rivistamarzo2023 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Wed, 15 Mar 2023 10:15:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistamarzo2023 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Gyala, la smart-corazza digitale https://www.datamanager.it/2023/03/gyala-la-smart-corazza-digitale/ Tue, 14 Mar 2023 13:20:03 +0000 https://www.datamanager.it/?p=225835 Approccio omnicomprensivo e modello rivoluzionario al servizio di un’economia digitale a prova di attacco. L’innovativa azienda romana capitalizza la lunga esperienza di consulente della Difesa e della Giustizia, con una tecnologia di cybersecurity basata sull’intelligenza artificiale All’interno del Tecnopolo Tiburtino, il primo polo tecnologico della città di Roma a est del centro della Capitale, si […]

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Approccio omnicomprensivo e modello rivoluzionario al servizio di un’economia digitale a prova di attacco. L’innovativa azienda romana capitalizza la lunga esperienza di consulente della Difesa e della Giustizia, con una tecnologia di cybersecurity basata sull’intelligenza artificiale

All’interno del Tecnopolo Tiburtino, il primo polo tecnologico della città di Roma a est del centro della Capitale, si sta giocando una partita tecnologica che potrebbe tranquillamente avere teatro a Palo Alto o a Tel Aviv. Il settore di riferimento è la cyber security, la tecnologia è allo stato dell’arte: un engine di protezione di derivazione militare, fortemente basato sull’intelligenza artificiale, capace di analizzare autonomamente ogni minima deviazione rispetto ai normali flussi di operatività e informazione, sia sugli end-point sia sulle connessioni. Un guardiano che oltre a sorvegliare è in grado di attuare, da solo, una pronta reazione correttiva, davanti a qualsiasi tipo di attacco rivolto a dispositivi e reti. E tutto questo, in un contesto di piena convergenza tra IT e OT, in ufficio, in fabbrica, nelle infrastrutture critiche.

L’esperienza già accumulata nell’ambito del Piano Nazionale della Ricerca Militare (Pnrm), la disponibilità di un prodotto commerciale e la presenza di una clientela già consolidata, non autorizzano a parlare di startup. Gyala, l’azienda innovativa che sviluppa questa soluzione di cybersecurity è guidata da un trio costituito da imprenditori e professionisti di lungo corso, Gian Roberto Sfoglietta, Andrea Storico e Nicola Mugnato, brillante esperto di cyber security, formatosi all’Università di Padova, che fa da coordinatore di un progetto portato avanti da una squadra di una trentina di giovani collaboratori. La partita adesso è affermarsi non come integratore ma come autorevole software vendor in un mercato internazionale affollato di big e di decine (se non centinaia) di competitor agguerriti. Tutti focalizzati sullo stesso obiettivo: la protezione dei dati nell’economia digitale, esposta continuamente alla minaccia del malware, della compromissione e del furto di informazione.


#Coverstory La #Deepsecurity 100% Made in Italy adesso ha un nome #Gyala
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SILICON VALLUM

Anche in California, in Israele o a Singapore, sarebbe considerata una sfida notevole, da perderci il sonno. Solo che tutto, qui al Tecnopolo, parla di Made in Italy. Persino l’intestatario della via (Adriano Olivetti), dove si trova il quartier generale di Gyala, è considerato il pioniere dell’industria informatica italiana, se non europea: creata partendo da una fabbrica di macchine per scrivere. Italiano, anzi latino, è anche il nome del cyber-guardiano messo a punto dal terzo elemento della triade manageriale, il CTO Nicola Mugnato. La piattaforma Agger utilizza il termine usato per indicare i bastioni di terra che rafforzavano la funzione difensiva dei valli scavati dai soldati romani. L’etimologia di Gyala, invece, è greca: “γύαλα” era il nome delle placche in metallo che componevano il thorax, l’armatura indossata dai guerrieri ellenici di epoca micenea. Oggi, opportunamente digitalizzata, questa corazza serve a proteggere computer, dischi, macchinari industriali, router, reti e “bus” dai subdoli attacchi dei cyber criminali e terroristi. Gyala ha radici molto profonde – come racconta il presidente Andrea Storico che, insieme all’AD Gian Roberto Sfoglietta, fonda vent’anni fa la società Interconsulting, attiva nel settore della Difesa e dell’Aerospazio, e acquisita dal gruppo RINA nel 2021. «Nel corso degli anni, ci  siamo occupati anche di cybersecurity, in modo ancora più focalizzato a partire dal 2016, quando abbiamo deciso di unire le nostre energie con quelle di Nicola Mugnato, che a sua volta ha una lunga carriera professionale iniziata con lo sviluppo, per conto delle Procure italiane, delle tecnologie di intercettazione digitale  impiegate a supporto delle indagini per i gravi fatti di terrorismo che avvenivano a cavallo del Terzo millennio». Nel 2007, Mugnato porta la sua expertise di sviluppatore indipendente in Finmeccanica, dove resterà per altri otto anni, occupandosi di tutela della sensibilissima proprietà intellettuale di un gruppo da 15 miliardi di fatturato. «Anche discutendo con gli interlocutori di allora – prosegue Storico – era emersa la mancanza di un approccio tutto italiano alla sicurezza digitale negli ambiti più critici. Specie in quelle applicazioni dove essere costretti ad affidarsi a soluzioni sviluppate oltreoceano può essere considerato un ulteriore elemento di rischio e mancanza di compliance. Se oggi facciamo leva sull’italianità di Agger – sottolinea il presidente – non è per nazionalismo, ma per rispecchiare la volontà di raggiungere una maggiore autonomia cibernetica, in Italia come in Europa. Soprattutto se si considera, che le autorità dell’Unione e la nostra stessa Agenzia per la Sicurezza Nazionale hanno avviato importanti processi di qualificazione e certificazione delle aziende che operano in un settore così fondamentale e dei loro prodotti».

Carmine Caretta CFO & HR di Gyala

PROTEZIONE CIVILE

Al momento della fondazione di Gyala, i tre co-founder varano una prima fase di sviluppo e validazione della piattaforma Agger orientandola verso il mercato civile e trasformando quella che era una vocazione strettamente militare in una leva moltiplicatrice per una piattaforma di sicurezza destinata a tutti i settori di industria e alle aziende di ogni dimensione. E in particolare, in un’ottica di piena convergenza tra IT e OT, altro asso nella manica di Gyala. «Uno spirito di dualità – rileva Storico – che deriva anche dalla sostanziale comunanza di obiettivi di due mondi, quello militare e quello civile, che oggi si trovano sempre più spesso a condividere nemici e tecniche di difesa. Con la differenza che i soldati sono più abituati a ragionare su scale di tempo molto lunghe, con l’obiettivo di anticipare le minacce del futuro».

Ed è questa la vision che pervade la tecnologia messa a punto dall’azienda romana, insieme alla propensione – anch’essa se si vuole di matrice culturale militare – verso l’autonomia decisionale. Agger è un software che fa leva sull’intelligenza artificiale anche per essere capace di salvaguardare proattivamente gli ambienti digitali che Mugnato definisce «segregati» dai SOC e non presidiati da amministratori esperti di cyber security o da decisori umani.

Il primo quinquennio di Gyala trascorre lontano dai riflettori del marketing. In quel periodo il team di Mugnato è impegnato a verificare e affinare le funzionalità di Agger in condizioni “di produzione”, in virtù di una prima serie di operazioni commerciali stipulate direttamente con alcuni clienti. «In effetti, Agger è in funzione già da tempo in alcune centrali elettriche e in alcune strutture ospedaliere» – interviene l’AD Sfoglietta. «Grazie a queste installazioni abbiamo avuto conferma della validità della nostra idea di partenza: un posizionamento da vendor, diverso dal tradizionale ruolo di integratore di prodotti di terze parti tipico del settore della sicurezza in Italia. Senza smettere di rafforzare le proprie competenze, Gyala a quel punto decide di strutturarsi per andare sul mercato con una propria tecnologia, costruendo una relazione forte con il mondo della system integration». Questa scelta – aggiunge Storico – «si colloca in un orizzonte geografico che vuole essere fin da subito aperto a un contesto non solo nazionale, dove peraltro, esistono tutti i presupposti di una elevata domanda di expertise nativa». Dopo la fase di sviluppo, arriva il momento di far partire quella che è la fionda gravitazionale par excellence di tutte le startup: il capitale di rischio. La validità delle intuizioni, la solidità della proposta tecnologica e i primi risultati ottenuti sul campo, che mettono in sicurezza digitale ambienti di lavoro particolarmente critici, non tardano a dare buoni frutti. E così, nell’estate dello scorso anno, arriva una importante conferma della validità anche finanziaria del progetto, con un prima tranche di investimenti da cinque milioni di euro.

Giacomo Milani responsabile Engineering di Gyala

ANGELI CUSTODI

Il round è guidato dal ramo Venture Capital di Cassa Depositi e Prestiti, tramite il suo Fondo Evoluzione. L’operazione vede anche la presenza di due “co-investitori”: da un lato Azimut Digitech Fund di Azimut Libera Impresa SGR, con Gellify nel ruolo di advisor; dall’altro uno dei gruppi di business angels italiani più rinomato, IAG (Italian Angels for Growth). Quest’ultimo è un caso molto interessante per quella che non è propriamente la patria del venture capital europeo. Creata nel 2007, IAG applica il modello classico di chi fornisce le prime iniezioni di capitale alle giovani imprese. Per ogni iniziativa in portafoglio viene creato un “club deal”, uno specifico consorzio di finanziatori indipendenti che interviene nella primissima fase di crescita. Soffermarsi sul caso di IAG è indicativo perché nelle presentazioni ufficiali delle aziende in portafoglio, la tecnologia di Gyala non viene classificata insieme agli altri nomi che costituiscono la sezione “Digital”, bensì alla voce “Deep Tech”, dando prominenza alla “intelligenza italiana che crea intelligenza artificiale”. Per Storico, c’è un secondo importante motivo di soddisfazione per la presenza di Azimut e IAG nella compagine che costituisce il primo stadio di lancio dell’azienda. «Accanto all’autorevole fondo controllato dal MEF, che potrebbe nutrire un interesse istituzionale nel sostegno offerto alla tecnologia italiana, ci sono due operatori finanziari che guardano esclusivamente al potenziale di mercato». Quasi a dire che Gyala è una sfida coraggiosa e difficile, ma concretamente possibile.

Uno dei punti di maggiore attrattiva per l’organizzazione che volesse indossare la cyber-armatura di Gyala – come rileva Sfoglietta – è la filosofia di sicurezza all-in-one che ha ispirato fin dall’inizio il responsabile tecnologico dell’azienda. In un mercato affollato di sviluppatori molto spesso focalizzati su aree circoscritte del pianeta cybersecurity, la frammentarietà delle soluzioni è governabile, ma pur sempre problematica. Molto spesso si tratta di realizzare complessi mosaici di soluzioni non facili da amministrare. «Agger nasce invece come prodotto unico– spiega Sfoglietta – capace di coprire aree come l’extended detection and response sull’end point, la network traffic analysis sulle interconnessioni e tutto l’ambito estremamente ricercato delle operational technologies nelle fabbriche e nelle infrastrutture industriali. Si tratta di una piattaforma di sicurezza IT e OT, adattabile alle esigenze di tutti settori, dalla difesa al civile, nell’industria manifatturiera come nell’energy, nelle telecomunicazioni, nei trasporti e nella sanità».


#Coverstory #Gyala L’intelligenza italiana che crea intelligenza artificiale
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SICUREZZA MODULARE ALL-IN-ONE

Questo approccio omnicomprensivo viene incontro agli obiettivi di sicurezza totale che molte aziende perseguono, non potendo sempre contare sulle competenze interne necessarie per la progettazione e la gestione di piattaforme di sicurezza composite. Il carattere all-in-one di Agger è strategico anche dal punto di vista delle future relazioni che Gyala dovrà sviluppare con gli specialisti della system integration che collaboreranno con il nuovo vendor di cybersecurity per veicolare la soluzione verso il mercato. Al contempo – come rileva Storico – una soluzione troppo monolitica non si adatta facilmente alla richiesta di specializzazione da parte di acquirenti motivati dall’opposta esigenza di poter disporre di applicazioni più mirate, per coprire un singolo aspetto della complicata galassia della sicurezza. «Gli analisti di Gartner a cui avevamo chiesto di valutarlo – continua il presidente – ci hanno suggerito di rivedere la struttura di Agger per dare più spazio alla modularità». Da questo lavoro di riclassificazione funzionale emerge una piattaforma che pur continuando a garantire uno spettro di copertura molto ampio e adattabile alla necessità di dare risalto a una o più singole funzioni. «In questo modo – interviene Sfoglietta – Agger assicura anche una grande scalabilità, con una struttura modulare che acquista valore quando viene implementata come piattaforma di sicurezza totale».

Come si articola la modularità di Agger? «In sostanza – risponde Mugnato – la piattaforma riunisce quattro aree funzionali, più un quinto modulo di risk management, conforme agli standard ISO 27000, NIST e FAIR e realizzato appositamente per una commessa militare». A grandi linee, la piattaforma di sicurezza Gyala prevede un modulo XDR costituito da agenti software da installare, con una gamma molto estesa di compatibilità verso ambienti attuali e legacy, su ogni singolo end-point di una rete.

A questo si aggiunge una Net security appliance che utilizza sonde capaci di controllare in modalità attiva e passiva qualsiasi tipo di protocollo di rete IT e OT. Questi due moduli generano in pratica le informazioni real-time raccolte automaticamente nel modulo di correlazione di eventi che costituisce il motore degli automatismi di Agger. «Possiamo considerarlo un data lake realizzato con uno stack di strumenti open source molto utilizzato dalla nuova generazione di motori di ricerca» – spiega Mugnato. «Uno di questi strumenti, per esempio, è alla base della avveniristica grafica della nostra dashboard di controllo».

Giacomo Milani responsabile Engineering di Gyala e Nicola Mugnato chief technology officer di Gyala

AGENTI IN INCOGNITO

Il quarto elemento, infine, è OT Defence che Mugnato definisce una vera novità per la protezione di macchinari a controllo numerico, gli elettromedicali e gli altri dispositivi che utilizzano le architetture di controllo di classe industriale, i cosiddetti PLC. «È un ambito applicativo in cui Gyala ha pochi concorrenti – continua il CTO. «Riusciamo ad aggirare il problema della impossibilità di installare agenti software sulla logica programmabile degli apparati industriali con una sofisticata tecnica di interrogazione degli eventi implementata in modalità agentless. Un approccio – spiega Mugnato – che consente di scegliere Agger come sistema di difesa diretta di una infrastruttura di automazione industriale, beneficiando delle agevolazioni fiscali e finanziarie previste per l’Industry 4.0».

Lo studio per la modularizzazione della tecnologia di Gyala si è rivelato molto utile ai fini della diversificazione. Insieme ad Agger, il vendor romano è in grado di offrire una soluzione per la sicurezza per le PMI, un segmento oggi particolarmente esposto ai rischi del malware. Uranyo, questo il nome della soluzione, è una interfaccia semplificata e soprattutto automatizzata alle funzioni di protezione di Agger. Ed è pensata per essere installata molto facilmente e per funzionare con grande autonomia, sulla base di livelli preimpostati dal cliente. Praticamente un SOC, un security operation center, che funziona da solo, rilevando anomalie e minacce e affrontandole con le regole di ingaggio che la stessa intelligenza artificiale mette a punto sotto la guida dei suoi configuratori. Il sistema prevede tre soli componenti: gli agenti da installare sugli end-point (compatibili con tutti i sistemi operativi Windows, Linux, Unix e Mac OS); una dashboard centralizzata per le postazioni fisse; e una app che permette al “security admin” di tenere d’occhio sotto controllo l’azienda anche in piena mobilità.


