TAAC 2018: dalla produzione alla vendita, la filiera nell’era della digital transformation

L’evento organizzato dal Gruppo Sintesi fa il punto sui paradigmi che hanno cambiato le modalità di produzione, distribuzione e vendita, con un’attenzione particolare all’interazione con il cliente

Per fare il punto della situazione sull’attuale panorama della digital transformation in Italia, il Gruppo Sintesi ha organizzato TAAC 2018, un momento di riflessione per discutere del cambiamento, anche culturale, che alcune imprese operanti nel nostro Paese hanno accolto. A introdurre la giornata è Marc Sondermann, editor in chief di Fashion Magazine. “Nell’ultimo quinquennio, c’è stato un cambio di paradigma importante, che ha permesso soprattutto ai soggetti operanti nel luxury e nel food di seguire modalità di vendita dirompenti e fino a qualche tempo fa impossibili. Gran parte del merito va a internet, ma anche a chi ha inteso la rete come canale per raggiungere le persone in maniera più completa”.

Il concetto chiave è integrazione, che vuol dire saper sfruttare, in maniera interoperabile, piattaforme online e onsite, tirando fuori il meglio da entrambi. Questo è il percorso intrapreso, ad esempio, da Giorgio Motta, direttore di The Mall. “Servire milioni di persone – spiega – vuol dire adattarsi a trend in linea con la modernità. Parlare di innovazione vuol dire anche capire cosa serve davvero per migliorare il business usando la tecnologia. Questo si può tradurre in progetti paradossalmente basilari, come l’installazione di panchine e isole di ricarica di dispositivi elettronici, che danno alle persone l’opportunità di fermarsi più a lungo nel Mall, magari con una volontà di spesa maggiore”.

Per confermare quanto la trasformazione digitale sia trasversale, basta ascoltare la testimonianza di Roberto Boselli, CIO di Poltrona Frau: “Noi siamo partiti da una necessità, quella dei clienti di connettersi a internet durante le lunghe visite nei locali. Dotando i negozi di Wi-Fi, abbiamo fornito un servizio di valore, spingendo al contempo la navigazione sul nostro sito e relative offerte”. Per Paolo Ciceri, CIO Rinascente, il digitale può benissimo convivere con l’esperienza organica, senza sostituirla: “Il nostro negozio in Duomo ha 10 milioni di ingressi all’anno che vivono, quasi esclusivamente, di un’attività reale. Questo non vuol dire rinunciare alla digitalizzazione. Seguiamo una forma di interazione complementare, che si traduce in applicazioni che vivono solo per un certo periodo, come quando, a Natale, un’app ricreava in AR tante decorazioni interne, per invogliare la visita”.

Realtà aumentata, app, AI sono piattaforme che possono rinvigorire il retail, inserendosi in logiche tradizionali. Lo sa bene Fabrizio Valente, CEO Kiki Lab: “Abbiamo realizzato una ricerca, Horizontal Retail, per analizzare quanto proposta e vendita siano oggi fluide e interscambiabili. Il risultato è che chi ha introdotto modalità esperenziali duplici riesce a ottenere quel grado di attenzione che l’individuo cerca nelle sue procedure di acquisto”.

Si tratta dell’obiettivo che si pone Marco Zanardi, VP Retail Institute: “Il cittadino digitale odierno, iper-connesso, non ha perso il senso della realtà. Compra online ma ha voglia di andare in negozio, di toccare un oggetto, di vivere una customer experience personalizzata. Se vogliamo vendere bisogna andare incontro al cliente, parlare la stessa sua lingua, non tentare di portarlo lontano dal proprio habitat”.

La sensazione è che se le aziende non si rinnovano nel dna, difficilmente si arriverà a un livello di interazione successivo. Come conclude Patrizia Gaverzi, VP di The Ruling Companies: “Il prerequisito necessario per accogliere l’innovazione è la cultura, anche tecnica e specialistica. Scuole e università devono avvicinare il mondo del lavoro che, a sua volta, ha bisogno di aprirsi alle opportunità della tecnologia. Questo doppio canale è il futuro dell’industria italiana”.

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