rivistasettembre2022 – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 15 Sep 2022 15:06:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png rivistasettembre2022 – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Digital transformation, la scoperta del nuovo continente digitale https://www.datamanager.it/2022/09/digital-transformation-la-scoperta-del-nuovo-continente-digitale/ Thu, 15 Sep 2022 14:53:36 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221155 Solo l’unione delle forze può contribuire a disegnare la rotta verso il nuovo continente digitale dove gli strumenti di navigazione della trasformazione e della sostenibilità sono gli elementi abilitanti. Con la partecipazione di Agenzia del Demanio, Axians, Bludigit (Gruppo Italgas), Bolton Group, DATA4, Eni, Open HUB MED e WEGG Introduzione di Giuseppe Mariggiò La trasformazione […]

L'articolo Digital transformation, la scoperta del nuovo continente digitale proviene da Data Manager Online.

]]>
Solo l’unione delle forze può contribuire a disegnare la rotta verso il nuovo continente digitale dove gli strumenti di navigazione della trasformazione e della sostenibilità sono gli elementi abilitanti. Con la partecipazione di Agenzia del Demanio, Axians, Bludigit (Gruppo Italgas), Bolton Group, DATA4, Eni, Open HUB MED e WEGG

Introduzione di Giuseppe Mariggiò

La trasformazione digitale non è solo disruption ma è soprattutto capacità di costruire il futuro. Dobbiamo fare i conti con la complessità che aumenta come la polvere sotto il tappeto, garantendo sicurezza e corretta gestione del rischio. Accettare che non ci sono soluzioni semplici. Imparare a imparare. Ascoltare per decidere. Prendere la responsabilità delle scelte su noi stessi, non per conto terzi. Distinguere tra mezzo e fine. La politica è uno strumento e come la tecnologia serve a creare un vantaggio, ridurre differenze e rischi sistemici che creano squilibrio. Nelle Rane di Aristofane, ci sono due consigli per salvare Atene dal declino: quello di Euripide di “fare tutto il contrario” e quello di Eschilo di considerare la “terra del nemico come la nostra” e le “navi come le vere risorse” per creare un futuro per chi vuole restare o per chi vuole andare via. La trasformazione digitale disegna nuove rotte per accedere alle risorse sia quelle mai utilizzate prima sia quelle già esistenti, utilizzandole meglio. La trasformazione cambia il modo di fare le cose, pone nuove domande, trova nuove risposte. La trasformazione cambia le cose intorno a noi e agisce sul modo di percepire il mondo. La trasformazione cambia la velocità dei processi e delle catene di fornitura, sposta gli obiettivi, mette la periferia al centro, mostra le relazioni nascoste, crea nuovi equilibri. La trasformazione aumenta le funzionalità e amplia la capacità di visione, riducendo l’incertezza del futuro. Trasformazione non significa spostare i problemi da un’altra parte ma scardinare abitudini e resistenze al cambiamento. Il 12 ottobre del 1492 è la data della cosiddetta “scoperta dell’America”. La scoperta del Nuovo Mondo cambiò la visione del mondo allora conosciuto. Superata la fase di esplorazione, imprese e organizzazioni stanno sfruttando le nuove tecnologie per guidare l’innovazione, reinventare i modelli di business, democratizzare l’accesso alle risorse e collaborare nelle economie digitali di nuova formazione. Perché se nessuna trasformazione è a costo zero, nessuno squilibrio può durare per sempre. E prima o poi, è destinato a esplodere.

TRASFORMAZIONE E TRANSIZIONE

La trasformazione digitale è un dato ormai di fatto. Tuttavia capirne a fondo le problematiche e le ricadute sul piano operativo non è banale. Quando si pensa alla trasformazione digitale il pensiero corre subito alla disponibilità di servizi tramite la rete e il proprio computer o smartphone. Affinché un servizio sia fruibile però è necessario che alcuni passi fondamentali siano realizzati. In primo luogo, serve una infrastruttura di connettività affidabile e sicura. Poi è necessario che il tutto si basi su informazioni in forma digitale reperibili su basi dati di fornitori diversi. Infine, serve una interfaccia semplice e utilizzabile senza la necessità di essere esperti informatici o di doversi dotare di strumenti eccessivamente costosi e complicati. Infrastruttura, digitalizzazione degli archivi cartacei, interconnessione tra database differenti, sicurezza, semplicità d’uso, disponibilità per le “tasche” dell’utente medio. Tanti aspetti di una trasformazione digitale che per definizione sarà “working progress”, in quanto nuovi servizi potranno e dovranno essere aggiunti e integrati. Ma a che punto è la trasformazione digitale delle imprese? Quali sono gli aspetti formativi, culturali e di disponibilità di servizi che la potranno rendere oltre che attuale anche operativa? Che ruolo hanno le amministrazioni centrali e locali per accelerare questo processo, rendendo i servizi alla portata di tutti i cittadini? Qual è l’impatto della trasformazione digitale sulla ideazione, produzione e commercializzazione di nuovi prodotti da parte delle aziende? Grazie al contributo di Agenzia del Demanio, Axians, Bludigit (Gruppo Italgas), Bolton Group, Data4, Eni, Open HUB MED e WEGG, la tavola rotonda di Data Manager si è posta l’obiettivo di analizzare lo stato dell’arte della trasformazione digitale come un processo continuo e irreversibile da attuare con consapevolezza e attenzione per non correre il rischio di lasciare indietro qualcuno.


#DX Con Open HUB MED l’Italia si accorcia – Valeria Rossi @openhubmed
Click To Tweet


UNA RETE PER I DATI

Partiamo dalle infrastrutture di rete. Senza una adeguata infrastruttura di comunicazione nessuna trasformazione digitale può portare l’effetto desiderato. Ma qual è lo stato dell’arte dell’infrastruttura di rete che abilita la trasformazione digitale sia in ambito pubblico che privato? La trasformazione digitale passa dalle applicazioni ma anche dalla loro disponibilità. E quindi diventa necessario avere una solida e robusta infrastruttura di rete. Quando si parla di infrastrutture di rete ci si ferma a pensare a quelle di connettività ma anche i data center ne fanno parte perché il disegno delle reti è sempre più influenzato dalle esigenze dei dati che devono trasportare e delle applicazioni che devono rendere disponibili. Se in precedenza, i piani di rete venivano progettati e definiti dalle grandi aziende di telecomunicazione, oggi tale lavoro viene fortemente “indirizzato” dai fornitori dei contenuti. «La parola chiave sono i dati. Le reti crescono proporzionatamente ai dati e al valore economico che i dati si portano dietro» – afferma Valeria Rossi, executive president & chairwoman di Open HUB MED.

Valeria Rossi, executive president & chairwoman di Open HUB MED

«Le reti si modellano sull’importanza di tali dati che possono essere considerati i veri creatori di business». In letteratura, l’effetto rete è una situazione in cui il valore di un prodotto, di una piattaforma, di un servizio dipende dalla numerosità degli utenti che ne fruiscono o degli operatori che lo propongono; lo stesso oggi vale per i nostri dati e per la monetizzazione conseguente. Questo valore è impattato moltissimo dall’avvento dei Big Data e non si può parlare di infrastruttura di rete prescindendo dall’aspetto legato ai dati e al setup dei data center che li erogano. Se pensiamo, per esempio, alla mole di dati prodotti e immessi sulla rete da strumentazioni legate all’IoT e alla necessità di analisi near-real-time, vediamo come il tempo di latenza del dato sulla rete diventa fattore di successo di una iniziativa o di una applicazione. In altre parole, più il dato è accessibile più rende. «Si è passati da una rete di dati a una rete per i dati» – sostiene con una frase molto chiara Valeria Rossi. Partendo da questo concetto, le logiche di sviluppo delle infrastrutture di rete si spostano. Al crescere del volume di dati, della eterogeneità delle fonti di provenienza e delle applicazioni che li utilizzano, nasce l’esigenza di gestire le informazioni direttamente dove vengono generate (Edge computing) o dove vengono fruite (Content Delivery Network), passando da un approccio “centralizzato” a uno più “decentralizzato”. «La rete sta evolvendo verso un modello di prossimità che la fa da padrone. Non solo deve essere in grado di “trasportare” i dati dal centro alla periferia e viceversa, ma deve farlo in modo intelligente per non “trasportare” tutti i dati in modo indifferenziato ma solo quelli utili» – continua Valeria Rossi. Oggi, il mercato della rete e dei data center è concentrato sull’area milanese. «Abbiamo l’esigenza che la Pubblica Amministrazione raggiunga con reti ad alta velocità tutta la Penisola. E quindi, esiste la necessità di avere punti di interconnessione decentralizzati in grado di integrare le risorse delle grandi realtà anche con quelle di operatori locali che spesso hanno una sensibilità delle esigenze del territorio più approfondita di quella degli operatori molto più grandi».


#DX La costruzione di un data center non è alla portata di tutti – Marco Casaletta @data4_group
Click To Tweet


Come abbiamo visto la disponibilità di data center interconnessi è essenziale per una trasformazione digitale che sia efficace ed efficiente. Altrettando importante è l’offerta di servizi di data center in grado di abilitarne e velocizzarne l’implementazione sgravando le aziende dall’onere di attivarsi in proprio. «La costruzione di un data center non è alla portata di tutti» – ci ricorda Marco Casaletta, sales engineer & telco operators manager di Data4. «E si basa su quattro pilastri fondamentali: primo, avere una location con alta disponibilità di energia elettrica, in quanto è risaputo che i data center sono entità energivore per definizione. Secondo, disporre di spazi che ospitano le infrastrutture che siano sane e controllate sotto vari aspetti: umidità, refrigerazione e così via. Terzo, garantire la sicurezza fisica degli ambienti. Ultimo, ma non ultimo, poter disporre di una ottima connettività con diversi operatori, quindi essere – come si dice – carrier neutral». Data4 pone al centro del proprio obiettivo di business questi pilastri nella costruzione dei propri data center tanto che è stato definito “supernode” proprio per l’ampia gamma di offerta di connettività, aiutato in ciò anche dalla vicinanza all’enclave di via Caldera a Milano, dove tutti i carrier nazionali e internazionali convergono. «Essere posizionati in località strategiche che possano diminuire i tempi di percorrenza dei dati a livello nazionale e internazionale, è un vantaggio strategico» –continua Casaletta. «Dal punto di vista dell’impatto ambientale, il data center è sicuramente un forte energivoro e stiamo attivando azioni concrete per raggiungere l’obiettivo di “zero carbon footprint” entro il 2030, anche in una logica sana di aumento della competitività».

Marco Casaletta sales engineer & telco operators manager di Data4

Il livello di interconnessione tra provider differenti, e quindi anche tra data center diversi, è sicuramente uno dei driver principali per l’attuazione della trasformazione digitale. Più ti allontani dal centro, meno interconnessioni hai a disposizione. Tuttavia, occorre tenere presente che la connettività è essenziale sempre di più alla periferia. Avere una “propria” rete di connessione è una modalità anche per controllare dove vanno e da dove vengono i dati. I centri di interconnessione diffusi sono quindi una necessità per attuare veramente una trasformazione digitale che controlli, in senso “buono”, la capacità dei propri dati di essere sfruttati in periferia, là dove vengono creati e utilizzati.

«Gli hub di interconnessione si sono sviluppati principalmente nel Nord Europa, ma i cosiddetti “dati bagnati”, cioè quelli che sfruttano i cavi sottomarini rappresenta circa il 97% dei dati che passano sulle reti, per un totale di transazioni che valgono circa 10 trilioni di dollari al giorno. «Attualmente, Marsiglia è il più importante snodo di traffico dati tra Asia, Africa, Europa e USA» – spiega Valeria Rossi di Open HUB MED. «Ma i cavi, prima di approdare a Marsiglia, passano dalla Sicilia». Così a Carini, a 26 chilometri da Palermo, il consorzio Open HUB MED lavora per aprire la nuova porta dei dati del Mediterraneo. «Vicino a tali approdi verranno anche sviluppati data center in quanto favoriti dalle capacità di interconnessione». L’obiettivo è di intercettare questo traffico dati e gestirlo in data center nazionali offrendo servizi di alto livello. Un hub di aggregazione porta valore alla realtà locale, contribuendo alla riduzione dei costi di trasporto dati nazionali e creando un mercato più competitivo. «Con Open HUB MED accorciamo l’Italia» – afferma Valeria Rossi. «Altri cavi stanno arrivando su Genova e Savona, ma questi dati verranno riportati su Milano e quindi rimbalzati in Europa: l’obiettivo è invece svincolarci dalla sudditanza tecnologica del Nord Europa, andando a creare poli differenziati e livelli di interconnessione maggiori, con minori tempi di latenza e con maggiore possibilità di interscambio ottimale di dati».


#DX L’interconnessione dei dati per ampliare i servizi – Marco Barra Caracciolo #Bludigit @Italgas
Click To Tweet


FATTORE INTERCONNESSIONE

«Il tema dell’interconnessione dei dati è un tema essenziale per ampliare i servizi resi a cittadini e imprese» – spiega Marco Barra Caracciolo, chairman e CEO di Bludigit, società di servizi informatici del gruppo Italgas. «In Italgas la trasformazione digitale dei processi ha interessato anche il servizio di Pronto Intervento – attivo 24/7 per segnalare presunte dispersioni di gas – determinando l’introduzione di nuove tecnologie e di una nuova experience arricchita dai dati disponibili provenienti da cartografia integrata, GPS per ottimizzare i percorsi, risultati del monitoring dell’intervento del tecnico reperibile e tanto altro ancora. Un’experience che ha permesso non solo di rendere ancora più efficace la gestione della chiamata e dell’intervento per Italgas, ma anche di fornire un servizio di rendicontazione al cittadino che riceve sul proprio cellulare informazioni sullo stato dell’arte e sulla risoluzione dell’intervento. La trasformazione digitale ha cambiato e continua a cambiare il modo di erogare i sevizi al cliente e di gestire le attività in ambito operations. «Mettere insieme dati provenienti da fonti differenti e metterli a disposizione del cittadino/cliente in modo semplice e immediato è un fattore esponenziale di crescita e dall’impatto fortemente positivo» – afferma Barra Caracciolo. Altro tema è il ruolo della PA. «I vantaggi per il cittadino passano anche dalla capacità di integrare efficacemente i servizi digitali con i dati a disposizione della PA. Su questo c’è ancora tanto da fare, ma un significativo progresso è stato già raggiunto con le iniziative strategiche, promosse dal Ministro per l’innovazione tecnologica e la transizione digitale, per ridurre il divario digitale e promuovere la conoscenza delle tecnologie del futuro, supportando la crescita delle comunità e per il loro tramite lo sviluppo del Paese» – aggiunge Barra Caracciolo. «Il mondo è cambiato ma le organizzazioni devono ancora trovare nuovi modelli in grado di “scaricare a terra” tutta l’innovazione offerta dalla digitalizzazione. L’IT è sempre più un abilitatore al centro del business e deve continuare a svolgere l’importante ruolo di propulsore del cambiamento».

Marco Barra Caracciolo chairman e CEO di Bludigit – Gruppo Italgas

PIÙ RISCHI PER LA SICUREZZA

«La sicurezza non è un problema tecnologico» – sostiene Dario Pagani, head Digital & IT di Eni. «Questo non significa che non esistano problematiche tecnologiche, ma che possono essere individuate e corrette. Il problema invece è soprattutto culturale, anche all’interno delle aziende» – afferma Pagani. «Per esempio, si pensi allo smart working, un nuovo modello di lavoro che in molti non sono abituati a gestire e che perciò giudicano negativamente in termini di sicurezza. Queste difficoltà naturalmente ci possono essere, ma si può intervenire per far apprezzare ciò che c’è di buono in questo nuovo modello di lavoro». Il fattore umano è essenziale: «Pensare prima di cliccare» – esemplifica Pagani sia in azienda sia nella vita privata. I dati sono importantissimi e si stanno sempre più spostando verso la frontiera delle organizzazioni estese. Tuttavia, ci si scontra sempre sull’ultimo miglio e su offerte limitate e circoscritte. «Possibile che i data center in Italia possano esistere solo in alcune zone? – provoca Pagani per sottolineare come l’offerta debba crescere in modo differente da quanto accaduto sinora. «Il problema della sicurezza dei dati portati nei grandi data center condivisi è solo un problema di mindset, quello che occorre irrobustire è la progettazione: fare security by design realmente da parte di tutti, sviluppatori interni ed esterni». Per questo, è cresciuta l’importanza di avere una certificazione – reale e non dichiarata – del prodotto acquistato sia hardware che software.


