Fog computing: dalla nuvola alla nebbia c’è solo da guadagnarci

cos'è il fog computing

In principio era il cloud, ma non bastava. E fu così che l’IT creò il “fog computing”, un paradigma che sembra destinato al successo, grazie anche a qualche sponsor dalle spalle larghe

Nell’IT è di nuovo l’ora delle metafore atmosferiche. Avevamo fatto in tempo a digerire il cloud, del quale ormai si parla anche sui media mainstream senza che sia più necessario spiegare nulla, che adesso spunta prepotentemente alla ribalta il “fog computing”. Detto anche “edge computing”, il “fog” è un paradigma di computing che estende i servizi cloud verso l’edge, cioè la periferia, della rete, in maniera che siano più vicini agli utenti finali. Da qui l’uso del termine “fog”: così come la “nuvola” sta da qualche parte nel cielo, in un luogo piuttosto distante e indefinito, la “nebbia” è invece qualcosa che sta poco sopra il terreno, cioè proprio dove le cose vengono fatte concretamente. E nel “fog” non vi sono i potentissimi server o gli sterminati sistemi storage che caratterizzano il cloud, quanto piuttosto capacità di computing più ridotte ma immediatamente disponibili, senza eventuali problemi di banda.

La nascita del paradigma “fog” è dovuta proprio all’esigenza di ridurre la necessità crescente di banda che caratterizza il cloud. Aggregando i dati nei device o in gateway locali con una strategia distribuita, il fog computing promette di ridurre i costi e incrementare l’efficienza, rivelandosi di particolare utilità per le applicazioni che richiedono latenza bassissima e soprattutto sempre prevedibile, oppure per le applicazioni distribuite geograficamente e anche per i sistemi di controllo distribuiti su larga scala.

Fog computing: favorire l’Internet of Things

Non a caso, da più parti si indica il fog computing come il paradigma di elezione per l’altro astro nascente dell’IT di oggi: l’Internet of Things, lo scenario che vede sempre più oggetti connessi a Internet, ognuno col suo bravo indirizzo IP per scambiare dati utili per essere elaborati e analizzati (contribuendo alla formazione dei famosi Big Data, anche se questo è un altro tema). Il problema è che non pochi di questi oggetti possono generare quantità notevoli di dati: Cisco, che è forse l’azienda più in prima fila quando si tratta di Internet of Things e di fog computing, porta l’esempio dei propulsori jet degli aerei, che nell’arco di mezzora può creare oltre 10 Terabyte di dati relativi al proprio funzionamento. Trasmettere questi dati verso il cloud può essere problematico, sia in termini di banda sia in termini di latenza. Invece, nel paradigma del fog computing, buona parte dell’elaborazione di questi dati potrebbe avvenire in un router locale (di cui Cisco è notoriamente uno dei primi vendor mondiali), senza necessità di trasmetterli tutti verso il cloud.

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Vendor in primo piano

Anche IBM, che pure è uno dei più agguerriti vendor nel cloud, soprattutto con l’offerta SoftLayer, guarda al fog come a una promessa in grado di favorire lo sviluppo di paradigmi emergenti: oltre all’Internet of Things, portare l’elaborazione più vicina a dove nascono i dati può essere indubbiamente utile per esempio nel caso delle Smart Grid, dove possono permettere contatti M2M (machine-to-machine) più rapidi, o anche per le stesse Smart City, per portare le decisioni il più possibile vicino a dove i dati vengono raccolti. In sostanza, si tratta di fare quello che Hadoop o le analisi in-memory consentono di fare con i Big data, solo che il fog computing permetterà di farlo su una scala più ampia, magari portando un po’ di capacità elaborativa sui dispositivi stessi, oppure in gateway locali (come visto prima nell’esempio made in Cisco), riservando al cloud solo i dati di rilevanza più generale. Con il vantaggio non secondario di ridurre la dipendenza da reti performanti, cosa che spesso dipende dai carrier.

Insomma, il percorso sembra essere tracciato, e l’affermarsi di questo nuovo paradigma non sembra più avvolto dalla nebbia.