la difficoltà di scelta per CIO e business.

L’importanza di uno standard
Il caso dell’Intercloud Testbed

In questa visione tecnologica testimoniata dalla vitalità della ricerca a livello globale sia che si parli di laboratori scientifici e università sia di sperimentazioni applicative nelle organizzazioni pubbliche e private oppure di soluzioni open o proprietarie – non si può prescindere dallo sviluppo di standard tecnico-scientifici dell’industry correlata al cloud. Allo scopo citiamo qui un progetto che negli Stati Uniti sta destando grande interesse nell’ambiente degli studiosi e operatori cloud, principalmente a causa delle novità nei paradigmi tecnologici di standardizzazione che sta sperimentando.

L’IEEE Intercloud Testbed – attivo dallo scorso anno a livello di organizzazione mondiale degli ingegneri – è un progetto di interoperabilità open e globale per definizione. L’idea trae spunto dall’osservazione che il cloud computing è un nuovo modello di progettazione per data center grandi e distribuiti che offre veramente agli utilizzatori finali un modello pay-as-you-go con una transizione del computing verso un modello a utility come quello dell’energia elettrica, del sistema telefonico e di Internet. Diversamente dalle utility, però, le nuvole attuali non riescono ancora a federarsi e a interoperare. Una tale federazione cui aspirare è proprio chiamata “intercloud”. Il concetto di un cloud gestito da un service provider è ritenuto un mezzo potentissimo con cui accrescere il valore dell’intero settore cloud computing, dell’industry a esso afferente e dei suoi utenti. L’architettura Testbed in un’immagine è analoga all’architettura di Internet architecture. Vi sono cloud pubbliche analoghe agli ISP e cloud private che un’organizzazione costruisce a proprio uso esclusivo. L’intercloud è concepita proprio allo scopo di connettere queste due tipologie di cloud: l’IEEE sta lavorando alla creazione di nuovi standard tecnici, noti con la sigla IEEE P2302, per definire e garantire questa interoperability.

Paure e adoption definitiva
Il ruolo delle riforme

A seguito degli avvenimenti in chiusura di 2013, proprio l’Europa sembra avviata a rimanere pesantemente indietro nei livelli di spesa e adozione perché bloccata da severe regole sulla protezione dati. Analizziamo a questo proposito dapprima il punto di vista sul cloud come definito all’inizio del secondo quadrimestre 2014 da Neelie Kroes, vice president della Commissione Europea, che sul proprio blog istituzionale ragiona in termini prioritari di «safe, secure online space» e rilegge tre eventi centrati sul tema “online trust and security” – il CEBIT di Hannover, il voto del Parlamento europeo per la “NIS” Directive e il decennale dell’ENISA – con specifico riferimento al cloud computing. Nell’insieme, questi sono stati passi da gigante. Hanno dimostrato ai cittadini dell’Europa e del mondo intero che la democrazia può occuparsi di tecnologia e che la tecnologia può e deve tenere conto dei principi base della democrazia.

Qualche volta, la reazione che viene più istintiva alla percezione di insicurezza è di innalzare muri. Ma questo non è l’approccio giusto. Può danneggiare i grandi benefici che possiamo avere da una rete Internet aperta e unita. E – cosa ancora più importante – innalzare barriere non risolverebbe i problemi. La vera protezione non può arrivare dal semplice isolamento o costruendo barriere ancora più alte – essa si persegue mediante una migliore conoscenza e consapevolezza dei rischi. Protezione senza protezionismo.

La linea della Commissione è perseguita dalla European Cloud Partnership (ECP) nell’emanare le proprie recommendations finalizzate alla costruzione di una alleanza per il cloud computing come un motore di crescita economica sostenibile, di innovazione e di servizio pubblico davvero efficiente.

