Vincenzo Barone, la lezione di Einstein

Il linguaggio universale della scienza e la sfida della pace. L’Europa della ricerca funziona meglio di quella politica

Dalle sonde spaziali al traffico urbano, dal laser alla PET, dai superconduttori a nuovi modi di impachettare e trasmettere dati. Le equazioni della relatività generale di Einstein hanno cambiato non solo il nostro modo di vivere, ma anche il nostro modo di pensare l’universo e la materia, lo spazio e il tempo, la luce e la gravità in un impasto sorprendente di filosofia, fisica e matematica. Ma a cento anni dalla sua formulazione, che cosa resta della lezione di Einstein? Abbiamo girato la domanda a Vincenzo Barone che insegna fisica teorica all’Università del Piemonte Orientale e svolge attività di ricerca all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare.

Secondo Vincenzo Barone, la fisica attuale è totalmente impregnata delle idee di Einstein e parla la sua lingua. «La cosmologia e l’astrofisica sono basate sulla relatività generale. La fisica delle particelle e delle interazioni fondamentali incorpora la relatività speciale del 1905. La fisica della materia studia e manipola gli atomi e i fotoni, “inventati” da Einstein sempre nel 1905». Tutto questo è entrato anche nella nostra quotidianità: «Il GPS funziona tenendo conto delle due relatività (speciale e generale), e la PET sfrutta la famosa formula di equivalenza tra massa ed energia. Ma soprattutto, è cambiata la nostra concezione del mondo fisico che Einstein ci ha fatto vedere con occhi diversi».

Vincenzo Barone si occupa di teoria delle particelle elementari e in particolare dei processi subnucleari governati dalla forza forte. Il suo libro “L’ordine del mondo. Le simmetrie in fisica da Aristotele a Higgs” (Bollati Boringhieri, 2013) è stato finalista al Premio Galileo di divulgazione scientifica. Di recente, ha curato “Le due relatività”, una riedizione degli scritti originali di Einstein (Bollati Boringhieri, 2015). E sono in corso di pubblicazione, altri due libri: “Albert Einstein. Il costruttore di universi” (Laterza) e “La matematica della natura” (con G. Giorello, Il Mulino). Appassionato di fisica fin da bambino e affascinato dalla figura quasi mitica di Ettore Majorana – in cui si combinano genio e mistero – Vincenzo Barone non confonde il concetto di innovazione con quello di “tecnica”. E non azzarda neppure definizioni per spiegare il potere che può assumere forme diverse. «La scienza ha dovuto sempre rendersi autonoma da tutte le forme di potere e di condizionamento esterno». Oggi, «il principale pericolo viene dalla burocrazia, che sta soffocando anche il luogo deputato alla ricerca di base, l’università». Non bisogna mai dimenticare che la scienza è una grande maestra di anticonformismo. «Insegna a essere critici e a porsi sempre delle domande».

Leggi anche:  EOS annuncia la Additive Minds Academy

Vincenzo Barone: «Unità e semplicità, la lezione di Einstein»

vincenzo barone

Data Manager: Esiste un ordine nel mondo? E che cosa sono le simmetrie di cui parla nel suo libro?

Vincenzo Barone: L’obiettivo della fisica è proprio quello di cercare un ordine dietro l’apparente caos dell’esperienza sensibile. Lo fa scoprendo delle regolarità nascoste – le cosiddette leggi di natura – e dei principi generali – le simmetrie – che governano queste leggi, stabilendo che devono rimanere invariate quando effettuiamo qualche trasformazione, per esempio, quando passiamo da un osservatore a un altro.

Il principio di relatività, su cui è fondata la teoria di Einstein, è appunto un principio di simmetria – il primo e il più importante di tutti. Altre simmetrie sono alla base del Modello standard delle particelle elementari (quello che è stato verificato sperimentalmente con la scoperta del bosone di Higgs). L’ordine del mondo che conosciamo oggi è ancora parziale: ha delle imperfezioni, delle lacune. La ricerca fisica è indirizzata a trovare un ordine più ampio e completo.

Il futuro della ricerca è nella collaborazione internazionale?

In realtà, gran parte della ricerca di punta è già internazionale. è normale per uno scienziato collaborare con colleghi di altri paesi. La scienza, che è l’unica attività umana davvero universale, fa superare ogni divisione nazionale, ideologica e culturale.

Quanto costa la ricerca?

