Fare grandi progetti

Lo smart working non è una possibilità
città sempre più smart ma la banca smart è ancora indietro

Come diceva Daniel Burnham, architetto e urbanista, bisogna «puntare in alto nelle speranze e nel lavoro», ricordando «che un progetto, se nobile e logico, una volta messo a punto non morirà»

Questo mese vi racconto una storia. La storia di una città americana, che come tante altre sta provando a diventare smart. Che ci ha provato nel modo tradizionale, e poi, a farla diventare smart davvero, ci ha pensato una “principessa” che normalmente viene presa per sfinimento. La sua cittadinanza.

Chicago è una città del Nord degli Stati Uniti, che deve il suo skyline al progetto di Daniel Burnham, classe 1846: il suo piano urbano, presentato nel 1909, a quei tempi, era considerato innovazione allo stato puro. Mantenendo la nomea di città innovativa, oggi Chicago è pioniera tra le smart city. E ha cercato di dimostrarlo con “Chicago, Città dei Big Data”, esposizione interattiva organizzata da Chicago Architecture e da una fondazione locale in collaborazione con IBM che ha fornito la piattaforma tecnologica.

L’esposizione intendeva dimostrare come sia cambiato il modo di fare design urbano ai tempi del digitale, e il ruolo dei big data nella vita delle città: “distillare” in cluster tematici, anche sovrapposti, analizzare e riutilizzare le enormi quantità di dati generati da tutta la città è diventato di enorme aiuto per comprendere meglio le questioni urbane e costruire città più intelligenti, o mostrare lo stato di salute e di felicità delle aree costruite, in tempo reale.

Dati, città e ricchezza

Orari meteo, abitazioni e confronti di tempo di viaggio con altre città, i dati del bike sharing, il conto alla rovescia per il prossimo autobus, la qualità dell’aria o di permessi di costruzione rilasciati, mischiati ai post dei social media come Facebook, Instagram e Twitter per i diversi quartieri, il tutto in un modello 3D utilizzabile da chiunque attraverso giganteschi schermi touch a disposizione dei visitatori. Ed è qui, a dire il vero, che finisce la realtà ed entriamo nella dimensione della favola.

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Perché proprio i visitatori, che la loro città la conoscono meglio delle loro tasche, e sanno che ai dati delle macchine bisogna sempre approcciarsi con la flessibilità dell’essere umano, si sono resi conto che buona parte dei dati non era del tutto corretta. Non che fosse falsa, intendiamoci. Semplicemente, non rispecchiava del tutto la realtà in ogni suo aspetto. E così, i cittadini di Chicago hanno cominciato a dare i numeri. Letteralmente. E si sono impegnati in un’azione autonoma (ma subito appoggiata dalle istituzioni, che ne seguono da vicino i risultati) di controllo e “fact checking”. Per sei mesi, hanno individuato una prima area del quartiere di Bronzeville, dopo hanno cominciato a espandersi al resto della città.

Nel loro sito, spiegano di essere impegnati a raccogliere dati e statistiche “accurati” della comunità di Bronzeville, chiarendo in particolare che a essere interessanti sono i fatti che riguardano coloro che in quel quartiere vivono o lavorano. Perché, “current public data records do not accurately reflect our numbers”, gli attuali dati pubblici non riflettono accuratamente i nostri dati. Questo continuo rimando all’accuratezza, fa capire che quando una comunità capisce qual è il vantaggio di riferirsi ai big data anche nella quotidianità, la qualità del dato diventa molto importante. Oggi, i dati della città di Chicago sono verificati e messi a disposizione della comunità perché l’economia locale possa trarne vantaggio. Dati, città e ricchezza, per la prima volta, a partire dal basso. Ecco, come nasce una città smart: quando a farla sono i suoi cittadini.

Emanuela Donetti @urbanocreativo