Ripartiamo dalle città

Ripartiamo dalle città

Un cambio di governance porta con sé anche un cambio di management. Nelle democrazie moderne, perennemente in bilico tra problem solving e rappresentanza, la prassi sopravanza la regola. Parafrasando Brecht, fortunato quel paese che non ha bisogno di salvatori.

Tra dividendi politici e perimetri tecnici a geometria europea, l’agenda del cambiamento è dettata sempre dalla necessità e l’urgenza. L’ottimismo non è un’opzione negoziabile. Serve una visione. Anche se più ampia la base, meno alta la vetta. Siamo all’inizio di una nuova fase storica che non richiede eserciti ma che obbliga a riempire un vuoto. Il vuoto di conoscenza, cooperazione, giustizia. Come nella “Repubblica Italiana d’America” (2020, AltreVoci Edizioni) di Roberto Vacca, che racconta la fantastoria di Leonardo Da Vinci e Niccolò Machiavelli che salpano insieme al duca Valentino per fondare la nuova Firenze nel cuore di Manhattan.

La politica non è mai stata così debole, ma è solo dalla politica che si può ricominciare. Riscoprendo il valore delle competenze, della cooperazione e del ruolo delle donne, non solo come componente simbolica del cambiamento. C’è chi parla di “restart” ma occorre un “upgrade”, un passaggio a un livello superiore, con la consapevolezza che il cambiamento è realizzabile e che le tecnologie, opportunamente governate, possono supportare questa trasformazione. Anche della politica. In particolare, ricominciando dal ruolo strategico della città, come modello di governo. Dalla città-rete come nuova architettura sociale. E dalla scuola pubblica come più importante investimento per il futuro. Il problema non è il debito pubblico – come spiega l’economista Giulio Sapelli – ma la quantità di stock accumulato, che tradotto significa infrastrutture fisiche e digitali che aumentano la produttività totale dei fattori. E qui sta il vero nodo della questione. L’Italia rischia di rimanere indietro in assenza di un piano di investimenti in infrastrutture. Il digitale fa due cose: elimina le barriere e crea nuovi spazi di mercato. I mercati – però – non sono perfetti, ma seriamente difettosi.

L’attenzione sull’economia dei luoghi permette di capire non solo gli ingredienti necessari, ma anche i modelli più adatti per stimolare la crescita. Grazie all’ICT si possono utilizzare meglio le risorse delle città, per ridurre i consumi di energia e far lavorare meglio le persone. Si può progettare la mobilità sulla base dei dati e rendere gli edifici più smart e green. Alla malta e ai mattoni si può sostituire un impasto di fibre ottiche, capacità di calcolo on the edge, sensori e big data. Di cui non c’è traccia nei piani regolatori.

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La sfida: connettere centro e periferie nel segno della qualità della vita e dei servizi. Tutto diventa centrale se è collegato. Tutto diventa periferia se non è connesso. La geografia della globalizzazione sta cambiando. Le imprese hanno capito che delocalizzando perdono conoscenze ed esperienze. Con la crisi si è riscoperta l’importanza del manifatturiero come motore dello sviluppo economico. La povertà educativa è altrettanto insidiosa di quella economica, ma è sottovalutata. Le città intelligenti vivranno e cresceranno grazie all’offerta diversificata di servizi in grado di interagire con il cittadino. Un ruolo decisivo, lo avranno gli amministratori pubblici, ancora troppo distratti dalle conferenze stampa, poco impegnati nello sviluppo di servizi innovativi, e che scelgono le mappe di Google, rinunciando all’opportunità di essere i proprietari dei dati, a cominciare dalla toponomastica.

Purtroppo, anche se si intravedono casi eccellenti come Milano, Bergamo, Bari e Lecce, ancora non si avvia un serio e imponente piano di investimenti sul capitale umano della PA. E qui, condivido e rilancio la proposta di Bruno Citarella della Direzione IT di ARPA Campania, per assumere un tecnico IT in ogni Comune italiano. La città come ponte digitale che collega comunità, territori e imprese, come nell’idea di Gianfranco Dioguardi che alla scienza del governo delle città ha dedicato energie, esperienza e il progetto della City School in collaborazione con Università di Bari e Anci. Il governo della città ha bisogno di capitale sociale, competenze, innovazione. La città come laboratorio ha bisogno di amministratori con le lenti buone per leggere il cambiamento. Un esercizio di responsabilità che inizia da noi stessi, dalla nostra capacità di essere cittadini, non solo popolo. Per costruire una democrazia migliore. Per disinnescare l’eterno lamento o l’alibi del fatalismo. E per coltivare la speranza laica di un vero rilancio. Anche del Mezzogiorno.