I protagonisti che a diverso titolo (esecutivo, normativo, tecnico e commerciale) afferiscono al mercato europeo pensano che affinché il cloud computing abbia davvero successo in Europa è necessario mettere il potere nelle mani del cliente senza vincolarlo con obblighi di durata contrattuale sia minima sia di lungo termine. Non solo. L’abbassamento delle barriere di ingresso e dei costi di avvio dei progetti servirà sicuramente a favorire il decollo delle sperimentazioni e dell’adoption da parte delle aziende su una scala fino ad oggi impossibile. Più sperimentazione significa più invenzioni e alla fine il fiorire di sempre più poli di innovazione. Questa è anche una via per dare spunti nuovi a una nuova leadership europea nell’economia globale. Infine, le maggiori aziende mondiali di cloud computing hanno portato un messaggio all’ECP affinché la data protection, l’ownership e il controllo dei dati siano affidati nelle stesse mani dei cloud users. Il cloud può avere successo se si realizzerà appieno il proprio potenziale e se i clienti potranno avere il pieno possesso e il controllo diretto dei propri dati in ogni momento. Le cronache dei mesi appena passati hanno riportato questo aspetto in primo piano. Dare potere agli utenti ha permesso la rapida crescita di Internet. Nello stesso modo, potremo vedere crescere il cloud computing nei prossimi anni. 

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Telecom Italia sostiene la Startup Europe Partnership https://www.datamanager.it/news/telecom-italia-sostiene-la-startup-europe-partnership-56307.html Tue, 13 May 2014 13:23:39 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/05/telecom-italia-sostiene-la-startup-europe-partnership/ L’annuncio oggi nel corso del primo evento ufficiale dell’iniziativa, a Napoli all’interno della manifestazione Go Global Now. La ‘Startup Europe Partnership’ verrà ufficialmente lanciata il 22 maggio a Brussels, alla presenza dei vertici della Commissione Europea, il Presidente Josè Manuel Barroso e la Vice Presidente Neelie Kroes È Telecom Italia la prima azienda in Europa […]

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L’annuncio oggi nel corso del primo evento ufficiale dell’iniziativa, a Napoli all’interno della manifestazione Go Global Now. La ‘Startup Europe Partnership’ verrà ufficialmente lanciata il 22 maggio a Brussels, alla presenza dei vertici della Commissione Europea, il Presidente Josè Manuel Barroso e la Vice Presidente Neelie Kroes

È Telecom Italia la prima azienda in Europa a supportare come Corporate Member la Startup Europe Partnership (SEP), l’iniziativa preannunciata lo scorso 23 gennaio a Davos dalla Vice Presidente della Commissione Europea Neelie Kroes rivolta alle grandi aziende interessate ad accogliere la sfida dell’innovazione rappresentata dalle startup digitali, aprendo loro i canali di procurement così come quelli degli investimenti e delle acquisizioni.

L’obiettivo è quello di sostenere la crescita di startup europee e la creazione di imprese europee nel campo delle nuove tecnologie che siano capaci di competere a livello globale.

L’annuncio viene da Salvo Mizzi, Responsabile Digital Market Development di Telecom Italia e ideatore del progetto Working Capital, in occasione del primo evento ufficiale (Matching Event) della SEP organizzato a Napoli all’interno della manifestazione Go Global Now.

“Siamo orgogliosi come Telecom Italia di essere il primo Corporate Member della Startup Europe Partnership – ha dichiarato Mizzi. E’ una conferma dell’impegno dell’Azienda per stimolare l’innovazione tecnologica attraverso le startup e per accrescere nel tessuto imprenditoriale europeo la consapevolezza di tutte le opportunità dell’era digitale, anche grazie all’esperienza maturata con il progetto Working Capital, nato nel 2009 e che da quest’anno premia anche le migliori startup digitali internazionali”.

La partecipazione di Telecom Italia in SEP aggiunge un forte contributo al programma europeo i cui Soci fondatori, oltre a Telefonica, Orange e BBVA, sono anche fondi di investimento (European Investment Fund, parte dell’European Investment Bank Group) e alcune delle più importanti università europee (Cambridge University, IE Business School e Alexander von Humboldt Institute for Internet and Society).