#DX La sicurezza non è un problema tecnologico – Dario Pagani @eni
Click To Tweet


PA E AZIENDE PRIVATE

Segnale di ottimismo da parte di Massimo Bollati, direttore della Trasformazione Digitale dell’Agenzia del Demanio. «Il mio ingresso nella Pubblica Amministrazione mi ha permesso di apprezzare la competenza e concretezza di molti professionisti del digitale che lavorano per lo Stato. C’è molta voglia di fare anche se talvolta tali competenze non sono distribuite in modo omogeneo. Ad esempio, c’è una sensibile differenza tra amministrazioni centrali e territoriali». L’agenzia del Demanio gestisce quasi 44mila edifici pubblici per un valore di circa 61 miliardi di euro. I dati raccolti sono sempre stati quelli classici in termini di anagrafiche, consumi, occupazioni e così via. Ma il Demanio ora ha intrapreso un nuovo percorso che aggiunge a questi dati anche tutto ciò che è orientato alla valorizzazione dell’immobile al fine di restituire alle pubbliche amministrazioni e al cittadino qualcosa che sia più “smart”. «Lo smart building – che noi decliniamo come Sustainable Building – è un tema centrale per l’Agenzia del Demanio che può essere considerata una data-driven company» – continua Bollati. «Raccogliamo dati, li analizziamo, li strutturiamo, creiamo scenari di utilizzo degli immobili, di riallocazione, di valorizzazione, e tramite l’analisi di questi dati proponiamo alternative concrete ai vari interlocutori, utilizzatori degli immobili e Pubblica Amministrazione». In questa nuova visione, l’Agenzia del Demanio ha deciso di dotarsi non di una nuova direzione IT ma di una Direzione della trasformazione digitale, dove il termine trasformazione – secondo Bollati – andrebbe sostituito con accelerazione.

Dario Pagani head Digital & IT di Eni

«La tecnologia c’è. Le condizioni a contorno esistono. Bisogna solo far accadere le cose nel modo migliore e più efficace e veloce possibile». Per farlo, servono le due “C”, sostiene Bollati: «Continuità e competenze». Continuità: «Alcuni progetti non possono vivere di tre anni in tre anni». Competenze: «Sono diffuse a macchia di leopardo e scontano due effetti. Il primo è l’aspetto generazionale. Il secondo è la necessità di una certificazione delle competenze che sia condiviso e nazionale, anche per ridare dignità alle professionalità dell’informatica e del digitale». Su questo ultimo aspetto, alcune associazioni di CIO (come CIO AICA Forum di cui Bollati è vicepresidente), insieme a Federmanager si stanno facendo promotrici di iniziative importanti per la formazione e certificazione delle competenze dei manager IT. Senza questi due fattori, si rischia che il tema della trasformazione digitale nella PA ma non solo, risulti alla fine solo un bello slogan per accedere ai fondi del PNRR. «Per portare avanti la strategia di rilancio del Paese – continua Bollati – occorre avere profonda coerenza. La trasformazione digitale richiede impegno e continuità da parte delle istituzioni». People, planet, prosperity, peace e partnership sono i cinque principi fondamentali dell’Agenda 2030. «Innovazione, digitale e sostenibilità in tutte le sue declinazioni sono le leve per realizzarla. A livello di sostenibilità, il Demanio, tramite il digitale, deve diventare vero valorizzatore del modello sostenibile introducendo indicatori ad hoc. All’interno dei bandi di gara vanno inseriti questi indicatori sia in modalità ex-ante che ex-post per la valutazione dell’effettiva sostenibilità e valore di un progetto immobiliare».


#DX Il valore della continuità e delle competenze – Massimo Bollati @agenziademanio
Click To Tweet


Ma le aziende private si trovano in una situazione diversa rispetto dalla Pubblica Amministrazione? E soprattutto, credono che la trasformazione digitale potrà avvicinare il cliente finale al produttore? Gianluca Ceruti, CIO di Bolton Group, azienda che produce e vende prodotti di largo consumo a livello internazionale, ci dice che per la sua azienda – «il B2C è ancora un fenomeno per la maggior parte legato a pochissimi articoli anche in considerazione del fatto che i prodotti sono venduti al cliente finale tramite gli scaffali di distributori grandi e piccoli che non si vogliono penalizzare». Insomma, il B2B svolge ancora un ruolo preminente in questo mercato sia per il modello distributivo in essere sia per la complessità di approntare una supply chain adeguata al B2C, con riferimento a tutti i sistemi coinvolti. «Una cosa è portare un pallet di articoli a un magazzino di un operatore della grande distribuzione con un ordine solo, un’altra è distribuire 100 prodotti con ordini diversi a casa di 100 clienti». Inoltre Ceruti spiega che – per una azienda “familiare” come Bolton Group – «essere competitivi in alcuni settori, anche molto “frequentati” da grandi multinazionali, significa essere estremamente efficienti in tutto quello che sta dietro il front-end, a partire dal supporto all’automazione di processo fino alla localizzazione degli impianti produttivi vicino il più possibile al mercato di collocazione». Quindi, dotarsi di strutture molto flessibili, per adattare i prodotti alle esigenze del consumatore con una distribuzione molto capillare, può risultare un aspetto vincente di una trasformazione digitale non tanto sbandierata ma di fatto applicata ogni giorno. «Occorre una selezione degli investimenti. Bisogna decidere dove posizionare le risorse per mantenere la redditività aziendale» – aggiunge Ceruti.


#DX La gestione della filiera dalla produzione alla distribuzione – Gianliuca Ceruti #BoltonGroup
Click To Tweet


La necessità di dover dare risposte al consumatore, per esempio sulla sostenibilità della produzione del prodotto e la certificazione della filiera produttiva, spinge l’azienda manifatturiera a sviluppare e mettere in atto una trasformazione digitale in grado di soddisfare le esigenze del cliente finale, nonché esigenze interne di controllo qualità di quanto prodotto. «In Bolton Group, questa attenzione è presente da molto prima che venisse alla ribalta il concetto di trasformazione digitale e sostenibilità» – conclude Ceruti. La trasformazione digitale nel privato può essere vista come una modalità per essere sempre vicini alle esigenze del cliente e per rendere efficiente ed efficace la gestione della filiera dalla produzione alla distribuzione, con coniugazioni diverse e verticali legate allo specifico business.

Massimo Bollati direttore per la Trasformazione Digitale – Agenzia del Demanio

NEL CUORE DELLA TRASFORMAZIONE

«Esiste una accelerazione della trasformazione digitale dovuta all’incremento della complessità generale e quindi occorre trovare il modo per facilitare aziende e Pubblica Amministrazione a trarre beneficio da questa spinta repentina, senza rimanerne schiacciati» – afferma Michele Armenise, managing director di Axians Italia. Per attuare realmente e in modo efficace la trasformazione occorre che tutti gli attori coinvolti siano consapevoli del percorso modificativo che dovranno compiere, e al tempo stesso essere convinti che quel percorso potrà portare benefici e non problemi. «Questo implica che non esiste trasformazione digitale senza coinvolgimento attivo delle persone» – spiega Francesco Clabot, partner & CTO di WEGG. Ogni trasformazione, e quella digitale non si sottrae a questa regola, comporta un cambio organizzativo. Purtroppo, talvolta eventi esterni accelerano una trasformazione non ancora disegnata e metabolizzata dalle organizzazioni. Basti pensare alla pandemia e alla remotizzazione delle modalità di lavoro, formazione e comunicazione. «Oggi, stiamo lavorando in modalità “reverse engineering” cercando di mettere al loro posto tasselli organizzativi, che il digitale ha permesso in pochissimo tempo di attuare in modo differente dal passato» – riprende Armenise. «Il payoff di Axians recita “the best of ICT with the human touch. Questo significa che è necessario recuperare la dimensione umana all’interno del contesto organizzativo».

Una ibridizzazione che permea il business, le organizzazioni, il lavoro, i processi e che trae origine dalla contaminazione stessa dei modelli tecnologici: si mettono i dati in cloud ma anche su server locali vicini a dove vengono prodotti, per poi essere elaborati da una forza computazionale distribuita a livello geografico. «Quello che si deve governare è la complessità, garantendo sicurezza e corretta gestione del rischio» – afferma Armenise. «La sicurezza finora è stata trattata in una logica assicurativa, con un approccio reattivo e non di prevention. Agire sulla cybersecurity vuole dire attivarsi a livello tecnologico, di processo ma anche a livello culturale aumentando il grado di consapevolezza ed attenzione al tema, in una logica preventiva. La sicurezza al cento per cento non esiste. Ma esiste invece la possibilità di disporre di dati che possono indicare i passi ottimali da seguire per rispondere a un attacco e anticipare una situazione di rischio».


#DX Governare la complessità garantendo sicurezza e gestione del rischio – Armenise @Axians_Italia
Click To Tweet


IL FATTORE UMANO

La trasformazione digitale si fa con la testa delle persone e con gli strumenti della tecnologia. Il fattore umano è essenziale. Il coinvolgimento degli addetti alle HR è rilevante almeno quanto la tecnologia adottata per la trasformazione stessa. Bisogna ricordare che non è la tecnologia a indurre il processo organizzativo. Ma è l’organizzazione del lavoro che deve guidare la scelta della tecnologia più adatta a supportarla, tenendo sempre presente l’obiettivo globale, per non incorrere nel rischio (sempre presente) di costruire applicativi troppo verticali (e quindi difficili e costosi da manutenere) guidati solo da una visione localizzata che non permette di aprire la vista “al cosa fanno gli altri e al come hanno risolto gli stessi problemi”. L’attenzione si sposta quindi dalla tecnologia alle persone. Ma come rendere le persone capaci di essere forza motrice e cinghia di trasmissione della trasformazione digitale? «Il vero problema è trovare il modo di sfruttare le tecnologie, anche quelle di rete, per ottenere benefici tangibili per le persone» – spiega Francesco Clabot di WEGG. «Il ruolo del digital transformation manager è essenziale ma molto spesso non compreso. La trasformazione digitale deve essere guidata dall’attenzione al cliente/utente e per questo bisogna farsi le domande giuste. Fare trasformazione digitale non significa adottare una tecnologia e poi dare la colpa al software in caso di insuccesso, senza tenere conto dei processi. Trasformare significa trovare soluzioni nuove e ridisegnare la logica di processo. Non bisogna confondere IT transformation e digital transformation. Pensiamo al settore bancario: lo sportello fisico è diventato un’applicazione sullo smartphone. Mettere al centro l’utente è essenziale per capire la trasformazione digitale».

Gianluca Ceruti Group ICT director di Bolton Group

GUARDARE LONTANO

Ingredienti ormai classici della trasformazione digitale sono il cloud e la connettività. Il cloud non è scegliere se mettere i tuoi sistemi fuori dall’azienda ma portare i tuoi applicativi a funzionare in ottica pay-per-use. «Il cloud è soprattutto un cambio di mindset» – sostiene Marco Barra Caracciolo di Bludigit. «Qualcuno prova ancora a spiegare il cloud con il paradigma “sposta i tuoi sistemi sul cloud e risparmi”. Questo approccio può essere vincente per convincere un CEO non esperto, ma non è la verità e prima o poi i nodi vengono al pettine. Per risparmiare – o meglio ottimizzare con capacità di scalare – occorre ripensare la maggior parte degli applicativi in una logica diversa. Per andare sul cloud con successo occorre investire in re-ingegnerizzazione di software e di processi». Parliamo chiaro dice Barra Caracciolo: «Gli OpEx sul cloud crescono. La vera sfida è farli crescere linearmente, il più possibile vicini al pareggio, e non esponenzialmente come logica conseguenza della crescita inarrestabile di dati, capacità computazionale e connettività». La trasformazione influenza sicuramente il modo di concepire la cybersecurity, il disegno dei processi e lo sviluppo del software in modo Agile. Anche il tipo di adoption da parte dei C-level può essere di ostacolo o di sostegno alla trasformazione digitale. I C-level devono essere convinti del passo da compiere perché sono loro a dover guidare il cambiamento, non solo digitale ma soprattutto organizzativo. Occorre quindi avere capacità di visione in grado di mettere assieme i passi necessari per raggiungere l’obiettivo con un approccio trasversale. Basti pensare ai contratti classici dei system integrator che sviluppano software che quasi mai comprendono, per esempio, indicatori della capacità di utilizzare il prodotto sviluppato sul cloud in modo profittevole. Forse proprio per questo motivo, stanno guadagnando terreno applicativi che sono in grado di definire il grado di portabilità sul cloud, suggerendo modifiche, e anche il livello per così dire “green”. Tali strumenti in futuro potrebbero assumere una loro connotazione fondamentale nella verifica e certificazione del software sviluppato da terzi, oltre che nell’analisi delle attività da attuare sul proprio parco software per un journey-to-cloud più efficace.

Michele Armenise managing director di Axians Italia

PENSARE IN MODO DIVERSO

«La user experience diventa essenziale al pari del cambio di mindset» – ci ricorda Ceruti di Bolton Group. Il primo alleato dell’IT sono le risorse umane. Altro aspetto essenziale è comprendere le esigenze del cliente finale o dell’utente. Più facile a dirsi che a farsi. «Se avessi chiesto ai miei clienti cosa volevano, mi avrebbero risposto: un cavallo più veloce» – Clabot di WEGG cita la celebre frase di Henry Ford. «Questo ci fa comprendere come talvolta anche i clienti, i destinatari della trasformazione, non siano in grado di comprendere appieno le potenzialità retrostanti e, soprattutto, non riescano a formalizzare esigenze e requisiti senza basarsi sull’esperienza precedente». Per questo motivo, il ruolo del designer è fondamentale perché ci aiuta a formalizzare le esigenze tramite una metodologia che ci porta a “pensare” in modo diverso dal solito. «Trasformazione digitale – riprende Barra Caracciolo di Bludigit – vuole dire ripensare i processi applicando metodi di lavoro alternativi, adottando nuove architetture infrastrutturali e/o applicative, e utilizzando strumenti innovativi, adeguati al cambio di paradigma che si vuole implementare».


#DX Non esiste trasformazione digitale senza coinvolgimento delle persone – Francesco Clabot #WEGG
Click To Tweet


Alla fine comunque – sottolinea Pagani di Eni – «il ruolo dell’IT è fondamentale perché avendo una visione completa e trasversale dei processi aziendali è il candidato ideale per avere quella visione “bifocale” necessaria a proporre innovazione di processo e applicativa». Il cliente o l’utente finale sono più avveduti di quanto non si creda. «Non è vero che il cliente non conosca ciò che vuole» – ribatte Bollati dell’Agenzia del Demanio. «In molti casi, una possibile lacuna dell’IT è quella di proporgli soluzioni di digitalizzazione non adeguate». Altro aspetto fondamentale – sottolinea Pagani – è la capacità di imparare che richiede anche una buona dose di umiltà: «Pensiamo ai C-level che devono prendere serena coscienza di avere alcuni gap formativi e si devono quindi porre nella disposizione positiva di chi vuole comprendere per migliorare».

Francesco Clabot partner & CTO di WEGG

SOSTENIBILITÀ E TRASFORMAZIONE

Concludendo occorre chiedersi quanto è cambiata la società e quanto siamo coscienti dei temi legati alla sostenibilità. La trasformazione digitale dovrebbe essere pensata anche in relazione alla società che vogliamo costruire. Non ha senso parlare di transizione energetica se non comprendiamo che la trasformazione digitale ne è l’elemento abilitatore. «Stiamo spiegando ai nostri ragazzi – si chiede Pagani – che dettare un messaggio vocale al telefonino ha un impatto sull’ambiente molto più elevato di scendere per strada e parlarsi»? La tecnologia modella il nostro modo di vivere e la società. La trasformazione digitale disegna il futuro di un nuovo continente digitale di cui imprese e persone fanno parte ma ancora senza cittadinanza. La rotta che tracceremo farà la differenza.

Foto di Gabriele Sandrini


Point of view

Intervista a Michele Armenise, managing director di Axians Italia: Integrazione a 360 gradi

Intervista a Marco Casaletta, sales engineer & telco operators manager di Data4: Data center affidabili e green

Intervista a Francesco Clabot, partner & CTO di WEGG: Le persone al centro del cambiamento

L'articolo Digital transformation, la scoperta del nuovo continente digitale proviene da Data Manager Online.

]]>
Le persone al centro del cambiamento https://www.datamanager.it/2022/09/le-persone-al-centro-del-cambiamento/ Thu, 15 Sep 2022 14:51:52 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221015 Più agilità, efficienza e produttività. WEGG guida la trasformazione digitale delle imprese attraverso tecnologie IT orientate alle persone WEGG è nata il 21 aprile 2022, in occasione della Giornata Mondiale della Creatività e dell’Innovazione, in risposta alle mutate esigenze delle persone e delle aziende, un’evoluzione della matura NETCOM. Francesco Clabot, partner & CTO di WEGG, cita […]

L'articolo Le persone al centro del cambiamento proviene da Data Manager Online.

]]>
Più agilità, efficienza e produttività. WEGG guida la trasformazione digitale delle imprese attraverso tecnologie IT orientate alle persone

WEGG è nata il 21 aprile 2022, in occasione della Giornata Mondiale della Creatività e dell’Innovazione, in risposta alle mutate esigenze delle persone e delle aziende, un’evoluzione della matura NETCOM. Francesco Clabot, partner & CTO di WEGG, cita il filosofo francese Bernardo di Chartres per inquadrare subito la mission: «Come i nani sulle spalle dei giganti possono allargare lo sguardo per vedere più lontano, così WEGG utilizza l’esperienza tecnologica maturata in più di vent’anni come NETCOM per guardare ancora più lontano, ridisegnando la tecnologia intorno alle persone». L’offerta di WEGG si concentra su tre aree: IT Asset Management, Work From Anywhere e Digital Service Experience. Per ciascuna di queste aree vengono offerti consulenza e servizi, partendo sempre da un’analisi della situazione del cliente e delle sue specifiche esigenze. «WEGG aiuta le aziende a prendere il controllo dei loro asset IT fornendo soluzioni di analisi, gestione e ottimizzazione del patrimonio informatico» – spiega Clabot – «Configura postazioni sicure e operative da remoto con soluzioni di gestione centralizzata e analizza i processi di funzioni aziendali portandoli su piattaforme digitali e migliorandoli quanto più possibile».

