La nuova regolamentazione europea sui rating ESG porta alla luce il limite della finanza sostenibile: dati incompleti, metodologie divergenti e rischio greenwashing
La separazione tra attività di advisory e di rating entra in vigore. Il 2 luglio 2026 il regolamento europeo 2024/3005 trova piena applicazione. Non è una scadenza burocratica, ma il momento di ammettere, per via normativa, che il sistema ESG presenta un problema di integrità dei dati. La soluzione non è un ulteriore livello normativo, ma un’infrastruttura dati interoperabile e machine-readable. AI, blockchain e osservazione satellitare possono trasformare la sostenibilità in un sistema verificabile.
Il problema non è l’etica
La finanza sostenibile ha un problema che il mercato fatica ad ammettere: il greenwashing non è, nella maggior parte dei casi, un problema di valori. È un problema di dati. Le aziende possono gonfiare le proprie performance ambientali dichiarate perché il sistema di misurazione lo rende possibile. Le agenzie di rating ESG operano su dati autodichiarati, metodologie divergenti e, fino alla recente evoluzione normativa, con incentivi strutturalmente distorti.
Il regolamento 2024/3005 – in vigore dal primo gennaio 2025, pienamente applicabile dal 2 luglio 2026 – ha come obiettivo dichiarato la separazione obbligatoria tra le attività di advisory e quelle di rating sotto la vigilanza dell’ESMA. È un intervento necessario. Tuttavia, non risolve il problema a monte: la qualità dei dati su cui si basano i rating.
Florian Berg, Julian F. Kölbel e Roberto Rigobon, in uno studio pubblicato sulla Review of Finance nel 2022, evidenziano la frammentazione del mercato dei rating ESG: la correlazione tra le valutazioni delle principali agenzie varia tra 0,38 e 0,71, con una media delle correlazioni a coppie pari a circa 0,54.
Per i rating di credito, S&P e Moody’s si correlano al 99%. La stessa azienda, valutata con gli stessi dati pubblici disponibili, può risultare eccellente o ad alto rischio a seconda di chi la valuta. Tesla è uno degli esempi più citati: MSCI la colloca tra i leader ambientali del settore automobilistico per il contributo ai trasporti puliti, a maggio 2022 S&P Global la esclude dall’indice S&P 500 ESG, mentre Sustainalytics ne segnala i rischi legati alle pratiche lavorative e alla governance. Stessa azienda, valutazioni opposte. Non si tratta di una divergenza metodologica marginale. Si tratta di un fallimento sistemico nella misurazione. E la tecnologia è l’unica risposta strutturale disponibile.
La blockchain è metà della risposta
Il fascino della blockchain applicata all’ESG è comprensibile: un registro immutabile di emissioni, crediti di carbonio e impegni di sostenibilità sembra il rimedio ideale all’opacità che caratterizza i mercati volontari del carbonio. Tuttavia, la storia recente invita alla precisione. Verra, la non-profit che gestisce lo standard VCS, alla base di circa il 63% dei crediti volontari di carbonio ritirati nel 2024, sospende a maggio 2022 la tokenizzazione dei crediti già classificati come “ritirati”. Il motivo è paradossale: i crediti vengono tokenizzati e rimessi in circolazione, creando un vettore di double-counting che la blockchain avrebbe dovuto eliminare, non amplificare.
Il problema non è la tecnologia, ma l’architettura del sistema: la blockchain registra fedelmente i passaggi di proprietà, ma il dato sottostante restava vulnerabile. Un registro distribuito autentica la provenienza di un’affermazione, ma non ne verifica la veridicità. La rete Oracle di Chainlink illustra bene la funzione effettiva della blockchain in questo ecosistema: fornire il livello di connettività necessario affinché i dati raccolti da sensori IoT, immagini satellitari e database geospaziali alimentino smart contract verificabili.
In un progetto di riforestazione, i dati satellitari che confermano la crescita degli alberi possono attivare automaticamente l’emissione di crediti. La blockchain è l’audit trail, non è la fonte della verità.
L’AI chiude il cerchio
La verificabilità è nell’osservazione indipendente. È qui che l’intelligenza artificiale applicata ai dati satellitari cambia la natura del problema.
Climate TRACE – una coalizione che include Google, Carbon Tracker Initiative e Rocky Mountain Institute – traccia le emissioni di gas serra a livello globale indipendentemente da qualsiasi dichiarazione aziendale o governativa. A novembre 2024, la piattaforma monitora 660 milioni di asset nel mondo, elaborando oltre 59 trilioni di byte di dati provenienti da più di 300 satelliti e più di undicimila sensori.
Da marzo 2025, i dati vengono aggiornati mensilmente con un ritardo di 60 giorni – un salto qualitativo rispetto ai cicli annuali o biennali precedenti. Il meccanismo è diretto: algoritmi di machine learning analizzano le firme termiche e spettrali visibili nell’immagine satellitare – pennacchi di vapore acqueo sulle torri di raffreddamento, indicatori di attività industriale – e li incrociano con validazioni da terra. Il gap tra le emissioni dichiarate da un’azienda e quelle stimate da satellite costituisce di per sé un segnale di greenwashing: un dato oggettivamente confrontabile, non un giudizio discrezionale.
Sul versante della disclosure testuale, i modelli basati su FinBERT – un’architettura transformer derivata da BERT, ottimizzata per il dominio finanziario – consentono di estrarre automaticamente indicatori ESG dai report aziendali, mappandoli su standard quali l’EU Taxonomy, il GRI e il SASB.