L’annuncio di Telecom Italia è stato accolto con grande entusiasmo anche da Brussels: “Siamo molto contenti che Telecom Italia si sia unita a questa importante iniziativa europea che unisce grandi aziende e università con lo scopo di sostenere nel vecchio continente un’ondata di startup innovative capaci di affermarsi a livello internazionale – ha commentato Isidro Laso Ballesteros, Head di Startup Europe, Commissione Europea, presente a Napoli per partecipare a Go Global Now – Sicuramente un’ottima notizia con l’auspicio che altre aziende europee si aggiungano prima del prossimo Matching Event di Madrid, il 26 giugno”.

“Dall’integrazione tra startup e grandi imprese passa il futuro di una Europa che sappia tornare a essere leader nel campo delle nuove tecnologie – ha commentato Alberto Onetti, Chairman di Mind the Bridge Foundation e responsabile del programma Startup Europe Partnership – Le startup possono fare da volano per la capacità di innovazione delle imprese esistenti. Le grandi imprese, a loro volta, possono permettere alle startup di fare il salto di qualità, dando loro scala e dimensione internazionale. Il progetto Startup Europe Partnership si fonda sulla costruzione di occasioni qualificate di interazione tra questi due mondi. Oggi con l’ingresso di Telecom Italia si aggiunge un tassello importante in questa costruzione e – lasciatemelo sottolineare con una punta di orgoglio – un paese come l’Italia non può restare ai margini di questo processo ma deve svolgere un ruolo da protagonista”.

La Startup Europe Partnership, coordinata dalla fondazione italo-americana Mind the Bridge insieme alla britannica Nesta e alla tedesca The Factory, fa parte delle 6 azioni per l’imprenditorialità definite all’interno dell’“Entrepreneurship 2020 Action Plan” (European Commission, Gennaio 2012) ed è stata concepita per realizzare alcune delle raccomandazioni chiave incluse nello Startup Manifesto.

A livello istituzionale, la Startup Europe Partnership gode inoltre delle sinergie con l’European Digital Forum.

L’iniziativa verrà ufficialmente lanciata il prossimo 22 maggio a Brussels, alla presenza dei vertici della Commissione Europea, il Presidente Josè Manuel Barroso e la Vice Presidente Neelie Kroes, e si baserà principalmente su 3 linee di azione (che ruotano intorno a un unico format, scalabile e rodato nel nostro Paese grazie alle attività condotte negli ultimi anni dalla fondazione Mind the Bridge, i SEP Matching Events):

• Matching: una serie di eventi internazionali che si terranno nelle principali città europee, seguendo lo stesso format. Ciascun evento rappresenterà una sorta di marketplace all’interno del quale le migliori startup europee incontreranno le principali aziende interessate a specifiche tecnologie. L’obiettivo finale del matching è quello di fare in modo che le grandi aziende acquistino i prodotti e veicolino i servizi delle startup (procurement), facciano investimenti in startup (seed investment) e potenzialmente anche acquisizioni (acquisizioni/acqui-hiring).

Dopo Napoli, il 26 giugno a Madrid si terrà il secondo Matching Event, organizzato in partnership con Startup The Fusion. Seguiranno altri 3 nuovi appuntamenti, uno dei quali il 21 novembre a Londra in collaborazione con “Silicon Valley comes to UK”.

• Sharing: un archivio di best practice in uso presso le migliori aziende europee e non (prendendo come riferimento, per esempio, la Silicon Valley) in termini di corporate venture e programmi di imprenditorialità aziendale. L’obiettivo è ridurre il divario culturale e favorire la “startup cross-fertilization”. Le best practice verranno anche discusse durante le Open Session dei SEP Matching Events.

• Mapping: una mappatura delle startup più promettenti e la celebrazione delle storie di successo di startup o spin-off che sono stati capaci di crescere. L’obiettivo è quello di fornire visibilità a startup emergenti e promuovere dei modelli di riferimento.