Dalla tecnologia alle persone

Troppo spesso quello che viene definito “trasformazione digitale” è invece un mero aggiornamento di software che non va però a vantaggio delle persone. «WEGG invece vuole innescare un profondo cambiamento nella società, aiutando le aziende ad avere servizi digitali all’avanguardia, pensati per valorizzare il proprio patrimonio umano. Questa è la vera differenza» – spiega Clabot. «Con l’emergenza sanitaria, abbiamo visto crescere il peso della tecnologia: milioni di persone hanno dovuto rimodulare il loro vissuto e non tornerebbero più indietro. Le aziende, d’altra parte, si digitalizzano per venire incontro alle esigenze della nuova normalità, ma non riescono a dar vita a percorsi di trasformazione digitale soddisfacenti per le persone. Questo perché l’approccio adottato è Technology First, non People First» – continua Clabot. «Per ottenere una vera trasformazione digitale occorre fare in modo che le persone siano agevolate nel raggiungimento dei loro obiettivi, in modo più semplice e veloce, altrimenti diventa solo innovazione fine a sé stessa».

Digitale e sviluppo sostenibile

Rendere universale l’accesso al digitale è uno degli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, eppure per vari motivi siamo ancora molto lontani da questa conquista. Spesso si dà la colpa alla “resistenza al cambiamento” delle persone. Ma questa spiegazione a Francesco Clabot non convince: «Sembra che siano le persone a non permettere di fare passi avanti, quando la responsabilità è delle aziende che non hanno saputo cogliere le loro esigenze. In WEGG, crediamo che user experience e resistenza al cambiamento siano due facce della stessa medaglia e che la tecnologia debba essere utile, allettante e semplice da usare. Se vogliamo guidare lo sviluppo tecnologico e non essere guidati, dobbiamo tenere conto del fattore umano e invogliare l’utente a provare e poi a ripetere la sua esperienza tecnologica» – insiste Clabot. «Il Manifesto della Persona Digitale promosso da WEGG mette al centro la responsabilità delle organizzazioni nella scelta di tecnologie sostenibili per i propri dipendenti».

L'articolo Le persone al centro del cambiamento proviene da Data Manager Online.

]]>
Data center affidabili e green https://www.datamanager.it/2022/09/data-center-affidabili-e-green/ Thu, 15 Sep 2022 14:51:45 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221013 Data4 sostiene la trasformazione delle imprese tramite i data center, hub dello sviluppo Strategicamente posizionato nel mercato IT, Data4 supporta progetti di digital transformation nell’era del multicloud e dell’outsourcing infrastrutturale. ll gruppo, nato nel 2006 e acquisito nel 2018 da AXA IM-Real Assets, gestisce 25 data center in Francia, Italia, Spagna, Polonia e Lussemburgo. Data4, conta […]

L'articolo Data center affidabili e green proviene da Data Manager Online.

]]>
Data4 sostiene la trasformazione delle imprese tramite i data center, hub dello sviluppo

Strategicamente posizionato nel mercato IT, Data4 supporta progetti di digital transformation nell’era del multicloud e dell’outsourcing infrastrutturale. ll gruppo, nato nel 2006 e acquisito nel 2018 da AXA IM-Real Assets, gestisce 25 data center in Francia, Italia, Spagna, Polonia e Lussemburgo. Data4, conta cinque campus data center in Europa, per una capacità complessiva di 384 MW di potenza che sarà ulteriormente ampliata. Data4 supporta l’incremento esponenziale delle esigenze di archiviazione dei dati dei suoi clienti fornendo soluzioni di colocation sicure, in un ecosistema neutrale e iper-scalabile per cloud providers, system integrator, PA, grandi aziende e PMI che richiedono di altissimi standard di affidabilità per le loro infrastrutture IT.

Iperscalabilità e neutralità

«La costruzione di un datacenter si basa su quattro pilastri: location adatta, infrastrutture adeguate, sicurezza fisica, connettività» – spiega Marco Casaletta, sales engineer & telco operators manager di Data4. «Come carrier-neutral ci occupiamo di progettare, finanziare e costruire data center hyperscale che permettano ai clienti di valutare e scegliere liberamente il proprio partner per la connettività. Tra i principali servizi offre soluzioni di data hosting scalabili e sicure in funzione delle specifiche esigenze. I campus Data4 offrono una serie di caratteristiche fisiche e di sicurezza della struttura che sarebbero estremamente complesse da replicare on-premise e che richiederebbero un impiego di risorse poco strategico sul lungo termine. L’infrastruttura proposta permette infatti di beneficiare di un servizio con standard qualitativi elevatissimi tra cui iper-connettività, sistemi di raffreddamento, sicurezza degli spazi e personale altamente specializzato».

Sicurezza dei dati e sostenibilità

Data4 offre le migliori garanzie per la sicurezza e la protezione dei dati dei propri clienti. Il campus di Cornaredo (MI) è sviluppato secondo i più alti standard di resilienza e continuità dei servizi erogati nel mondo Datacenter che si traducono in ambienti Certificati ANSI TIA 942 Rate4. Le infrastrutture IT sono distribuite in edifici totalmente indipendenti tra loro, che garantiscono un altissimo grado di sicurezza e alta affidabilità. «I data center sono i pilastri della digital economy ma al tempo stesso sono infrastrutture energivore. Puntiamo a ridurre l’impatto ambientale con l’obiettivo di zero emissioni nette entro il 2030. Data4 ha aderito al Climate Neutral Data Center Pact adottando un piano integrato di efficienza energetica che prevede l’impiego di fonti cento per cento green e l’ottimizzazione dei consumi di acqua. Tramite il nostro programma Data4Good abbiamo avviato un processo interno per misurare l’impatto ambientale in modo preciso e trasparente, identificando le leve d’azione per i componenti delle strutture a più alto impatto ambientale. La sostenibilità però non significa solo riduzione dell’impatto ambientale. Data4 è impegnata concretamente anche in politiche per la creazione di nuove competenze, l’inclusione sociale e lo sviluppo del tessuto economico dei territori».

L'articolo Data center affidabili e green proviene da Data Manager Online.

]]>
Integrazione a 360 gradi https://www.datamanager.it/2022/09/integrazione-a-360-gradi/ Thu, 15 Sep 2022 14:51:37 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221011 Axians aiuta a gestire la complessità degli ambienti ibridi sviluppando la capacità delle imprese di rispondere alle discontinuità operative e all’aumento del rischio Axians opera a livello internazionale e fa parte dello storico gruppo francese VINCI. Offre servizi di integrazione che vanno dal design alla progettazione, dalla realizzazione all’installazione e assistenza in produzione di svariati servizi […]

L'articolo Integrazione a 360 gradi proviene da Data Manager Online.

]]>
Axians aiuta a gestire la complessità degli ambienti ibridi sviluppando la capacità delle imprese di rispondere alle discontinuità operative e all’aumento del rischio

Axians opera a livello internazionale e fa parte dello storico gruppo francese VINCI. Offre servizi di integrazione che vanno dal design alla progettazione, dalla realizzazione all’installazione e assistenza in produzione di svariati servizi informatici e di rete, con una attenzione particolare alla cybersecurity, con un approccio fortemente consulenziale sia in ambito privato che pubblico. Per quanto riguarda l’infrastruttura, le aziende si trovano davanti a un’offerta molto ampia di servizi e soluzioni sia per la parte on premises che in cloud. Le applicazioni sono sempre più sofisticate e rendono per i clienti molto difficile decidere cosa tenere ancora in casa, cosa portare fuori o quali applicazioni sviluppare direttamente sul cloud. «Axians, essendo in grado di gestire con grande professionalità gli ambienti ibridi – spiega Michele Armenise managing director di Axians Italia – aiuta i clienti a gestire questa complessità. E lo fa in modo sicuro, potendo contare su una divisione di cybersecurity dotata di un SOC, elemento essenziale per la protezione il più estesa possibile dalle continue minacce e attacchi a cui sono oramai soggette tutte le aziende». Un approccio consulenziale e un’abitudine ad agire in panorami complessi, proponendo soluzioni innovative sia in ambito applicativo che infrastrutturale, nel privato come nel pubblico, fanno di Axians una delle realtà internazionali di maggiore spicco nel panorama degli integratori di sistemi.

I dati come asset per le aziende

Lo sviluppo della data economy ha un valore non solo economico ma anche di sicurezza. Lo smart working, l’utilizzo di tecnologie cloud e la varietà di servizi cui oggi accediamo rende quindi sempre più difficile controllare e definire dei perimetri aumentando esponenzialmente i rischi. L’Unione Europea sta cercando di ridisegnare il proprio ruolo nella digital economy, auspicando un rafforzamento della competizione tecnologica europea che favorisca l’istituzione di un mercato unico dei dati. «Axians supporta i clienti a districarsi all’interno delle normative, purtroppo ancora frammentarie, e a individuare i dati che possano rappresentare un valore per le aziende e che quindi devono essere protetti. Si tratta di un’attività di consulenza e non solo di know-how tecnologico che spesso deve individuare un punto di equilibrio tra sicurezza, affidabilità e disponibilità del dato. Tali processi sono sempre più complessi soprattutto per aziende internazionali dove prassi e livello normativo non sempre coincidono» – sottolinea Armenise.

Approccio centrato sull’utente

Nell’approccio alla cybersecurity non basta essere concentrati solo su tecnologie e processi. «La consapevolezza delle persone è la criticità più grande che devono affrontare aziende ed enti pubblici» – afferma Armenise. «La formazione, teorica e pratica, relativa alla sfera digitale, alle sue possibilità operative e ai rischi connessi rappresenta il primo investimento utile di cybersecurity. Axians è impegnata nel coniugare tecnologie, processi e risorse per mitigare il rischio, considerando impossibile eliminarlo del tutto».

 

L'articolo Integrazione a 360 gradi proviene da Data Manager Online.

]]>
Identity security, la sicurezza basata sull’identità https://www.datamanager.it/2022/09/identity-security-la-sicurezza-basata-sullidentita/ Mon, 12 Sep 2022 10:00:51 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221091 La sicurezza definita dalla gestione delle identità e dal controllo degli accessi. Regole, soluzioni e governance per gestire il ciclo di vita end-to-end delle identità di cose e persone, e l’accesso a tutte le risorse aziendali sia on-premise sia in cloud La gestione delle identità digitali? «Una tematica percepita e compresa soprattutto dall’IT». Non ha […]

L'articolo Identity security, la sicurezza basata sull’identità proviene da Data Manager Online.

]]>
La sicurezza definita dalla gestione delle identità e dal controllo degli accessi. Regole, soluzioni e governance per gestire il ciclo di vita end-to-end delle identità di cose e persone, e l’accesso a tutte le risorse aziendali sia on-premise sia in cloud

La gestione delle identità digitali? «Una tematica percepita e compresa soprattutto dall’IT». Non ha dubbi Pier Luigi Rotondo, membro del Comitato Scientifico di CLUSIT, l’associazione Italiana per la sicurezza informatica, nell’identificare l’area che maggiormente spinge per un riordino dei processi di definizione e gestione di cose e dei ruoli di utenti (personale dipendente, collaboratori esterni, partner, clienti) e gruppi, e per l’adozione di tecnologie IAM/PAM. Quelle soluzioni cioè che consentono di identificare un utente, autenticarlo e autorizzarlo all’accesso a dati e risorse a seconda del profilo assegnato, ossia a diritti e limiti collegati alla sua identità digitale. «Parliamo dei cosiddetti sponsor aziendali» – afferma Rotondo. «Dei responsabili della sicurezza informatica aziendale. Di chi controlla il business. Dell’’IT esteso. Quasi mai però del top management che ancora fatica a comprendere la centralità in termini di sicurezza della gestione delle identità digitali».

L’identità oltre a dover essere mantenuta, va modificata e monitorata lungo tutto il ciclo di vita: dall’assegnazione di diritti e limiti all’onboarding dell’utenza, dal provisioning del servizio alla sua cancellazione in presenza di determinate condizioni. «Tutti siamo consapevoli degli attacchi di phishing» – osserva Rotondo. «Ma che la soluzione al problema possa essere una buona gestione dell’identity e access management è un collegamento a volte mancante all’interno della direzione aziendale». Neppure la compliance, in generale più attigua al modo di pensare del management, ha sottratto la tematica dalla ristretta cerchia di specialisti. «Parliamo di un ambito normato da sempre» – conferma Rotondo. «Prima con i provvedimenti del Garante della privacy sulla responsabilità degli amministratori di sistema e più di recente con l’introduzione del GDPR». Interventi che hanno lanciato tutto il filone dei progetti IAM/PAM, rivitalizzati più di recente dagli adempimenti previsti dal Regolamento europeo. Il cui dettato – maggiore sicurezza nella protezione dei dati e nei controlli sugli accessi – ha accresciuto l’importanza di questi sistemi nelle strategie di sicurezza aziendali.


#CyberSecurity #IAM Cambiare approccio e interessi interni da mediare – Rotondo @Clusit
Click To Tweet


STRATEGIE DI SICUREZZA

«Per adempiere alle richieste del Garante non servono neppure soluzioni tecniche particolari» – continua l’esperto di CLUSIT. «Ma se la loro presenza ci mette al sicuro dal punto di vista normativo, anche in caso di controlli, lo stesso non può dirsi di fronte agli attacchi informatici». Basati come sappiamo spesso sul furto di credenziali. «La corretta gestione e la protezione delle identità sono un tema centrale che le organizzazioni devono affrontare» – spiega Giacomo Parravicini, direttore di Net Studio, società del gruppo Indra che in Italia opera come Minsait. «Infatti, con la crescente adozione del lavoro da remoto e più in generale, con il trend della trasformazione digitale che sta investendo tutti i settori, le aziende devono dotarsi delle migliori best practice e degli strumenti tecnologici più adatti al loro business per far fronte alle minacce di cybersecurity, in particolare sui temi della Digital Identity. Secondo i dati dell’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano, l’81% dei data breach sono legati a problemi di credenziali trafugate o troppo deboli».  Gli analisti attribuiscono agli “attori interni” oltre il 60% dei data breach. «Senza considerare le esposizioni dovute a imperizia ed errori» – aggiunge Francesco Ascheri, global sales support portfolio and vendor manager di S3K. «Molteplici attori e ruoli si avvicendano nella fruizione e gestione di servizi ed è difficile esercitare un controllo puntuale, soprattutto in momenti di cambiamento o pressione in caso di circostanze avverse. Certamente – prosegue Ascheri – la criticità aumenta in caso di utilizzo malevolo di credenziali appartenenti ad account privilegiati, in grado di accedere ai sistemi con ruoli power user».


#IAM Strategie di #sicurezza basate sulla #DigitalIdentity – Parravicini #NetStudio @MinsaitItalia
Click To Tweet


ESPANSIONE DEL MERCATO

Le aziende di tutti i settori oggi operano in mercati digitali iperconnessi. Adottando modelli operativi distribuiti nei quali il perimetro di business, non più delimitato dal data center locale o dalla rete aziendale, tende a dilatarsi e a caratterizzarsi per il numero sempre maggiore di utenti che necessita di accedere a risorse on-premise oppure in cloud, utilizzando connessioni e device eterogenei. Uno scenario che di certo non contribuisce ad attenuare le preoccupazioni legate alla protezione di dati, sistemi, identità e accessi. «Le aziende vogliono e devono evitare che eventuali attacchi informatici possano andare a buon fine» – spiega Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia. «Una complessità a fronte della quale aziende ed enti pubblici stanno incrementando i propri investimenti in soluzioni di security». In particolare, IDC rileva la crescita sostenuta nelle componenti di gestione delle identità digitali. Con una spesa che nel 2022 crescerà in questo segmento del 12% rispetto all’anno precedente in Italia. Investimenti che copriranno oltre il 30% della spesa in soluzioni software di sicurezza. «Una conferma – prosegue Pandolfi – della loro decisiva importanza, al fianco di soluzioni come quelle di endpoint e network security, security analytics, intelligence, response & orchestration». A rappresentare una domanda che coagula numerose esigenze espresse in modo più o meno esplicito da parte di aziende e organizzazioni. «L’espansione del mercato riflette le sfide che le aziende continuano ad affrontare nel day-by-day sul tema della gestione delle identità e degli accessi» – continua Pandolfi. «Un contesto in cui molte realtà si trovano a dover abilitare una forza lavoro distribuita, utilizzando un insieme sempre più ampio di applicazioni e account utente basati su cloud e on-premise».

