IDC DevOps Conference 2019: crea, sviluppa, corri

IDC DevOps Conference 2019: crea, sviluppa, corri

Quali sono i vantaggi nell’adozione della metodologia DevOps? A che punto è il mercato e come stanno reagendo le aziende italiane? Le risposte degli analisti

Agilità, time-to-market, collaborazione. Tutti concetti che, in un mercato in continua evoluzione, segna il destino di due mondi precedentemente disuniti: le strategie e le operazioni. DevOps è una delle soluzioni che hanno permesso di far evolvere il business di tante aziende, rinnovando flussi e percorsi, verso la strada di un enterprise “nativamente digitale”. Intraprendere la metodologia DevOps non è possibile senza una infrastruttura solida e resiliente ed è qui che le forze di hardware e software si uniscono a quelle delle organizzazioni per dar vita a un connubio vincente.

Ne ha parlato IDC alla sua più recente DevOps Conference 2019, che si è posta l’obiettivo di spiegare come la modalità sta cambiando, in meglio, le operations di tante compagnie anche in Italia. Ad aprire i lavori è stato Sergio Patano, Associate Research Director di IDC Italia. «Per IDC, l’abilità di trasformare le applicazioni e di accelerare la loro diffusione è uno degli obiettivi fondamentali per le organizzazioni e lo sarà per i prossimi cinque anni. Per questo, le imprese europee spenderanno 80 miliardi di dollari entro il 2022 per rendere maggiormente integrato lo sviluppo di app».

A seguire, è illuminante l’intervento di Jennifer Thomson, Senior Research Director & Lead Accelerated App Delivery Practice di IDC. «Quello che il DevOps ha dimostrato è di poter ottimizzare molti aspetti dell’enterprise contemporaneo, a partire dalla sicurezza e proseguendo sulla produzione di applicazioni, adozione del cloud, integrazione di piattaforme avanzate di intelligenza artificiale e machine learning. Tutto questo sta succedendo adesso e in modo così veloce che forse nemmeno ce ne accorgiamo perché, ed è questo il punto più interessante, il DevOps non sconvolge la struttura delle applicazioni o i rapporti all’interno di una società ma li potenzia, incentivando la collaborazione».

Stando a quanto comunicato da IDC, entro il 2022 il 60% delle nuove applicazioni sarà costituito di codice già scritto e, per la prima volta, messo assieme per creare qualcosa di nuovo. Non vuol dire che siamo arrivati al punto in cui non servirà più scrivere nuove righe, ma la consapevolezza dell’IT ci permette di sfruttare al meglio ciò che abbiamo, convinti di poter ottenere già molto con livelli applicativi sinora separati.

«Ad oggi, il 60% delle compagnie usa il DevOps a livello enterprise. Sarà del 66% a fine del 2019. La copertura delle app che finora sono state sviluppate e adottate in modalità DevOps sono il 31% del totale, che diventerà il 33% per la fine dell’anno in corso. Infine la scalabilità: che passa dal 60% al 63% in un anno. Questa è la dimostrazione di quando il processo porti vantaggi concreti e incrementali al business» conclude Thomson.

Per quanto riguarda le aziende italiane, pare che il DevOps possa aiutare a conseguire uno scopo tra tutti, quello dell’agilità del business. Loi ha spiegato bene Fabio Rizzotto, Associate VP, Head of Research and Consulting di IDC Italia: «Le società nostrane stanno sperimentando logiche di DevOps per accelerare e governare i processi di innovazione. La strada verso l’approccio presenta sicuramente sfide e una serie di adattamenti sequenziali. Secondo i nostri dati, le priorità delle aziende italiane, da qui al 2020, possono essere riassunte in: ridurre i costi, aumentare la soddisfazione dei clienti, realizzare nuovi prodotti o servizi. Il DevOps sta dando una mano per realizzare tali obiettivi seppur la parte tradizionale di gestione è ancora rilevante. Di sicuro, non si può intraprendere una via che guardi al DevOps solo per seguire un trend. Il punto di partenza dovrebbe essere comprendere gli step necessari rispetto ai benefici, alle aspettative, alle complessità a cui si andrà certamente incontro. Poi contestualizzare il ruolo e il significato del DevOps nel quadro delle dinamiche globali e, infine, considerare le implicazioni in quanto a nuove competenze, bisogno di cambiare la mentalità aziendale, rivedere la piramide organizzativa».