#Coverstory La #cybersecurity a guida autonoma di #Gyala per essere più agili e indipendenti
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L’IPERURANYO PER LE PMI

L’avvento di Uranyo è una efficace testimonianza della capacità da parte di Gyala di far valere la propria competenza nell’offerta di servizi, oltre che di prodotti. «Uno dei filoni che stiamo esplorando – afferma Sfoglietta – è la possibilità, per esempio, di realizzare insieme a eventuali partner, soluzioni di sicurezza in ottica white label, per future appliance e prodotti powered by Gyala». E lo stesso Mugnato parla di un futuro in cui gli esperti di Gyala saranno chiamati ad affiancare i partner di integrazione per realizzare progetti di sicurezza in ambiti particolarmente impegnativi e inesplorati, a partire dal mondo dell’automazione industriale e dell’IOT. «Vogliamo essere in grado di erogare servizi in base a un modello rivoluzionario. La sicurezza a guida autonoma di Gyala ci rende più indipendenti dagli esperti umani: una risorsa molto costosa e non facile da reperire».

Gli ingredienti di una success story ci sono tutti. Un software intelligente che è in grado di tutelare computer, apparati e reti monitorando gli eventi, individuando le anomalie e facendo scattare una prima serie di contromisure che mitigano gli effetti degli attacchi, senza richiedere il costante impegno di un pool di esperti. Un piano di sviluppo che prevede un’espansione in tutti i settori industriali, in Italia e oltre confine. All’azienda guidata da Sfoglietta non resta che affrontare la fase di consolidamento della strategia indiretta: creazione e consolidamento del canale dei system integrator; potenziamento delle capacità di affiancare questi collaboratori nel pre-sales, nella personalizzazione dei progetti; sviluppo di tutte le  opportunità di mercato legate all’evoluzione di Agger e delle future soluzioni che, come Uranyo, potranno essere coltivate nel fertile terreno di una tecnologia di sicurezza nata in un contesto operativo che più sfidante non si potrebbe: il campo di battaglia.

Giacomo Milani, responsabile Engineering, dal 1999 ha lavorato con Mugnato nello sviluppo delle tecnologie di intercettazione da utilizzare per la lotta al terrorismo e poi è stato responsabile prima del Computer Emergency Response Team di Finmeccanica e poi di quello di Facebook a Londra e oggi si occupa di tutti gli aspetti dello sviluppo, confenzionamento e delivery delle soluzioni. «L’obiettivo è cucire un abito di sicurezza su misura di ogni cliente» – spiega Milani. «Un abito molto diverso dal solito preconfezionato secondo logiche decise altrove e con personalizzazioni che non arrivano mai». Milani ha il compito di assecondare l’evoluzione di Agger su input dei fondatori, sapendo che la visione di Gyala non deve mai prescindere dalle necessità reali dei clienti. Necessità che Milani ha imparato a riconoscere in tanti anni di esperienza maturata sui casi d’uso concreti, mediata dalla conoscenza delle tecniche di difesa come di quelle di attacco.

FERRARI DI SERIE

«Gyala sta procedendo in direzione di una piena industrializzazione di queste competenze con una struttura in grado di erogare il suo know-how in modo strutturato» – spiega Milani. «Se oggi siamo bravi come costruttori di fuoriserie, domani avremo una grande fabbrica di automobili di serie con la stessa qualità progettuale». Sul piano tecnologico – conclude il capo dell’engineering – gli obiettivi di medio termine riguardano un ulteriore potenziamento di Uranyo, attraverso il pieno supporto dei sistemi operativi per smartphone e per tutti gli strumenti che oggi poggiano su ambienti digitali a rischio, dai terminali POS alle interfacce industriali. «E presto, la soluzione sarà affiancata da una versione destinata all’utenza mobile più evoluta. Inoltre, vogliamo puntare su una crescente integrazione di funzionalità di backup e ripristino di dati sempre più esposti alla minaccia del ransomware».

In questa seconda parte della strategia di consolidamento di Gyala, il fattore chiave non è tecnologico, ma umano. Nella sua duplice funzione di responsabile finanziario e HR, Carmine Caretta deve creare le condizioni per una crescita organica che punta ad arrivare a quota 60 collaboratori nei prossimi due anni. In prospettiva, il piano quinquennale prevede l’assunzione di almeno cento collaboratori: «Si tratta di un traguardo raggiungibile solo creando un ambiente di lavoro attraente e dinamico, aperto ai vantaggi dello smart working, dando a ogni singolo talento la giusta importanza e definendo per ciascuno un percorso di crescita professionale e formazione continua».

In pratica, una sfida nella sfida, se si considera che nel comparto della sicurezza informatica il digital mismatch è ancora più marcato. Siamo alle frontiere più avanzate del software, il cyber warrior ha bisogno di una conoscenza aggiornata e interdisciplinare. «È giusto di conseguenza lavorare anche sul piano dello sviluppo di queste competenze» – mette in guardia Caretta. «Stiamo collaborando con le Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e “Tor Vergata” per promuovere l’inserimento delle risorse STEM da impiegare in ambito cyber e pensiamo di istituire un percorso di academy interna, per offrire a studenti o neolaureati di specializzarsi, lavorando in azienda, in ottica learning by doing, con la prospettiva di entrare stabilmente in organico».


#Coverstory #cybersecurity #Gyala Un engine di protezione di classe militare e AI-based
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Caretta sottolinea l’importanza di un altro obiettivo: «La solidità messa concretamente a portata di mano dal round di finanziamenti del 2022. Continueremo a selezionare partner in grado di sostenere la nostra crescita, anche dal punto di vista del capitale umano» – conferma il CFO e HR director. «Cassa Depositi e Prestiti, Azimut e IAG sono realtà istituzionali che oltre a supportarci come investor dispongono di propri programmi di selezione che possono aiutarci a individuare e valorizzare nuovi scienziati della cybersecurity». Per i giovani attratti da una brillante carriera in campo tecnologico e per le aziende, grandi e piccole, preoccupate davanti alla minaccia del malware, sembra una prospettiva molto allettante: il futuro dell’intelligenza artificiale al servizio di un’economia digitale a prova di attacco, nasce nel cortile di casa e parla addirittura latino.

Foto di Gabriele Sandrini

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Sostenibilità e digitale, binomio inscindibile ma frainteso https://www.datamanager.it/2023/03/sostenibilita-e-digitale-binomio-inscindibile-ma-frainteso/ Mon, 13 Mar 2023 11:07:17 +0000 https://www.datamanager.it/?p=226017 La tavola rotonda di Data Manager fa chiarezza sulle correlazioni tra i concetti di sostenibilità e digitale per un nuovo modello di sviluppo. Con la partecipazione di Agenda Digitale dell’Emilia-Romagna (ADER), Agenzia del Demanio, CAST Italia, Epson Italia, Hera, MM spa, Qlik e Siram Veolia Sostenibilità e digitale. Due parole, tanti significati. Prima di iniziare […]

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La tavola rotonda di Data Manager fa chiarezza sulle correlazioni tra i concetti di sostenibilità e digitale per un nuovo modello di sviluppo. Con la partecipazione di Agenda Digitale dell’Emilia-Romagna (ADER), Agenzia del Demanio, CAST Italia, Epson Italia, Hera, MM spa, Qlik e Siram Veolia

Sostenibilità e digitale. Due parole, tanti significati. Prima di iniziare ad analizzare le relazioni tra i due concetti occorre fare chiarezza sul loro vero significato affinché le accezioni – spesso inesatte e distorte – con le quali i media si riferiscono spesso a essi escano dal senso comune e consolidino il loro vero significato. Si può affermare che il concetto di sostenibilità ha visto la sua genesi nella prima conferenza ONU sull’ambiente nel 1972, quando si è definito come la “condizione di uno sviluppo che sia in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri”. Nel 1987, con la pubblicazione del cosiddetto rapporto Brundtland, viene ribadito con chiarezza l’obiettivo per l’umanità di uno sviluppo sostenibile che, dopo la conferenza ONU su ambiente e sviluppo del 1992, è divenuto il nuovo paradigma dello sviluppo stesso.

Il concetto di sostenibilità, partito da una visione ambiente centrica, si è profondamente evoluto verso un significato più globale, che tiene conto, oltre che della dimensione ambientale, anche di quella economica e sociale. I tre aspetti sono stati considerati in un rapporto sinergico e sistemico per giungere a una nuova definizione di progresso e di benessere.

La sostenibilità è un concetto dinamico, in quanto le relazioni tra sistema ecologico (ambiente) e sistema antropico (economia e società) possono essere influenzate – in positivo o negativo – dallo scenario tecnologico che, mutando, potrebbe allentare alcuni vincoli relativi, per esempio, all’uso delle fonti energetiche. A partire dalla fine degli anni Novanta si è diffusa la tendenza a valutare la sostenibilità di aree territoriali e di programmi di sviluppo. Si parla così di sostenibilità urbana, dell’agricoltura, di turismo sostenibile, e così via. In tutti le accezioni possibili, si tende a considerare in un unico quadro i tre aspetti di un intervento di sviluppo o di un settore della società o dell’economia. La tecnologia è il quarto aspetto essenziale e intrinseco che rende possibile la convergenza tra sapere scientifico e soluzioni concrete per risolvere problemi specifici. In questa accezione il digitale ha fatto in modo che i quattro settori fondamentali: l’informatica, il comparto delle telecomunicazioni, il settore dei contenuti e quello dei consumers, ossia degli apparati domestici, potessero convergere in applicazioni atte a indirizzare problematiche comuni di avanzamento economico, sociale e ambientale. La cosiddetta convergenza delle 4 C (computer, communication, contents, consumers), secondo le valutazioni di Standard & Poor’s, sta generando un mercato di dimensioni gigantesche, forse secondo soltanto a quello dell’energia.


#SostenibilitàDigitale La sostenibilità come leva del cambiamento
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Si potrebbe dire che la sostenibilità digitale è quell’angolo di vista dal quale si cerca di vedere come il digitale possa aiutare a raggiungere gli obiettivi di sostenibilità,  in una visione circolare che preveda l’analisi di un fenomeno secondo gli impatti economici, sociali e ambientali. La sostenibilità digitale è anche però la verifica di come gli obiettivi di sostenibilità possano influenzare uno sviluppo tecnologico – e digitale – che a sua volta influenzi in modo positivo il raggiungimento degli stessi. Quando si parla di sostenibilità digitale non bisogna quindi mai incorrere nell’errore di guardare solo in un verso perché in un sistema complesso tutte le parti interagiscono tra di loro. La sostenibilità digitale può essere sia un concetto attivo (è il soggetto che fa accadere le cose: senza i sensori e l’analisi statistica dei dati non avrei informazioni su come comportarmi) che per così dire passivo (è l’oggetto che bisogna utilizzare affinché le cose accadano: devo usare il sensore e non i calli della nonna!).

Troppo spesso si confonde questo concetto con la sola sostenibilità della tecnologia. E per di più dal solo punto di vista ambientale. Tuttavia, il concetto di sostenibilità digitale è ben più esteso di quello di tecnologia sostenibile. Secondo Stefano Epifani, presidente della Fondazione di ricerca per la Sostenibilità Digitale – «la sostenibilità digitale definisce il ruolo sistemico del digitale rispetto alla sostenibilità, guardando ad esso da una parte come strumento di supporto per il perseguimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile, dall’altra come elemento da indirizzare attraverso criteri di sostenibilità. In questo duplice ruolo, la sostenibilità digitale riguarda quindi le interazioni della digitalizzazione e della trasformazione digitale rispetto a sostenibilità ambientale, economica e sociale».

Per di più – aggiunge Epifani – «la pur corretta attenzione verso la sostenibilità della tecnologia sta rischiando di sollevare forte attenzione sugli impatti energetici della digitalizzazione rischiando di far scordare il suo ruolo nella lotta all’inquinamento. Tutti evidenziano che il digitale ha un impatto carbonico significativo (il 4% circa), ma allo stesso tempo, pochi ricordano che grazie al digitale si ottengono abbattimenti delle emissioni e dei consumi di energia di ordine di grandezza maggiore».

Il raggiungimento degli obiettivi indicati nell’Agenda 2030 dell’ONU passa necessariamente anche per un percorso di presa di coscienza e di crescita culturale sia delle aziende sia del cittadino sia delle istituzioni.


#SostenibilitàDigitale concetto più esteso di quello di tecnologia sostenibile – Stefano Epifani @DigiTInst
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SOSTENIBILITÀ DIGITALE E SOCIETÀ

Qual è il tasso di conoscenza del concetto di sostenibilità in Italia? E quale è il rapporto percepito tra digitale e sostenibilità? Una ricerca condotta dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale mostra come oltre il 50% del campione dichiari di conoscere bene il concetto di sostenibilità ma anche che lo sviluppo tecnologico sia per oltre il 65% fonte di diseguaglianze, perdita di posti di lavoro e ingiustizia sociale in genere. Dai dati emersi dalla ricerca, balza agli occhi come per il cittadino italiano, una cosa sia dichiarare di conoscere un argomento (nel caso specifico, il concetto di sostenibilità e cosa il digitale può fare a suo sostegno) e un’altra cosa conoscerne invece realmente il significato. Questa conoscenza superficiale sia del concetto di sostenibilità che del rapporto con il digitale è reale anche per le istituzioni? Esiste consapevolezza che il digitale è una leva fondamentale per la costruzione di un mondo sostenibile e che la sostenibilità può essere un fattore guidante per le scelte tecnologiche?

«È evidente che i dati raccolti dalla Fondazione dicono molto su quanto compreso dalla popolazione italiana, che poi si riflette anche sulle istituzioni» – afferma Dimitri Tartari, dirigente con responsabilità del presidio delle politiche dell’Agenda Digitale dell’Emilia-Romagna (ADER), all’interno del Gabinetto del Presidente della Giunta Regionale. «Anche se è pur vero che a partire dall’Agenda 2030 in poi, si sono venute a costituire nel pubblico alcune iniziative che hanno avuto effetti tangibili, con un percorso di analisi, riflessione e reperimento di indicatori e obiettivi strategici calati su tali realtà per il raggiungimento dei goal dell’Agenda 2030». Questo lavoro ha portato tutte le amministrazioni, con risultati diversi, a dotarsi di piani di digitalizzazione partendo dal panorama classico dei servizi ai cittadini. «Sta crescendo – continua Tartari – la consapevolezza che una strategia “sul digitale” non può essere una strategia “del digitale” ma deve tenere conto del contributo che la tecnologia, l’informatizzazione e la digitalizzazione fornisce ai vari settori e agli obiettivi strategici di una istituzione. Ne consegue, la naturale convergenza dell’Agenda 2030 e dell’Agenda Digitale, nel caso di Emilia Romagna, o di altri simili iniziative» – spiega Tartari. In Emilia Romagna si è scelto di partire prima con l’analisi degli obiettivi dell’Agenda 2030 e poi declinare su di essi gli interventi di digitalizzazione andando a coinvolgere tutte le anime della Giunta regionale portandoli a riflettere su come la tecnologia può essere usata per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità. «Condivido molto – afferma Tartari –quanto scaturito dall’Osservatorio attivato dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, relativamente alla comprensione del concetto di sostenibilità a tutti i livelli. Tuttavia, oggi ci si ferma spesso al concetto di “do not significant harm” che si riferisce primariamente al fatto di “non fare almeno male”. Bisogna superarlo per fare qualcosa che invece “possa fare bene” ed essere durevole nel tempo».


