Dal TES 501 al cloud

Le nuove sfide del giornalismo tecnologico. In quattro decadi, non è cambiata solo l’Italia ma l’intero Sistema Paese, proiettato oramai verso il futuro. A noi il difficile (ed entusiasmante) compito di raccontarlo. La tecnologia ci segue ovunque, è insita nella storia dell’uomo, sin dalla sua nascita. Rappresenta la voglia di andare oltre, rompere gli schemi, risolvere problemi con l’ingegno, spostando sempre più in là i confini del possibile. Le stesse motivazioni che hanno permesso a Olivetti, a metà degli anni 70, di rivoluzionare il rapporto tra uomo e macchina. Nel 1976 arrivava in Italia il TES 501, successore del TES 401, primo sistema di scrittura dotato di display e floppy. Sembra passata un’eternità, e a livello tecnologico è così. Le ere che hanno segnato lo sviluppo dell’hi-tech sono molte e arrivano fino all’esperienza odierna, in gran parte liquida e smaterializzata, costruita intorno a un device, che rappresenta il centro di elaborazione dell’individuo, immerso in una sorta di nuovo illuminismo, questa volta digitale.

È proprio il TES 501 ad aver dato all’Italia il giusto lustro a livello internazionale, con la convinzione che anche tra le mura domestiche potesse nascere un pezzo di quel futuro che di lì a poco avrebbe sconvolto la quotidianità di milioni di persone. L’Italia del 1976 è un po’ quella del 2016. La situazione è in bilico sia a livello politico che economico e sociale, si sente nell’aria la necessità di uno switch netto rispetto al passato, non per dimenticare le origini ma per approcciare con mente più libera e propositiva il domani. In questo contesto, il mestiere del giornalista non è certo dei più semplici. Cambiano gli strumenti, le piattaforme e forse il modo di presentare una notizia, ma resta intatta la necessità di capire dove va una fetta importante di mondo, quella che guarda con interesse al panorama tech. Anzi, molto più che nel 1976, con la maggior parte delle attività produttive che si basano su processi digitali, il lavoro di divulgazione informatica assume una valenza maggiore, se intesa come possibilità di far conoscere alla massa in che modo il nostro Paese sta evolvendosi, a partire dalle PMI, adattando nuovi modelli a schemi consolidati.

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Conoscere prima degli altri le capacità di nuovi hardware, software e applicativi è un vantaggio considerevole, perché permette di metabolizzare il cambiamento e contestualizzarlo in singoli aspetti. Siamo, ancora una volta, nel pieno di una rivoluzione, come spesso accade, più culturale che pratica. Il motivo è che la tecnologia semplifica molte delle attività svolte in precedenza con estrema ripetitività e con un grado elevato di errore. Si pensi alla robotica: automi e macchine intelligenti oggi possono produrre quantità innumerevoli di componenti e assemblare prodotti con un ritmo impensabile prima. A differenza di quanto pensino i detrattori, non bisogna soffermarsi al concetto secondo cui tali innovazioni stiano rubando il lavoro all’uomo, visto che allo stesso tempo creano nuove professionalità, inesistenti fino a ieri. Ci troviamo dunque a rivelare paradigmi diversi, oggi paralleli e domani tangenti, quasi dovendo predire quello che avverrà, con la dovuta curiosità. È innegabile che ciò abbia portato a un’evidente difficoltà per chi è stato abituato a un altro tipo di giornalismo; quello vissuto per strada, sicuramente valido, ma difficilmente possibile nei tempi moderni. La cross-medialità e la multi-piattaforma vestono i contenuti digitali di abiti differenti a seconda del tipo di fruizione. Chi si occupa di pubblicità sa quanto valga oggi un video diffuso sui social più di una pagina intera su un quotidiano; non conta più solo la quantità di pubblico coinvolto, ma la qualità e il livello di engagement, strettamente connesso alla propensione all’acquisto.

È per questo che Data Manager ha scommesso da sempre sul web. Specchio ed estensione di quanto espresso sulla rivista, sull’online è avvenuta una vera trasformazione, tutt’ora in atto. Tre o quattro anni fa, non avremmo parlato così assiduamente di cloud, IoT e intelligenza artificiale, non quanto lo facciamo oggi. Il motivo è duplice: la tecnologia plasma la società e da essa è plasmata. Cambiano le necessità degli utenti e delle aziende, cambia la fame di sapere e cambia il peso dato agli organi di informazione, sempre più internet-based. Quello che non cambia è il ruolo di Data Manager, un gruppo che per 40 anni ha accolto le innovazioni italiane, con la convinzione che il futuro attenda solo di essere raccontato.

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