 

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Il Belgio mette fuori legge Uber, l’Ue non ci sta https://www.datamanager.it/news/il-belgio-mette-fuori-legge-uber-lue-non-ci-sta-55663.html Wed, 16 Apr 2014 16:30:02 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/il-belgio-mette-fuori-legge-uber-lue-non-ci-sta/ Un tribunale belga ha dichiarato fuori legge il servizio taxi di lusso Uber. Il commissario Ue all’Agenda Digitale, Neelie Kroes, ha definito il provvedimento “vergognoso” Nuovi guai per Uber, la startup di San Francisco più odiata dai tassisti milanesi e francesi. Un tribunale di Bruxelles ha messo fuori legge il servizio, che permette di prenotare […]

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Un tribunale belga ha dichiarato fuori legge il servizio taxi di lusso Uber. Il commissario Ue all’Agenda Digitale, Neelie Kroes, ha definito il provvedimento “vergognoso”

Nuovi guai per Uber, la startup di San Francisco più odiata dai tassisti milanesi e francesi. Un tribunale di Bruxelles ha messo fuori legge il servizio, che permette di prenotare l’auto direttamente da smartphone e di scegliere a priori la tariffa, perché non ha le autorizzazioni necessarie ad operare nel Paese. I conducenti dei taxi di lusso sorpresi a circolare nonostante il bando dovranno pagare una multa di 10mila euro. “Uber – ha dichiarato il ministrod dei Trasporti belga, Brigitte Grouwels – non è compatibile con le nostre leggi, è gestito da guidatori sprovvisti di licenza e non rispetta le regole dei tassisti tradizionali”.

Ue: “Decisione vergognosa”

L’Unione Europea, di cui è stata invalidata la direttiva sulla conservazione dei dati da parte della Corte di giustizia continentale, si è subito scagliata contro la decisione del tribunale. “È una decisione assurda, una cosa vergognosa. Non ha niente a che vedere con la protezione dei consumatori ma piuttosto con la protezione della lobby dei tassisti”, ha dichiarato il commissario Ue all’Agenda digitale Neelie Kroes, che ha messo in luce come il mondo dopo lo scandalo Datagate tema di navigare in Rete.

Da San Francisco arriva invece una risposta dai toni più contenuti: “Uber ha dovuto affrontare molte sfide e ha dovuto vincere molte resistenze in molte delle città dove ha lanciato il proprio servizio”.

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Il Parlamento europeo approva l’azzeramento del roaming per il 2015 https://www.datamanager.it/news/il-parlamento-europeo-approva-lazzeramento-del-roaming-il-2015-55268.html Thu, 03 Apr 2014 17:00:32 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/04/il-parlamento-europeo-approva-lazzeramento-del-roaming-per-il-2015/ Entro il 2015 i costi di roaming all'interno dei confini Ue potrebbero essere azzerati. Il Parlamento europeo ha oggi approvato la prima stesura del provvedimento

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Entro il 2015 i costi di roaming all’interno dei confini Ue potrebbero essere azzerati. Il Parlamento europeo ha oggi approvato la prima stesura del provvedimento

Il Parlamento europeo, che ha avviato un’indagine sugli acquisti in-app, ha approvato la prima bozza della proposta di azzeremento dei costi di roaming all’interno dei Paesi Ue entro Natale 2015. Il provvedimento dovrà essere esaminato dal Consiglio dei ministri europei per entrare effettivamente in vigore. I costi di connessione all’estero erano già stati ridotti del 36% a giugno dell’anno scorso.

Niente roaming e accesso a Internet senza restrizioni

Diverse ricerche hanno dimostrato che i cittadini europei evitano di connettersi alla Rete all’estero proprio per gli elevati costi di roaming. Uno studio effettuato tra ottobre e novembre 2013 dall’organizzazione no profit ThinkYoung ha messo in luce che il 93% degli under 34 dell’Ue non naviga su Internet da mobile al di fuori del proprio Paese. L’81% degli intervistati vede come un problema le restrizioni all’accesso al web e il 79% chiede all’Ue di calmierare i prezzi.

