McKeel Hagerty, CEO del più grande gruppo statunitense di assicurazioni per auto d’epoca, è impegnato a mantenere viva la cultura della guida umana anche per le generazioni future

Non conosco McKeel Hagerty ma già mi è simpatico. È etichettato come “car enthusiast” e questo potrebbe essere sufficiente per meritare la mia stima, sentimento che giunge a livelli incontenibili non appena si scopre cosa sta combinando. Il tizio vive a Detroit e questa circostanza anagrafica è il primo indizio per avvicinarci poco alla volta al tema che stiamo per affrontare. Detroit è la capitale del mondo a quattro ruote e mister Hagerty è l’amministratore delegato della più importante compagnia assicuratrice di vetture d’epoca che ci sia negli Stati Uniti d’America. Da collezionista – e soprattutto da appassionato di veicoli vintage – non posso che provare una sorta di venerazione per un tipo così, non tanto per racimolare in futuro uno sconto sulle polizze a copertura dei rischi del mio parco macchine, ma quanto per le iniziative che McKeel Hagerty sta intraprendendo. Il signore protagonista di questa puntata della mia veterana rubrica sulle pagine di Data Manager ha avviato la campagna “Save Driving” per preservare – a tutela e vantaggio delle future generazioni – la “guida umana” delle autovetture in circolazione sulle nostre strade.

Il progetto in questione va a cozzare (ed è questa l’unica collisione in programma, state tranquilli) con il pensiero recentemente dominante dell’accelerare la corsa dell’umanità verso veicoli in grado di muoversi autonomamente senza la necessità che ci sia un essere vivente al loro volante. Il sogno di Hagerty (e non credo solo il suo) è quello di vedere persone in carne e ossa alla guida di auto condividere le strade con “robot car”, senza necessariamente cedere tale opportunità a queste ultime. Il mio amico (sono bastate poche righe per entrare virtualmente in confidenza) possiede ancora la prima auto che aveva comprato trentasette anni fa, spendendo “ben” 500 dollari. Ha una Porsche 911S del 1967 che ha restaurato con il suo papà e di cui va orgogliosissimo. Recentemente, ha fondato “The Human Driving Association” e da gennaio a oggi ha già affiliato 4000 iscritti (saranno 4001 appena finisco di scrivere l’articolo), ma dichiara di aver bisogno di almeno sei milioni di membri per avere la forza e il peso per preservare la “guida umana”.

In un periodo storico in cui c’è chi infiamma le piazze con proclami sulla protezione di qualche razza, preferisco schierarmi con Hagerty. Mi piacciono le auto di tutti i colori e lo stesso mi capita con la gente. In particolare – e veniamo al dunque – ho sempre più solida la convinzione che il processo di robotizzazione (applicato indiscriminatamente e soprattutto senza una ponderata valutazione di impatto sociale, economica e – perché no? – di sicurezza) vada rallentato. Le considerazioni da farsi, e che in pochi stanno facendo, potrebbero avere le più ampie prospettive. Quasi fosse una lotteria parrocchiale, metto la mano nel bussolotto e prendo solo due numeretti.

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Sfilato l’elastichino dal primo biglietto, leggo che c’è scritto “libertà”. Le vetture “autonome” limiteranno l’indipendenza di chi le possiede e le utilizza. Andranno (voglio essere moderno e “a la page”) a compromettere la nostra “sovranità”. Ma siccome non sono sovranista, nemmeno se di questi tempi potrebbe sempre far comodo, mi sbrigo a far scorrere via il secondo elastico e ad aprire il secondo biglietto dell’immaginaria pesca di beneficenza. Anche qui, a differenza degli incarti dei Baci Perugina, una sola parola: “Sicurezza”. A chi racconta che le “driverless car”, quelle senza conducente, sono le auto più sicure, devo rappresentare la mia diffidenza. Non sono un agnostico del progresso tecnologico, ma non riesco nemmeno ad avere un atteggiamento fideistico. Quelle vetture saranno guidate da un software che – sfruttando la più sofisticata e ridondante sensoristica di bordo – farà muovere il veicolo con le massime garanzie di affidabilità. La stessa storia l’ho sentita raccontare a proposito del mio personal computer e qualche volta ho avuto il dubbio (e la dimostrazione) che qualcosa non andasse come invece mi aspettavo. Il “blue screen” che palesa il collasso del mio stressatissimo pc e i mille bug che inquietano l’utenza non mancheranno anche sulle auto del futuro. Ma nessuno ne parla per non sembrare antiquato. Ne parleranno i nostri nipoti con altri malcapitati dal carrozziere, anche lui robot naturalmente.