INTEROPERABILITÀ E INTEGRAZIONE

Le principali esigenze delle aziende si riferiscono anzitutto alla necessità di utilizzare soluzioni interoperabili con i nuovi ambienti ibridi, dotate di opzioni predefinite di integrazione, in grado di supportare i team di sicurezza a gestire la complessità dell’implementazione e della gestione dei controlli. «Le organizzazioni –spiega Pandolfi – necessitano di soluzioni in grado di automatizzare e orchestrare i processi di gestione delle identità e degli accessi, attraverso advanced analytics e machine learning per abilitare controlli contestuali, tenendo conto del livello di rischio e degli elementi comportamentali, per esempio, sugli eventi di autenticazione o sul provisioning e de-provisioning» . L’applicazione di intelligence e automazione ai workload e all’applicazione delle policy è in grado di semplificare la gestione delle identità e degli accessi per i team di sicurezza e di ridurre in questo modo il rischio di compromissioni relative all’identità stessa. I ritmi elevati di crescita di queste soluzioni variano a seconda di diversi fattori. Uno di questi – come rileva Rotondo, Clusit – è la diversa sensibilità al tema tra piccole e grandi e aziende. «La risposta cambia sulla base della dimensione dell’organizzazione e del numero di addetti. Le grandi tendono ad avere piani e soluzioni più strutturati per la gestione delle identità. Le piccole invece sono meno inclini a separare le funzioni, fermandosi spesso agli accessi base senza costruire una vera e propria gestione dell’identità. Il che le espone a rischi di abuso degli accessi sia dall’interno dell’organizzazione che dall’esterno».


#CyberSecurity #IAM Autenticazione a più fattori, imprese italiane ancora indietro – Ascheri @S3K_SpA
Click To Tweet


VALUTARE I REQUISITI

Sarebbe interessante conoscere le percentuali di successo di questi progetti rispettivamente tra piccole e grandi aziende. Di certo, buona parte di queste implementazioni sono spesso foriere di emicranie e mal di pancia assortiti. È sempre scontato ribadirlo, ma prima di trovarsi nella spiacevole situazione di cercare una spalla su cui piangere, è meglio pianificare per tempo una serie di azioni che preparino il terreno a una messa a terra efficiente e mirata. Molti progetti finiscono per sforare abbondantemente tempi e budget pianificati. Le ragioni possono essere le più varie. In genere però, si tende a gettare la croce addosso al vendor/system integrator di turno. In realtà, è più probabile che nella fase di preparazione, obiettivi e pianificazione scontassero più di un errore. «Ottenere la consapevolezza del proprio “stato dell’arte” e la scelta del “to be” sono fasi fondamentali» – sottolinea Fabio Torlini, chief information officer di SSG Scai Solution Group. «Soprattutto se si prevede di intraprendere un percorso di migrazione in cloud o un cambio infrastrutturale importante. Spesso però i processi approvativi interni relativi allo stanziamento del budget, in aziende molto strutturate, hanno comunque durate non indifferenti che possono allungare e frammentare i tempi di progetto».

RIPENSARE I PROCESSI

Il successo – come suggerisce la quasi totalità degli esperti con cui abbiamo parlato – dipende dalla capacità di pensare i processi in maniera efficace. Attività questa che per essere definita nei dettagli richiede tempo. Soprattutto se si è commesso l’errore di non discuterli e concordarli prima di entrare nella fase realizzativa. Inutile sottolineare che è ancora nella prima fase che dovranno essere discussi e definiti i concetti di ruolo e provvedere alla loro separazione tra tecnici e specialistici. Allo stesso modo, occorrerà definire senza ambiguità i flussi relativi alle richieste dei diritti di accesso, modifica e cancellazione. E naturalmente, stabilire le modalità di verifica periodica della situazione.


#CyberSecurity #IAM Espansione del mercato e la sfida dell’integrazione – Pandolfi @idcitaly
Click To Tweet


INTERESSI IN CONFLITTO

A complicare le cose però ci sono gli interessi divergenti delle aree aziendali coinvolte. L’IT in genere ha una visione e una visibilità del progetto molto diversa rispetto alle risorse umane o alla produzione. Quasi sempre poi, l’applicazione della normativa esistente introduce un ulteriore strato di complessità nel percorso di definizione dei flussi lavorativi. Rotondo di CLUSIT sottolinea l’opportunità di garantirsi sin dalle fasi iniziali il supporto degli “stakeholder” più importanti interni all’organizzazione. «Il top management, per esempio. O le risorse umane. Una strategia che aiuterà a risolvere velocemente eventuali problemi nell’accettazione della soluzione a mano a mano che viene implementata». Secondo Parravicini di Net Studio, ci sono tre fattori principali da considerare: «Il primo è lo scenario di partenza, ovvero se siamo di fronte ad uno scenario “Green Field” oppure davanti a una trasformazione di un’architettura esistente che richiede ovviamente un tempo maggiore. Il secondo è relativo ai perimetri di progetto che vengono identificati sia in ambito Identity Governance (IGA) che in ambito Gestione Utenze Privilegiate (PAM). Il terzo è il tipo di adozione tecnologica. Un’adozione di tecnologie “cloud” ottimizza sicuramente i tempi di implementazione a discapito, a volte, di flessibilità implementative dato che questo tipo di soluzioni spesso non hanno le stesse possibilità di customizzazione dei prodotti on-premise». Nella gestione unificata delle identità la tecnologia scelta gioca un ruolo fondamentale concorda Ascheri di S3K. «La pila PAM dovrebbe essere dispiegata con maggior priorità, con un approccio bottom-up che porta vantaggi significativi in tempi brevi. Una soluzione unificata IAM/PAM certamente è utile per ridurre frizioni e integrazioni perigliose».

CYBERSECURITY AWARENESS

Purtroppo la tecnologia, per quanto importante e necessaria nella costruzione del sistema di protezione, non è sufficiente e non ci mette al riparo dagli attacchi – avverte Maurizio Zacchi, marketing & digital learning director di Cyber Guru. «Se è vero, come è vero, che al crimine informatico basta uno spiraglio per infilarsi in una rete e danneggiare un’intera azienda o organizzazione, va da sé che nessuno spiraglio deve essere lasciato aperto o incustodito. Per questo motivo, il sistema di protezione deve essere studiato nei minimi dettagli, a partire dalla gestione dell’identità digitale che va curata a 360 gradi. Gli hacker la conoscono bene e sanno come aggirarla facendo leva principalmente sull’errore umano». È sempre quest’ultimo, infatti, alla base del danno, che può propagarsi velocemente su tutta la filiera – continua Zacchi. «Soprattutto se chi compie l’errore è un fornitore di servizi IT su infrastrutture cloud e on-premises di diversi clienti finali. La base strutturale di una buona difesa è dunque un irrobustimento della postura digitale di ogni dipendente ma anche di ogni fornitore e di ogni individuo che si relazioni digitalmente con l’azienda, attraverso percorsi formativi di cyber security continuativi e sempre aggiornati».


#CyberSecurity #IAM Il primo passo della valutazione dei requisiti – Torlini SSGroup.it
Click To Tweet


LA COSTRUZIONE DEL TEAM

Una volta comunicato il progetto in azienda è importante che dipendenti e collaboratori inizino a familiarizzare con gli obiettivi principali. In questa fase, l’IT ha il compito di individuare le modalità più adeguate a rappresentare sia il proprio punto di vista che quello del team di progetto. Un passaggio importante considerato l’impatto che i sistemi IAM/PAM avranno su tutti i reparti dell’azienda. Perciò è essenziale impostare un flusso di lavoro in grado di bilanciare le esigenze del mondo IT con quelle del resto dell’azienda. Definendo in anticipo e senza ambiguità quali sistemi dovranno essere collegati alle tecnologie di gestione di identità e accessi. «L’esperienza insegna che è preferibile un’implementazione graduale della soluzione, proteggendo dapprima solo alcuni servizi o applicazioni, oppure coinvolgendo solo alcuni gruppi di utenti. Per poi estendere gradualmente la soluzione all’intera organizzazione» – rileva Rotondo di CLUSIT. L’implementazione deve dunque tenere conto di numerosi fattori. Ma se c’è qualcosa che contraddistingue i progetti IAM/PAM: la semplicità non è una di queste. Al contrario, la variabile tempo è sempre una delle osservate speciali. «Affinché un progetto resti all’interno degli obiettivi di budget e di tempo, è fondamentale una precisa mappatura di persone, accounts, ruoli, relazioni e accessi da proteggere» – sottolinea Rotondo. «Se queste informazioni non sono disponibili, è opportuno prima di iniziare con l’implementazione della soluzione recuperarle intervistando i ruoli aziendali coinvolti».

LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO

Quale che sia la complessità della situazione di partenza. la messa a terra del progetto si può sempre gestire partendo dalle priorità. In questo senso, partire con un’attività di risk-assessment oltre a verificare il grado di maturità del cliente consente di individuare le criticità più importanti e di intervenire per chiudere le vulnerabilità maggiori. «Partire dai sistemi più critici in termini di esposizione del rischio permette di velocizzare i tempi di installazione» – concorda Sunil Venanzini, Europe solution architect – SASE and Zero Trust di Trend Micro. Soprattutto, se uno strumento come quello del risk assessment – «è nativamente supportato da prodotti in grado di individuare e prioritizzare i rischi in base a diversi fattori, caratteristiche delle identità, scenario di conformità, policy aziendali» – sottolinea Francesco Ascheri di S3K.

LA SFIDA DELL’INTEGRAZIONE

In base agli ultimi dati di una ricerca sulla sicurezza condotta a livello europeo da IDC nel corso di quest’anno, il 28% delle organizzazioni utilizza ancora una piattaforma di identità on-premise, mentre il 4% utilizza una soluzione custom sviluppata internamente e circa una su cinque utilizza più soluzioni di identità separate tra loro e fornite da diversi fornitori. «Dati che evidenziano le principali sfide da affrontare per le aziende. Un accumulo di differenti prodotti, spesso sviluppati da diversi team e divisioni, per i quali è difficile guidare programmi unificati di sostituzione ed evoluzione tecnologica per portare tutta l’azienda su una piattaforma di identità unificata» – spiega Pandolfi di IDC Italia. Una prospettiva all’origine di molti problemi: l’onere operativo della gestione degli utenti, delle identità e dell’accesso; la mancanza di standard e interoperabilità tra i prodotti; la necessità di integrare, gestire e mantenere così tanti prodotti; i rischi di lacune e gap tecnologici che non assicurano la massima sicurezza e protezione delle identità e degli accessi. Ragioni che contribuiscono a innalzare il livello di complessità dei progetti sia in termini di integrazione con i sistemi di sicurezza presenti che di risorse e competenze necessari. A questo proposito Rotondo di CLUSIT suggerisce di valutare l’opportunità di iniziare dall’integrazione di una soluzione PAM – «solitamente più veloce da implementare e in grado peraltro di proteggere con minor sforzo gli account amministrativi e privilegiati che pongono le maggiori minacce all’organizzazione. Iniziare da una soluzione PAM, per estenderla poi a una soluzione IAM può essere una buona sequenza di implementazione».


#CyberSecurity #IAM La difesa inizia dall’awareness – Zacchi #CyberGuru
Click To Tweet


IN CLOUD OPPURE ON PREMISE?

Un altro classico bivio è la scelta tra una installazione on-premise oppure in cloud. «L’adozione di una tecnologia on-premise rimane, ad oggi, una strada ancora valida, da valutare attentamente rispetto allo scenario che si affronta» – afferma Parravicini di Net Studio. «Molte aziende hanno implementato negli ultimi 15 anni, soprattutto nel mercato finance, soluzioni IAM con un altissimo grado di customizzazione, spesso corredate da strumenti esterni a supporto. In questi scenari, l’adozione di soluzioni cloud è da valutare attentamente per limitare al massimo i compromessi tra “requisiti” e “capabilities” di prodotto. È chiaro che nel prossimo futuro ci aspettiamo un’evoluzione significativa delle capabilites dei prodotti cloud e una conseguente riduzione del gap tra requisito di business e capability di prodotto».

Secondo Venanzini di Trend Micro, implementare una soluzione di IAM on-premise è consigliabile nel caso che i sistemi da proteggere, e le relative utenze, siano presenti in aree critiche e segregate o in ambito di aree certificate con le direttive di sicurezza nazionali. «Inoltre – laddove si è dinanzi a un centro servizi IT completamente on-premise, siano essi erogati tramite sistemi di virtualizzazione o sistemi agili composti da containers e serverless service – per poter mantenere la stessa efficienza produttiva, potrebbe essere consigliabile avere soluzioni di IAM on-premise». Per Rotondo di CLUSIT, la scelta migliore è quella lasciare all’organizzazione decidere dove vuole tenere i propri dati e dove vuole eseguire i propri workload. «Il cloud ibrido, oggi una realtà, può connettere dati e applicazioni in sistemi diversi. La tecnologia permette di salvaguardare le scelte strategiche e gli investimenti di ciascuna organizzazione. Per esempio, un’azienda può decidere di lasciare i propri dati in database ospitati on-premise nei propri data center, ma eseguire la computazione su cloud pubblici». Mentre per Torlini di SSG, non esiste una regola aurea per definire se è meglio indirizzare una soluzione IAM on-premises oppure in cloud. «In generale, i sistemi IAM devono esistere a stretto ridosso di quelli che gestiscono le identità e, vista la sensibilità del dato, devono essere il più possibile isolati dal resto del mondo. Una risposta può essere data quindi in maniera coerente solo a valle della conoscenza dell’architettura generale che implementa il servizio».

PROGETTI E SOLUZIONI PAM/IAM

Nei prossimi mesi, il tema della gestione delle identità e degli accessi continuerà ad attrarre interesse e soprattutto investimenti da parte di organizzazioni e aziende. IDC prevede un progressivo passaggio verso piattaforme integrate di gestione delle identità digitali e degli accessi prevalentemente basate sul cloud. «Tuttavia, persisterà la necessità di gestire l’accesso a workload on-premise» – afferma Pandolfi di IDC Italia. «I vendor in grado di fornire una soluzione evoluta per la gestione dell’identità in ambienti ibridi avranno quindi un chiaro vantaggio a lungo termine. Inoltre, mentre il mercato si sta progressivamente spostando verso le piattaforme di identità, cresce la consapevolezza che non tutti i fornitori potranno fornire tutte le capacità di gestione delle identità secondo uno standard best-in-class». Questo significa che ci saranno sempre opportunità per fornitori specializzati in aree come la gestione degli accessi privilegiati (PAM) o in quella dell’identity governance e administration (IGA). «I fornitori di piattaforme di identità manterranno alleanze strategiche e assicureranno strette integrazioni con tali partner per garantire ai clienti la possibilità di soddisfare tutte le loro esigenze di identità e accesso».

AREE DI MIGLIORAMENTO

I prossimi mesi non stravolgeranno il volto di queste soluzioni. Interesse e investimenti verso queste tecnologie devono però essere alimentati. Migliorando le funzionalità esistenti e in alcuni casi aggiungendone di nuove. «I sistemi IAM di prossima generazione dovrebbero integrare maggiormente soluzioni di Intelligence in grado di verificare l’uso dell’identità digitale non soltanto sui servizi interni aziendali, ma anche esternamente al perimetro aziendale» afferma Venanzini, Trend Micro. «Inoltre è necessaria una maggiore integrazione tra i sistemi IAM e quelli di risk assessment, XDR e SIEM. In maniera tale da avere piena visibilità dell’uso ed esposizione dei servizi aziendali, on-prem e in cloud». Parravicini di Net Studio sottolinea invece la maggiore rilevanza che queste soluzioni dovranno riservare alla sicurezza dell’infrastruttura d’identità. «Nelle soluzioni di prossima generazione si dovrà dare maggiore rilevanza alla sicurezza dell’infrastruttura d’identità stessa, affinché possa proteggere i controlli d’identità di accesso, rilevando le minacce ed avviando rapida azione correttiva». Azione che potrebbe essere messa in atto attraverso l’utilizzo di strumenti di Identity Threat Detection and Response (ITDR), ovvero l’insieme di strumenti e best practice per l’identificazione e il rimedio di minacce dovute dall’utilizzo improprio di applicazioni di business da parte degli utenti interni all’organizzazione. Per Torlini di SSG, invece sarà importante – «implementare gli algoritmi di machine learning e di conseguenza un sistema di AI per la gestione e la messa in sicurezza degli accessi (privilegiati o meno) ottenendo quindi il doppio beneficio di “predire” eventuali attacchi sulla base delle analisi comportamentali degli utenti e ridurre i costi di “gestione” del servizio». Ascheri di S3K sottolinea invece l’importanza di aumentare la diffusione dell’autenticazione a più fattori. «Un punto sul quale ci troviamo in posizione arretrata rispetto ad altri Paesi europei».