“I giovani ci hanno inviato un segnale forte e chiaro: vogliono la fine del roaming e accesso senza limitazioni a internet. – ha dichiarato il commissario Ue all’agenda digitale, Neelie Kroes – Il nostro lavoro a Bruxelles è assumerci questa responsabilità e fornire risultati”.

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Cybercrime e Datagate al centro del Security Summit di Milano https://www.datamanager.it/news/cybercrime-e-datagate-al-centro-del-security-summit-di-milano-54940.html Mon, 24 Mar 2014 13:52:50 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/cybercrime-e-datagate-al-centro-del-security-summit-di-milano/ Più di 8mila. Una cifra di tutto rispetto. Sono i numeri del successo del Security Summit CLUSIT equivalente al numero di partecipanti alle sessioni di formazione che hanno acquisito il diritto all'attribuzione di crediti CPE validi per il mantenimento di alcune tra le certificazioni più diffuse nel campo della sicurezza

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Più di 8mila. Una cifra di tutto rispetto. Sono i numeri del successo del Security Summit CLUSIT equivalente al numero di partecipanti alle sessioni di formazione che hanno acquisito il diritto all’attribuzione di crediti CPE validi per il mantenimento di alcune tra le certificazioni più diffuse nel campo della sicurezza. Un’opportunità che ha permesso a professionisti del settore, manager, e al folto pubblico interessato alle tematiche della protezione dei dati e della privacy, di ottenere il rilascio di circa 5mila attestati validi per l’attribuzione di oltre 8.500 crediti formativi (CPE) e circa 900 diplomi. Piace la formula “formazione più approfondimento” adottata dagli organizzatori dell’appuntamento con la sicurezza IT giunto quest’anno alla sesta edizione.

Tanti i temi in agenda affrontati durante la prima tappa a Milano (18/20 marzo); per esempio la strategia UE nel campo della cybersecurity, tematica affrontata nella sessione plenaria della prima giornata di lavori, con gli interventi di Luigi Rebuffi, presidente di EOS (European Organization for Security) e co-Chair del WG3 per la Ricerca e Innovazione nel Secure ICT della Piattaforma europea su Network e Information Security (NIS) e di Fabio Martinelli, Primo Ricercatore presso l’Istituto di Informatica e Telematica del CNR di Pisa e co-Chair del WG3. Strategia imperniata sulla costituzione di CERT – Computer Emergency Response Team – nazionali da parte di ogni Stato Membro e che segna un primo passo avanti dopo anni di immobilismo, stigmatizzato proprio dagli esperti del Clusit durante la scorsa edizione. Risveglio peraltro largamente eterodiretto dalle rivelazioni di Edward Snowden, ex contractor di Booz Allen Hamilton e “gola profonda” del Datagate che come ha riconosciuto lo stesso Rebuffi, riportando alcuni passaggi dell’intervento tenuto recentemente da Neelie Kroes, Vice Presidente della Commissione Europea e responsabile dell’Agenda Digitale, hanno quasi costretto l’UE a imporre una prima accelerazione al progetto rimasto a lungo solo sulla carta di creare una piattaforma europea sulla sicurezza informatica. Ritardo peraltro rimarcato anche da altri speaker del convegno. Come nell’intervento di Andrea Rigoni, membro della Task Force di Palazzo Chigi sull’Agenda Digitale, che ha sottolineato le carenze dell’azione UE, mancante a suo modo di vedere, di una visione credibile di più lungo respiro. La stessa che emerge dalla proposta di dubbia fattibilità tecnica di nazionalizzare Internet, oggetto di ironie feroci non solo da parte di Rigoni. Il quale si interroga altresì sullo spreco delle immani risorse inghiottite dall’intelligence che avrebbero dovuto essere impiegate invece per provare a risolvere uno dei tanti problemi di natura infrastrutturale ancora irrisolti che affliggono la rete. Esigenza questa sì non procrastinabile e che ha portato a dare corpo a un retropensiero in circolo da tempo, emerso nelle considerazioni di altri speaker del Summit Clusit, secondo cui la condotta criminale dell’NSA avrebbe spianato la strada al crimine informatico.