#SostenibilitàDigitale una strategia “sul digitale” non è strategia “del digitale” – Tartari @AgendaDigitalER
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Sulla consapevolezza del vero significato di sostenibilità – conclude Tartari – «le istituzioni devono lavorare molto e non in solitaria ma in collaborazione con il settore privato e quello del terzo settore: associazioni, fondazioni e altro». Un tema particolarmente sfidante e che unifica tutti i temi della sostenibilità è quello della produzione, gestione e manipolazione dei dati. Per ottenere il massimo dei risultati occorrerebbe un coordinamento a livello globale. Limitandosi al panorama nazionale, di per sé già molto complesso, si può dire che la dimensione regionale ha già un livello di complessità abbastanza elevato e una numerosità adeguata al fine di strutturare percorsi di sostenibilità efficaci.

APPLICARE PER MISURARE

Entrando nel merito dei progetti, per esempio la progettazione e riqualificazione degli ecosistemi urbani nonché la pianificazione di reti e servizi, come può il digitale aiutare a raggiungere obiettivi di sostenibilità in questi ambiti? «La vera sfida è tenere al centro il cittadino» – afferma Marzio Bonelli, chief innovation information officer di MM spa, società in-house del Comune di Milano che gestisce buona parte del patrimonio pubblico cittadino, dall’edilizia popolare alla gestione idrica, agli impianti sportivi e scolastici. «E quindi, è impensabile non porre massima attenzione alla sostenibilità. Due sono i pilastri su cui investire: il digitale per mettere in atto progetti di sviluppo sostenibile e il capitale umano. Nel mondo della gestione della risorsa idrica – spiega Bonelli – grazie all’utilizzo del digitale e dei sensori IoT si riesce a controllare l’utilizzo dell’acqua e la sua qualità stilando bilanci puntuali e attivando di conseguenza azioni di educazione verso il cittadino per un suo utilizzo migliore e più sostenibile».


#SostenibilitàDigitale La vera sfida è tenere al centro il cittadino – Marzio Bonelli CIO di #MMspa
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Una conseguenza di tale attività è per esempio – come suggerisce Bonelli – «l’installazione capillare delle cosiddette “casette dell’acqua” sul territorio che riescono a garantire una elevata qualità della risorsa idrica e inducono una riduzione delle plastiche, dei costi di smaltimento e di quelli di acquisto. Tutti i moderni sistemi tecnologici che lavorano per i cicli di depurazione dell’acqua potabile sono ideati per essere efficienti dal punto di vista energetico». Questo implica essere più sostenibili, risultato non raggiungibile in assenza del digitale. Dal punto di vista sociale – continua Bonelli – «tutta la digitalizzazione messa in atto negli ultimi anni nell’ambito dei processi lavorativi ha portato alla attivazione di modalità di lavoro del tutto nuove, con un bilanciamento della vita lavorativa e personale sicuramente migliore e più sostenibile. Basti pensare allo smart working o all’interazione con i clienti/cittadini, pur nella consapevolezza di tutti i temi giuslavoristici ancora da indirizzare compiutamente». Uno degli aspetti fondamentali a livello aziendale è la capacità di governare il cambiamento in atto, passando dal parlare di digitale a supporto della sostenibilità, a trattare di digitale a sostegno di una trasformazione digitale sostenibile. «Tutto quello che occorre fare – afferma Bonelli – è mettere al centro della trasformazione la sostenibilità come criterio di bilanciamento, la tecnologia come strumento e le persona come parte attiva di scelte consapevoli».

IL CODICE PUÒ FARE LA SUA PARTE

Un aspetto essenziale da tenere in considerazione è quello relativo alla visione a 360 gradi dell’impatto sostenibile del digitale sui progetti di trasformazione. Se da un lato è vero che il digitale consuma energia (che si spera provenga sempre più spesso da fonti rinnovabili), dall’altro occorre valutare quanto il suo impiego abbia un impatto positivo in relazione agli obiettivi di sostenibilità. In altre parole, non si può guardare solo un piatto della bilancia ma vanno visti entrambi e pesati assieme per valutare correttamente l’impatto sostenibile di un progetto. Il digitale è fatto di codice, tanto codice, spesso non ottimizzato, ereditato da esperienze passate e cresciuto con un sistema di scatole cinesi molto spesso prive di documentazione. Se si vuole adottare il cloud anche in ottica di raggiungimento di alcuni obiettivi legati alla sostenibilità ambientale, molto spesso non si hanno le informazioni corrette per affrontare una migrazione mirata.

«La complessità degli asset software sta soverchiando tutti i CIO anche dal punto di vista del business-as-usual, soprattutto quando si parla di trasformazione» – afferma Massimo Crubellati, country manager di CAST Italia. Tale complessità crescente rende ancora più arduo misurare l’impatto di sostenibilità. Quello che noi facciamo è cercare di aiutare il CIO a comprendere come rendere sostenibile il processo di trasformazione, tenendo conto che circa il 10% della CO2 globale emessa deriva proprio dai portfolio applicativi, con una proiezione di crescita che vedrà il superamento della soglia del 20%.

Tra il 50% e il 70% di queste emissioni, derivanti dall’uso del digitale, è dovuto al codice. Quindi le attività di ottimizzazione dell’infrastruttura o dei progetti di migrazione al cloud impattano per il 30-50% sulle emissioni di CO2 complessive. «L’analisi statica del codice sorgente di una applicazione, in grado di generare una roadmap di trasformazione digitale che produca impatti positivi a livello di sostenibilità, generando inoltre dati attendibili per la misurazione di parametri ESG e la produzione dei bilanci di sostenibilità – spiega Crubellati – è una delle attività che l’offerta software di CAST Italia mette a disposizione dei responsabili IT». Ciò significa che a un dato momento è possibile misurare, guardando al solo codice, il grado di sostenibilità, cioè il consumo energetico di una applicazione o di un intero portfolio. Inoltre, è possibile legare le informazioni ottenute a un percorso di miglioramento. «Da dati in nostro possesso – continua Crubellati – possiamo affermare che lo stato attuale della sostenibilità dei portfolio IT è molto basso e moltissime sono le azioni che possono essere intraprese con il nostro aiuto».


#SostenibilitàDigitale misurare l’impatto di sostenibilità Massimo Crubellati – @SW_Intelligence
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Questo cammino lo si può attuare tramite la proposizione di un percorso di trasformazione digitale in grado di traguardare nel tempo il livello di sostenibilità che ogni azienda si è prefissato di raggiungere anche in relazione ai parametri ESG, andando ad attivare un rapporto tra i responsabili della funzione tecnologica e quelli della sostenibilità che si auspica possa portare sempre più ad attivare progetti sostenibili ‘by default’ e non solo misurati ex-post. Occorre scrivere codice bene e per l’obiettivo che ci si prefigge. Portare, per esempio, un codice non adeguato in cloud fa consumare (e spendere) più che tenerlo on-premise.

IL DIGITALE PER LA SOSTENIBILITÀ

Le recenti analisi di IDC consentono di affermare che entro il 2023, il 60% delle più grandi imprese (G2000) avrà integrato parametri e KPI di sostenibilità nelle proprie operations. «L’importante è utilizzare il digitale per fare in modo che il core business sia ancora più efficace in termini di sostenibilità» – afferma Fabrizio Locchetta, CIO – Digital Business & Technology di Siram Veolia. «Per ottenere risultati sempre migliori in ambito servizi di efficienza energetica, ad esempio per ottimizzare il riscaldamento degli edifici pubblici e privati, è fondamentale l’utilizzo del digitale e la corretta interpretazione dei dati che si ricavano dalle migliaia di sensori attivati al fine di attivare azioni mirate e precise» – continua Locchetta. Quello dei sensori è un esempio di quanto detto in precedenza: «È vero che sono energivori, ma è anche vero che consentono analisi basate su dati reali e immediati che abilitano azioni di efficientamento energetico che messe sul piatto opposto della bilancia riescono facilmente a spostare in positivo il bilancio della sostenibilità».

COME MISURARE LA SOSTENIBILITÀ

Quello che ora manca è capire come misurare il beneficio del digitale, sottolinea Locchetta. «Quanto consuma il digitale lo sappiamo. Ma siamo in grado di calcolare con precisione quanto abbiamo risparmiato perché, ad esempio, il digitale ha ridotto le necessità di spostamento fisico? No, eppure è un dato di fatto». Sono ancora molto limitate, per non dire assenti, le capacità di misurazione dei benefici indotti. Questo non vuol dire che bisogna fermarsi nell’evoluzione, ma che è necessario porsi le corrette domande e cercare le risposte al tema della misurazione dei benefici, che non possono arrivare solo dall’area IT.


#SostenibilitàDigitale La sostenibilità di una tecnologia dipende dal #LCA – Locchetta CIO di #SiramVeolia
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La Fondazione per la Sostenibilità Digitale ha deciso di avviare una prassi UNI proprio con l’intento di arrivare alla definizione di parametri (KPI) che possano in qualche modo misurare gli impatti che il digitale ha in termini di sostenibilità all’interno di un processo di trasformazione digitale. Si tratta di un primo importante passo, unico nel suo genere a livello internazionale, nel percorso di misurazione anche di uno S-ROI (Sustainable return of investment) che abiliti la coscienza ex ante ed ex post di un progetto, nonché per la valutazione del lavoro effettuato internamente o da fornitori esterni all’azienda/istituzione. «Oggi, trasformare non è più una possibilità, è un imperativo che le giovani generazioni chiedono alla nostra come impegno per il loro futuro» – sostiene con forza Locchetta. «Bisogna pensare anche all’etica del digitale e non solo agli aspetti ambientali, a chi è e come è trattato, per esempio, l’attore di uno sviluppo software e non solo a come è il risultato finale». Non solo. Secondo Marzio Bonelli di MM spa, la governance resta la grande esclusa. «La G dell’acronimo ESG quasi sempre resta ai margini dei dibattiti sulla sostenibilità. Al contrario, la Governance di un programma di trasformazione digitale è sempre più essenziale e resta uno degli aspetti più difficilmente misurabili».

GOVERNARE LA SOSTENIBILI

Quando si parla di ESG e si vanno a stilare i bilanci di sostenibilità, uno degli aspetti sotto la lente di ingrandimento è quello relativo al consumo di carta (con relativa deforestazione) e smaltimento dell’inchiostro: due delle problematiche che affliggono da sempre i fornitori di prodotti per la stampa. «Stampare si può fare in modalità sostenibile – sostiene Luca Motta, head of sales Office Print di Epson Italia. «Epson è sostenibile da sempre, fin dai primi anni della sua esistenza, ben prima del concetto di sostenibilità così come pubblicato nel 1987 dall’ONU». Gli obiettivi di Epson sono di breve, medio e lungo termine. «Entro il 2023 – continua Motta – tutti gli uffici commerciali saranno alimentati da energia proveniente da fonti rinnovabili. Entro il 2025, abbiamo l’obiettivo di allineare i processi interni all’azienda per cercare di rimanere nei parametri di riscaldamento massimo di 1,5 gradi previsto per il nostro Pianeta. Infine entro il 2050, abbiamo dichiarato di voler diventare carbon negative. Oggi, in Italia si stampano ancora 60 miliardi di pagine A4 ogni anno. Dal punto di vista tecnologico, Epson ha sviluppato una tecnologia di stampa a freddo con la quale si può ridurre sino al 90% il consumo di energia rispetto alle stampanti laser e generare un minor scarto di materiali di consumo; ad esempio la linea EcoTank non ha cartucce che devono essere smaltite come rifiuto speciale, ma integra capienti serbatoi da riempire con flaconi da riciclare come semplice plastica». Da dati Epson, si evince che usando la stampa a freddo al posto di 40mila dispositivi laser (ma in Italia l’installato è di alcuni milioni), in cinque anni si risparmierebbero circa 7,5 milioni di kWh, si ridurrebbero 2 milioni di chilogrammi di CO2 emessi nell’ambiente e si eliminerebbero 1,7 milioni di cartucce usate. Solo con il risparmio energetico indotto, in 5 anni su questi numeri si risparmierebbero 1,4 milioni di euro. Anche la carta utilizzata per la stampa può essere riciclata e riutilizzata fino a 9 volte grazie alla tecnologia a secco Dry Fiber messa a punto da Epson in PaperLab. I modelli di impresa stanno cambiando, la sostenibilità è la leva di questo cambiamento.

Per il 74% delle aziende globali è strategico misurare i parametri ESG per raggiungere in termini di valore aziendale gli obiettivi inseriti nell’Agenda 2030 dell’ONU. Trasformare le organizzazioni in quest’ottica è tuttavia complesso. Le priorità segnalate dalle imprese nelle indagini globali IDC sono infatti l’allineamento delle strategie aziendali ai requisiti ESG e la trasformazione delle operations. L’obiettivo finale è dare risposte a gli tutti stakeholders che sul tema della sostenibilità sono sempre più sensibili. La quasi totalità delle organizzazioni (95%) registra cambiamenti sostanziali nei comportamenti di acquisto e attenzione a prodotti e servizi sostenibili.


#SostenibilitàDigitale In Italia si stampano 60 miliardi di pagine A4 all’anno – Luca Motta @EpsonItalia
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COME VALORIZZARE I DATI

«Sostenibilità e digitale sono gli occhiali con i quali guardi il mondo e, in funzione di quello che vedi, cerchi di intervenire» – afferma Andrea Bonetti, IT Enterprise architect – Strategie IT e Architetture di Hera. Hera, che è la più grande società italiana nel settore del trattamento rifiuti, ha messo la sostenibilità e l’economia circolare al centro della propria strategia aziendale – dice Bonetti. «A livello IT, occorre analizzare la situazione con attenzione, per comprendere le azioni da compiere e valutare fin dove si vuole arrivare nel percorso legato a una sostenibilità che faccia del digitale una leva fondamentale. Prima di tutto, bisogna definire in modo univoco il termine sostenibilità in relazione al digitale» – continua Bonetti. «Una prima interpretazione riguarda la sostenibilità del digitale misurata in riferimento al consumo energetico del calcolo computazionale, inevitabile ma che deve nei suoi effetti generare un beneficio, nonché le modalità di produzione dell’energia utilizzata: è il parametro più diffuso e la cosa forse più facile, su cui tutti i cloud hyperscalers hanno impegni e forniscono dati.

La seconda interpretazione della sostenibilità è nella dimensione della Corporate Social Responsibility, legata alla misurazione degli impatti del digitale in senso più ampio. In questo senso Hera si muove non solo in termini di rendicontazione per il bilancio di sostenibilità, ma di valutazione ex ante alla partenza di ogni progetto digitale, valutandone gli impatti sulle quattro dimensioni della sostenibilità che ha scelto di monitorare: ambientale, sociale, economica e tecnologica. E qui, il problema della misurazione emerge in modo prepotente e mettere a fuoco i giusti driver e KPI di misurazione è tuttora un work in progress. Ma la domanda più importante, quella sostanziale nella relazione fra sostenibilità e digitale è: cosa può fare il digitale per la sostenibilità, per metterla a terra e sostanziarla di oggettività? «Qui rispondo con uno slogan» dice Bonetti. «Deve sensorizzare il mondo! Perché solo in questo modo si raccolgono i dati, tantissimi dati da analizzare, qualificati e “tracciati” in modo certo, auditabile per garantirne l’affidabilità, per garantire una misurazione della sostenibilità oggettiva».