#CyberSecurity #IAM La valutazione del rischio – Venanzini @TrendMicroItaly
Click To Tweet


COSTI E SVILUPPI FUTURI

Sul fonte dei costi, se quelli relativi alla progettazione non saranno soggetti a particolari variazioni rispetto al passato – prevede Parravicini di Net Studio – «quelli di mantenimento in esercizio possono essere ridotti, se non annullati, quando si parla di aggiornamenti tecnologici, in uno scenario di adozione cloud. Anche grazie a una buona progettazione dei processi di gestione della soluzione». Le soluzioni di gestione delle identità digitali, negli ultimi 24/36 mesi si sono evolute sia a livello di standard che di servizi. Tuttavia – secondo CIO e CISO – sono ancora molti i margini di miglioramento. «Per loro, le funzionalità maggiormente rilevanti saranno quelle di autenticazione avanzata, in grado di includere fattori biometrici e di autenticazione continua multifattoriale» – afferma Pandolfi di IDC. Sebbene la biometria continuerà a orientare i metodi di autenticazione, il fattore di autenticazione più importante continuerà a essere il “contesto” in cui gli utenti operano e da cui effettuano gli accessi che continueranno a incidere nella stesura delle policy. Le altre funzionalità – che secondo IDC acquisiranno sempre maggiore considerazione da parte dell’IT – sono quelle di single sign-on e passwordless. «E questo per garantire una migliore esperienza degli utenti ma anche per abilitare approcci architetturali Zero Trust» – spiega Pandolfi. «Senza tralasciare le funzionalità di privileged access management, con opzioni just-in-time e idonee alle architetture a microservizi o software-defined che caratterizzano oggi gli ambienti applicativi enterprise».

L'articolo Identity security, la sicurezza basata sull’identità proviene da Data Manager Online.

]]>
Assicurazioni, premi in crescita. L’IT per rafforzare la fiducia https://www.datamanager.it/2022/09/assicurazioni-premi-in-crescita-lit-per-rafforzare-la-fiducia/ Mon, 12 Sep 2022 09:00:53 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221152 Customer experience, calcolo dei requisiti, compliance e gestione del rischio per affrontare cambiamenti climatici, criminalità informatica e tensioni geopolitiche. L’adozione di soluzioni digitali trasforma e amplia il mercato assicurativo che guarda sempre più al modello basato sull’interoperabilità Il mercato dei servizi assicurativi sta cambiando completamente. Dalle funzioni attuariali alla gestione del rischio, dalla compliance alla […]

L'articolo Assicurazioni, premi in crescita. L’IT per rafforzare la fiducia proviene da Data Manager Online.

]]>
Customer experience, calcolo dei requisiti, compliance e gestione del rischio per affrontare cambiamenti climatici, criminalità informatica e tensioni geopolitiche. L’adozione di soluzioni digitali trasforma e amplia il mercato assicurativo che guarda sempre più al modello basato sull’interoperabilità

Il mercato dei servizi assicurativi sta cambiando completamente. Dalle funzioni attuariali alla gestione del rischio, dalla compliance alla relazione con il cliente, la trasformazione digitale è al centro dell’evoluzione del modello di business sia per la componente infrastrutturale sia per quella applicativa. I canali digitali rappresentano la migliore opportunità per superare la propensione culturale che, fino ad oggi, ha rallentato in Italia l’acquisizione di coperture diverse dai pacchetti base legati all’abitazione o all’automobile. Le architetture IT a supporto della assicurazione tradizionale prevedevano un sistema di agenzia su cui operava l’agente, da cui partivano poi periodiche alimentazioni batch ai sistemi direzionali. L’esperienza del cliente era basata principalmente sull’interazione fisica con l’agente non necessariamente supportata dall’IT, a parte ovviamente nella fase di emissione della polizza. Effettuato il pagamento, in assenza di sinistri, il cliente rivedeva l’agente l’anno successivo. In un modello di questo tipo, è chiaro che il livello di servizio IT non giocava un ruolo fondamentale. Secondo i dati di ANIA sulla raccolta premi 2021, le imprese di assicurazione nazionali e delle rappresentanze per l’Italia di imprese extra-europee hanno registrato una crescita pari al 3,8% rispetto al 2020, soprattutto grazie alle polizze Vita e al ramo Danni “non auto”.

L’IT CAMBIA IL SISTEMA

Dalla protezione alla prevenzione. Personalizzazione, flessibilità e trasparenza sono le parole d’ordine. Priorità numero uno? Rafforzare la fiducia. L’IT è l’alleato più potente per farlo. «Ci sono essenzialmente due modi di affrontare il cambiamento: modificare le sfide o cambiare il modo di affrontarle» – afferma Davide Palanza, research manager, IDC Financial Insights di IDC Europe. «Crediamo che il settore assicurativo abbia fatto la scelta dell’innovazione tecnologica come criterio cardine per evolvere il proprio status quo al fine di restituire esperienze di consumo più empatiche, fluide e rilevanti, valorizzando meglio i punti di contatto tradizionali e digitali». L’osservatorio IDC a livello EMEA conferma che più del 60% dei budget IT sono attualmente allocati su progetti di innovazione a lungo termine, indirizzati verso modelli IT più flessibili e architetture resilienti, oppure verso l’implementazione di tecnologie emergenti (AI, RPA, BDA, Blockchain, IoT), o verso l’acquisizione di piattaforme dati unificate per il consolidamento del dato in logica real-time. «Dopotutto – spiega Palanza – questi sono i caposaldi dell’ingaggio digitale che i consumatori moderni vivono in qualsiasi altro settore, e l’assicurazione, data la complessità dei suoi prodotti, linguaggi e processi, è sicuramente in lista nell’agenda della trasformazione digitale».

Gli fa eco Fabio Rizzotto, vice president, head of research and consulting di IDC Italia, sottolineando che il settore assicurativo risente come gli altri dei cambiamenti degli stili di vita e – «per certi versi, è ancora più esposto se si considerano gli assetti dell’ecosistema e le complessità della catena distributiva, diretta e indiretta». Non si deve dimenticare, infatti, il ruolo che in questo contesto giocano i protagonisti della distribuzione (agenzie, broker, ma anche le stesse banche, e altri attori finanziari), anelli di un ecosistema che evolve in chiave digitale. La ricerca del valore nella relazione tra compagnie e distribuzione non è mai stata così importante come oggi. E lo sarà ancora di più in futuro – continua Rizzotto – «con le trasformazioni della società digitale, la caduta delle barriere cross-sector, l’evoluzione dei modelli di engagement digitali, l’ingresso di nuovi attori, l’affermazione di logiche embedded e instant finance». Infatti, secondo IDC, entro la fine del 2023, il 65% dei consumatori a livello mondiale avrà sperimentato un’esperienza di instant finance. Il tema dell’innovazione tecnologica porta con sé la necessità di chiedersi se – come fa Palenza – può effettivamente condurre a un incremento del mercato o se invece rischia di minarne le fondamenta. Stiamo davvero assistendo alla fine del settore assicurativo tradizionale per come lo conosciamo? Cercare di fornire una risposta a tale domanda, acquista maggior rilievo in relazione al mercato e alla natura dei prodotti commercializzati: prodotti e servizi altamente regolati, fondati sulla mutualizzazione dei rischi e sul risarcimento dei danni come unica formula definitoria che identifica il fare assicurazione.


#Insurance Verso modelli IT più flessibili e architetture resilienti @idcitaly
Click To Tweet


«Le tecnologie emergenti e la loro recente commoditizzazione nel paniere degli strumenti aziendali – continua Palenza – stanno inducendo a una transizione del modello commerciale da una logica guidata dal prodotto a una logica basata sul cliente e sulle sue esigenze». Questa evoluzione ha imposto alle compagnie assicurative un profondo cambiamento tecnologico e organizzativo, in molti casi guidato dall’evoluzione della normativa che ha portato come conseguenza la trasformazione delle strutture di governance e dei modelli operativi. Secondo i dati di IDC, fra le priorità del settore spiccano la digitalizzazione dei processi front-end (per esempio, onboarding del cliente, KYC, servizio assistenza clienti). A seguire, l’efficientamento delle operazioni di back-end (come l’amministrazione polizze e le liquidazioni sinistri) e modelli di innovazione di prodotto. Ed è proprio quest’ultima area – conferma Palenza – «la più affascinante poiché interconnessa con la graduale estensione del concetto di assicurazione da un’ottica pressoché reattiva di gestione, valutazione e liquidazione sinistri, a una gestione più proattiva, dove la relazione assicurativa cambia connotazione e diviene il fulcro di servizi di previsione e prevenzione dei rischi». Gli analisti di IDC prevedono che entro il 2025, il 50% degli assicuratori offrirà la prevenzione del rischio in tempo reale come servizio ai clienti al dettaglio sia nel ramo vita che nel ramo danni, direttamente o attraverso ecosistemi di partnership digitali.

«In questo modo – continua Palenza – gli assicuratori saranno finalmente in grado di sviluppare interazioni positive e ad alta frequenza con i loro clienti e lasciarsi alle spalle i tradizionali punti di contatto neutri o negativi a bassa frequenza». È già noto come la tecnologia abbia cambiato il ramo dell’RCA, dove l’utilizzo della scatola nera, oltre all’archiviazione e all’elaborazione dei dati, ha portato alla nascita di nuovi prodotti, nuove modalità di calcolo delle tariffe, maggiore resistenza alle frodi. Ma il cambiamento lo si può cogliere, per esempio, anche nel settore delle polizze di assicurazione sanitaria, che possono essere combinate con rilevatori di funzioni vitali da indossare, così come nelle assicurazioni per la casa, fortemente caratterizzati dall’installazione di sensori di calore e di umidità o altri dispositivi di sicurezza. Gli esempi riferiti – concludono a una voce Rizzotto e Palenza – mostrano alcuni dati fondamentali. Le nuove tecnologie, da un lato aprono nuovi mercati, permettono di coprire nuovi rischi, riducendo alcuni rischi operativi, come le frodi, dall’altro aumentano l’esposizione ad altri tipi di rischio, come quello informatico, ampliano la gamma di prodotti ma modificano le tecniche di assunzione del rischio e di tariffazione. Stiamo dunque vivendo una fase di transizione per il settore assicurativo. Alle spalle abbiamo il modello di assicurazione tradizionale e davanti quello di assicurazione proattiva incarnato dalle Insurtech, che prenderà sempre più piede, a integrazione dei servizi tradizionali e in collaborazione con le compagnie storiche. Il cambiamento è l’unica certezza per un settore che esiste da secoli e che, forse, può rappresentare l’opportunità di un nuovo e migliore inizio, dove l’impegno sociale può raggiungere il suo massimo.

DIGITAL INSURANCE AGENDA

«A causa della pandemia, anche i dirigenti assicurativi più refrattari e ancora in dubbio sono ora convinti che investire nel digitale sia necessario e indispensabile» – sottolinea Roger Peverelli, digital innovation strategist and co-founder di DIA (Digital Insurance Agenda), la più grande e nota conferenza europea dedicata all’Insurtech, alla quale aderisce la maggior parte dei gruppi assicurativi mondiali. «Questa è una buona notizia per le Insurtech – prosegue Peverelli – dal momento che la stragrande maggioranza mira a supportare gli assicuratori tradizionali nella trasformazione digitale e nell’innovazione. Ma ciò vuol anche dire che queste dovranno essere sempre più attraenti». La decima edizione della DIA di Monaco mette al centro il tema del “vivere connessi”, pensando al proficuo impiego in campo assicurativo, dei numerosi dispositivi oggi disponibili, da quelli indossabili a quelli a bordo delle autovetture, fino alle soluzioni per rendere la casa più smart. «Tutte queste nuove applicazioni forniscono molti flussi di dati – spiega Peverelli – che rappresentano un insieme di nuove opportunità per rendere più efficienti ed efficaci gli attuali processi assicurativi, ma anche per sviluppare nuovi prodotti e servizi».

A cominciare dall’ottimizzazione dell’attuale catena del valore. Negli ultimi anni – continua Peverelli – l’enfasi della trasformazione digitale è stata sullo sviluppo dei canali digitali e sulla digitalizzazione dei processi esistenti. Tuttavia, la digitalizzazione è qualcosa di diverso dalla trasformazione. Nonostante tutti gli investimenti passati nel digitale, l’assicurazione non si è ancora trasformata radicalmente. Infatti, si vedono ancora gli operatori storici che sostituiscono le firme autografe con le firme digitali. La trasformazione invece – ribadisce Peverelli – riguarda la creazione di identità in un modo più efficiente, efficace e favorevole al cliente e alla compagnia. Quindi, si può dire che stiamo ancora all’inizio del processo di transizione. «C’è una grande opportunità nei prossimi anni per dedicarsi alla vera trasformazione digitale e all’innovazione in modo radicale». In molti mercati, i canali dei broker e degli agenti continuano a essere importanti in termini di volume e redditività. Insomma, vi sono ottime ragioni per investire in tali canali tradizionali e per supportarli con le nuove tecnologie. «La leva più importante è però nel marketing e nelle vendite – spiega Peverelli – in cui si possono proficuamente usare i sistemi di comando e controllo intelligenti combinati con i social media e con il supporto dell’AI durante le consultazioni».

Nelle compagnie assicurative c’è ancora molto da fare per trasformare la convinzione in azione. Non solo in riferimento agli investimenti in soluzioni Insurtech, ma principalmente al livello di ambizione e fiducia nelle nuove tecnologie e nelle giovani aziende per accelerare la transizione digitale, la sua modalità di realizzazione e scalabilità. «La maggior parte degli assicuratori – mette in evidenza Peverelli – è ancora impegnata in progetti pilota per sperimentare nuove piccole cose, ma questo spesso non ha un impatto significativo globale. Il ritmo è troppo lento. E di conseguenza, il divario tra ciò che i clienti si aspettano oggi e ciò che offrono gli assicuratori non fa che aumentare». Peccato perché ci sarebbe molto da guadagnare nel panorama immediato dell’Insurtech. Secondo Simon Kaesler e Christian Irlbeck di McKinsey, per esempio, l’anno scorso è stato un anno record con tre miliardi di euro di finanziamenti Insurtech europei: più del doppio rispetto al 2020. Nel 2022, invece, l’aspettativa è che l’importo totale possa essere leggermente inferiore. In conclusione – secondo Peverelli – gli investitori riconoscono bene ciò che crea vero valore nell’Insurtech e ciò che i modelli di successo hanno in comune nella digitalizzazione incrementale e in una sana cultura delle prestazioni. E gli effetti di tutto questo si vedranno sul mercato nei prossimi anni.


#Insurance Più del 60% dei budget IT impiegati su progetti di innovazione a lungo termine @idcitaly
Click To Tweet


OFFERTA DI SOLUZIONI SU MISURA

Per sfruttare appieno le opportunità delineate, l’industria delle assicurazioni si sta quindi dotando di architetture data-driven orientate a raccogliere e valutare tutte le informazioni rilevanti sul cliente, gli stakeholder e su tutti gli elementi del proprio business (anche in termini di sostenibilità), in modo da prendere le decisioni più adeguate a tutti i livelli dell’organizzazione. La base dei dati si è estesa verso nuove tipologie, oltre quelle classiche, con le informazioni reperibili da altre fonti come le reti social, le reti bancarie, i circuiti di pagamento, i sensori GPS e IoT. Ciò consente una maggiore personalizzazione dell’offerta, l’estensione a nuove forme assicurative oltre alla gestione più efficiente ed efficace, con l’evidente vantaggio della valenza economica sia per la compagnia che per il cliente finale. L’innovazione applicata a canali, prodotti e servizi assicurativi, in grado di coniugare tecnologia e sviluppo con sostenibilità e sicurezza, rappresenta la leva di business per la prossima evoluzione. Il fenomeno sta trasformando radicalmente l’industria assicurativa che, peraltro in questi ultimi anni aveva già in qualche misura innovato il proprio core business. Dematerializzazione, automazione dei processi operativi, intercanalità, nuovi sistemi mobile payment, l’intelligenza artificiale (AI), data mining. machine learning, big data e analytics, cloud, API, microservizi, blockchain, IoT e la cybersecurity, sono oggi le priorità nei programmi d’investimento IT. Si tratta di passare da un mondo di business in cui l’assicuratore sollecitava il versamento del premio alla scadenza e rifondeva i danni subiti, a una offerta di soluzioni su misura, pensate in chiave di prevenzione e previsione, supportate da un alto contenuto tecnologico. Una nuova metodologia dove l’offerta può far leva sulle informazioni per prevenire problematiche gravi e incidenti, aiutare il cliente a svolgere una salutare attività, suggerirgli persino una corretta alimentazione. Stiamo assistendo alla progressiva integrazione tra tecnologie e consulenza per dar luogo a una rinnovata offerta assicurativa per costruire una relazione personalizzata e di qualità con il cliente.

La pandemia ha accelerato la digitalizzazione, cambiando esigenze e abitudini degli assicurati e spingendo gli operatori ad aprirsi a collaborazioni in un ecosistema di startup e attori non finanziari. Sono nate nuove opportunità di business per le Insurtech. Nell’emergenza è cresciuto l’uso dei servizi digitali anche se gli assicurati, comunque, continuano ad avere fiducia nelle istituzioni tradizionali. Attorno alle società assicurative emerge un ecosistema pronto a intercettare le richieste di user experience di qualità, velocità di risposta, trasparenza e sostenibilità. Pensando alla compagnia assicurativa del futuro, secondo una recente ricerca del Politecnico di Milano si potrebbe affermare che i consumatori vogliono velocità nel risolvere i problemi e liquidare i sinistri, semplicità e trasparenza nella sottoscrizione di polizze e nelle risposte ai reclami, ma anche disponibilità 24/7 e possibilità di fare tutto da mobile. Anche in ambito finanziario, emerge la richiesta di sostenibilità che può essere garantita solamente attraverso la collaborazione con altri attori non assicurativi.