Riflessione questa di più ampio respiro affidata invece al rapporto Clusit, altro piatto forte della manifestazione e lettura caldamente consigliata per tutti coloro che si occupano di sicurezza informatica. Quali sono stati gli eventi di cybercrime più significativi del 2013? Quali le tendenze del mercato italiano dell’ICT Security? Aziende e pubbliche amministrazioni in quali aree stanno orientando i loro investimenti? Domande queste a cui il rapporto tenta di dare una risposta, supportato in questo da una cospicua messe di dati relativi agli incidenti, 1.152 per la precisione, classificati e analizzati dal Security Operations Center di FASTWEB, partner del Clusit nella stesura del rapporto. Lo studio contiene inoltre i risultati di una survey tesa ad analizzare le tendenze del mercato italiano dell’ICT Security e le aree in cui si stanno orientando gli investimenti dei settori privato e pubblico, insieme a una sezione nella quale sono riportati una serie di dati molto interessanti sulla struttura dell’offerta e sulle caratteristiche delle figure professionali più richieste dalle aziende.

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Neelie Kroes: “Miliardi di persone non si fidano di Internet” https://www.datamanager.it/news/neelie-kroes-miliardi-di-persone-non-si-fidano-di-internet-54754.html Tue, 18 Mar 2014 13:23:56 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/03/neelie-kroes-miliardi-di-persone-non-si-fidano-di-internet/ La risposta di F5: “La sicurezza deve rimanere una priorità, ma con gli strumenti adeguati e la giusta consapevolezza, non c’è motivo di temere”

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La risposta di F5: “La sicurezza deve rimanere una priorità, ma con gli strumenti adeguati e la giusta consapevolezza, non c’è motivo di temere”

A cura di Eugenio Libraro, Regional Director Italy & Malta F5

Parlando al CeBIT di Hannover, il Vice Presidente della Commissione Europea, Neelie Kroes, ha dichiarato che miliardi di persone in tutto il mondo non si fidano di Internet. L’aumento costante di notizie su attacchi informatici e allarmismi legati alla sicurezza del web genera l’idea che la sicurezza informatica sia in ritardo rispetto alla velocità di sviluppo della rete. Neelie Kroes ha detto che “la prossima fase di Internet sarà incentrata sui dati e guidata dalla capacità di connessione. Il cloud computing, i big data , l’Internet delle cose, strumenti che supportano il manufacturing, l’istruzione, l’energia, le nostre auto e altro ancora. Internet non è più, da tempo, solo le e-mail.”

Dopo l’intervento di Kroes, si è detto che l’Internet delle cose – oggetti e apparecchi con sensori incorporati e chip in grado di comunicare on-line – porterà 50 miliardi di dispositivi connessi a Internet entro il 2020. Alcuni di questi avranno uno scarso impatto sulle aziende, come i frigoriferi e i termometri da bagno, mentre altri lo avranno. I dipendenti utilizzeranno più dispositivi per il proprio lavoro e si aspetteranno che l’azienda supporti questi dispositivi. Ma non dovremo aspettare il 2020 perché questo diventi realtà, è un problema attuale che le aziende affrontano ogni giorno.

Dal momento che stiamo entrando in un mondo dove tutto è connesso a Internet, dobbiamo essere preparati e dimostrare maggiore comprensione per l’utente, la rete, le applicazioni, e per ciò che le persone stanno cercando di fare quando utilizzando Internet. L’unico modo per raggiungere questo obiettivo è una sicurezza a 360 gradi in grado di rispondere alle aspettative di consumatori e clienti.

I confini delle reti sono al collasso, e l’IT deve fare i conti con un enorme numero di dispositivi e di applicazioni che vanno al di là del tradizionale perimetro della rete. Poiché sempre più persone, dispositivi e applicazioni si collegano, le aziende dovranno essere in grado di scalare la propria architettura per soddisfare la crescente domanda di connessione e garantire che la sicurezza rimanga una priorità nel processo.