#Sostenibilità e #Digitale sono gli occhiali con i quali guardi il mondo – Andrea Bonetti @GruppoHera
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Dal punto di vista economico, sociale ed ambientale, per una gestione che sia sempre più sostenibile delle aziende nonché delle amministrazioni centrali e locali occorre e occorrerà sempre più essere in grado di analizzare in modo tempestivo l’enorme quantità di dati che vengono raccolti quotidianamente. È necessario quindi dotarsi di sistemi di analisi che siano intelligenti, reattivi e, perché no, proattivi per essere in grado di prendere decisioni veloci e affidabili. «È corretto raccogliere il maggior numero di dati ma è soprattutto necessario farlo avendo ben chiari gli obiettivi che questa raccolta dovrà avere» – sostiene Giorgio Dossena, presales manager di Qlik. «È necessario individuare metriche condivise per poter confrontare i livelli di sostenibilità. Qlik mette a disposizione una serie di strumenti che consentono di raccogliere dati, che permettono di aggregarli in modo efficace per l’analisi e con una frequenza e forma adeguata. L’intelligenza artificiale aiuta e accelera l’interpretazione del dato – continua Dossena – ma alla fine è sempre l’uomo a dover fare le proprie scelte, con la consapevolezza della cura del capitale umano come patrimonio aziendale. La tecnologia deve essere a supporto, non a sostituzione dell’azione dell’uomo». L’automazione d’altro canto, se definita tramite algoritmi adeguati, può sostituire in molti casi l’azione dell’uomo in modo efficiente ed efficace – come chiarisce Bonetti di Hera – consentendo di incrementare il patrimonio dei dati raccolto, perché i dati vanno raccolti sempre tutti e di più, perché anche di quelli che oggi ti sembrano ridondanti domani potresti avere bisogno. «Occorrono più data engineer e meno data scientist – afferma con un pizzico di provocazione Bonetti – perché prima di tutto devi ingegnerizzare la pipeline: più risorse che sappiano recuperare, manipolare e qualificare il dato nel modo corretto, per passarlo poi a chi lo dovrà interpretare».


#SostenibilitàDigitale – L’AI aiuta e accelera l’interpretazione del dato – Giorgio Dossena @qlik
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Dal punto di vista della sostenibilità, occorre recuperare il dato necessario ed elaborarlo in modo adeguato: «Non serve chiedere i dati di dieci anni precedenti su mille colonne di un foglio Excel, se poi serve guardare una volta al mese il raffronto tra i dati di sole quattro colonne» è invece la giusta considerazione da fare. Secondo Piero Pelizzaro, direttore dell’Unità Organizzativa Officina Rigenerazione dell’Immobile Pubblico dell’Agenzia del Demanio, la vera domanda è: «Quanti dati ci mancano più che quanti dati abbiamo a disposizione. Velocità e tempo sono essenziali nel prendere decisioni. E la raccolta dati deve rispondere a questo obiettivo».

Per Luca Motta di Epson Italia i dati sono essenziali, ma servono a poco se non si analizzano alla luce degli obiettivi. All’interno delle aziende, occorre creare la consapevolezza del valore del dato. «Ancora prima di raccogliere dati, sarebbe necessario raccordarsi tra tutti gli owner per definire tempistiche di disponibilità, nonché modalità e obiettivi di analisi e utilizzo» – spiega Pelizzaro dell’Agenzia del Demanio. «Gestiamo circa 43mila beni immobili e 50.000 beni mobili con un valore di circa 62 miliardi di euro, con una varietà immensa. La tematica della mappatura è quindi molto importante. Il numero di edifici digitalizzati oggi è altissimo, anche se non la totalità. Il principio di selezione in funzione degli obiettivi da raggiungere, per esempio di manutenzione preventiva, risparmio energetico o controllo, è un altro criterio di sostenibilità di cui occorre tenere conto». Nel comparto pubblico non si rendiconterà più per capitoli di spesa ma per raggiungimento degli obiettivi – lo dice il PNRR – e quindi con la necessità di misurare gli impatti reali delle azioni intraprese. Questo fatto ha portato l’Agenzia del Demanio a inserire gli indicatori ESG nel suo piano strategico. «In termini di riduzione dei consumi – continua Pelizzaro – il piano strategico prevede che il 92% degli interventi non contempli più il consumo di suolo. Misurare gli impatti non è più qualcosa di opzionale. La tecnologia digitale e la tecnologia dei nuovi materiali assumono un ruolo essenziale per creare un ecosistema di innovazione di processo, prodotto e funzione con l’obiettivo di riqualificare e rigenerare il territorio».


#SostenibilitàDigitale Gli indicatori ESG come obiettivi strategici – Piero Pelizzaro @agenziademanio
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LA CULTURA DELLA SOSTENIBILITÀ

In questi anni è stato fatto un lavoro immane nel tentativo di affermare una coscienza delle opportunità legate all’utilizzo della tecnologia. «Negli amministratori esiste la consapevolezza che il digitale c’è e serve, tuttavia non esiste percezione reale del valore indotto» – afferma Tartari dell’Agenda Digitale dell’Emilia-Romagna. «Con la dimensione della sostenibilità e degli obiettivi che si vogliono raggiungere sul territorio, la percezione assume contorni molto più precisi e definiti. Nelle istituzioni, la convergenza tra coscienza delle opportunità legate alla tecnologia e consapevolezza che alcuni obiettivi non possono essere raggiunti se non con l’utilizzo della tecnologia è molto più alta che nel recente passato. Tale coscienza risulta molto meno presente nei cittadini: l’uso della tecnologia, senza che se ne misurino i ritorni in un contesto definito, sta creando in certe fasce di popolazione una ritrosia al suo utilizzo» – sottolinea Tartari.

Per Locchetta di Siram Veolia, occorre creare grazie al digitale processi sostenibili e non solo prodotti sostenibili. «Non è sufficiente digitalizzare per diventare sostenibili. Bisogna sempre usare il digitale in modo sostenibile». La necessità di creare cultura condivisa sui temi della sostenibilità digitale nelle amministrazioni pubbliche, nel comparto privato e nell’opinione pubblica, è diventato un obiettivo primario da indirizzare.  «Perché solo chi ha coscienza di una situazione agisce in modo adeguato» – afferma Bonetti di Hera. «Il digitale è per la sostenibilità. Poi occorre che il digitale sia implementato per essere a sua volta sostenibile a tutti i livelli». Lasciando nelle mani dell’uomo il controllo del cammino.

Foto di Gabriele Sandrini


Point of view

Intervista a Massimo Crubellati country manager di CAST Italia: Il CIO nel percorso di trasformazione

Intervista a Luca Motta head of sales Office Printing di Epson: Sostenibilità by design

Intervista Giorgio Dossena presales manager di Qlik: Oltre l’analisi dei dati

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Oltre l’analisi dei dati https://www.datamanager.it/2023/03/oltre-lanalisi-dei-dati/ Mon, 13 Mar 2023 11:05:14 +0000 https://www.datamanager.it/?p=226104 Business e sostenibilità, Qlik fornisce gli strumenti per governare la filiera del dato e affrontare le sfide più complesse, colmando il divario tra dati e azioni Qlik aiuta le aziende di tutto il mondo a lavorare in modo più intelligente e a essere all’avanguardia con una soluzione end-to-end per ottenere valore dai dati anche in ottica […]

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Business e sostenibilità, Qlik fornisce gli strumenti per governare la filiera del dato e affrontare le sfide più complesse, colmando il divario tra dati e azioni

Qlik aiuta le aziende di tutto il mondo a lavorare in modo più intelligente e a essere all’avanguardia con una soluzione end-to-end per ottenere valore dai dati anche in ottica ESG e sostenibilità. «Utilizzare i dati nel modo più sostenibile possibile rende efficiente la lettura del dato in ottica di sostenibilità» – spiega Giorgio Dossena, presales manager di Qlik.

Come esplorare e capire i dati

Qlik Active Intelligence Platform è l’unica piattaforma sul mercato che consente di esplorare apertamente i dati, dando a tutti, a qualsiasi livello di competenza, la possibilità di fare scoperte reali che portano a risultati concreti. «La strategia di Qlik sui dati verte su due pilastri» – spiega Dossena. «Il supporto all’acquisizione e l’analisi/visualizzazione. Le soluzioni di Qlik aiutano il business a raccogliere il dato che gli serve nei tempi corretti, con le specificità necessarie e nel modo più efficiente ed efficace possibile, mettendo a disposizione strumenti per la visualizzazione in modo da facilitarne l’interpretazione e renderlo disponibile. La vista per singoli indicatori aiuta efficacemente il business a verificare i KPI necessari senza dover navigare attraverso migliaia di informazioni. Per esempio, aiuta i sistemi sanitari a scoprire le variazioni delle cure in modo da poter trattare i pazienti con maggiore successo. Oppure offre visibilità ai retailer della supply chain in modo che possano mantenere il flusso delle scorte». Semplificare aiuta la comprensione della complessità, e anche per questo Gartner ha nominato Qlik, leader nel Magic Quadrant per le piattaforme di analytics e di business intelligence, per il dodicesimo anno consecutivo.


#SostenibilitàDigitale I dati per affrontare le sfide più complesse – Giorgio Dossena @qlik
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La filiera del dato

I dati sono come il petrolio: « “Scivolosi” e si espandono, creando entropia» – afferma Dossena. «La governance del dato è di primaria importanza. Innanzitutto, il dato deve essere certificato e trasparente in modo da eliminare ambiguità nella sua ownership e deve essere chiara la modalità con cui è stato rilevato o calcolato. Poi il dato deve essere interpretato in modo efficace, anche grazie a metodologie quali l’intelligenza artificiale e il machine learning. L’intervento di controllo e di interpretazione finale deve essere presidiato dall’uomo, oggi più che mai in quanto i dati sempre più indirizzano le scelte». Governare implica anche avere la capacità e la conoscenza adeguata. Per questo, Qlik aiuta le aziende in questo percorso di educazione, tramite formazione di base, di cultura della data literacy – in pratica come posso e devo gestire il dato – e di aiuto all’implementazione dei progetti. «Lo facciamo – continua Dossena – grazie a una consulenza mirata e specialistica per garantire l’adeguata qualità del risultato, tramite il corretto utilizzo della tecnologia e utilizzando l’architettura migliore per lo specifico cliente e utilizzo, sia questa cloud-based oppure on-premise o un mix delle due». In tutti i casi, Qlik mette a disposizione le migliori tecnologie di acquisizione, gestione, visualizzazione e aiuto all’interpretazione dei dati. In altre parole, acquisisco – dall’interno o dall’esterno tramite un’architettura basata su API open – visualizzo, trasformo, interpreto e agisco: la filiera del dato è così totalmente gestita da Qlik.

 

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Sostenibilità by design https://www.datamanager.it/2023/03/sostenibilita-by-design/ Mon, 13 Mar 2023 11:05:01 +0000 https://www.datamanager.it/?p=226102 La sostenibilità è nel DNA di Epson: inizia dalla progettazione, che considera anche la parte di fine vita, per arrivare all’utilizzo dei prodotti In Epson, la tecnologia è guidata dall’impegno nei confronti della società e dell’ambiente. Un impegno che si concretizza nello sviluppo di tecnologie sostenibili per offrire soluzioni a basso impatto economico e ambientale […]

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La sostenibilità è nel DNA di Epson: inizia dalla progettazione, che considera anche la parte di fine vita, per arrivare all’utilizzo dei prodotti

In Epson, la tecnologia è guidata dall’impegno nei confronti della società e dell’ambiente. Un impegno che si concretizza nello sviluppo di tecnologie sostenibili per offrire soluzioni a basso impatto economico e ambientale a persone e aziende. La sostenibilità è un valore presente sin dalla sua fondazione. «Sin da quando, dopo il primo anno di attività, ci si rese conto del possibile impatto sull’ambiente, si adottarono subito delle misure di trattamento delle acque reflue, considerato che la sede Epson è sulle sponde del lago di Suwa, nel nord del Giappone. Era il 1942 e già negli anni Ottanta, prima di tutti, Epson presentò un programma di eliminazione dei CloroFluoroCarburi, responsabili del buco nell’ozono, portandolo a termine prima dei tempi» – racconta Luca Motta, head of sales Office Print di Epson Italia. A ottanta anni di distanza, Epson si è posta l’obiettivo di contribuire, entro il 2025, al mantenimento del surriscaldamento del Pianeta all’interno di massimo 1,5 gradi, come definito dagli accordi internazionali, e, entro il 2050, di diventare una azienda carbon negative e non utilizzare più risorse naturali non rinnovabili. Gli obiettivi intermedi prevedono l’utilizzo di energie rinnovabili entro quest’anno in tutto il mondo, e processi di decarbonizzazione a livello industriale.

Meno consumi e scelte più green

Al fine di raggiungere questi obiettivi, Epson ha da tempo perseguito lo sviluppo di una tecnologia di stampa sostenibile, la tecnologia di stampa a freddo (Heat-Free), che porta importanti miglioramenti sia a livello hardware che di funzionamento e manutenzione. «Considerando che solo in Italia si stima vengano stampate circa 60 miliardi di pagine A4 ogni anno – commenta Luca Motta – anche solo una riduzione minima dell’impatto energetico di una singola operazione di stampa porterebbe enormi vantaggi». Proprio sulla linea della politica di sostenibilità perseguita, Epson ha annunciato che entro il 2026 non venderà più stampanti laser in tutto il mondo. «Se in tutto il mondo si passasse da laser a getto d’inchiostro – continua Motta – si ridurrebbe il consumo di energia del 52,6% e con le inkjet Epson sino al 90% grazie alla tecnologia di stampa a freddo, una tecnologia presente su tutte le linee Epson, dall’office alle stampanti consumer che, dotate di serbatoi al posto delle classiche cartucce, riduce anche i rifiuti con minore scarto di materiali di consumo, oltre alla ridotta necessità di stoccaggio e trasporto». Essendo le soluzioni già pronte, il risparmio potrà essere realizzato sin da subito sia dai singoli consumatori sia dalle aziende oltre che dagli stabilimenti di stampa grafica e produzione industriale.


#SostenibilitàDigitale – Un passo avanti nella difesa dell’ambiente – Luca Motta @EpsonItalia
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Cultura della stampa sostenibile

Rendere i processi più sostenibili è un altro tema che sta a cuore all’azienda giapponese. Su questo fronte, Epson è impegnata nella diffusione di un cultura della stampa sostenibile grazie a iniziative portate avanti con i partner certificati per il ridisegno dei processi di stampa e gestione documentale. «Oggi, Epson – spiega Luca Motta – si prefigura non più come produttore o venditore di soluzioni di stampa, ma come consulente per la digitalizzazione sostenibile del lavoro, accompagnando il cliente non solo nella scelta tecnologiche ma anche nella trasformazione digitale dei suoi processi documentali». Il futuro non si ferma ed Epson quindi si impegna nella ricerca e sviluppo di soluzioni concrete di economia circolare. Una soluzione per tutte indica chiaramente il percorso imboccato: Epson PaperLab. «La tecnologia progettata e realizzata dai laboratori Epson, già disponibile sul mercato, permette di riciclare la carta usata per la stampa direttamente in azienda con un processo a secco che consente un notevole risparmio di acqua, rispetto a quella che comunemente viene usata nei processi tradizionali» – spiega Motta. «Un foglio di carta usato per la stampa può essere rigenerato e riutilizzato sino a 9 volte: tutto con un apparato che al momento ha dimensioni importanti ma a breve assumerà quelle di un grande multifunzione».

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Il CIO nel percorso di trasformazione https://www.datamanager.it/2023/03/il-cio-nel-percorso-di-trasformazione/ Mon, 13 Mar 2023 11:04:48 +0000 https://www.datamanager.it/?p=225818 Processi trasformativi, supply chain e rischi sotto controllo con la Software Intelligence di CAST che abilita il monitoraggio continuo dei parametri ESG e dei costi operativi La Software Intelligence consente ai CIO di prendere decisioni informate e di creare una relazione trasparente coi business owner, partner e fornitori. Grazie al costante investimento in R&D e all’adesione […]

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Processi trasformativi, supply chain e rischi sotto controllo con la Software Intelligence di CAST che abilita il monitoraggio continuo dei parametri ESG e dei costi operativi

La Software Intelligence consente ai CIO di prendere decisioni informate e di creare una relazione trasparente coi business owner, partner e fornitori. Grazie al costante investimento in R&D e all’adesione ai principali standard internazionali, CAST garantisce l’accuratezza e la veridicità delle misure automatiche usate nella governance della trasformazione digitale a 360 gradi – come spiega Massimo Crubellati, country manager di CAST Italia.