CONNECTED AND OPEN INSURANCE

Il mercato assicurativo è destinato a cambiare con l’avvento del nuovo modello di business di connected and open insurance. Il fenomeno sta modificando radicalmente l’industria assicurativa con la possibilità di condividere le informazioni con soggetti terzi e complementari. Anche se occorre sottolineare che tale cambiamento comporta, come sempre nelle grandi trasformazioni, notevoli rischi come per esempio l’ingresso nel network di soggetti non vigilati dalle autorità preposte, con conseguenti danni anche rilevanti. L’utilizzo non responsabile delle informazioni metterebbe a rischio la correttezza e l’equità del mercato. Di pari passo, cambia la funzione IT in azienda, che non significa più solo investimento ma, soprattutto, innovazione del business, intraprendendo un percorso di revisione dei processi, dell’organizzazione e dell’intera cultura aziendale. Il punto fondamentale dell’infrastruttura alla base dell’Open Insurance sono i sistemi di Application Programming Interface (API). Con la connected and open insurance, le assicurazioni non saranno più come le conosciamo oggi in quanto stanno ridefinendo radicalmente il proprio modo di funzionare, i processi e, di conseguenza, anche le competenze promuovendo un vero e proprio cambiamento culturale, in una logica digitale. L’agenzia tradizionale, comunque, continuerà ad essere importante nel business assicurativo, ma questa dovrà essere molto più orientata alla consulenza piuttosto che sulle operazioni standard e rutinarie. Sebbene la connected and open insurance rappresenti il futuro, il vero fattore di successo sta nella totale integrazione di tutti i canali digitali con quelli fisici. Anche tale aspetto richiederà un enorme sforzo di trasformazione in cui l’agente sarà sempre più consulente del cliente e “brand ambassador”. Si è anche qui di fronte a una evoluzione radicale verso la cosiddetta “agenzia ibrida o phygital”, che supera la separazione tra fisico e digitale. Dal “vecchio modello”, dobbiamo però recuperare il prezioso patrimonio di fiducia guadagnato nel tempo.


#Insurance Dalla protezione alla prevenzione. Personalizzazione, flessibilità e trasparenza @idcitaly
Click To Tweet


INNOVAZIONE E CYBERSECURITY

È proprio con tali motivazioni che l’ANIA, ha attivato un punto privilegiato di connessione con il Mind the Bridge Innovation Center di San Francisco con l’obiettivo di intercettare e studiare i nuovi trend di innovazione, condividendoli con le compagnie di assicurazione per favorire lo sviluppo del settore e garantire livelli di protezione sempre più elevati ai cittadini e alle imprese. L’osservatorio include l’analisi degli ecosistemi adiacenti, quali mobilità, health care, home & property e agritech. I primi progetti che stanno offrendo interessanti elementi di riflessione riguardano il mental health e il climate change: due temi che hanno impatto su molte aree di rischio della salute e della condizione di vita. Un altro tema cruciale è quello della cybersecurity. Infatti, la crescente sofisticazione e pervasività della minaccia cyber, come conseguenza della digitalizzazione e della profonda interconnessione tra diversi attori e Paesi, ha posto la resilienza cibernetica tra le priorità di azione per la finanza ed in particolare per le assicurazioni. Le evoluzioni più recenti hanno dimostrato come sia necessario presidiare in misura crescente, ai vari livelli, la capacità cyber delle infrastrutture per assicurare business continuity, sicurezza e affidabilità. A questo proposito, gli organismi di regolamentazione e standardizzazione e le autorità del sistema finanziario hanno recentemente adottato numerose misure proprio per rafforzare la capacità di prevenzione, difesa e reazione dei singoli operatori e del sistema. In particolare, citiamo le recenti guide metodologiche, raccomandazioni e regolamentazioni del G7 Fundamental Elements for Threat-Led Penetration Testing (G7FE-TLPT).

A livello europeo, il modello di riferimento per la conduzione di test è costituito dalla metodologia Threat Intelligence-based Ethical Red Teaming o TIBER-EU, adottata dalla BCE3 nel 2018 a cui si affianca il framework TIBER-EU, recepito tramite la Guida nazionale TIBER-IT che è stata recentemente adottata da Banca d’Italia, Consob e dall’Ivass. Il TIBER-IT si rivolge a più tipologie di entità finanziarie italiane: le infrastrutture di mercato, i gestori di sistemi di pagamento e di infrastrutture strumentali tecnologiche o di rete, le sedi di negoziazione, le banche, gli istituti di pagamento e gli istituti di moneta elettronica, gli intermediari finanziari ex art. 106 TUB, le imprese di assicurazione e gli intermediari assicurativi.

Le tre autorità indirizzano la programmazione dei test in linea con l’evoluzione degli scenari di rischio e la rilevanza delle entità finanziarie per la continuità di servizio del settore. Per supportare le organizzazioni finanziarie è stato messo a disposizione anche un centro di competenza dedicato: il TIBER Cyber Team Italia (TCT), il cui funzionamento è assicurato da esperti del settore. Secondo una autorevole ricerca realizzata dalla Italian lnsurtech Association (IIA), l’81% dei CEO delle assicurazioni vede nell’Insurtech una delle principali priorità. Un dato che solo due anni fa era 26%. L’impennata digitale contribuirà alla crescita complessiva del settore assicurativo in quanto implica sia la transizione del business dalle piattaforme analogiche a quelle digitali, sia perché vi sarà un aumento quantitativo e diversificato della domanda.


#Insurance Priorità numero uno? Rafforzare la fiducia @idcitaly
Click To Tweet


Secondo le proiezioni della società di consulenza Bain & Co. il valore totale dei premi assicurativi globali potrebbe quasi raddoppiare entro il 2030 a 10 trilioni di dollari. Un mercato in crescita che dovrà fronteggiare parallelamente la crescita dell’esposizione ai cambiamenti climatici, alla criminalità informatica e alle tensioni geopolitiche. Le compagnie tradizionali percepiscono oggi la maggiore competizione con i nuovi attori digitali che si caratterizzano per processi agili, veloci ed efficienti e modelli di business innovativi basati sul digitale e su offerte flessibili, dinamiche e indirizzate a nuovi ambiti di protezione. Per tali ragioni, tra le principali priorità degli operatori del settore spicca oggi la necessità di rispondere a una maggiore concorrenza e rafforzare il rapporto con i propri clienti, attraverso l’offerta di esperienze e comunicazioni di valore, personalizzate e contestuali, che contemplano canali connessi e integrati e customer journey fluidi. Per competere nel nuovo mercato, dove anche i sinistri assicurativi possono essere, per esempio, liquidati in pochi minuti, l’efficientamento e la semplificazione dei processi interni spicca come un’altra priorità irrinunciabile. Le priorità da indirizzare sono, quindi, molteplici e in costante evoluzione.

Per raggiungere con successo gli obiettivi di innovazione, customer experience e performance, sarà fondamentale investire in progetti in grado di abilitare processi ottimizzati e nuovi modelli di offerta e che al tempo stesso siano in grado di proteggere il business digitale, caratterizzato da operations e prodotti connessi. Per i prossimi anni, le compagnie assicurative saranno impegnate nell’ideazione e lancio nuovi prodotti e servizi, anche in partnership con attori innovativi, come le Insurtech o le big tech company. In questo ambito, dovranno rafforzare anche la proposizione di offerte con pricing dinamici, polizze temporanee, on-demand, prevedendo livelli di assistenza in real-time e personalizzazioni avanzate, che si baseranno sempre più sulla raccolta e l’ampio utilizzo dei dati dei clienti e su processi agili, fluidi e integrati. Grazie al miglioramento della tecnologia e dei dati – come ha affermato in una nota Andrew Schwedel, che guida il gruppo Macro Trends di Bain – le compagnie assicurative hanno la possibilità, e forse anche il dovere, di spostare l’obiettivo centrale del settore dal rimborso delle perdite al controllo delle perdite nel prossimo decennio.

L'articolo Assicurazioni, premi in crescita. L’IT per rafforzare la fiducia proviene da Data Manager Online.

]]>
Flessibile, smart e in cloud. Ecco il nuovo volto dell’ERP https://www.datamanager.it/2022/09/flessibile-smart-e-in-cloud-ecco-il-nuovo-volto-dellerp/ Mon, 12 Sep 2022 08:00:50 +0000 https://www.datamanager.it/?p=221071 Come trasformare e digitalizzare i processi operativi per utilizzare più efficacemente i dati, prendere decisioni in tempo reale e abilitare la collaborazione delle aziende in un ecosistema di partner sempre più ampio, garantendo sicurezza e agilità di business I sistemi ERP sono fondamentali per gestire aziende di ogni dimensione e settore. Contabilità, procurement, project management, […]

L'articolo Flessibile, smart e in cloud. Ecco il nuovo volto dell’ERP proviene da Data Manager Online.

]]>
Come trasformare e digitalizzare i processi operativi per utilizzare più efficacemente i dati, prendere decisioni in tempo reale e abilitare la collaborazione delle aziende in un ecosistema di partner sempre più ampio, garantendo sicurezza e agilità di business

I sistemi ERP sono fondamentali per gestire aziende di ogni dimensione e settore. Contabilità, procurement, project management, rischio e compliance, operations della supply chain, accanto all’enterprise performance management sono tra le aree che le imprese gestiscono quotidianamente grazie ai sistemi ERP. Negli ultimi anni, gli analisti hanno registrato una crescita sostenuta per i software gestionali. Tuttavia, PMI e PA possono ancora migliorare sul lato della loro adozione e integrazione per rendere interoperabili i moduli applicativi, usufruire di dati e informazioni aggiornate e favorire la collaborazione tra unità organizzative. Gestione amministrativa e contabile, controllo di gestione, logistica e magazzino, approvvigionamento e produzione, gestione documentale e workflow, CRM sono i moduli gestionali più usati dalle imprese.

Diego Pandolfi, research & consulting manager di IDC Italia spiega: «Le aspettative dei clienti e del mercato per prodotti, servizi e livelli di distribuzione più efficienti, personalizzati e innovativi sono sempre più elevate e questo sta spingendo le aziende  trasformare e a digitalizzare i propri processi operativi e a utilizzare più efficacemente i dati per decisioni e insight in tempo reale, in grado di guidare il business. Se il rapido accesso alle informazioni e l’uso dei dati in tutte le aree aziendali è diventato un obiettivo strategico, è anche vero che questo richiede nuovi sistemi IT in grado di integrarsi e di evolvere verso modelli innovativi, flessibili, intelligenti e cloud-based. L’ERP rappresenta il “cuore” del business delle aziende di molti settori. Per questo sta evolvendo per rispondere alle nuove esigenze delle aziende. In base alle stime di IDC, il mercato mondiale sta crescendo a tassi medi annui di circa il 7%, per quanto riguarda la spesa delle organizzazioni di tutti i settori. La componente che cresce di più è quella cloud (rispetto a quella on premise) che registra tassi di spesa di oltre il 12% in media all’anno, a dimostrazione di come l’orientamento prevalente sia verso l’acquisto di soluzioni SaaS, più flessibili, innovative e in grado di integrarsi più facilmente con altre piattaforme».

Secondo Pandolfi, la domanda di soluzioni ERP si sta orientando verso applicativi in grado di utilizzare efficacemente tutti i dati, ma anche i sistemi di intelligenza artificiale e di machine learning per migliorare i processi decisionali e produrre facilmente insights per il business, garantendo un accesso “anytime, anywhere” e una maggiore agilità del business. Le applicazioni ERP devono oggi abilitare la collaborazione delle aziende in un ecosistema di partner sempre più ampio ed essere in grado di interfacciarsi con sistemi e soluzioni differenti, quali, per esempio, sistemi di pagamento digitali, dispositivi IoT, applicazioni AR/VR (di realtà aumentata/realtà virtuale). Un’altra tendenza del mercato è quella di rivolgersi a fornitori di soluzioni ERP specifiche di settore: anche se alcuni processi aziendali sono comuni, ci sono ambiti come il manifatturiero, l’assistenza sanitaria, il settore pubblico o dei servizi nei quali i processi aziendali e i requisiti di analisi e reporting differiscono. Intanto crescono le esigenze delle aziende italiane: sistemi ERP più innovativi potranno essere di aiuto alla loro evoluzione.

«La maggior parte delle imprese, soprattutto quelle legate alla produzione industriale, sono estremamente sensibili alla gestione dei costi operativi (oltre due organizzazioni su tre)» – dichiara Giancarlo Vercellino, associate director di IDC Italia. «Negli ultimi anni, però, hanno cominciato a farsi strada nuovi temi. Le imprese italiane avvertono una chiara accelerazione nei cambiamenti di mercato e molte cominciano a confrontarsi con requisiti di business sempre più complessi da gestire (quattro imprese su cinque evidenziano un grandissimo sforzo per stare dietro a queste sfide). In questo scenario, i sistemi ERP giocheranno un ruolo fondamentale evolvendosi da sistemi che spesso rischiano di sclerotizzare e burocratizzare i processi aziendali in strumenti per promuovere una rapida ricombinazione di processi, tecnologie e persone, introducendo forme di automazione flessibili e intelligenti per adattarsi agilmente ai cambiamenti di mercato. Gli ERP diventeranno lo strumento per reinventare rapidamente aziende e organizzazioni».

CONNUBIO VINCENTE

Un connubio vincente sarà sempre più quello tra ERP e cloud. «Invece di continuare a investire in antiquati sistemi on premise, le organizzazioni più evolute e con una strategia “digital first” si stanno focalizzando su investimenti in piattaforme software SaaS e cloud-enabled, che garantiscono più flessibilità, modularità e agilità» – dichiara Pandolfi di IDC Italia. «Anche la domanda di applicazioni ERP basate su cloud continua a crescere grazie alla possibilità di abilitare un accesso in ogni luogo e momento, oltre che per le capacità maggiori di condividere e analizzare enormi quantità di dati e di integrarsi con sistemi e piattaforme di varia natura». Secondo le stime di IDC, in Italia la spesa delle organizzazioni per sistemi ERP in cloud salirà, nel 2022, di oltre il 20%. «I sistemi ERP cloud – prosegue Pandolfi – consentono alle aziende una crescita rapida, più efficienza e agilità, senza la necessità di importanti investimenti nell’infrastruttura tecnologica. Uno dei vantaggi principali dei servizi cloud è la capacità per i dipartimenti IT di spostare le risorse dalla manutenzione verso nuove iniziative, e questo può portare a generare nuovi ricavi e a una migliore competitività. I sistemi ERP in cloud, inoltre, consentono di operare in modo più efficace anche di fronte a costanti interruzioni, mantenendo la continuità del business grazie alla possibilità di accesso “anytime, anywhere”. Un altro vantaggio dei sistemi ERP cloud è la loro maggiore interoperabilità, grazie alla più facile possibilità di integrarsi con altri sistemi e soluzioni cloud». Secondo Pandolfi, minori sono i problemi con le integrazioni tra API e architetture a microservizi, più facile sarà utilizzare le informazioni nei processi di business. Quando si parla di migrazione verso il cloud, soprattutto per aree applicative importanti come quella dell’ERP, non si può trascurare il tema sicurezza. «Tra le preoccupazioni delle aziende, oggi, spiccano la necessità di proteggere tutti i dati distribuiti, anche quelli che risiedono sugli applicativi cloud, gli accessi ai servizi cloud e la necessità di configurare correttamente tutti i servizi, per non incorrere in errori che potrebbero esporre l’azienda ad eventuali attacchi o vulnerabilità» – spiega Pandolfi. «Sarà fondamentale, per queste ragioni, prevedere nuovi modelli architetturali di protezione, tra i quali spicca lo Zero Trust, per gestire in modo efficace e innovativo accessi e identità, ma anche utilizzare soluzioni di data protection e servizi di detection and response in tempo reale, per monitorare costantemente le attività sulla rete e individuare tempestivamente le anomalie».

ACCELERATORI DI INNOVAZIONE

Artificial intelligence e machine learning influiranno sempre più sull’evoluzione dell’ERP. «L’intelligenza artificiale – puntualizza Vercellino di IDC Italia – sta trasformando l’intero parco applicativo, come è avvenuto in passato durante le fasi iniziali di passaggio al cloud: gli operatori hanno dovuto rivedere la loro gamma di offerta, riscrivendo molto applicazioni per i nuovi ecosistemi digitali. Un fenomeno analogo sta avvenendo con il machine learning: gli algoritmi si stanno insinuando in modo sempre più capillare nell’automazione dei processi, da quelli IT a quelli di business. L’intelligenza artificiale è una grande opportunità per fare innovazione di prodotto: gli operatori più capaci e visionari avranno la possibilità non solo di rinnovare le modalità di interazione con le loro applicazioni più tradizionali (dalle interfacce conversazionali agli Smart WYSIWYG, che anticipano le intenzioni operative degli utenti), ma potranno portare sul mercato applicazioni nuove, che taglieranno trasversalmente le categorizzazioni tradizionali delle soluzioni applicative, attraverso un impiego puntuale e specifico dei dati e degli algoritmi. l’intelligenza artificiale consentirà di verticalizzare ulteriormente gli ERP, specializzandoli maggiormente rispetto a funzioni e mercati più specifici». Oggi si parla anche di integrazione tra ERP e IoT per disporre di processi produttivi più veloci, ricchi di dati e reattivi. «Le tecnologie che IDC definisce “innovation accelerators” continueranno a rappresentare un focus di investimento per l’innovazione del business e dei processi delle aziende» – riprende Pandolfi. «Alcune di queste categorie emergenti, come la blockchain, sono ancora in una fase iniziale di adozione, ma saranno importanti a lungo termine, mentre l’ampia diffusione di sistemi di robotica, IoT, AR/VR richiede già oggi alle aziende la capacità di integrare applicazioni, sistemi e dispositivi differenti per utilizzare al meglio tutti i dati e le informazioni, per automatizzare i processi e raggiungere più efficienza operativa, nonché per migliorare la gestione della cyber security. IDC ritiene che gran parte del valore dell’IoT sarà realizzato dall’integrazione dei dati generati dai dispositivi connessi con altri sistemi “core” che guidano i processi di business, tra i quali spicca l’ERP, senza dimenticare anche CRM, SCM o PLM».