I rischi per la sicurezza sono destinati ad aumentare con lo sviluppo di Internet. Ma con gli strumenti giusti, e con utenti consapevoli su come proteggere se stessi, non vi è alcuna ragione per cui le persone non si fidino dei servizi online e non sfruttino i benefici che essi possono fornire.

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Il roaming costa troppo, il 25% degli europei spegne il telefono all’estero https://www.datamanager.it/news/il-roaming-costa-troppo-il-25-degli-europei-spegne-il-telefono-allestero-53844.html Tue, 18 Feb 2014 10:09:43 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/02/il-roaming-costa-troppo-il-25-degli-europei-spegne-il-telefono-allestero/ Metà degli europei non utilizza il roaming all'estero per connettersi al web. Il commissario Ue Neelie Kroes si dice preoccupata

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Metà degli europei non utilizza il roaming all’estero per connettersi al web. Il commissario Ue Neelie Kroes si dice preoccupata

In tempo di crisi gli europei evitano di connettersi ad Internet all’estero. Eurobarometro ha stimato che il 47% dei cittadini del Vecchio Continente rinuncia al roaming e il 25% spegne direttamente lo smartphone per evitare spese non volute. Una precedente ricerca aveva stimato che addirittura l’87% degli italiani evita di navigare in Rete quando si trova fuori dai confini nazionali.

Niente Internet all’estero

Solo un europeo su 10 consulta le e-mail all’estero come se fosse in patria e uno su 20 fa la stessa cosa con i social network. Il problema non colpisce solo gli utenti finali ma anche gli operatori Tlc, che perdono 300 milioni di euro l’anno a causa delle mancato utilizzo di Internet all’estero. 

Il commissario europeo per l’agenda digitale Neelie Kroes, che ha proposto di eliminare i costi di roaming a partire da quest’anno, ha dichiarato: “Queste cifre sono impressionanti”.

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L’UE chiede un organo di controllo globale della Rete https://www.datamanager.it/news/lue-chiede-un-organo-di-controllo-globale-della-rete-53732.html Thu, 13 Feb 2014 18:30:01 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/02/lue-chiede-un-organo-di-controllo-globale-della-rete/ L'Ue chiede una governace globale che vigili su Internet per evitare un nuovo scandalo Datagate e garantire che la Rete rimanga il motore dell'innovazione

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L’Ue chiede una governace globale che vigili su Internet per evitare un nuovo scandalo Datagate e garantire che la Rete rimanga il motore dell’innovazione

A seguito delle rivelazioni di Edward Snowden sull’attività di spionaggio globale attuata dalla NSA e dalla GCHQ britannica, che sono tutte riportate sul sito di Glenn Greenwald The Intercept, gli utenti hanno perso fiducia nella Rete. L’Unione Europea, che in precedenza aveva preteso una legge anti-PRISM, ora chiede l’istituzione di una governance superpartes della Rete per evitare che si ripeta una situazione di questo tipo.

Le richieste Ue

Bruxelles chiede misure concrete per la “globalizzazione” delle funzioni svolte da IANA (Internet Assigned Numbers Authority) e ICAAN (Internet Corporation for Assigned Names and Numbers), che ha recentemente rilasciato altri 700 nuovi domini generici. L’Ue inoltre chiede maggiore potere per l’Internet Governance Forum e l’istituzione di un Global Internet Policy Observatory che tuteli la trasparenza della Rete e la sua natura “non frammentata” e universale. L’Ue ha anche bocciato la proposta di dare il pieno controllo della gestione della rete all’ITU (International Telecommunications Union), l’agenzia ONU per le telecomunicazioni che ha calcolato che nel mondo solo il 30% dei giovani è nativo digitale.

“I prossimi due anni saranno fondamentali per ridisegnare la mappa globale della governance di Internet”, ha dichiarato il commissario europeo per l’agenda digitale Neelie Kroes, che continua la sua personale battaglia per l’istituzione della Net Neutrality nel Vecchio Continente. Il progetto di un web ad un’unica velocità era stato proposto negli Stati Uniti dalla FCC ma una corte d’appello di Washington ha dichiarato illegittima la richiesta.

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