SOSTENIBILITÀ, CLOUD E GOVERNO DELLA TRASFORMAZIONE

Le soluzioni CAST sono al fianco del CIO in tre attività molto importanti. «Innanzitutto – spiega Crubellati – lo guida nella creazione del proprio business case ESG come roadmap evolutiva sia in termini di tempistiche che di costi e complessità della trasformazione da attuare». Il cloud può essere visto come la modalità più semplice per ottimizzare l’infrastruttura di una azienda, tuttavia – avverte Crubellati – «pone problemi di migrazione e governance di un processo trasformativo che può risultare anche molto complesso se si vuole trarre da questa soluzione il massimo di benefici sia in termini di flessibilità che di costi operativi». CAST aiuta il CIO nella creazione del journey-to-cloud con due caratteristiche peculiari: «Analisi dell’affidabilità e solidità del processo trasformativo, verifica della sostenibilità dei costi legati al servizio in cloud». Infine, CAST aiuta a industrializzare il processo di aggiornamento del parco applicativo – continua Crubellati – «che è essenziale sia per un percorso di migrazione al cloud che apporti vero valore sia per essere certi di avere sempre in operatività software aggiornabile e manutenibile. Ma anche ogni volta che avvengono in azienda operazioni di M&A, per attuare una due-diligence del panorama applicativo acquisito o in fase di acquisizione con conseguente stima di costi e tempi per l’attuazione».


#SostenibilitàDigitale Le soluzioni CAST sono al fianco del #CIO – Crubellati @SW_Intelligence
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Il PORTFOLIO APPLICATIVO DI CAST

Il portfolio applicativo di CAST è formato principalmente da due piattaforme. CAST Highlight è la soluzione di technical due diligence che abilita la misurazione rapida di un intero portfolio sulle dimensioni analitiche di cloud readiness, open source risk, software health e green impact. «I risultati – continua Crubellati – sono utilizzati sia nei processi trasformativi, come la costruzione di una strategia di cloud journey, sia nei processi di governance, come control tower del portfolio applicativo». CAST Imaging è la piattaforma che, attraverso un meccanismo di reverse engineering full-stack, implementa le funzionalità di supporto all’industrializzazione dei processi di modernizzazione applicativa e legacy offloading, dal controllo della supply chain software, alla vendor governance e il supporto al DevSecOps, fino al controllo del carbon footprint applicativo. «Attraverso la capacità di creare un digital twin degli asset applicativi, comprendendo oltre 80 tecnologie, la piattaforma permette di portare trasparenza in tutti i processi di governo ICT». CAST raggiunge i propri clienti sia in modo diretto che tramite partner, che possono essere cloud provider, advisory e system integrator, portando valore aggiunto alle loro offerte e fornendo ai CIO la possibilità di continuare a utilizzare i propri principali partner consolidati.

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Cybersecurity, fattore umano come prima linea di difesa https://www.datamanager.it/2023/03/cybersecurity-fattore-umano-come-prima-linea-di-difesa/ Fri, 10 Mar 2023 10:00:35 +0000 https://www.datamanager.it/?p=225951 Investire in formazione per rispondere all’impennata di attacchi cyber e proteggere il valore aziendale. Mercato della sicurezza in crescita, ma in Italia mancano i professionisti. La sfida delle competenze e la necessità di una cultura organizzativa resiliente La formazione rappresenta una delle risposte più efficaci che le aziende possono mettere in atto per rispondere all’impennata […]

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Investire in formazione per rispondere all’impennata di attacchi cyber e proteggere il valore aziendale. Mercato della sicurezza in crescita, ma in Italia mancano i professionisti. La sfida delle competenze e la necessità di una cultura organizzativa resiliente

La formazione rappresenta una delle risposte più efficaci che le aziende possono mettere in atto per rispondere all’impennata di attacchi cyber. Serve una solida e diffusa cultura della sicurezza informatica in grado di incidere sulle capacità organizzative e ridurre i rischi. La carenza di competenze in ambito security affligge da diversi anni le aziende di tutti i settori. Secondo Roberto Baldoni, direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), in Italia mancherebbero circa 100mila figure professionali per coprire le necessità più immediate. Anche se la cifra non sarebbe il risultato di un calcolo preciso. Il problema non è solo italiano. Secondo ISC2, l’associazione internazionale che riunisce i professionisti della sicurezza informatica, mancherebbero a livello globale più di quattro milioni di specialisti. «A preoccupare è il gap in costante aumento» – spiega Diego Pandolfi, consulting manager – Custom Solutions di IDC Italia. «I CIO segnalano come siano molte di più le posizioni aperte nell’area della sicurezza informatica rispetto ai professionisti disponibili. Uno shortage che deriva dalla crescente domanda di professionisti in grado di gestire nuove architetture IT e nuovi modelli operativi, in seguito all’adozione di tecnologie come il cloud o l’Internet of Things, e di nuovi modelli di lavoro e di offerta, sempre più basati sul digitale e su servizi connessi, che hanno dilatato la superficie di attacco». Per la verità non mancano solo le competenze. Anche le risorse per pagarle (o la volontà di farlo) scarseggiano. I livelli salariali nel settore sono tra i più bassi tra i Paesi OSCE. I nostri cervelli migliori vanno all’estero dove sono pagati meglio e possono fare esperienze più qualificanti. La PA può provare a richiamarne alcuni e ad attrarne altri con stipendi più allineati, ma nel privato solo una ristretta minoranza di aziende può permettersi di retribuire adeguatamente un professionista della sicurezza.

PIÙ INVESTIMENTI IN FORMAZIONE

«La formazione, specialistica per l’IT e trasversale a tutti i dipendenti, rappresenta una delle risposte più efficaci che le aziende possono mettere in atto» – afferma Pandolfi. In base a una recente indagine condotta da IDC, la cybersecurity awareness emerge come una delle principali priorità di investimento in ambito security per il 42% delle aziende italiane. «Alla pari delle tecnologie – continua Pandolfi – le persone devono essere costantemente aggiornate sui principali rischi a cui oggi è soggetto il business, sulle tecniche di attacco più diffuse e quelle emergenti, e su come prevenire questi rischi con soluzioni di sicurezza e comportamenti adeguati». La formazione in ambito sicurezza, oltre ai professionisti IT, deve coinvolgere in modo trasversale tutti i dipendenti dell’azienda, con l’obiettivo di sensibilizzare e diffondere cultura e consapevolezza. Il settore, secondo i dati IDC, cresce in Italia tra il tre e il quattro per cento all’anno.


#cybersecurity La formazione come risposta strategica – Diego Pandolfi @idcitaly
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«La maggior parte delle aziende si affida a fornitori specializzati, in grado di erogare servizi di training specialistici, innovativi e coinvolgenti. Nel corso degli ultimi dodici mesi, stando alle ultime rilevazioni di IDC condotte a livello europeo, il 65% delle aziende ha acquistato servizi di education e security training da provider esterni» – spiega Pandolfi.  L’area della cybersecurity e della data protection emerge come quella principale nella quale le aziende faticano a trovare professionisti. Il 44% delle aziende italiane riconosce la carenza di competenze come una delle principali sfide, che impatta in modo significativo la loro capacità di migliorare le strategie di protezione del business. «Alla carenza di dipendenti adeguatamente formati – prosegue Pandolfi – le aziende associano la possibilità di registrare una contrazione dei ricavi, perdere terreno in termini di competitività, e di non essere in grado di rispondere adeguatamente alle richieste dei clienti o di non raggiungere i propri obiettivi in termini di crescita e innovazione».

Le priorità che guidano le aziende verso la formazione sono tre: la necessità di un continuo upskilling e reskilling delle risorse, soprattutto in un’area in costante evoluzione come quella della sicurezza informatica; l’urgenza di stare al passo con le rapide evoluzioni degli attacchi; e l’esigenza di implementare architetture di protezione innovative basate sulle ultime tecnologie disponibili (cloud, Zero Trust, OT security).

Con il progressivo aumento di device connessi alla rete e di utenti che devono accedere alle reti aziendali da remoto, la formazione del personale IT deve essere costantemente aggiornata. Questa esigenza di aggiornamento si sta focalizzando in particolare su alcuni ambiti tecnologici: cloud security, OT security, IoT security, tecnologie di data protection (Data Loss Prevention, data discovery, encryption, key management), modelli di security analytics e intelligence, e principi di security by design e privacy by design.

I professionisti dell’area IT security – continua Pandolfi – dovranno infatti essere sempre più in grado di gestire queste tecnologie, comprendere e abilitare nuovi modelli architetturali, come SASE o Zero Trust, e condurre analisi approfondite su enormi quantità di dati per rilevare tempestivamente eventuali intrusi nella rete o anomalie nei comportamenti degli utenti, attraverso servizi di security monitoring e threat intelligence».

Su scala europea, la formazione – secondo gli analisti di IDC – si focalizza su tre principali tipologie di programmi. La prima è tecnologica ed è indirizzata ai professionisti IT e della sicurezza con l’obiettivo di sviluppare competenze specifiche non solo su alcune tecnologie e modelli architetturali, ma anche su ambiti trasversali, come le analisi avanzate in tempo reale (analytics, intelligence, automation), per individuare tempestivamente e con le tecniche più adeguate eventuali intrusi o attacchi in corso. La seconda tipologia di programmi riguarda le metodologie di collaborazione efficace, l’aggiornamento normativo, la compliance e i comportamenti da adottare per scambiare in sicurezza dati e informazioni con altre funzioni aziendali.

La terza tipologia si concentra sulle attività di “cyber range” per condurre esercizi realistici di simulazione di attacco per verificare la validità delle strategie di protezione e mettere a punto procedure di difesa adeguate e su programmi di sensibilizzazione alla sicurezza (awareness) per fornire a una vasta platea di collaboratori la conoscenza delle finalità e dei metodi adottati dagli aggressori e dei comportamenti più idonei da adottare per proteggere informazioni e sistemi aziendali.


#cybersecurity priorità di investimento per il 42% delle aziende italiane – Diego Pandolfi @idcitaly
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COINVOLGENTE E RILEVANTE

La formazione per produrre effetti benefici deve soddisfare alcuni requisiti. Duole sottolinearlo, ma spesso viene vissuta come un supplizio. Troppo tecnica, soprattutto da parte di chi non ha un bagaglio di conoscenze adeguato a comprendere la tecnologia. Oppure poco coinvolgente, fatta di presentazioni lunghe e noiose che fanno rapidamente calare l’attenzione. Ancora: poco interattiva, lontana dall’incoraggiare la partecipazione attiva. E in ultima, analisi poco rilevante quando i destinatari non vedono una connessione diretta con le loro attività. La formazione deve essere personalizzata per soddisfare le esigenze specifiche dell’azienda e del proprio personale. Perciò anzitutto è fondamentale partire da una mappatura delle aree che necessitano di essere migliorate, documentare aspetti critici e fattori di vulnerabilità e individuare le metriche più adatte per determinare l’efficacia dell’intervento.

«Per funzionare, la formazione deve essere coinvolgente, interattiva, integrata nella cultura aziendale e supportata dalla leadership» – spiega Luisa Franchina, componente del Comitato direttivo di CLUSIT. «In questo modo, i destinatari saranno più inclini a considerare la formazione sulla sicurezza informatica come un valore importante e a seguirne le pratiche». Detto questo per rendere la formazione sulla sicurezza informatica coinvolgente, è meglio utilizzare metodi di formazione interattivi, come simulazioni, esercitazioni pratiche e giochi di ruolo. Tra le nuove metodologie di formazione e di awareness ci sono le cosiddette tecniche attive come le attività di gamification e serious game, le simulazioni table-tob e le simulazioni operative.

«Tutte queste tecniche – spiega Luisa Franchina – consentono un incremento della consapevolezza attraverso la partecipazione attiva dell’utente. Il punto di partenza sono processi, procedure e istruzioni operative già in vigore, che verranno testate durante le attività previste». Tra le tecniche passive rientrano invece i role play, i seminari e le serie TV. «Nei primi – continua Francina – gli utenti assistono a un evento simulato da attori che inscenano la gestione di un evento di sicurezza in un contesto reale. Nei seminari vengono presentate esperienze vissute direttamente dagli operatori, dai decisori finali o dalle vittime durante un evento critico o un’emergenza. Le serie TV sono costituite da episodi di breve durata che illustrano criticità tipiche del settore di riferimento».


#cybersecurity La formazione diventa personalizzata, coinvolgente e interattiva – Luisa Franchina @Clusit
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In quest’ottica, le aziende si stanno orientando su programmi di formazione coinvolgenti per essere più apprezzati dai dipendenti e ottenere risultati migliori. I temi principali sono la data privacy, il phishing e il ransomware. IDC registra una crescita della domanda di servizi di formazione innovativi, erogati attraverso piattaforme digitali, in modalità video e che possono prevedere anche l’intervento di un formatore da remoto. La maggior parte delle aziende sta aumentando la spesa in formazione virtuale, riducendo quella in aula, sia per motivazioni legate a una maggiore flessibilità, sia per aumentare il coinvolgimento dei dipendenti attraverso contenuti audio/video. Ma anche per ridurre i costi. «Con la formazione virtuale – spiega Pandolfi di IDC Italia – le aziende possono erogare programmi di sensibilizzazione e consapevolezza più volte l’anno, in base agli aggiornamenti necessari, senza dover sostenere costi elevati per sessioni in aula periodiche» rileva Pandolfi.

IL CEMENTO DELLA SICUREZZA

La cultura della sicurezza è come il cemento che tiene insieme i mattoni: deve essere plastico e di buona qualità per permettere alla struttura di assorbire i colpi.  Al di là di budget sovradimensionati – per chi se li può permettere – della rincorsa alla tecnologia e di formazione dedicata, la sicurezza informatica richiede la costruzione di una cultura della resilienza all’interno della propria organizzazione.

Numerosi studi dimostrano in modo convincente che la cultura della sicurezza diffusa riesce a incidere in modo profondo sulle capacità organizzative di ridurre i rischi. Aziende e organizzazioni sono vulnerabili agli attacchi informatici perché spesso lo sono le persone al loro interno. Impreparate se non addirittura ignare di fronte ai pericoli informatici. I comportamenti a rischio quasi sempre dipendono da cause legate ai comportamenti di singoli individui: ignoranza dei rischi informatici, errori o pratiche fraudolente e limitate capacità di decision-making. Tutte cause che però sono riconducibili alla mancanza di cultura organizzativa dell’azienda. «L’impostazione aziendale determina la cultura, la consapevolezza, la motivazione del personale» – spiega Luisa Franchina di CLUSIT. «Anche se poi ciascun individuo ha comportamenti propri che prescindono, purtroppo, da qualsiasi politica aziendale». Perciò non basta intervenire sul fattore umano. Occorre costruire una cultura aziendale della sicurezza informatica. Che non significa semplicemente raccomandare ai propri collaboratori una serie di comportamenti accettati o mettere in piedi qualche simulazione di un attacco di phishing. Misure intendiamoci sempre auspicabili in un Paese come il nostro nel quale la formazione è da sempre la cenerentola dei budget. L’obiettivo, invece, è indirizzare valori e comportamenti verso una cultura della sicurezza allineata a esigenze e valori espressi dall’azienda, terreno ideale per veicolare regole e policy.