Ma per concludere, secondo IDC, che caratteristiche avrà l’ERP del futuro? «Se dovessimo descrivere con tre aggettivi le caratteristiche essenziali dell’ERP del futuro, potremmo dire: semplice, intelligente e flessibile» – risponde Vercellino. «Semplice, immediato e naturale nelle modalità di interazione con gli utenti, attraverso ogni dispositivo e contesto. Abbastanza intelligente e perspicace da comprendere l’intento essenziale delle operazioni che l’utente sta conducendo (in base alle azioni precedenti, al contesto e al ruolo aziendale). Flessibile e adattabile alle caratteristiche più peculiari dei processi, e alle piccole idiosincrasie di ciascun utente. Insomma, il perfetto assistente virtuale che guiderà e consiglierà gli utenti su come gestire al meglio qualsiasi processo aziendale».

LA PAROLA ALLE AZIENDE

Le imprese italiane, sono sempre più interessate a un ERP evoluto. «Il concetto di ERP è cambiato» – dichiara Mauro Adorno, chief operating officer EMEA & APAC di ToolsGroup. «Oggi, servono soluzioni verticali potenti. Un ERP funzionale è una piattaforma che integra in maniera fluida applicazioni ad alto valore aggiunto, e permette lo scambio di informazioni ed eventi che possono determinare variazioni e richiedere specifiche decisioni». Secondo Elisabetta Rigobello, responsabile marketing di Di.Tech, le aziende italiane sono completamente assorbite dal tema della trasformazione digitale che ha un impatto significativo sull’ERP: «Da una parte si cerca di supportare la digitalizzazione dei processi aziendali gestiti in modo analogico, agendo direttamente sull’organizzazione. Dall’altra si devono trovare strumenti tecnologici che facilitino questa trasformazione. Essendo l’ERP il cuore dei sistemi informativi, la necessità è di arricchirlo di nuove funzionalità o di adattarlo nel caso in cui sia possibile. Quanto più l’ERP è flessibile e modulabile, tanto è più facile mantenerlo come perno focale della digitalizzazione». Elena Di Conza, direttore marketing di Passepartout sostiene che le imprese hanno sempre più bisogno di soluzioni trasversali, integrate, capaci di dare una visione dettagliata delle loro attività tramite strumenti di business intelligence e con tempi minimi da startup. «In questo contesto, le nostre soluzioni si sono rivelate vincenti, innanzitutto per la loro completezza funzionale, poiché nel nostro ERP sono presenti tutte le funzioni necessarie a coprire ogni aspetto della vita di una impresa, dalla fiscalità alla logistica, dall’interfacciamento con le macchine di produzione in ottica Industria 4.0 all’analisi dati. Ma il nostro valore aggiunto è fornire una soluzione completa in un unico prodotto e non diversi componenti messi insieme per lo specifico progetto, che in qualche modo dialogano tra loro. I nostri gestionali sono estremamente personalizzabili, grazie alla suite di sviluppo interna a disposizione dei VAR».

ABBINAMENTI VINCENTI

Cloud ed ERP sono percepiti come un abbinamento di successo. Adorno di ToolsGroup ritiene che i principali fornitori cloud rendano disponibili standard di sicurezza superiori ai modelli tradizionali on premise. Si tratta di un connubio vincente perché permette di offrire soluzioni SaaS scalabili con supporto incluso. Passepartout ha iniziato a investire nel cloud già dal 2008, quando ancora si riteneva che questo sistema non sarebbe mai decollato. «Oggi – afferma Elena Di Conza – i vantaggi delle soluzioni cloud computing sono ampiamente condivise anche dagli ultimi scettici. Il problema della sicurezza, invece, che non distingue tra soluzioni cloud e on premise, è contingente e reale, per questo è importante affidarsi a professionisti qualificati. Il cloud, da questo punto di vista, offre il vantaggio di delegare al vendor l’incombenza della sicurezza. Passepartout ha una server farm interna, sempre aggiornata e tecnologicamente avanzata, ma ci siamo affidati anche ad AWS, che abbiamo scelto per le politiche di disaster recovery e business continuity».

Secondo Roberto Finotti, sales director di EOS Solutions Group, i sistemi ERP rappresentano da tempo la colonna portante per la gestione delle imprese. La pandemia, però, ha ulteriormente aumentato la rilevanza dei sistemi gestionali in cloud, che hanno aiutato le aziende a resistere alla notevole pressione per soddisfare in tempo le richieste dei clienti, permettendo di adottare lo smart working con rapidità. «Oltre a facilitare lo smart working – continua Finotti – l’uso di un ERP in cloud permette di abbattere i costi fissi per il mantenimento di una struttura hardware. Se server e IT incidono pesantemente sul bilancio aziendale, il cloud permette una riduzione di costi da prendere in seria considerazione. Poiché il database centralizzato al cuore del sistema gestionale contiene i dati più sensibili dell’azienda, la sicurezza assume una rilevanza fondamentale. Tuttavia, nessuna impresa spende in sicurezza quanto molte aziende tutte insieme. Rispetto alle soluzioni on premise, il livello di sicurezza offerto da un provider di servizi cloud è sicuramente superiore, ne va della sua reputazione. Ultimo, ma non per importanza, il cloud è una tecnologia green. La sostenibilità è citata spesso nelle discussioni sui nuovi software, e i gestionali in cloud non sono un’eccezione. Quando un’azienda opta per soluzioni ERP in cloud, condividendo l’utilizzo e la manutenzione di infrastrutture con migliaia di altri utenti, fa una scelta che produce un importante risparmio energetico e riduce le emissioni di anidride carbonica».

Anche AI e ML sono ritenuti come elementi fondamentali nel delineare il nuovo volto dell’ERP. «È in atto una rivoluzione» – afferma Adorno di ToolsGroup. «L’ERP vede l’utente al centro di tutte le transazioni, ma con machine learning e intelligenza artificiale i processi decisionali sono demandati a sistemi dedicati, in grado di suggerire e prendere decisioni in base all’analisi dei dati e agli algoritmi di autoapprendimento. Nel caso di Supply Chain Planning & Execution si fa ricorso a processi decisionali automatici perché spesso più affidabili; l’utente interviene eccezionalmente».

Secondo Elisabetta Rigobello di Di.Tech, l’ERP è spesso il repository del patrimonio informativo di una impresa, almeno per le data-driven company, in cui i dati sono un asset vitale per il business. «In passato, il vantaggio competitivo era lavorare sui dati consuntivi, per definire le strategie del proprio posizionamento. Oggi, è necessario concentrarsi sul forecasting, tanto più preciso quanto più legato a processi di apprendimento. In questo senso, intelligenza artificiale e machine learning possono concorrere a rendere l’ERP lo strumento per migliorare le performance di una azienda».

Per Elena Di Conza di Passepartout, lavorare su elementi di intelligenza artificiale e machine learning è diventata una priorità: «Siamo già attivi con un progetto dedicato alle nuove tecnologie che prevede sperimentazioni sull’integrazione tra machine learning e soluzioni gestionali per imprese e commercialisti. Per esempio, abbiamo realizzato un protocollo di integrazione tra i nostri gestionali e gli smart speaker, per ottenere, con una semplice ricerca vocale, informazioni immediate su anagrafiche, stato ordini, articoli a magazzino e situazione dei pagamenti».

Anche la sinergia tra ERP e Internet of Things sarà sempre più determinante per le aziende. «L’IoT è una opportunità per il mondo produttivo» – spiega Luca Milani, offering manager di Smeup. «Basti pensare che è possibile dotare oggetti prodotti in uno stabilimento di sensori che comunicheranno con la sede centrale anche dopo che l’oggetto sarà venduto. Questo cambia l’ordine delle cose. La vita di un articolo all’interno del sistema informativo, che in molti casi sarebbe finita nel momento in cui è stato consegnato, in questo modo continua. Si può pensare quindi che i sensori a bordo dell’articolo fanno anch’essi parte del sistema informativo stesso, rendendolo un sistema distribuito. Solo un ERP flessibile e ben progettato può adattarsi a un cambiamento simile. L’ERP del futuro non sarà più relegato al freddo della sala server o in un data center tra le montagne: sarà sparso per il mondo insieme agli oggetti che lo compongono». Secondo Adorno di ToolsGroup, l’integrazione con strumenti in grado di fornire dati in tempo reale, non solo IoT, permette di rivedere processi decisionali critici: «Oggi, secondo Gartner, il digital twin che rappresenta lo stato della supply chain dovrebbe essere rivisto a intervalli di 15 minuti al massimo, per cogliere repentine variazioni di consumo, stato dei beni e andamento dei processi. E la riparametrizzazione dei sistemi di governo dovrebbe essere rivista sulla base dei dati reali aggiornati».

L’IMPORTANZA DELLE PERSONE

Non solo tecnologie. Per gestire e valorizzare in modo vincente un ERP di nuova generazione sono determinanti anche le persone. Nelle imprese sono necessari percorsi di formazione e aggiornamento, ma anche una diversa organizzazione per ridefinire nuove forme di collaborazione tra differenti aree aziendali. Anche il ruolo del system integrator deve cambiare. «Dall’inizio del 2020 – spiega Elena Di Conza di Passepartout – abbiamo assistito a una crescita esponenziale dell’utilizzo di strumenti tecnologici e a un aumento obbligato dell’attitudine al digitale. È dunque necessario gestire il tema delle competenze digitali. Le aziende devono prevedere programmi di aggiornamento e acquisizione di nuove abilità. Ma uno dei cambiamenti più significativi a livello organizzativo riguarda la cooperazione interna tra le varie funzioni aziendali. È necessario studiare nuove forme di collaborazione tra contabilità, supply chain, produzione, sicurezza e digitale. La comunicazione tra queste funzioni e la collaborazione tra reparti è determinante. E l’ERP è il cuore di questo sistema». Riguardo al ruolo del system integrator, Elisabetta Rigobello di Di.Tech puntualizza: «Il compito di un system integrator è sempre più quello di essere un partner che supporta i CIO nel processo di digitalizzazione nella sua interezza, nella trasformazione dei processi caratteristici e nella definizione delle tecnologie abilitanti a supporto. Il maggior vantaggio si ha quando il system integrator conosce bene i processi di business».

Dal canto suo, Elena Di Conza di Passepartout evidenzia che i system integrator hanno oggi l’opportunità di proporre e mostrare la solidità e i vantaggi delle architetture IT: «Il loro ruolo è fondamentale. Ora più che mai, abbiamo bisogno delle loro competenze e della loro esperienza, per guidare gli imprenditori italiani verso un nuovo modo di concepire la propria impresa. Il piano Transizione 4.0 sta offrendo la spinta giusta, creando nuove opportunità. Ma ora che il tessuto industriale italiano è in movimento, è importante rispondere alla domanda di trasformazione non solo con soluzioni focalizzate sulla possibilità di dialogare con i macchinari, ma aiutando le imprese a ripensare al proprio business in chiave digitale».

Claudio Ferrante, director sales di Wolters Kluwer Tax & Accounting Italia dichiara: «In Wolters Kluwer Tax and Accounting, contiamo su un sistema di partner ramificato, fondamentale per lo sviluppo e l’implementazione dei gestionali e delle loro personalizzazioni per le aziende italiane. I nostri partner fungono da system integrator e adattano e personalizzano gli ERP alle necessità produttive e territoriali. Affiancare lo sviluppo digitale delle imprese sul territorio è determinante per modellare le soluzioni digitali ai reali bisogni delle imprese produttive. Il nostro ERP di punta, Arca Evolution, si presta alle più sofisticate personalizzazioni e gli artefici dello sviluppo di un gestionale su misura sono proprio i nostri partner territoriali che conoscono la storia, le specializzazioni produttive tipiche del territorio, le imprese e come sono cresciute e si sono evolute. Molto dello sviluppo industriale passa attraverso la trasformazione digitale e la conoscenza della storia evolutiva, anche digitale. Questa conoscenza è il miglior viatico per affiancare con concretezza un’impresa. I nostri partner non dialogano solo con il dipartimento IT delle imprese clienti, ma anche con i vertici aziendali, con la direzione vendite, con la logistica, con l’amministrazione. La visione olistica dell’impresa inserita nella realtà territoriale fa del partner un system integrator efficace, anche nel tempo. Perché la trasformazione digitale non ha un termine. Ci sarà sempre un’innovazione tecnologica che renderà necessario uno sviluppo anche della struttura ERP. Chi conosce profondamente sia il territorio sia l’impresa e la sua storia evolutiva non può che essere il partner ideale».

CONCLUSIONI

Quali caratteristiche avrà l’ERP del futuro? Secondo Adorno di ToolsGroup – «l’ERP sarà aperto a connessioni con dati esterni e a integrazioni con soluzioni di ottimizzazione». Per Elisabetta Rigobello di Di.Tech – «sarà lo strumento che conterrà i digital asset delle imprese e, soprattutto, le funzioni per prendere decisioni, in chiave collaborativa e integrata, intersecando le funzioni di business aziendali. Sicuramente sarà fruito in cloud».  E per Elena Di Conza di Passepartout – «l’ERP del futuro saprà dialogare in modo aperto e interattivo con ogni tipo di dispositivo. Tramite il deep learning sarà in grado di estrarre valore dalle informazioni e integrando algoritmi di intelligenza artificiale annullerà le operazioni senza valore aggiunto. La gestione aziendale sarà sempre più automatizzata e la trasmissione dei dati, gestita attraverso web services, attivati da sistemi esperti, creerà il valore necessario alle decisioni strategiche».


Soluzioni ERP che fanno crescere le aziende

Le imprese italiane medio-grandi, operanti anche a livello internazionale nei settori del commercio all’ingrosso, manifatturiero, fashion e servizi professionali sono realtà complesse che necessitano di soluzioni agili, capaci di supportare la crescita e la continuità del business. Esse rappresentano il target principale di Würth-Phoenix, azienda di consulenza IT del Gruppo Würth, con sedi a Bolzano, Roma e Milano. «La digitalizzazione è la nostra missione – spiega Roman Clara, BU manager Dynamics 365 ERP Solutions. «Le soluzioni ERP SaaS basate su tecnologia Microsoft Dynamics 365 e Azure, per esempio, offrono enormi vantaggi in termini di costi e sicurezza. I servizi di artificial intelligence, machine learning e IoT ottimizzano la supply chain, migliorano la qualità dei prodotti, riducono tempi e costi di produzione e aiutano a prevenire i guasti. Il nostro ruolo è accompagnare il cliente nel cambiamento, massimizzando il ritorno d’investimento e i benefici della trasformazione digitale».

L'articolo Flessibile, smart e in cloud. Ecco il nuovo volto dell’ERP proviene da Data Manager Online.

]]>
5G e rivoluzione wireless WAN https://www.datamanager.it/2022/09/5g-e-rivoluzione-wireless-wan/ Fri, 09 Sep 2022 12:30:52 +0000 https://www.datamanager.it/?p=220728 La connettività è il principale abilitatore della trasformazione digitale, dà vita a nuovi servizi e consente di sfruttare pienamente il cloud e le tecnologie emergenti per collegare uffici, fabbriche, negozi, dispositivi IoT, veicoli e smart worker, in modo flessibile e veloce. Rappresenta un prerequisito indispensabile, perché contare su infrastrutture digitali di elevata qualità e ad […]

L'articolo 5G e rivoluzione wireless WAN proviene da Data Manager Online.

]]>
La connettività è il principale abilitatore della trasformazione digitale, dà vita a nuovi servizi e consente di sfruttare pienamente il cloud e le tecnologie emergenti per collegare uffici, fabbriche, negozi, dispositivi IoT, veicoli e smart worker, in modo flessibile e veloce.

