SUSE, il mission critical come vocazione

Alla scoperta delle novità più recenti del pioniere delle distribuzioni Linux per il mission critical computing, da sempre al centro delle strategie della società del camaleonte verde

Con oltre vent’anni di esperienza, visto che è attiva dal 1992, SUSE è sicuramente un nome importante del panorama ICT. E lo è soprattutto nell’ambito dell’open source, in cui opera da sempre, con un occhio di riguardo verso le distribuzioni Linux, ambito nel quale ha costruito la propria fama e il proprio successo. Oggi, la società è presente in 43 paesi, ha oltre 19mila clienti in tutto il mondo, dispone di un vasto ecosistema con più di cinquemila partner e impiega più di 850 persone. I dati più recenti riguardanti il business parlano di una crescita molto rilevante: «Nell’ultimo anno fiscale, quello terminato il 31 marzo 2014, l’ammontare dei contratti è cresciuto del 27% a livello mondiale, di cui la quota relativa ai clienti del tutto nuovi è salita del 47%» – spiega Gianni Sambiasi, sales manager di SUSE Italia, sottolineando come l’ultimo dato vada interpretato con «un allargamento crescente della nostra presenza sul mercato, nel senso che SUSE è oggi in prima linea nell’intercettare e soddisfare la domanda di Linux da parte delle aziende». Ma non solo. «La crescita riguarda anche i nostri clienti esistenti che acquisiscono nuove soluzioni, e anche una fetta di clienti che prima utilizzavano altre distribuzioni Linux e che sempre di più si rivolgono a noi» – fa notare Sambiasi. Per quanto riguarda il mercato italiano, pur non potendo rilasciare cifre precise in quanto la società fa parte di un gruppo quotato in Borsa, Gianni Sambiasi afferma che «in Italia, negli ultimi tre anni, siamo andati molto meglio del previsto, grazie anche al fatto che nel 2011 SUSE è tornata indipendente sul mercato, dopo essersi staccata da Novell in seguito all’acquisto da parte di Attachmate, che ne ha fatto una business unit autonoma».

Tre pilastri per il mission critical

Nel mondo open source, le logiche di mercato prevedono che non si vendano licenze d’uso ma abbonamenti di durata variabile. Chi si occupa commercialmente di una distribuzione Linux, come SUSE, aggiunge valore impegnandosi nel supporto ai clienti 24 ore su 24, in una roadmap di sviluppo e miglioramento dei prodotti per almeno dieci anni, che nel caso di SUSE sono 13, e infine nel mettere a disposizione della community le migliorie ai prodotti.

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Oggi, SUSE ha mantenuto la caratteristica di essere focalizzata nel mission critical computing, con soluzioni posizionate a livello di infrastruttura nell’ambito di una strategia basata su tre pilastri: SUSE Linux Enterprise è la piattaforma progettata e sviluppata per ambienti mission critical; SUSE OpenStack Cloud è la piattaforma per realizzare infrastrutture cloud private; SUSE Enterprise Storage, la soluzione storage software-based, che ha come motore la tecnologia Ceph.

Una piattaforma di riferimento

Più in dettaglio, SUSE Linux Enterprise, la piattaforma da cui nascono anche altri prodotti della società, come Enterprise Server oppure SUSE per SAP, è arrivata nello scorso autunno alla release numero 12. In quell’occasione, a novembre 2014, fu annunciato il Live Patching, che permette di applicare le patch del kernel senza dover ricorrere al riavvio dei sistemi, riducendo in modo significativo i tempi di fermo, per una migliore performance di tutti i servizi. A fine gennaio di quest’anno, il prodotto è stato reso disponibile e «si tratta di un’estensione, completamente open source, della nostra distribuzione – come spiega Sambiasi – che permette di applicare patch critiche al kernel del sistema senza dover fare il reboot». La soluzione nasce da un progetto di SUSE, «ma è già mainstream all’interno della community Linux anche se per noi – continua Sambiasi – è un add-on del nostro sistema operativo, che si rivela particolarmente ideale per i sistemi di importanza critica, i database in-memory, le simulazioni estese nel tempo oppure per applicare rapidamente correzioni in centri di computing di vaste dimensioni».