#cybersecurity La formazione virtuale: più flessibile e meno costosa – Luisa Franchina @Clusit
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Ogni organizzazione esprime una certa cultura che contribuisce alla formazione di un ambiente sociale e psicologico ben definito. Un sistema che informa i comportamenti rilevanti nello svolgimento di qualsiasi attività. Sicurezza compresa. La cultura organizzativa è una componente indispensabile per costruire un sistema solido sul quale basare tutta l’organizzazione dell’azienda. Sebbene si tratti di un elemento astratto, nella realtà trova innumerevoli applicazioni. Per esempio, quando responsabili, gruppi e individui credono che sia un loro compito importante quello di aiutare a mantenere sicura l’organizzazione e fanno di tutto per raggiungere questo obiettivo. Questi atteggiamenti guidano i comportamenti.

L’esempio deve arrivare dal management che ha la responsabilità di allineare valori e comportamenti dell’intera organizzazione alle esigenze di sicurezza espressi dall’azienda, mettendo in campo azioni specifiche per modellare gli atteggiamenti del proprio team. Pensiamo a quel che si fa – o non si fa mai abbastanza – in termini di costruzione di una cultura della sicurezza fisica negli ambienti industriali, dove sono numerosi i rischi fisici a cui sono esposti i lavoratori e dove la sicurezza è fondamentale. Qui per i responsabili della sicurezza – almeno sulla carta – dovrebbe essere agevole convincere i lavoratori della necessità di conoscere, prevenire i pericoli, assumere atteggiamenti responsabili e proteggersi, diffondendo così la sicurezza e auspicabilmente ridurre gli incidenti. Costruire una cultura organizzativa, facendo leva sugli stessi meccanismi, potrebbe funzionare anche per la sicurezza informatica.

La formazione è necessaria per favorire un atteggiamento corretto verso la sicurezza informatica dell’azienda. Ma non è di per sé sufficiente. La formazione fornisce un terreno comune e stabilisce aspettative, rende espliciti i comportamenti desiderati ma non cambia sufficientemente valori, atteggiamenti e credenze. Non basta cioè per plasmare la cultura. Il supporto e l’intervento diretto dal management è invece la condizione necessaria. Secondo un filone consolidato di studi, le culture di successo sul tema della sicurezza informatica sono alimentate da uno o più leader che indirizzano le azioni necessarie per guidare i valori, gli atteggiamenti e le convinzioni dell’organizzazione. Secondo questa interpretazione un leader desidera promuovere comportamenti efficaci di sicurezza informatica come riconoscere un’e-mail di phishing o allargare la partecipazione a discussioni di gruppo su come proteggere l’azienda. Il suo obiettivo è di indirizzare entrambi i tipi di comportamento: quelli necessari per l’organizzazione e quelli che sono responsabilità del singolo. «La cultura si plasma soprattutto con l’esempio» – afferma Franchina.

«Il management in questo ha una grande responsabilità. Cambiare la cultura organizzativa per sostenere la sicurezza informatica richiede un impegno continuo e a lungo termine da parte della leadership aziendale e di tutti i dipendenti. Ma è un investimento che può aiutare a prevenire comportamenti rischiosi e a proteggere l’azienda da potenziali minacce alla sicurezza informatica».


#cybersecurity Carenza di competenze: il 44% delle aziende italiane ne risente – Diego Pandolfi @idcitaly
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In quest’ottica, la valutazione delle prestazioni è importante per cambiare comportamenti e valori. Con la valutazione formale dei comportamenti di sicurezza, le persone comprendono cosa l’azienda si aspetta da loro, tenendo traccia dei risultati delle esercitazioni e informando preventivamente collaboratori e dipendenti. Bastone e carota sono i classici meccanismi utilizzati per orientare i comportamenti. Nell’esempio dell’esercizio di phishing, quando un partecipante fallisce nella prova una prima volta, potrebbe essere obbligato a seguire un corso supplementare per aiutarlo a superare le sue difficoltà. Scalando via via, fino a misure più severe. Per tutti coloro che invece superano le prove, un adeguato sistema di incentivi può di spianare la strada, come avviene nei percorsi di carriera. Quando in campo si riescono a mettere meccanismi intelligenti, le probabilità che le persone incappino in errori calano sensibilmente.

CYBER-CULTURA COMPETITIVA

«Rispetto al passato, la formazione nell’area della sicurezza informatica può rappresentare una reale fonte di vantaggio competitivo» – afferma Pandolfi di IDC Italy. «Per esempio, riducendo la possibilità che un attacco informatico vada a buon fine. Con un business sempre più distribuito e connesso anche le aziende che sono in grado di dotarsi delle tecnologie e dei modelli architetturali più all’avanguardia, se non possiedono dipendenti adeguatamente preparati a gestire eventuali attacchi vedranno svanire molti degli sforzi e degli investimenti effettuati». Non solo. Un’organizzazione che riesce a costruire una cultura di sicurezza efficace riduce i rischi di incidenti informatici che possono causare interruzioni nella produzione. Più in generale una cultura diffusa della sicurezza informatica contribuisce a ridurre i costi dell’organizzazione in diverse forme: dalla riduzione dei premi assicurativi al contenimento o azzeramento di multe e sanzioni per violazioni della sicurezza, dalla diminuzione dei costi per riparazioni e sostituzioni di attrezzature all’abbassamento delle perdite di prodotto.


#cybersecurity La formazione che funziona è supportata dalla leadership – Luisa Franchina @Clusit
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Un’azienda che comunica a clienti e fornitori il suo impegno per la protezione dei dati, aumenta la fiducia e la reputazione dell’azienda. Anche perché gli stessi clienti e fornitori in modo sempre più esplicito si chiedono se l’azienda con cui operano sia sufficientemente sicura per fare affari. Se infatti la sicurezza informatica nel recente passato non rappresentava un fattore chiave nella scelta dei fornitori questo atteggiamento sta cambiando radicalmente. Quando sono nelle condizioni di poter scegliere, le aziende preferiscono fare affari al riparo da violazioni informatiche indotte. I fornitori a loro volta se riescono a dimostrare di aver raggiunto un livello di sicurezza superiore a quello di un concorrente possono beneficiare di un vantaggio competitivo. Infine, un ambiente di lavoro più sicuro e protetto può aumentare la soddisfazione del lavoro da parte del personale, riducendo assenteismo e abbandono dell’attività. Tutti questi fattori possono combinarsi per migliorare le performance di sistema, creando un vantaggio per l’intera organizzazione, aiutandola a distinguersi dalla concorrenza.


Cyber Guru: Rischio cyber e fattore umano

Eustema: Blockchain per i Patronati

Kaspersky: La gamification nella formazione

Maticmind: L’analisi del rischio in primis

Zscaler: Zscaler, soluzioni al servizio del lavoro agile

 

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Mitel, le connessioni come valore di business https://www.datamanager.it/2023/03/mitel-le-connessioni-come-valore-di-business/ Fri, 10 Mar 2023 09:30:32 +0000 https://www.datamanager.it/?p=225812 Con una crescita costante negli ultimi tre anni, prosegue l’ascesa in Italia del colosso canadese della UCC, attraverso una rete di partner e distributori sempre più importante, fra cui spicca la novità Esprinet Fondata in Canada 50 anni fa, Mitel è uno dei player di riferimento nel settore della Unified Communication. Storicamente, affonda le sue radici […]

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Con una crescita costante negli ultimi tre anni, prosegue l’ascesa in Italia del colosso canadese della UCC, attraverso una rete di partner e distributori sempre più importante, fra cui spicca la novità Esprinet

Fondata in Canada 50 anni fa, Mitel è uno dei player di riferimento nel settore della Unified Communication. Storicamente, affonda le sue radici nel mondo delle reti e dei sistemi telefonici. Oggi, è un’azienda globale che viaggia sopra il miliardo di dollari di fatturato, dato ormai stabile da anni, con quasi tremila dipendenti nel mondo. Nel 2014, l’acquisizione di Aastra Technologies ha permesso a Mitel, fino a quel momento presente per lo più in America, il salto di qualità in Europa e soprattutto in Italia, dove occupa una posizione di leadership nel settore dei sistemi di Unified Communication tradizionali. In Italia, l’azienda è presente con una filiale commerciale che propone una strategia indiretta di go-to-market, con un giro d’affari in costante crescita. Il modello di commercializzazione delle soluzioni si basa su un’ampia rete di distributori e partner. L’azienda intercetta la domanda di soluzioni, prodotti e servizi per la pubblica amministrazione, la sanità, le navi da crociera, la formazione, i servizi finanziari e l’assistenza sul campo.

Diversificazione e integrazione

«In termini di ordinato annuo cresciamo costantemente da oramai tre anni» – racconta Danilo Piatti, amministratore delegato di Mitel Italia dal 2019. «Si tratta di una crescita che si sostanzia attraverso una strategia che punta alla diversificazione dei mercati. Tre anni fa, l’80 per cento del fatturato italiano veniva infatti dalla pubblica amministrazione. Oggi, ci stiamo avvicinando a ritmo sostenuto all’obiettivo strategico di arrivare a un “fifty-fifty” tra pubblico e privato. Non ci siamo ancora, ma solo perché stiamo facendo ancora grandi cose nella PA. Però il mix è completamente cambiato. Grazie a un portafoglio di offerta molto ampio, il nostro obiettivo è di puntare su diversi vertical come l’hospitality, che in altri paesi è già molto sviluppato e che in Italia ci ha permesso di ottenere ottimi risultati».

Se in Italia, Mitel è conosciuta principalmente per il mercato delle grandi aziende pubbliche e private, nel mondo l’azienda è famosa per il mid-market, cioè per quella fascia di clienti che viaggia tra i 50 e i 500 utenti. «Abbiamo raggiunto anche in Italia una grandissima quantità di aziende di fascia medio-alta, che rappresentano il nostro target naturale» – spiega l’AD. «Allo stesso modo, la rete di partner e distributori è cresciuta tantissimo, favorendo l’apertura di nuovi canali di interlocuzione e nuove opportunità di mercato a fronte di una copertura molto più ampia». Il punto di svolta è riuscire a rendere più capillari le attività di un brand che ha un potenziale molto importante. «Di tutte le aziende che operano nel settore delle soluzioni legate alle reti telefoniche – continua Piatti – Mitel è l’unica che vanta una posizione di leadership in tutti e tre i segmenti di mercato: enterprise, mid-market e anche small e medium business».

Il mondo sta cambiando velocemente e l’Italia è uno dei paesi più ricettivi rispetto alle novità che l’azienda punta a introdurre. «Le piattaforme di collaboration e videocomunicazione fanno parte dell’offerta Mitel, ma la convergenza tecnologica è tale per cui tutte queste tecnologie vengono aggregate sotto un unico ombrello» – spiega Piatti. «Le nostre soluzioni applicative soddisfano requisiti di collaboration molto spinti, senza sottovalutare l’aspetto dell’integrazione gestionale. La capacità di sapere far dialogare le tecnologie sta diventando un aspetto fondamentale. Garantiamo un’integrazione molto forte con il mondo Microsoft. E questo rappresenta un’opportunità, non una penalizzazione. Soltanto riuscendo a mettere assieme le varie tecnologie si migliora la customer experience. L’interoperabilità semplifica infatti la vita di chi lavora. Ma non è tutto, abbiamo anche una soluzione specifica per il contact center».

In dettaglio, Mitel offre soluzioni di unified communication tradizionali. Le soluzioni di Call Manager si declinano in vari prodotti in base alle esigenze del cliente e rappresentano il core business dell’azienda che copre le imprese di tutte le dimensioni, dai 10 fino ai 100mila dipendenti. La parte legata al mondo del collaboration può essere gestita direttamente o con integrazioni a sistemi diversi, per esempio, di videocomunicazione.


#UCC Con una crescita continua #Mitel in Italia punta sull’hospitality – Danilo Piatti AD @Mitel
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Mercato in evoluzione

«La pandemia ha sicuramente accelerato l’adozione di soluzioni as a Service» – spiega l’AD di Mitel. «Oggi, il trend è legato – però – alla revisione delle infrastrutture di comunicazione. In Italia, bisogna infatti puntare all’ammodernamento delle infrastrutture di rete, in particolare di quelle telefoniche». In un mercato della telefonia in evoluzione più che in contrazione – prosegue Piatti – «occorre infatti tenere presente che ammodernare le reti italiane non è semplice. Non solo per una questione di costi, ma anche per problemi organizzativi, soprattutto in un Paese come l’Italia, dove la maggior parte del territorio è sottoposto a qualche vincolo di protezione che rende difficili e costose, se non impossibili, le operazioni di cablaggio. Esiste ancora un problema di diffusione e democratizzazione delle comunicazioni. Pertanto il cosiddetto mercato tradizionale è ancora molto importante». Gli analisti prevedono il completamento della transizione VoIp nel 2026, ma secondo, l’AD di Mitel Danilo Piatti – ci vorranno ancora cinque anni e l’ammodernamento sarà graduale. «Il mantra aziendale, infatti, è il customer lifecycle management, indipendentemente dalla zona geografica. Le collaborazioni con gli operatori telefonici diventano quindi estremamente rilevanti. Inoltre, registriamo una spinta molto forte su sistemi cloud, soprattutto cloud privato».

L’ecosistema di partner

La rete italiana di partner Mitel è in costante crescita, significativa è l’alleanza recentemente siglata con Esprinet. «Si tratta di un grande distributore italiano, che ci aiuterà a soddisfare la domanda che arriva da tutta una serie di aziende che vogliono entrare nel mondo Mitel. Si tratta di un valore aggiunto importante» – spiega Piatti. In termini di system integrator e rivenditori in Italia, Mitel vanta più di 100 aziende attive. Il processo di certificazione riveste un’importanza fondamentale. «Creare partnership di valore significa raggiungere performance durature nel tempo, in un’ottica di reciproca crescita. Se il programma di partnership funziona bene, è la prova che la nostra azienda è molto stabile e solida».


#UCC La customer experience come priorità di business – Danilo Piatti AD @Mitel
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La priorità della customer experience

Negli ultimi anni, Mitel ha dato vita a progetti di successo nel nostro paese, seguendo la linea di sviluppo di mercati verticali, sia in ambito pubblico sia privato. A Bellagio (Co), per esempio, il Grand Hotel Villa Serbelloni ha riscontrato che con la soluzione di Unified Communication e Collaboration di Mitel è stato possibile ottenere un miglioramento della produttività e una maggiore efficienza delle comunicazioni. MiVoice Office 400 e l’intera soluzione Mitel hanno fornito al Grand Hotel Villa Serbelloni la migliore customer experience, semplificando al tempo stesso le operazioni di front office e back office.

Alcune funzionalità introdotte riguardano l’aggiornamento del room status in tempo reale, l’integrazione con il sistema gestionale, la protezione dei dati personali degli ospiti e l’aumento della mobilità tra le strutture grazie alla qualità della soluzione wireless. Il Grand Hotel Villa Serbelloni dispone ora di un sistema telefonico completamente integrato e affidabile che consente al personale di essere maggiormente efficiente e di concentrarsi sul lavoro più importante, fornire agli ospiti il miglior servizio possibile.

Un altro importante progetto recentemente realizzato in ambito privato riguarda la Compagnia San Paolo che ha inserito la soluzione Mitel nel contesto del proprio modello di lavoro agile. Grazie a questa iniziativa gli utenti della Compagnia hanno avuto diversi benefici tangibili, come ad esempio la possibilità di essere raggiungibili al numero fisso anche in mobilità, ovvero anche nei giorni in cui operano in smart working.