Rappresenta un prerequisito indispensabile, perché contare su infrastrutture digitali di elevata qualità e ad alta velocità significa per le aziende operare con strumenti capaci di rispondere alle sempre nuove necessità. In Italia, il ritardo infrastrutturale dal punto di vista della connettività colpisce in particolare le aziende che si trovano lontano dalle grandi città, dove la fibra via cavo non arriva e i tempi di attivazione delle reti tradizionali rischiano di essere eccessivamente lunghi e, pertanto, incapaci di rispondere alle esigenze di agilità del business di oggi, oltre a non adattarsi per definizione a nuovi ambiti d’suo, come i servizi in mobilità, l’IoT, i chioschi multimediali e le reti dei temporary store. Questo è lo scenario dal quale partire per comprendere perché, come attestato anche da IDC, il futuro delle aziende sarà sempre più “wireless-first” ovvero la connessione di persone, oggetti e luoghi sfrutterà sempre più le potenzialità delle reti cellulari 5G e 4G LTE anche negli ambienti business.

Già nel 2021 le reti private 4G LTE – in cui il traffico privato è protetto e i servizi di comunicazione sono disegnati specificamente per supportare applicazioni in cui qualità dei servizi, tempi di latenza e capillarità sono essenziali per il business – hanno saputo guidare la trasformazione della connettività. Inoltre, i nuovi prodotti e servizi 5G sviluppati sono già estremamente significativi, in particolare in settori come il manufacturing e il warehousing e, più in generale, per il settore industriale.


#5GforBusiness Il futuro delle aziende, sempre più wireless-first Lorenzo Ruggiero @cradlepoint @Ericsson
Click To Tweet


Si tratta quindi di una rivoluzione già in atto, con previsioni che vedono ricavi per le reti wireless private 5G e 4G LTE destinati a superare gli 8 miliardi di dollari entro il 2026, con una crescita del 30% all’anno. Oggi, sempre più organizzazioni utilizzano la connettività wireless nella propria infrastruttura aziendale. In ambito retail, per esempio, è ormai indispensabile per fare fronte ai picchi di traffico durante i periodi di alta stagionalità negli acquisti. Appare sempre più evidente la propensione verso l’adozione di una connessione 5G o 4G primaria per la propria enterprise wide area network (WAN). Il punto, quindi, non sarà capire se in futuro la Wireless WAN avrà un ruolo in azienda, ma come rimodellerà la capacità di rete dell’azienda stessa e quali scenari di business sarà in grado di abilitare.

Dalle smart city alla videosorveglianza, dalle ambulanze connesse alle esperienze di viaggio sempre più coinvolgenti, fino alla rivoluzione degli acquisti nel negozio del futuro, la wireless WAN e il 5G si fanno strada creando nuovi servizi e ridefinendo il modo con cui noi ci rapportiamo ad essi. Essere accanto alle aziende oggi significa aiutarle a guardare a queste nuove opportunità, garantendo loro quell’accessibilità, disponibilità e velocità di cui hanno bisogno per poterne cogliere il pieno potenziale.

Le soluzioni di rete wireless 5G svolgeranno, infatti, un ruolo fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese nei prossimi mesi e per le aziende sarà fondamentale non solo adottarle ma poter monitorare in tempo reale la qualità e le prestazioni delle nuove reti, visualizzare le statistiche e fare previsioni, il tutto mantenendo un pieno controllo e intervenendo da remoto quando necessario. Questa è la vera promessa di una tecnologia cloud-based e di una connettività “intelligente” per le reti cellulari che già oggi è in grado di fare la differenza.

Lorenzo Ruggiero, area director Southern Europe di Cradlepoint (Gruppo Ericsson)

L'articolo 5G e rivoluzione wireless WAN proviene da Data Manager Online.

]]>
Intelco, l’integrazione che fa la differenza https://www.datamanager.it/2022/09/intelco-lintegrazione-che-fa-la-differenza/ Fri, 09 Sep 2022 12:30:09 +0000 https://www.datamanager.it/?p=220909 Know-how, software e servizi per gestire e presidiare tutti i processi HR. L’AD Andrea Plebani apre le porte della sede bresciana. Un concentrato d’arte e funzionalità, verso il futuro della gestione del capitale umano Distinguersi nel folto mondo della gestione e amministrazione del personale non è semplice. Intelco, azienda bresciana nata nel 1985, non solo […]

L'articolo Intelco, l’integrazione che fa la differenza proviene da Data Manager Online.

]]>
Know-how, software e servizi per gestire e presidiare tutti i processi HR. L’AD Andrea Plebani apre le porte della sede bresciana. Un concentrato d’arte e funzionalità, verso il futuro della gestione del capitale umano

Distinguersi nel folto mondo della gestione e amministrazione del personale non è semplice. Intelco, azienda bresciana nata nel 1985, non solo ci ha provato ma è riuscita negli anni a ritagliarsi un posto di rilievo in un segmento sfidante e in continua evoluzione. Si fa anche fatica a inquadrare il business del gruppo in un settore ben preciso, viste le innumerevoli opportunità di intervento rese possibili da un’idea mai banale di approccio al cliente, che sa andare oltre il prodotto per offrire un servizio, anzi un ecosistema entro cui, una volta entrati, non si vuole più uscire, coccolati da un partner che è una vera e propria famiglia, nell’accezione più italiana del termine. La dinamicità e la voglia di fare di Intelco viene trasmessa alla perfezione da Andrea Plebani, fondatore e amministratore delegato della società.

Un uomo che, per sua stessa ammissione – «non ha mai smesso di sognare» – ponendosi sempre nuovi obiettivi non solo commerciali ma di visione. Nasce così il nuovo corso di Intelco, che si rispecchia in toto nella sede di Gussago, alle porte di Brescia, un quartier generale che non può essere inteso come “ufficio”, non nella sua declinazione classica. «Siamo una famiglia e come tale vogliamo comportarci verso le nostre maestranze» – spiega Plebani. «L’idea di realizzare un luogo di lavoro che fosse aperto, a misura d’uomo anche per contrastare i veloci tempi moderni, ci ha permesso di mettere a frutto in maniera concreta il modello che abbiamo di impresa. Dalle postazioni alle sale riunioni o di svago, il concetto è che ogni singolo elemento non si trova in un determinato posto per caso ma è parte integrante dell’ambiente, funzionale nella sua interezza, non solo per ciò che può offrire ma anche per la sua sola presenza».

Non a caso, la sede nasce dal concetto di “Inthouse”, un progetto pensato per far sentire le persone e i clienti a proprio agio, come se fossero a casa, e su “Inteam”, una serie di attività volte a valorizzare il capitale umano, con percorsi di crescita e formazione, anche incentrati sulle soft skills. Il tutto a braccetto con il cloud, considerato che nella “casa” di Intelco non ci sono data center o server di scorta, con la nuvola sempre presente a rispondere alle esigenze di collaborazione, produttività e creatività. Attualmente, Intelco eroga i propri servizi grazie al supporto di 80 maestranze con l’obiettivo di raggiungerne 120 nel giro di un anno e mezzo. Un termine che vedrà prima l’ampliamento della struttura, capace di arrivare a 2.200 metri quadri, all’interno di un open space che sembra una galleria d’arte post moderna. «Abbiamo pensato a ogni particolare per far sentire le persone a loro agio» – afferma Plebani. «Se non tratti bene le tue maestranze come puoi pensare che queste possano raggiungere gli obiettivi condivisi? Migliorare la qualità del lavoro e creare un ambiente piacevole consente di raggiungere importanti risultati professionali, con ricadute positive sulle performance dell’azienda».

Distinguersi dalla concorrenza

Torniamo al punto iniziale: possiamo inserire l’operato di Intelco dentro canoni definiti? La risposta è no. Il core business dell’azienda è il servizio erogato tramite la piattaforma Iris, fulcro centrale della gestione e amministrazione del personale ma si tratta solo della punta di un iceberg ben più strutturato e complesso. «Attualmente, copriamo oltre 40 moduli applicativi differenti – spiega Plebani. Andiamo dalla produzione di cedolini e atti amministrativi, fino alla governance delle identità delle maestranze, sempre guardando all’innovazione e al futuro del lavoro. Basti pensare a un nostro cliente che ha deciso di trasformare centinaia di smartphone nelle chiavi di accesso ai tornelli, interfacciando questi con le operazioni MES dei macchinari in azienda e incrociando i dati periodici per capire come ottimizzare le attività, sempre tenendo ben in mente l’importanza della risorsa impegnata, i compiti assegnati e della privacy». Ma si va ben oltre: Intelco gestisce alcune delle pratiche che riguardano l’esercizio autostradale di una delle tratte più trafficate del territorio Italiano, innovando le metriche di un soggetto privato che di fatto interessa un ambito prettamente pubblico, quello delle arterie stradali nazionali. Competenze e unicità sono le parole chiave che definiscono il percorso di crescita dell’azienda. «È inutile girarci attorno» – afferma Plebani. «I nostri competitor sono molto bravi, ed è proprio per questo che Intelco, per competere, ha dovuto superare i propri limiti, lavorando sodo non solo per rispondere ai bisogni del territorio ma anche per prevenirli» come?  «Sviluppando continuamente soluzioni utili alla reale innovazione del nostro Paese partendo dai processi Hr. Mi riferisco proprio alle opportunità offerte dai servizi che evito di definire “software” perché, sebbene possano essere utilizzati in maniera indipendente, sono parte di un ecosistema più ampio che rappresenta un unicum nel panorama italiano». Ed è questo continuo mettersi in discussione che ha reso Intelco un outsider di livello superiore, un’alternativa rispetto ai modus operandi tradizionali che, una volta “sperimentata” apre a scenari applicativi di cui si scorgeva appena il contorno all’orizzonte.


#Intelco #HR #HCM La valorizzazione delle persone per migliorare le performance
Click To Tweet


«L’approccio camaleontico è essenziale. Siamo noi che dobbiamo adattarci al cliente e non viceversa. Entriamo nel suo quotidiano per conoscerlo al meglio e dunque soddisfare le sue necessità. E lo facciamo in maniera semplice e veloce» – l’AD. «Dopo una prima impostazione delle anagrafiche e le altre informazioni distintive di un’azienda, tutte le implementazioni che ne conseguono non richiederanno che un’attivazione rapida, perché automatizzata». Ascoltando le parole di Plebani viene in mente la logica informatica dei microservizi, moduli che risplendono di luce propria ma che, all’occorrenza, è possibile interconnettere per restituire una percezione più ampia di una piattaforma, completa nella sua totalità, fruibile nelle singole parti. «Per questo parliamo di copertura, sia tecnologica che umana. Possiamo rispondere alle esigenze delle procedure e della gestione delle persone, perché l’una non esclude l’altra, anzi la integra».

La consulenza strategica

Un tassello ulteriore che completa l’offerta di Intelco è la consulenza. Si tratta di un ramo operativo svolto dai consulenti del lavoro e suddiviso in tre livelli. Il primo comprende le metodiche interne per la messa a regime delle maestranze e della piattaforma. Il secondo, sempre interno, è volto a rispondere alle domande che arrivano dai lavoratori mentre un terzo guarda all’esterno. Un esempio, che caratterizza l’univocità del servizio consulenziale di Intelco, è la gestione adottata dagli studi professionali, che possono avere conoscenze e competenze in certi ambiti, come il giuslavoristico, ma che non potranno mai arrivare alla consulenza amministrativa. Qui arriva Intelco che può fornire suggerimenti su flussi e processi, aprendo ulteriormente gli interventi sul mercato, sempre in una prospettiva di integrazione.


#Intelco #HR #HCM L’AD Plebani: «Siamo i più grandi tra i piccoli e i più piccoli tra i grandi»
Click To Tweet


«Non ci sostituiamo all’utente ma lo aiutiamo a raggiungere i suoi obiettivi, liberandolo di quelle operazioni che lo impegnavano o che semplicemente non seguiva, perché privo delle capacità interne per farlo. Non possiamo più pensare al lavoro di un’azienda come slegato nelle sue varie sfaccettature. Possiamo interfacciarci con tutti gli ERP, a partire da SAP, in tutte le sue versioni, usato dall’80% dei nostri clienti, Work Day, SuccessFactors, ecc.. Utilizziamo una tecnologia di interfacciamento basata su web services che, sempre in ascolto, processano i dati e li trasformano in decisioni». Andrea Plebani è ben conscio del fatto che ciò che crea davvero valore per un fornitore di tecnologia è la capacità di saper utilizzare quella tecnologia per migliorare la vita delle maestranze attraverso l’integrazione continua. «Non esistono più realtà come la nostra» – conclude Plebani. «Siamo i più grandi tra i piccoli e i più piccoli tra i grandi. Avendo ingegnerizzato il processo di sviluppo del nostro software, abbiamo il vantaggio di essere produttori del sistema che noi stessi usiamo. C’è chi vende un pacchetto definito e chi mette in circolo un ciclo continuo che guarda ai processi dell’azienda a 360 gradi».

L'articolo Intelco, l’integrazione che fa la differenza proviene da Data Manager Online.

]]>
Data Act, interoperabilità e cloud switching https://www.datamanager.it/2022/09/data-act-interoperabilita-e-cloud-switching/ Fri, 09 Sep 2022 12:00:00 +0000 https://www.datamanager.it/?p=220731 Una delle missioni del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è quella della migrazione al cloud delle PA. L’obiettivo è migrare i dataset, le applicazioni e i servizi pubblici verso infrastrutture cloud sicure, consentendo a ciascuna PA di scegliere all’interno di un insieme di offerte certificate. Le applicazioni cloud-native, in effetti, stanno proliferando anche […]

L'articolo Data Act, interoperabilità e cloud switching proviene da Data Manager Online.

]]>
Una delle missioni del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) è quella della migrazione al cloud delle PA. L’obiettivo è migrare i dataset, le applicazioni e i servizi pubblici verso infrastrutture cloud sicure, consentendo a ciascuna PA di scegliere all’interno di un insieme di offerte certificate.

Le applicazioni cloud-native, in effetti, stanno proliferando anche negli ambienti IT più tradizionali, ma la capacità di proteggere tali applicazioni e ambienti è rimasta ancora indietro. La strategia cloud PA prevede tre fasi principali: 1) la classificazione di dati e servizi in strategici, critici e ordinari; 2) la qualificazione dei fornitori; 3) la realizzazione del PSN (Polo Strategico Nazionale). Il vero problema, però, è la possibilità di attuare il cosiddetto cloud switching, per passare facilmente da un fornitore di un servizio a un altro, quindi, in un quadro generale di efficiente interoperabilità dei dati e dei servizi per evitare il grande problema del “vendor lock-in”, con conseguenti gravi carenze in termini di mobilità dei dati e dei servizi.

A tal proposito è fondamentale attuare le “misure per un’economia dei dati equa ed innovativa” sancite dal Data Act della Commissione europea e che si inseriscono nella più ampia strategia digitale nota come Data Governance Act. Tali norme disciplinano, per tutti i paesi dell’Unione, chi può accedere ai dati generati nell’UE in tutti i settori economici e chi può utilizzarli. L’obiettivo generale è quello di garantire equità nell’ambiente digitale, stimolare un mercato dei dati competitivo, creare opportunità per l’innovazione basata sui dati e rendere le informazioni più accessibili a tutti. Tali disposizioni comprendono, tra l’altro, misure volte a consentire agli enti pubblici di accedere ai dati in possesso del settore privato e di utilizzarli quando sono necessari per circostanze eccezionali ed emergenze pubbliche; facilitare il cloud switching; dare garanzie contro il trasferimento illecito dei dati.


#DataAct Mercato dei dati più competitivo e ambiente digitale più equo per PA e imprese
Click To Tweet


Da un punto di vista operativo è importante l’iniziativa SWIPO (Switching Cloud Providers and Porting Data), un gruppo multi-stakeholder supportato dalla Commissione europea, al fine di sviluppare codici di condotta per la corretta applicazione del Regolamento (UE) 2018/1807 sulla libera circolazione dei dati non personali, con particolare attenzione all’articolo 6 “porting dei dati”. Come noto, è in fase conclusiva la gara per la realizzazione del o dei PSN e, quindi, sarà bene che si tengano ben presenti le criticità relative al quadro generale di interoperabilità richiamato, proprio per evitare il “vendor lock-in” e, nello stesso tempo, garantire a ogni PA la capacità di concordare con i fornitori di cloud politiche, regolamenti e SLA adeguati alle esigenze. Infine, sarebbe necessario considerare anche l’iniziativa Gaia-X, la “nuvola europea” per creare un’alternativa tecnologica ai leader americani e cinesi, con l’obiettivo di realizzare un’infrastruttura federata di servizi cloud.

Attualmente, Gaia-X si è allineata ai tre standard dettati dall’Agenzia europea per la cybersecurity (ENISA) e sta definendo le regole che garantiscano la sicurezza dei dati denominate “trust and labeling framework”. Operativamente, sono in corso cinque progetti in fase pilota e altrettanti a livello avanzato. L’interoperabilità nella migrazione al cloud è indispensabile proprio per poter migrare verso l’infrastruttura europea non appena questa si renderà effettivamente disponibile. Speriamo che, ancora una volta, non si tratti di un’occasione mancata per garantire all’Italia e all’Europa la sovranità tecnologica nei servizi pubblici, che significa avere il pieno controllo dei dati e delle applicazioni, nonché delle tecnologie sottostanti. Questa del cloud switching e della interoperabilità è la grande scommessa da vincere nel breve periodo.

L'articolo Data Act, interoperabilità e cloud switching proviene da Data Manager Online.

]]>