La ricerca costa, ma si tratta sempre di un investimento sul futuro. Molti paesi lo hanno capito e destinano percentuali consistenti di PIL a questo settore. Non così, l’Italia che è il fanalino di coda in Europa e nel mondo. Tutte le analisi dimostrano la correlazione diretta tra la competitività economica di un paese e la spesa destinata all’educazione e alla ricerca.

Leggi anche:  Apple Watch 7: schermo più grande e bordi piatti

Dal CERN alle missioni dell’ESA. L’Europa della ricerca funziona meglio di quella della politica. Perché?

L’Europa della ricerca è nata prima dell’Europa politica che, per certi aspetti, ancora non esiste. All’indomani della seconda guerra mondiale, alcuni grandi scienziati (tra gli italiani, va ricordato soprattutto Edoardo Amaldi), capirono che la scienza – grazie alla propria vocazione internazionale – avrebbe potuto rappresentare la via migliore per la riappacificazione e la ricostruzione dell’Europa. Nacque così, per esempio, il CERN, il centro europeo di ricerche nucleari di Ginevra. Da allora, la cooperazione scientifica tra paesi europei si è estesa anche alle scienze dello spazio e alle scienze biologiche. Forse, sarebbe il caso che i politici europei prendessero esempio da queste esperienze, che in molti campi hanno assicurato al nostro continente una leadership indiscussa.

La scienza è aperta a ogni possibilità?

La scienza deve sempre lasciare tutte le porte aperte. Ciò non significa che si debbano assecondare le idee più bizzarre, ma una certa dose di eresia è necessaria. Nella scienza non si procede accumulando, ma correggendo e perfezionando, e praticando – anche con i mezzi che la tecnologia ci fornisce – quella che Einstein chiamava la “libera invenzione”.

Qual è il suo rapporto con la tecnologia?

è un rapporto da fisico teorico, da persona che non vive in laboratorio ma davanti a un foglio di carta e a un computer. Utilizzo il computer per i miei calcoli. Qualche volta, per certe analisi, ho bisogno di una maggiore potenza. Altre volte, mi basta un portatile con qualche buon software matematico. Ho avuto la fortuna, lavorando nel campo della fisica delle particelle, di assistere alla nascita dei primi protocolli di posta elettronica, e poi di Internet che, vale la pena di ricordarlo, è un grande regalo della fisica fondamentale al mondo. Già negli anni Ottanta, possedevamo dei mezzi – email e chat – che sono diventati comuni molto tempo dopo. Il fatto di aver visto nascere tutto ciò mi rende ancora più consapevole della ricchezza tecnologica che ci troviamo oggi ad avere, e della necessità di un uso intelligente.

Leggi anche:  Apple, misurazione dei livelli di zucchero e alcol nel prossimo Watch

Qual è il consiglio principale che dà ai suoi studenti?

A dire il vero, evito di dare consigli. Credo che la didattica e la divulgazione – al di là di tutte le differenze di finalità e di metodo – abbiano una funzione comune: che non è quella di indottrinare, ma di contagiare. Ecco, spero di riuscire a contagiare studenti e lettori con la mia passione per la scienza.

Quali sono le sfide che la scienza deve affrontare per costruire un futuro di pace?

L’ultimo atto pubblico di Einstein, nel 1955, poco prima della morte, fu la partecipazione alla stesura del manifesto Russell-Einstein, in cui si invitavano i governanti mondiali a bandire le armi nucleari e a trovare mezzi pacifici per la risoluzione dei conflitti. La conclusione di quel documento è famosa: «Ci rivolgiamo da esseri umani a esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto». Gli scienziati possono fare questo: sollecitare gli uomini di governo a un uso saggio di quegli strumenti – a volte potentissimi e potenzialmente pericolosi – che la tecnologia ci mette a disposizione, ma prima ancora, ricordare a tutti un fatto semplicissimo, che l’obiettivo comune deve essere la salvaguardia dell’umanità e del nostro Pianeta.

Che cosa sognava di diventare da piccolo?

Ho scoperto il fascino della scienza attorno ai nove anni, grazie a un microscopio e a un libro di chimica che mi fu regalato dal maestro (“Gli architetti delle molecole”, di un grande giornalista scientifico, Giancarlo Masini). In seguito, sono venute le scatole del piccolo chimico, i documentari televisivi e tanti altri libri divulgativi. Sognavo davvero di diventare uno scienziato, anche se non mi era chiaro quale disciplina avrei scelto. Alla fine, ho optato per la fisica. Amavo la filosofia, e la fisica mi sembrava la scienza più interessante dal punto di vista filosofico.