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L’evoluzione dell’ERP in cloud tra obsolescenza tecnologica e applicativa https://www.datamanager.it/2023/03/levoluzione-dellerp-in-cloud-tra-obsolescenza-tecnologica-e-applicativa/ Fri, 10 Mar 2023 09:00:28 +0000 https://www.datamanager.it/?p=226015 In Italia diminuisce la spesa di ERP on-prem e crescono gli investimenti in cloud. I CIO italiani chiedono integrazione, scalabilità e costi di gestione ridotti. Ecco perché SaaS e IaaS sono la soluzione che si adatta meglio alle esigenze delle imprese Dalla gestione delle scorte alla gestione dell’azienda. Percorrendo la storia evolutiva degli strumenti di […]

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In Italia diminuisce la spesa di ERP on-prem e crescono gli investimenti in cloud. I CIO italiani chiedono integrazione, scalabilità e costi di gestione ridotti. Ecco perché SaaS e IaaS sono la soluzione che si adatta meglio alle esigenze delle imprese

Dalla gestione delle scorte alla gestione dell’azienda. Percorrendo la storia evolutiva degli strumenti di Enterprise resource planning si nota come le tecnologie informatiche siano state la risorsa che ha permesso alle imprese di organizzarsi e di crescere. Più di ogni altro software, l’ERP ha rappresentato la spina dorsale dell’IT aziendale – il paragone ha sempre reso bene l’idea – trasformandosi da pacchetto gestionale in un hub di connessioni complesse. Con il rischio a volte di sembrare uno spaventevole “mostro” a cui preferire soluzioni “alla mano”, ma solo fino a quando si è trovata la configurazione giusta per adattarlo all’azienda senza che l’azienda debba adattarsi a lui. Detto questo, oggi le imprese in Italia come nel resto del mondo vivono una fase complessa e sfidante che deriva in parte da un contesto economico difficile, caratterizzato da un crescente livello del costo delle materie prime inflazione, ma anche da disordini geopolitici diffusi a livello globale. In questo scenario, le aziende devono necessariamente adattarsi velocemente alle nuove condizioni di mercato e perseguire l’obiettivo di operare in modo resiliente e innovativo per rispondere ai rapidi cambiamenti della domanda, alle nuove esigenze dei clienti e a eventuali interruzioni delle supply chain globali. «Per rispondere a queste nuove dinamiche, i sistemi ERP di vecchio stampo devono necessariamente evolvere per supportare nuovi processi intelligenti, moderni e agili, in grado di gestire enormi quantità di dati in tempo reale e di adattarsi alle nuove dinamiche digitali, come per esempio l’omnicanalità e le vendite online» – osserva Diego Pandolfi, consulting manager – Custom Solutions di IDC Italia.

LA MODERNIZZAZIONE APPLICATIVA ERP

Secondo IDC è in corso a livello globale una forte accelerazione degli investimenti delle aziende verso soluzioni ERP moderne, basate sul cloud. Questa tendenza è confermata anche nel nostro Paese, dove nel 2022 la spesa delle aziende italiane in soluzioni ERP on-premise è calata, mentre quella verso soluzioni cloud è cresciuta di oltre il 20%, a conferma di un progressivo spostamento verso soluzioni innovative, modulari e scalabili. Anche per il 2023 le stime di IDC confermano questo trend in crescita. «L’ERP oggi deve avvalersi di motori di intelligenza artificiale (AI), machine learning (ML), architetture a microservizi, connettori API, e della capacità di integrarsi con altri applicativi e sistemi» – spiega Pandolfi. «Le soluzioni più obsolete, on-premise, non sembrano invece in molti casi poter rispondere a queste nuove esigenze: il mondo digitale richiede un ERP continuamente aggiornato che monitori, ottimizzi e aiuti le aziende a navigare in un nuovo mondo digitale iper-connesso. La spinta evolutiva in questo ambito è quindi indirizzata verso soluzioni in grado di rispondere a requisiti di velocità, scalabilità e automazione».


#ERP on-premise in calo in Italia, investimenti in cloud +20% – Diego Pandolfi @idcitaly
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LA PAROLA ALLE AZIENDE

Le aziende che abbiamo coinvolto in questo servizio confermano l’evoluzione in corso nel mercato ERP sulla spinta delle nuove esigenze. «I sistemi ERP in funzione da molti anni, soffrono di un processo di obsolescenza tecnologica e applicativa molto accelerato. Ciò comporta una crescente difficoltà ad adeguare il sistema gestionale e amministrativo-contabile alle nuove sfide che derivano dall’adozione di nuove strategie aziendali e dalla necessità di rispondere in tempo reale ai cambiamenti delle dinamiche di mercato» – afferma Edilio Rossi, digital finance & supply chain sales development director di Oracle Italia. «Alcuni esempi sono l’introduzione di nuovi modelli di business basati sull’omnicanalità, la servitizzazione, la riconfigurazione della catena del valore dalla produzione alla logistica. Ma anche l’adozione di approcci collaborativi nei processi, per esempio la supply chain finance, oppure la pianificazione di business integrata».

Dal punto di vista di Elisabetta Rigobello, responsabile marketing di Di.TECH, la modernizzazione dei sistemi ERP è già a buon punto. «Nel pieno della trasformazione digitale, è difficile che tante aziende abbiano ancora esattamente degli ERP di vecchio stampo. Nel tempo, probabilmente, alle funzioni core sono state aggiunte, con sviluppi personalizzati o con l’adozione di soluzioni satellite, le nuove funzionalità che servivano alle imprese per confermare il loro posizionamento sul mercato. La situazione che, come specialisti della GDO spesso ci troviamo ad affrontare, è la gestione della complessità che una costellazione di soluzioni diverse ha generato sia in termini di monitoraggio e controllo dei flussi dati sia della normalizzazione degli stessi».


#ERP modulare, l’importanza del change management – Elisabetta Rigobello #DiTech
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Il problema degli ERP tradizionali è che non sono pensati in ottica evolutiva: «Non sono stati progettati per avere la flessibilità necessaria ad aggiungere nuove funzionalità e tecnologie» – afferma Mauro Sanfilippo, CTO di smeup. «Nei software tradizionali, solo il produttore dell’ERP è in grado di modificarlo con la profondità necessaria nel mondo di oggi, ma con costi e tempi incompatibili con il business. Per essere moderno, un ERP dovrebbe invece avere due blocchi: un insieme di applicazioni già pronte e un ambiente di sviluppo per realizzare nuove applicazioni, anche completamente da zero. In questo modo, l’azienda che adotta l’ERP avrà la libertà di dotarsi anche di funzionalità che il produttore non ha pensato. Per riuscire a fare questo, la piattaforma sottostante deve essere molto flessibile, in grado di continuare a evolvere e di adattarsi anche alle tecnologie future».

NEL CLOUD UNA MARCIA IN PIÙ

Molte aziende sono spaventate alla sola idea di mettere mano al sistema gestionale, figuriamoci di portarlo in cloud. Ma le cose stanno cambiando sulla scorta di soluzioni che permettono una migrazione serena. IDC stima che entro il 2024, a livello globale, il 55% delle aziende G2000 accelereranno la modernizzazione applicativa, passando da soluzioni ERP on-premise a modelli SaaS, per migliorare la resilienza operativa e ottimizzare le strategie di hybrid work. Secondo Diego Pandolfi di IDC Italia, le aziende stanno progressivamente passando ad applicativi e soluzioni cloud su tutta una serie di processi e sistemi di produttività, di vendita e di gestione dei clienti, in parte per ottimizzare il lavoro da remoto, in parte in seguito alla crescita del business digitale, delle attività e-commerce e alle nuove necessità di omnicanalità dei clienti. La tecnologia legacy on-premise sta iniziando a diventare antiquata sotto diversi aspetti e il cloud si pone al centro del business digitale e delle strategie di modernizzazione dell’IT. «Se l’area del front office è stata tra le prime a essere interessata da un progressivo spostamento verso il cloud – spiega Pandolfi – adesso, le aziende stanno proseguendo con le migrazioni nelle altre funzioni, dal back office alla supply chain».

I vantaggi del cloud sono numerosi e, in base alle principali ricerche di IDC, si riferiscono a una maggiore produttività sia business sia IT, alla possibilità di accedere a soluzioni aggiornate, scalabili e innovative, alla migliore resilienza dei processi e delle attività di business, ma anche alla capacità di ridurre i costi complessivi dell’IT e di abilitare processi di sviluppo e rilascio software ottimizzati e più rapidi.

«Questi benefici dovrebbero già essere sufficienti a far comprendere come anche un ERP cloud sia in grado di fornire oggi maggiori vantaggi per il business» – continua Pandolfi. «Il passaggio al cloud offre infatti la possibilità di accedere in qualsiasi momento e luogo all’applicativo, di disporre di dati in tempo reale e di innovare continuamente i processi, attraverso l’interoperabilità con altre soluzioni, interne ed esterne. Unendo l’ERP cloud all’automazione dei processi aziendali è possibile accelerare inoltre i tempi di installazione degli aggiornamenti, aumentare la produttività dei dipendenti e l’efficienza operativa.

Per quanto riguarda nello specifico l’evoluzione dell’ERP, sarà fondamentale valutare tutti gli aspetti di una migrazione verso il cloud e quale sia inoltre la migliore strategia di evoluzione (rehosting, replatforming, refactoring, replace), in base al sistema e all’azienda stessa, e soprattutto quali benefici di business si potranno realmente raggiungere con un ERP moderno e best-of-breed».


I sistemi #ERP tradizionali non sono pensati in ottica evolutiva – Mauro Sanfilippo @SmeUP_LAB
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Mauro Sanfilippo di smeup sottolinea un aspetto importante: «Per quanto riguarda il tema del cloud, le aziende hanno ragione ad aver paura a toccare l’ERP, se è fatto in modo tradizionale, perché la migrazione genererebbe instabilità e costo. Se invece è moderno, andare in cloud è un vantaggio perché consente un grande risparmio sui costi di esecuzione, ma anche su costi nascosti, o mancati ricavi, derivanti dalla lentezza di evoluzione delle soluzioni non cloud. Inoltre, attivare delle nuove funzionalità è più semplice perché il sistema è centralizzato, gli aggiornamenti avvengono in automatico e si possono aumentare le risorse senza rischi, in modo da velocizzare il business».

Sulla stessa linea Edilio Rossi di Oracle Italia afferma che in un mondo a passo accelerato, l’ERP deve garantire innovazione, come avviene con la modalità Software as a Service, in cloud, che offre aggiornamenti continui e programmati. «Per lo stesso motivo, è strategica anche la velocità di implementazione e di adozione, attraverso le modalità progettuali innovative proprie delle soluzioni native in cloud. Lato utente – continua Rossi – non si deve trascurare la facilità d’uso, ricercando applicativi con un’interfaccia di user experience moderna che aiuti a gestire il cambiamento e a fornire a tutti possibilità di reporting e business analytics evolute e sofisticate, ma senza introdurre complessità». Infine, naturalmente, conta l’economicità: «Le soluzioni cloud ERP moderne offrono un total cost of ownership molto più contenuto rispetto ad architetture on premise o ibride».

QUALE ERP? QUELLO PIÙ ADATTO

Chiediamoci a questo punto quali sono le caratteristiche di un ERP di nuova generazione e quali le domande che deve farsi un’azienda impegnata nella scelta di una soluzione di Enterprise resource planning. «L’ERP costituisce la spina dorsale applicativa che sorregge spesso il peso di ogni altra applicazione aziendale. Sorvolando gli aspetti più strettamente tecnologici, un ERP di ultima generazione deve essere flessibile per adattarsi alla strategia cloud del cliente» – è la risposta di Mirko Menecali, service line manager di Sinfo One. «Per una realtà come la nostra, che interagisce prevalentemente con aziende industriali, prevalgono due situazioni. La prima è quella delle aziende che dal nuovo ERP si aspettano una copertura applicativa completa ma anche personalizzabile e capace di convivere con altre applicazioni. In questo caso, prevale la scelta di un ERP on premise, ma installato in un cloud IaaS. In questi casi Sinfo One propone l’ERP Oracle JDE o il proprio SiFides, magari appoggiandosi a un cloud pubblico per l’infrastruttura. La seconda situazione – prosegue Menecali – è quella invece delle aziende che chiedono di meno all’ ERP, per esempio di coprire i principali processi lasciando più spazio ad altre applicazioni verticali a vantaggio di un’implementazione più lean. In questo caso la scelta può rivolgersi a un ERP in SaaS come Infor ERP che abbiamo valutato ottimo per le aziende di natura industriale».

Claudio Ferrante, sales director Tax & Accounting di Wolters Kluwer Italia sottolinea l’importanza di adottare una soluzione ERP che sia perfettamente adeguata alle esigenze aziendali. «La necessità di un’impresa è quella di gestire sempre meglio non solo la propria produzione, ma anche la propria organizzazione e il proprio mercato. Ciò si realizza attraverso la completa digitalizzazione di tutti i processi aziendali. L’ERP deve essere cucito in maniera sartoriale sulle esigenze produttive, imprenditoriali, amministrative e commerciali dell’impresa. Uno strumento sempre più olistico in grado di armonizzare con efficacia tutti i processi. Arca Evolution di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia tende proprio a questo, grazie a una estrema capacità di personalizzazione e grazie all’integrazione di moduli intelligenti e innovativi. L’AI e la capacità di dialogo in rete con tutte le componenti solide e virtuali dell’impresa sono necessità sempre più presenti in un mondo produttivo che avanza nella digitalizzazione non solo dei processi ma anche della mentalità imprenditoriale».


Gli effetti della mancata integrazione degli applicativi – Claudio Ferrante @Wolters_Kluwer Tax & Accounting
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Integrabilità, adattabilità, accessibilità, scalabilità e aggiornamento continuo sono le caratteristiche che non possono mancare a una soluzione ERP moderna. Secondo Paolo Pasini, BL manager BC RSO, PMO manager di EOS Solutions, in generale, un’azienda impegnata nella scelta dell’ERP dovrebbe farsi tre domande: «Come il sistema può aiutare l’organizzazione a raggiungere i propri obiettivi di business? È in grado di automatizzare i processi aziendali con lo scopo di migliorare l’efficienza e ridurre i costi? Ha le caratteristiche adeguate per raccogliere e analizzare i dati aziendali per prendere decisioni informate?». Il binomio tra intelligenza artificiale e IoT è uno degli elementi cardine della trasformazione digitale – continua Pasini. «Può avere un ruolo importante nell’evoluzione del sistema informativo aziendale in diversi modi: con l’automazione dei processi e l’analisi delle performance, mentre nella fabbrica l’IoT può essere lo strumento per monitorare i dispositivi e le attrezzature aziendali. Tramite l’AI invece possono essere analizzati i dati raccolti e possono essere fornite le informazioni sulla manutenzione preventiva. In generale, l’integrazione dell’AI e dell’IoT nell’ERP può aiutare l’azienda a migliorare l’efficienza dei processi e a incrementare la capacità di prendere decisioni informate, offrendo una maggiore visibilità sui parametri che monitorano i processi aziendali e una maggiore abilità nel prevedere e risolvere i problemi». Dal punto di vista di EOS Solutions, le tre caratteristiche principali sono: l’anagrafica unica e centralizzata per la normalizzazione dei dati, la modularità per un’adozione progressiva e l’integrazione nativa di tutti i processi aziendali, peculiarità della suite More. «L’obiettivo è agevolare la collaborazione delle diverse aree aziendali, facilitare le operatività e controllare lo stato dell’arte delle attività» – rileva Pasini. «Per ottenere questo, la tecnologia dall’AI all’IoT è un abilitatore importante, se usato con accuratezza.


