Il futuro dell’open source visto da SUSE

Due chiacchiere con Carlo Baffè, nuovo Country Manager di Suse in Italia

Carlo Baffè ci racconta il progetti attuali e futuri del primo fornitore al mondo di una distribuzione Linux enterprise

Da 26 anni SUSE fornisce software open source, di livello enterprise, a migliaia di aziende, con numeri sempre più crescenti, anche in Italia. In un mercato talmente sfidante come quello del codice aperto, restare sulla cresta dell’onda non è di certo semplice. Lo sa bene Carlo Baffè, sales manager di SUSE in Italia, che oramai da tempo vive l’evoluzione del camaleonte verde, il primo a offrire una soluzione Linux, gestita e supportata, apposta per le imprese.

Quella che oggi è SUSE probabilmente non lo sarà domani. Un domani che ha come data il 1 marzo, il giorno in cui ufficialmente avverrà il distacco da Micro Focus, dopo l’accordo raggiunto lo scorso luglio per la cessione al fondo svedese EQT. «A differenza di quello che spesso accade nel mondo dell’IT, SUSE viene acquisita per restare indipendente. Com’è nella nostra storia, anche in questo caso ci distinguiamo dalla massa. Siamo la prova più evidente che l’open source di livello enterprise funziona, così come funziona il modello che proponiamo da oltre un quarto di secolo» spiega Baffè. Il riferimento è allo sforzo evidente che SUSE mette in circolo non solo per realizzare piattaforme più o meno nuove, sempre personalizzate e calate nelle realtà servite, ma per assicurare un supporto esteso al cliente, che è il vero punto di svolta per il successo dell’open source.

«Se non avessimo una community consolidata come la nostra, di sicuro faremmo molta più fatica a tenere con noi clienti e sviluppatori. Lì fuori c’è un mercato molto competitivo, che ha imparato ad affidarsi all’open source quale tecnologia lontana dalle scommesse di una volta ma stabile e versatile. Di ingegneri bravi se ne trovano in giro ma non sono poi molti quelli che sanno trasformare un contesto esistente in un progetto concreto e affascinante per il nostro pubblico».

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L’open source non muore mai

Come avvenuto con l’acquisizione di Red Hat da parte di IBM, anche la notizia del passaggio a un fondo di investimento privato poteva sconvolgere le sicurezze del mondo “open”, con il rischio che andare sotto il cappello di EQT volesse dire badare più al fatturato che alla crescita della consapevolezza di SUSE. «Quale tassello fondante della nostra attività» prosegue Carlo Baffè. «Non potrebbe mai venir meno la base che SUSE ha posto in questi anni. Il problema, quando avvengono mosse del genere, non è tanto il cambio di tecnologia ma di offering. Come mi pongo verso i clienti storici? Riuscirò a porre la medesima attenzione ai piccoli come ai grandi utenti? Alla fine, vogliamo prendere il lato positivo di una tendenza che vediamo oramai da un po’: l’open source fa gola a molti e non può che essere un bene».

L’application delivery

Per mantenersi sempre giovane, SUSE ha ampliato, soprattutto nell’ultimo biennio, la sua proposition sul mercato, allargandosi dall’infrastruttura all’application delivery. Il motivo? È lo stesso sales manager a sottolinearlo: «La trasformazione digitale ha spinto tutti a guardare con maggiore ottimismo i cambiamenti dell’infrastruttura. In questo modo si è passati da una fabbrica software che gestiva gli aggiornamenti all’avvento dei cosiddetti micro-servizi, che facilitano la vita ai responsabili dedicati. Oggi e ancora più domani, i micro-servizi saranno ovunque: basti pensare che anche un’applicazione base può contenerne una ventina, da aggiornare periodicamente senza alcun intervento esterno. Il futuro di SUSE andrà sempre più in tale direzione, dove a dettar legge saranno gli automatismi, con benefici in quanto a velocità e qualità del dato.

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Il ruolo di Kubernetes

Kubernetes è un sistema open-source di orchestrazione e gestione dei container che lavora in maniera indipendente lasciando agli operatori compiti di più alto valore aggiunto. Prendendo spunto da ciò, SUSE ha lanciato CaaS Platform, ovvero container-as-a-service, che è una distribuzione enterprise di Kubernetes nato per soddisfare le attività operative del DevOps così da distribuire, gestire e ridimensionare più facilmente applicazioni e servizi basati sui container. «Così, possiamo consentire l’aggiornamento e o il controllo di un solo micro-servizio, garantendo il funzionamento di quelli connessi. E, allo stesso tempo, si possono aggiungere altri elementi in modalità modulare, per avere maggiori opportunità ed efficienza di business».

Gli spunti che SUSE può seguire per andare avanti ancora molto e continuare a dire la sua nel panorama open source ci sono eccome. Conclude Baffè: «Il domani dipende molto dalla comunità, da come ci aiuteranno a rendere l’idea economicamente sostenibile sul lungo periodo. Attualmente sono circa sessanta i prodotti certificati Kubernetes. Vuol dire che il settore è fertile, in modo particolare in quel raggio di azione che vedrà affermarsi cluster Kubernetes più che architetture proprietarie. Crediamo che Kubernetes sia ciò che Linux era una volta: una tecnologia in grado di rivoluzionare il mercato».

Da qui SUSE riparte per studiare anche concetti nuovi, da adeguare al PaaS, il platform-as-a-service. Nasce dunque la Cloud Application Platform, basata su Cloud Foundry (e ancora su Kubernetes), che arriverà sul cloud pubblico e poi su quello privato, per portare alle aziende una concreta integrazione dei processi DevOps che accelerino l’innovazione, la reattività e il ritorno sull’investimento dei reparti IT.

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