Spazio dialoghi

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Nel pieno di una nuova rivoluzione tecnologica, in che modo la tecnologia inciderà sul futuro? Questa è la grande domanda a cui dobbiamo rispondere. La sfida non è riparare quello che si è rotto ma costruire in maniera diversa, più resiliente e sostenibile

Nei momenti di emergenza, parlare di innovazione potrebbe risultare anche troppo elementare. La realtà è sempre più complessa. Bisogna sgombrare il campo dalle frasi fatte e dagli slogan, rimettendo il dibattito sul rilancio nei termini corretti. Mettere l’uomo al centro, per rifondare una visione veramente “umanistica” dello sviluppo, non significa considerare l’uomo al vertice della piramide, dove l’uomo è unico fine e tutto quanto il resto mezzo, unica misura di tutte le cose. Perché questa visione utilitaristica porta inevitabilmente a un ribaltamento che riduce l’uomo stesso a oggetto. Ma significa recuperare una visione più sostenibile, dove l’uomo è custode e garante della relazione con la natura di cui egli stesso fa parte.

Allo stesso tempo non si può parlare di “restart”, come se fosse il comando per riavviare il sistema operativo di una macchina. Oppure di “reload” per ricaricare i file di configurazione. O di “recovery”, senza la prospettiva di next generation. Riavviare il sistema può richiedere tempo. E soprattutto, non può essere solo una azione di ripristino delle condizioni precedenti o che riporta il sistema all’ultima versione aggiornata. Occorre un upgrade, un passaggio a un livello superiore, con la consapevolezza che il cambiamento è realizzabile e che le tecnologie, opportunamente governate, possono supportare questa evoluzione.

La pandemia è come un pettine contro cui si schiantano tutti i nodi irrisolti. Ha fatto emergere ciò che era solido e ciò che era fragile. È stata anche un acceleratore di vari trend trasformativi. E se da una parte ha messo in sofferenza ciò che era già fragile, dall’altra ha velocizzato trend nascenti sia tecnologici sia etici. Il progresso tecnologico degli ultimi secoli ha modificato radicalmente la distribuzione del potere politico ed economico. La rivoluzione industriale ha creato ricchezza e prosperità senza precedenti, ma le conseguenze immediate si sono rivelate devastanti per ampie fasce della popolazione. Queste tendenze riflettono a grandi linee anche quelle dell’attuale era dell’automazione.

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Diminuzione della domanda di manodopera e incremento di produttività: la differenza tra le società dipenderà dal modo in cui saranno distribuiti i vantaggi che ne deriveranno. Stiamo assistendo a una grande spinta verso il cloud, elemento fondante della digital transformation, che ha permesso alle aziende, nei mesi più difficili, di tenere i “motori” sempre accessi e di cominciare a evolversi verso nuovi paradigmi, a partire dalle tecnologie del digital workplace e i tool di collaborazione. La gestione, elaborazione e valorizzazione dei dati sono diventate essenziali, anche per combattere la pandemia. Ma aumentare la digitalizzazione significa anche aumentare i rischi, e la cybersecurity, già importante prima di questa crisi, ha fatto un enorme balzo in avanti.

Questa pandemia ci sta dimostrando quanto tutti avessimo sottostimato la nostra capacità di cambiare, e di come la logica spietata della tecnica votata all’ottimizzazione può essere convertita per ridurre le differenze che creano squilibri. Tutto diventa centrale se è collegato. Tutto diventa periferia se non è connesso. Questa è la chiave dell’economia circolare: la connessione tra le cose del mondo e gli esseri che lo abitano. L’economia circolare è un nuovo modello produttivo che riduce gli sprechi e tutela l’ambiente e perciò può creare un circolo virtuoso di crescita. La rivoluzione digitale ci mette nelle condizioni di aprire nuovi spazi di cooperazione e non solo di competizione. Dall’innovazione tecnologica possono arrivare i nuovi ideali di progresso per il futuro. Avere dati pronti e affidabili permette di prendere decisioni corrette. La crisi catalizza energie e risorse per compiere passi in avanti. I nuovi inizi spaventano sempre. Possono essere terribili oppure più vantaggiosi. Dipende da noi. La paura è il motore dell’innovazione. Un antidoto tanto al pessimismo disperato quanto all’ottimismo irresponsabile. Deve essere l’energia per migliorare il mondo, per andare avanti non per arretrare, imprigionati dagli schemi del passato.

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