L’alleanza con SAP

Non a caso, SUSE Linux Enterprise Server viene utilizzato in più della metà dei supercomputer più grandi del mondo, e più dell’80% del Linux utilizzato nei mainframe IBM è SUSE. Ma non solo. Il 70% di tutte le applicazioni SAP su Linux operano su SUSE Linux Enterprise Server. Anche perché con il colosso di Waldorf è in atto un’alleanza di lungo corso iniziata nel 1999, che si esplica in molti modi, tra cui il fatto che le applicazioni SAP Hana operano soprattutto con SUSE e che la società ha da tempo sviluppato la soluzione “Linux for SAP applications”. Nata per fornire le migliori prestazioni nelle condizioni più disparate, ha tra i propri fiori all’occhiello anche quello di prevedere il supporto tecnico congiunto SAP-SUSE: «L’integrazione è massima, in quanto tutto viene visto come un unico sistema, e un’azienda può chiamare indifferentemente noi o SAP, dato che nel back end c’è un laboratorio unico che lavora per tutti senza rimpalli di responsabilità» – sottolinea Sambiasi.

Cloud e storage aperti

Nell’ambito cloud, spicca SUSE OpenStack Cloud, la piattaforma per realizzare infrastrutture cloud private, che «è stata la prima distribuzione commerciale di OpenStack a fare la sua comparsa sul mercato» – fa notare Sambiasi. Inoltre, la soluzione supporta tutti gli hypervisor disponibili sul mercato, proprio per offrire la massima libertà agli utenti.

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A metà febbraio è invece stata rilasciata la soluzione SUSE Enterprise Storage, che fa largo uso del paradigma del software defined storage, affidandosi a un software di tipo open source dal costo non elevato per governare al meglio le infrastrutture di archiviazione. In dettaglio, SUSE Enterprise Storage utilizza hardware di server e dischi di tipo commodity e si basa sulla tecnologia Ceph, una soluzione open source di storage distribuito che promette un costo di soli 0,1 centesimi per Gigabyte al mese. «SUSE Enterprise Storage è una soluzione di storage altamente scalabile e affidabile basata su software, che permette alle aziende di abbandonare le soluzioni proprietarie basate su hardware in favore di una soluzione che offre funzionalità di archiviazione analoghe a quelle dei prodotti di fascia medio-alta, a un costo decisamente inferiore» – afferma Sambiasi.

A tutto “zero downtime”

SUSE Enterprise Storage è disponibile come opzione con OpenStack Cloud oppure come soluzione di storage indipendente, ma quello che caratterizza entrambe le opzioni è anche l’applicazione del concetto “zero downtime”, caratteristica tipica di SUSE. «Avendo sempre operato nell’ambito del mission critical computing, la filosofia del zero downtime fa parte del nostro Dna, e infatti da più di dieci anni abbiamo sviluppato una soluzione per l’alta affidabilità, che poi abbiamo applicato per primi nell’ambito OpenStack» – fa notare Sambiasi.

Del resto, il zero downtime permette notevoli risparmi anche nell’ambito dei server, visto che permette di utilizzare hardware server di tipo commodity, soprattutto di tipo x86. «Il risparmio rispetto all’utilizzo di server tipo Risc può arrivare fino all’80%, secondo le stime di Forrester» – spiega Sambiasi. Anche perché l’utilizzo delle soluzioni SUSE permette di «avere sempre, anche nell’utilizzo di server x86, la garanzia che le prestazioni, soprattutto a livello di fermo-macchina, siano quelle offerte dalle soluzioni più costose, e questo ci mette nella posizione di essere la prima scelta delle aziende che decidono di migrare dalle macchine Risc» – conclude Gianni Sambiasi.

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