Un’infrastruttura ultraveloce, sicura e always-on è la condizione primaria per una trasformazione digitale senza imprevisti. Parola di Federico Protto, amministratore delegato di Retelit. La trasformazione digitale delle aziende non può prescindere infatti dalla disponibilità di una connettività ultrabroadband, oggi garantita dalla fibra ottica. Proprio l’offerta in fibra ottica sta cambiando: lo dimostra Retelit, tra le prime in Italia, a introdurre la tecnologia SD-WAN capace di far evolvere le infrastrutture di rete in piattaforme dinamiche e intelligenti, rendendosi indipendenti rispetto alle differenti tecnologie di accesso e integrando cloud e servizi applicativi (tra cui cyber security e analytics) in modo semplice ed efficace. «Le aziende che hanno già avviato processi di digital transformation raggiungono una profittabilità del 26% superiore rispetto alle altre: non si tratta solo di adottare soluzioni in cloud o di fare investimenti nel mobile – piattaforme e tecnologie diventate ormai pervasive – il futuro guarda all’IoT, all’AI, al machine learning e alla realtà aumentata» – spiega Protto. Sono quattro i pilastri su cui si fonda una buona strategia legata alla trasformazione in ottica digital del proprio business: «Rete, sicurezza, integrazione dei cloud e monitoraggio delle applicazioni». Un’infrastruttura sicura e moderna garantisce continuità dei sistemi e delle applicazioni, perché – «scegliere una tecnologia basata sul Software Defined Network permette di far interagire e integrare reti ibride in modo agile e intelligente». Difendere i sistemi e i dati aziendali ma anche le informazioni dei propri clienti, prevenendo fault e data breach – «non è più una scelta ma un obbligo» – afferma Protto. Inoltre, con il multicloud è possibile far “dialogare” ambienti private e public e sistemi in data center, armonizzando la gestione delle applicazioni e delle infrastrutture in modo flessibile, perché – «creare un ambiente unico vuol dire anche risparmio di tempo e di investimenti». Inoltre, attraverso un approccio top-down, al verificarsi di un’anomalia è possibile – «identificare in modo semplice e immediato l’elemento di criticità dell’intera filiera di erogazione del servizio, prevenendo in maniera strategica fault di sistemi».

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La fabbrica connessa

La trasformazione verso la fabbrica intelligente connessa è fatta di molti pezzi. La connettività è un fattore determinante, soprattutto con l’avvento delle reti di nuova generazione. «A breve il 5G, supportato da backhaul e fronthaul rigorosamente in fibra ottica, introdurrà scenari rivoluzionari, con impatti dirompenti sulle aziende oltre che sui cittadini» – spiega Protto. «La maggiore densità di connessione e la latenza più bassa abiliteranno la “fabbrica intelligente connessa”. La differenziazione dei servizi tramite il network slicing, senza dover costruire reti fisiche differenti, ne consentirà l’ottimizzazione per specifici settori industriali». Alla luce di questi cambiamenti – continua Protto – «la costruzione di una rete di telecomunicazione moderna e soprattutto flessibile capace di estendere la propria capacità verso esigenze di maggiore velocità e affidabilità – è un obiettivo che non solo poche aziende – ma l’intera filiera ICT del Paese si deve dare, anche in ottica di una condivisa responsabilità sociale». E’ per questo motivo – sottolinea Protto –  che il dibattito in atto sulla possibile nazionalizzazione dell’infrastruttura esistente dovrebbe richiedere il coinvolgimento di tutti gli operatori TLC e più in generale di tutto il settore produttivo italiano. «I piccoli e medi operatori, in particolare, potrebbero dare un contributo – disponendo già di una rete proprietaria che potrebbe essere utilizzata invece di crearne di nuove – e mettendo a disposizione competenze e capacità di innovazione. In tal modo, si renderebbe più veloce ed efficiente il processo. L’unico vincolo ineludibile è quello di preservare e valorizzare l’investimento fatto. C’è molta strada da fare ancora e solo unendo gli intenti e le forze è possibile recuperare il terreno perduto. Nessun addetto ai lavori può oggi sostenere che uno o pochi operatori possano farcela da soli. Si rischia di guardare al passato anziché al futuro, anche in considerazione dell’avanzamento inarrestabile dell’evoluzione tecnologica».

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Fusione tra IT e Business

La metafora dell’auto da rally come conduzione aziendale è centrata – «anche perché il percorso della digital transformation può essere accidentato» – spiega Protto. «L’IT è ormai parte integrante del business e l’IT stessa diventa infrastruttura di Business. La fusione tra Business e IT è già iniziata ed è irreversibile. «La voglia di mettersi in gioco da parte dei CIO non può però prescindere dal contesto che deve favorire questa assunzione di responsabilità. A tale proposito, potrei citare il Gruppo Ospedaliero San Donato con cui stiamo lavorando per lo sviluppo di una soluzione integrata per il rinnovamento e l’evoluzione dei propri sistemi ICT. Il loro CIO ha saputo porsi come leader della trasformazione anche delle altre funzioni. Del resto, i CIO delle imprese innovative non solo fanno parte del board ma sono ormai ai vertici delle aziende. Molto dipende dalla cultura imprenditoriale in grado di accogliere gli stimoli senza rimandare indietro le proposte dei CIO, con la scusa che “non è il momento giusto per investire”. Se al CIO però si è sempre chiesto solo di essere un portatore di acqua, non si può cambiare dall’oggi al domani. Quindi i CIO o sono attori della trasformazione delle imprese – evolvendo il loro ruolo – o sono destinati a scomparire con le loro aziende». Un altro tema importante è quello della divisione tra IT infrastrutturale e IT applicativo. «Il CIO tradizionale gestiva tutte e due le componenti – oggi – con logiche diverse i due mondi stanno subendo una separazione netta. L’infrastruttura resta dominio IT, la parte applicativa entra nel dominio del Business perché è quello che poi la deve utilizzare, anzi ne è parte integrante. L’obiezione più comune è che ciascuno deve fare il suo mestiere, ma questo tradisce una posizione di resistenza. Io dico invece che bisognerebbe imparare a fare anche un po’ il mestiere dell’altro e il CIO deve essere il protagonista del processo di contaminazione».

«La connettività al centro. Il 5G abilita la fabbrica smart. I CIO non solo fanno parte del board ma adesso sono ai vertici delle imprese più innovative»