Evoluzione dei sistemi #ERP Il binomio tra intelligenza artificiale e IoT Paolo Pasini @eossolgroup
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INTELLIGENZA ARTIFICIALE E IOT

In base alle ultime indagini di IDC, è in forte crescita la percentuale di aziende che adotterà applicazioni basate sull’AI. Ma che cosa c’entrano l’intelligenza artificiale e l’Internet of things con le nuove piattaforme ERP? Per approfondire questo aspetto, giriamo la domanda all’analista di IDC Italia Diego Pandolfi. «Le aziende stanno progressivamente abbandonando le applicazioni legacy in favore di soluzioni più moderne, modulari e intelligenti, passando da sistemi basati su record di dati a soluzioni di pianificazione intelligente in grado di ottimizzare i risultati di business e di raccogliere dati da sistemi interni ed esterni all’azienda, anche da strumenti IoT. L’ampia interoperabilità degli ERP moderni è sicuramente uno dei punti fondamentali a cui le aziende devono prestare la massima attenzione, affinché possano realmente utilizzare tutti i dati e le informazioni utili al business, in formati differenti e provenienti da sistemi diversificati». In base a quello che rivelano le stesse aziende nelle interviste IDC, un sistema ERP ottimale deve rispondere almeno a sei caratteristiche principali: capacità di scalare velocemente; possibilità di gestire tutti i workflow interni ed esterni all’azienda in modo digitale, intelligente e integrato; accesso continuo ad aggiornamenti intuitivi; capacità di integrarsi facilmente con altre soluzioni enterprise, per esempio CRM e altre soluzioni di front office, e a sistemi innovativi come piattaforme IoT; abilitare una maggiore automazione dei processi e ridurre i costi complessivi di gestione.

Secondo Edilio Rossi di Oracle Italia – i moderni sistemi ERP, tra cui Oracle ERP Cloud – «devono offrire standardizzazione dei processi transazionali sia incorporando le tecnologie emergenti quali la RPA (robotic process automation) l’AI e il machine learning, sia adottando best practice globali. Parallelamente, devono offrire flessibilità per integrare e gestire nuovi processi e nuovi dati, per affrontare le implicazioni contabili e gestionali di nuovi modelli, per esempio la servitization, e per gestire applicativi diversi presenti nella value chain aziendale. Serve anche agilità, e questa si ottiene con strumenti che offrono approcci graduali, modulari e non invasivi, come nel caso di Oracle Accounting Hub».


I sistemi #ERP tra obsolescenza tecnologica e applicativa – Edilio Rossi @OracleItalia
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SOLUZIONI INTEGRABILI

A livello globale, secondo un’altra indagine di IDC, la capacità dell’ERP di integrarsi con altri sistemi aziendali è tra le principali funzionalità ricercate dalle aziende, indicata nel 35% dei casi. Posto questo, sono tante anche in Italia le aziende che non si sono ancora preoccupate di integrare l’ERP con gli altri applicativi aziendali. «L’integrazione dell’ERP con altri sistemi e soluzioni è fondamentale se si vuole realmente abilitare un business che, a più livelli, sia guidato dall’utilizzo di dati che provengono da diversi processi e da diverse fonti, e che sia in grado, al tempo stesso, di automatizzare operation e processi» – spiega Pandolfi.

Tra le principali soluzioni con le quali un sistema ERP dovrebbe integrarsi spiccano il CRM, le piattaforme e-commerce, le data customer platform, le soluzioni di gestione documentale e gli applicativi verticali di settore. Certamente, l’integrazione è sempre una sfida: «Se l’obiettivo principale – continua Pandolfi – è quello di estendere le funzionalità principali dei sistemi ERP, va sempre valutato adeguatamente il grado di configurazione personalizzata che la soluzione supporta e quali integrazioni possono essere gestite in modo sicuro ed efficace, senza incorrere in progetti di integrazione lunghi, costosi e che non portano ai risultati sperati». Uno dei principali aspetti degli ERP moderni, anche in cloud, è quello di facilitare e consentire l’integrazione inter-funzionale di varie soluzioni aziendali e garantire che le attività possano essere eseguite senza problemi dai vari dipartimenti. «Più il sistema ERP è obsoleto e customizzato, più difficoltose saranno le attività di integrazione» – spiega Pandolfi. «Allo stesso modo, le aziende devono tener conto anche della reale integrabilità degli altri applicativi. In molti casi, infatti, alcune soluzioni obsolete potrebbero non supportare l’integrazione con l’ERP, se non con costose e lunghe customizzazioni».

Alla base della necessità di integrabilità delle soluzioni c’è il tema dei dati. «Che la scelta ERP sia un SaaS o un ERP su IaaS, quello che ogni azienda deve avere è una strategia per valorizzare e conservare l’elemento più importante: i dati» – sottolinea Menecali di Sinfo One. «Tutti i dati provenienti dall’ERP, ma anche dalle altre applicazioni documentali, email, social network devono essere valorizzati tramite una solida data strategy, che passa attraverso la costruzione di un data warehouse o di un data lake, e anche un’applicazione in grado di mettere a disposizione queste informazioni nei processi decisionali e di pianificazione strategica». La mancata integrazione degli applicativi che regolano tutti gli aspetti della vita aziendale rischia di trasformarsi in una penalizzazione – come rimarca Ferrante di Wolters Kluwer. «La trasformazione digitale è necessaria, ma è anche un processo di maturazione mentale. Sta entrando nelle convinzioni degli imprenditori, soprattutto nel mondo delle PMI, e presto la totale integrazione di tutti gli strumenti digitali che fanno funzionare le imprese sarà una realtà. L’incentivo è legato alla convenienza che l’integrazione porta con sé». Come nel caso di Arca Incassa Smart – Crediti Commerciali, che consente la gestione digitale del credito, integrata nell’ERP. «Con l’adozione di questo modulo nel gestionale Arca EVOLUTION – spiega Ferrante – è possibile cedere le fatture commerciali a titolo definitivo, così da disporre di liquidità immediata senza attendere la scadenza della fattura. Il servizio di riscossione del credito, integralmente digitale, è disponibile direttamente nell’ERP».


Sistemi #ERP più flessibili per adattarsi alla strategia cloud – Mirko Menecali #SinfoOne
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Elisabetta Rigobello di Di.TECH sottolinea l’importanza del change management. La trasformazione digitale è ancor più incisiva quando è guidata da un processo di change management che rende più semplice l’adozione di nuovi strumenti, come un ERP modulare. «Se una azienda non è nelle condizioni di fare questo cambiamento – afferma Rigobello – allora, per rimanere competitiva sul mercato, è costretta a lavorare all’integrazione degli altri applicativi esistenti, con maggiori sforzi e risultati meno significativi rispetto all’introduzione di nuove funzionalità».


Eos Solutions: Gestire la contabilità aziendale con Microsoft Dynamics 365 Business Central

Gruppo Intent: L’importanza dell’ERP

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Data center, tagliare i costi o investire? https://www.datamanager.it/2023/03/data-center-tagliare-i-costi-o-investire/ Thu, 09 Mar 2023 13:00:39 +0000 https://www.datamanager.it/?p=226048 «Siamo su un’autostrada per l’inferno climatico con il piede sull’acceleratore» – ha dichiarato Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Occorre fare di più, soprattutto nel settore informatico: ma siamo anche nel mezzo di una crisi energetica, i costi stanno aumentando vertiginosamente e l’inflazione è in crescita in tutta Europa. Le aziende devono stabilire delle […]

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«Siamo su un’autostrada per l’inferno climatico con il piede sull’acceleratore» – ha dichiarato Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite.

Occorre fare di più, soprattutto nel settore informatico: ma siamo anche nel mezzo di una crisi energetica, i costi stanno aumentando vertiginosamente e l’inflazione è in crescita in tutta Europa. Le aziende devono stabilire delle priorità: tagliare i costi o investire e puntare alla crescita?

Probabilmente la risposta sta nel mezzo. Per sopravvivere a condizioni economiche difficili e per uscirne forti e competitivi, le aziende hanno bisogno di una strategia che comprenda sia misure economiche che di sostenibilità. La sfida è trovare il giusto equilibrio.

Come capire quali tecnologie avranno il maggiore impatto sulla nostra attività senza compromettere i nostri piani ambientali? È quello che McKinsey ha recentemente definito un “momento decisivo per la leadership“. Il modo in cui i leader tecnologici affronteranno questo problema, determinerà il futuro delle loro aziende, ma da dove cominciare?

È importante “liberare” liquidità concentrandosi sugli sprechi, per esempio consolidando le applicazioni software con il passaggio a modelli di abbonamento, verificando le opportunità per ottimizzare l’uso del cloud e i consumi ed eliminando gli strumenti non indispensabili. Rivedere gli accordi con i fornitori cloud è fondamentale non solo per risparmiare, ma anche per aumentare la trasparenza. Ciò non significa che le aziende debbano interrompere i loro percorsi di migrazione al cloud, devono solo farlo in modo più consapevole, adottando un’architettura hybrid cloud.

È perciò essenziale focalizzarsi su una gestione più efficiente dei dati e delle infrastrutture dei data center, comprendendo quanto costa ogni singola risorsa all’interno di un’azienda sia dal punto di vista finanziario sia di emissioni.


#Datacenter Tagliare i costi o investire? Benjamin Jolivet country manager @nutanixitaly
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Questo vale sicuramente per i data center, il cuore dell’informatica aziendale moderna. Secondo una recente ricerca di Atlantic Ventures, nel 2020 i data center hanno consumato 375 TWh di energia, pari a circa l’1,5% del consumo energetico globale. La ricerca aggiunge che, con l’aumento della digitalizzazione, il fabbisogno energetico dei data center europei aumenterà a 96,2 TWh entro il 2025.

Che si tratti di data center on-premise, in co-location o tramite hyperscaler, o risorse delle aziende collocate nell’Edge, con i costi energetici aumentano anche i costi di utilizzo di tali servizi. L’aumento della domanda e dell’utilizzo di energia fa crescere anche le emissioni. I server e lo storage contribuiscono a oltre la metà del consumo energetico totale di un data center, ed è per questo che riteniamo che un’architettura moderna come un’infrastruttura iperconvergente (HCI) sia una leva essenziale per migliorare l’efficienza energetica, ridurre l’impronta di carbonio, aumentare le prestazioni del data center e diminuire i costi operativi dell’IT.

Dalla ricerca di Atlantic Ventures è emerso inoltre che i data center in co-location su larga scala offrono un fattore di efficienza energetica molto più basso rispetto alle tipiche strutture on-premise.

Il passaggio ad architetture HCI potrebbe potenzialmente aumentare il risparmio energetico del 30-40%. Inoltre, i data center in co-location di prossima generazione potrebbero fornire l’accesso all’energia rinnovabile attraverso contratti di acquisto di energia a lungo termine, contribuendo all’obiettivo di neutralità climatica di un’azienda senza dover investire in certificati di CO2.

Per molti CIO ciò può creare qualche perplessità: l’idea di spendere in nuovi dispostivi e infrastrutture IT può sembrare assurda nell’attuale scenario economico. In realtà, avere operations IT neutrali dal punto di vista climatico è un’opportunità per le aziende di incrementare l’efficienza, ma anche la resilienza. Se la struttura della futura infrastruttura hybrid cloud è adeguata, le aziende inizieranno a conseguire risparmi in tutta la struttura IT, dalle infrastrutture e dagli ambienti di lavoro digitali, ai servizi cloud, ai dati e alle applicazioni, fino ai processi DevOps e di analisi. Questo è forse un proposito per il nuovo anno che vale davvero la pena realizzare e mantenere, per il bene delle aziende e dell’ambiente.

Benjamin Jolivet, country manager Italia di Nutanix

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Bing, Bard e ChatGPT: cobot, non robot https://www.datamanager.it/2023/03/bing-bard-e-chatgpt-cobot-non-robot/ Thu, 09 Mar 2023 12:00:08 +0000 https://www.datamanager.it/?p=225624 Nel 1942, Isaac Asimov, uno dei più grandi autori della moderna fantascienza, escogitò, per i suoi mondi immaginari popolati da robot intelligenti (non era neppure stato inventato il transistor, ma la particella elementare scoperta dieci anni prima gli aveva ispirato il geniale concetto di cervello “positronico”) le celebri Tre Leggi comportamentali. La prima e più […]

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Nel 1942, Isaac Asimov, uno dei più grandi autori della moderna fantascienza, escogitò, per i suoi mondi immaginari popolati da robot intelligenti (non era neppure stato inventato il transistor, ma la particella elementare scoperta dieci anni prima gli aveva ispirato il geniale concetto di cervello “positronico”) le celebri Tre Leggi comportamentali. La prima e più forte recitava che un robot non può nuocere all’uomo, né permettere che, a causa del suo mancato intervento, l’uomo subisca un danno.

Ottant’anni dopo, all’inizio di quella che può essere considerata la prima vera guerra commerciale dell’AI, forse sarebbe il caso di ripensare a quelle leggi e agli effetti indesiderati che un’intelligenza artificiale troppo disinvolta potrebbe generare senza nessuna forma di ragionevole controllo preventivo.

Il lancio di ChatGPT da parte OpenAI – il gruppo di computer scientist, magnati, imprenditori che Microsoft ha sostenuto con un cospicuo investimento – ha suscitato un’autentica frenesia di esperimenti e commenti su uno strumento che molti definiscono “game changer”, un campione in grado di decidere, da solo, il risultato e forse le regole della partita.

Grazie ai suoi modelli di apprendimento “profondo”, il chatbot è in grado di rispondere in modo appropriato ed esaustivo a quesiti complessi, riassumere un testo, scrivere una tesina su qualsiasi argomento e addirittura generare codice in una decina di linguaggi di programmazione.

Le immediate profezie sul colpo che OpenAI (e Microsoft, che non ha tardato a integrare il cuore, anzi il cervello di ChatGPT in Bing e nel suo ecosistema di applicazioni) avrebbe potuto sferrare alla supremazia raggiunta da Google con il suo motore “tradizionale”, si sono avverate quasi all’istante.

E a dispetto della pronta reazione di Alphabet, con il lancio di Bard, il chatbot basato sul modello alternativo LaMDA. Nella demo-live organizzata per i media, il Bardo di Google ha dato una risposta clamorosamente sbagliata, suscitando, insieme all’ilarità del pubblico, un vero e proprio fuggi fuggi degli investitori, che hanno fatto fare un capitombolo al titolo. In un soffio, il valore di mercato del colosso guidato da Sundar Pichai ha perso 120 miliardi di dollari.

Quella che può sembrare un’arma vincente, è in realtà la classica lama a doppio taglio. Via via che gli analisti mettono meglio a fuoco il fenomeno, l’intelligenza dialogata di Bing e Bard svela i suoi aspetti controversi. Uno di questi riguarda la salvaguardia della proprietà intellettuale dei contenuti che entrambi i chatbot rielaborano senza esplicitare chiaramente le fonti utilizzate, come farebbero i loro “cugini” più stupidi. Insieme al copyright, emerge un’altra problematica di natura giuridica: chi è responsabile delle informazioni “generate” dall’AI quando queste, per gli inevitabili margini di imprecisione, rischiano di recare un danno tangibile (violando così la Prima Legge di Asimov) alla persona che ne usufruisce?

I modelli come ChatGPT disaccoppiano la capacità di svolgere un compito con successo dalla capacità cognitiva. Se interrogato, ChatGPT dichiara di rispettare le Tre Leggi di Asimov. Bene. Dovremmo chiedere di più sia ai fornitori di tecnologia che alle istituzioni: trasparenza, tutela dei diritti fondamentali, responsabilità e valutazione di impatto, come per altro sul tavolo della Commissione europea, al lavoro sulla proposta di testo del cosiddetto AI Act adottata a dicembre 2022.

In attesa delle decisioni del Parlamento europeo che porteranno al nuovo regolamento, la cui portata sarà paragonabile a quella del GDPR, in un contesto generale che sta pesantemente soffrendo per la disinformazione che circola su media digitali dominati da algoritmi che ritagliano contenuti (e slogan) con l’accetta, l’affermarsi di questi straordinari strumenti non deve farci dimenticare che il traguardo della gara non è un’intelligenza artificiale autonoma e incontrollabile, ma un filtro capace di dare senso – umano – agli oceani di dati che stiamo accumulando. Asimov aveva inventato i cobot, non i robot.

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