Come anticipato, un ruolo primario nella definizione di una strategia DevOps viene svolto dall’infrastruttura. Pure Storage lavora proprio per questo: «Lo storage deve essere inteso rilevante nel successo di una metodologia DevOps. Se non rinnoviamo ciò che vi è alla base dei sistemi, non può esservi innovazione che tenga in superficie. Del resto, anche se si parla di cloud gravity, questo non vuol dire che i dati se ne stiano davvero sulle nuvole, serve qualcosa che li mantenga su, sempre pronti, perennemente disponibili. Se non consideriamo dunque elementi quali efficienza e semplificazione torniamo al punto di partenza, a un IT vecchio stampo, incapace di salire sul treno della trasformazione digitale. Perché dunque lo storage è importante per il DevOps? In primo luogo perché questo deve portare la cosiddetta “data efficiency”, evitando che le informazioni, sempre più crescenti, facciano esplodere e rallentare i processi. In secondo luogo, perché solo con uno storage avanzato possiamo velocizzare e ottimizzare le operazioni, scalandole dalla piccola factory all’headquarter. Se a ciò uniamo la possibilità di unire storage e multi-cloud, otteniamo un panorama prestazionale senza pari» dice Alfredo Nulli, EMEA office of CTO di Pure Storage.

Videointervista ad Alfredo Nulli, EMEA office of CTO di Pure Storage

In calce alla giornata dedicata al DevOps, la testimonianza di Antonio Tommaso, DevOps Evangelist, Consulente per l’innovazione tecnologica di Inail: «Nel nostro viaggio verso l’adozione di pratiche DevOps, ci troviamo tra due concetti, quello del dire e quello del fare. Però abbiamo una consapevolezza in più: su piattaforme come Kubernetes non andranno a finire solo le applicazioni ma tutto il nostro modo di lavorare. La tecnologia ha creato un dubbio su tutti: il futuro non è più così prevedibile perché la liquefazione delle esperienze ha fatto dimenticare le forme classiche dell’enterprise, a favore di processi mutevoli e in divenire. Ed è il motivo per cui si sente la necessità di portare in azienda nuove competenze, figure che sappiano cogliere al volo i cambi di direzione trasformandoli in opportunità di sviluppo e crescita dell’IT. Ciò ha posto la fondamentale importanza di poggiare le operation su software non più consolidati ma integrati, perché un solo servizio non può rispondere alle tante e differenti esigenze del business. Continuous delivery è la chiave per affrontare la nuova era, il fulcro per il raggiungimento del successo sul mercato».

A Tommaso hanno fatto eco Graziella Dilli, CIO e Responsabile della Transizione Digitale di Arpa Lombardia e Donato Antenori, Senior DevOps di Sky. I due si sono confrontati in una sorta di intervista doppia in cui hanno toccato i temi della difficoltà culturali nel rompere gli indugi, organizzativi e tecnologici, verso l’adozione del DevOps. Il punto è far passare il messaggio, in maniera sempre più concreta, che unire dev e operation non vuol dire rivoluzionare i metodi di comportamento quotidiani, piuttosto fare le cose di sempre con maggiore agilità, efficacia ed economia. Ricorre il bisogno di basarsi su know-how nuovi, con soft-skill e attitudini ben specifiche, perché l’automazione non può essere tutto. Siamo già oltre il DevOps? Probabilmente sì, dato che sia Dilli che Antenori sono concordi sull’affermazione del cosiddetto BizOps, ossia del consolidamento di business e operation, per orchestrare dinamicamente innovazione, esecuzione e cambiamento.

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