La ricerca applicata è in rapida evoluzione, ma resta lontana dalla piena automazione: uno studio pubblicato su arXiv a dicembre 2025 introduce un dataset di riferimento per l’estrazione di KPI allineati all’EU Taxonomy dai report di sostenibilità e dimostra che, allo stato attuale, i modelli linguistici ottengono buoni risultati nell’identificare le attività economiche qualificanti, ma falliscono nella stima quantitativa degli indicatori finanziari.
È esattamente questo il confine che separa la promessa tecnologica dall’adempimento operativo degli obblighi SFDR relativi agli indicatori PAI. Blockchain e AI sono complementari, non concorrenti. La blockchain risolve il problema dell’audit trail – chi emette, trasferisce o ritira un credito e quando. L’AI risolve il problema a monte: la misura indipendente della realtà fisica che il credito pretende di rappresentare.
Quadro normativo e divario
Il regolamento SFDR impone ai gestori di fondi di classificare i propri prodotti in tre categorie e di rendicontare sui principali indicatori di impatto negativo (PAI). Le categorie previste sono: Articolo 6 (prodotti senza obiettivi di sostenibilità), Articolo 8 (prodotti che promuovono caratteristiche ambientali o sociali) e Articolo 9 (prodotti con un obiettivo esplicito di investimento sostenibile).
La CSRD, nella sua architettura originaria, avrebbe dovuto portare circa 50mila aziende europee a rendicontare secondo standard ESRS uniformi. L’Omnibus I, approvato dal Parlamento europeo il 16 dicembre 2025, riduce l’ambito di applicazione di oltre l’80%, mantenendo nel perimetro solo le aziende con oltre mille dipendenti e un fatturato netto superiore a 450 milioni di euro.
Il risultato è paradossale: proprio mentre la Regolamentazione 2024/3005 impone trasparenza metodologica ai fornitori di rating, la revisione CSRD riduce la base di dati primari su cui tali rating vengono costruiti. I gestori di fondi saranno più dipendenti, non meno, dalle stime di terze parti e dalle estrapolazioni dei fornitori di dati ESG. È proprio questo divario strutturale che la tecnologia è chiamata a colmare.
L’infrastruttura prima dell’ecosistema
Il lettore europeo tende a osservare l’ESG attraverso la lente della compliance normativa. Ma altrove le stesse infrastrutture prendono forma secondo una sequenza diversa. Nelle economie del Golfo, il punto di partenza non è la pressione dal basso, la domanda degli investitori retail e neppure la maturazione della cultura ESG nei consigli di amministrazione delle corporate. Il punto di partenza è il sovrano.
La Banca centrale del Qatar (QCB) emette a luglio 2024 la sua “ESG and Sustainability Strategy for the Financial Sector”, articolata su tre pilastri: gestione del rischio climatico, incentivo al finanziamento sostenibile e leadership esemplare. Il 30 aprile 2025, il QCB traduce quella strategia in un obbligo operativo con la circolare n. 2025/0001546 – un Sustainable Finance Framework vincolante per tutte le banche attive in Qatar. Il framework definisce la finanza sostenibile, identifica le categorie ammissibili (energie rinnovabili, trasporti puliti, gestione idrica e dei rifiuti, edilizia sostenibile), e impone procedure di valutazione d’impatto, rendicontazione e verifica di terze parti. Il framework riconosce esplicitamente gli strumenti Sharia-compliant come veicoli chiave – i green sukuk emessi nel quadro del QCB devono soddisfare sia gli standard di finanza islamica sia i criteri ESG del framework. Un doppio screening che, in teoria, rende il greenwashing più difficile – a condizione che entrambi i livelli vengano verificati in modo indipendente.
Cosa succede il 2 luglio 2026
La data segna l’applicazione del nuovo quadro normativo sui rating ESG. I fornitori di rating ESG attivi nell’Unione Europea che devono notificare all’ESMA l’intenzione di continuare le attività e presentare formale domanda di autorizzazione, pena la cessazione delle operazioni. Le notifiche all’ESMA scadono il 2 agosto 2026. La separazione obbligatoria tra le attività di advisory e di rating entra in vigore. La trasparenza metodologica diventa un requisito per la licenza. È una tappa necessaria, ma non sufficiente. Regolamentare i fornitori di rating senza intervenire sulla qualità dei dati sottostanti è come imporre standard di accuratezza a un termometro senza controllare la temperatura che misura.
Il vero salto avverrà quando le emissioni monitorate da Climate TRACE, le disclosure estratte da modelli NLP e i crediti certificati nei registri blockchain convergeranno in un’infrastruttura dati che i gestori possono interrogare in tempo reale – non per compilare un modulo, ma per prendere decisioni di allocazione basate su evidenze empiriche. Quel momento non è ancora arrivato. Le fondamenta, tuttavia, sono già in costruzione.
Dr. Devid Jegerson
Architetto dell’evoluzione dei Pagamenti Digitali e del Banking, Devid è da oltre 25 anni in prima linea nell’innovazione FinTech, trasformando idee visionarie in realtà di mercato di successo nell’E-commerce e nel Banking.
Dal lancio della prima carta prepagata ricaricabile in Italia (2002) e del primo conto di moneta elettronica (2006), alla creazione di gateway di pagamento con licenza acquiring (2008) e all’introduzione dei pagamenti istantanei P2P (Jiffy, 2014) e delle prime piattaforme di pagamento cloud in Medio Oriente (noon.com, 2016), il suo focus è sempre stato sul costruire ‘il nuovo’.
Il suo percorso include ruoli di leadership e contributi fondamentali in noon.com, PayPal, Fastweb, IWBank, e UBI Banca, dove ha guidato l’innovazione nei pagamenti mobile e ha contribuito alla gestione della normativa PSD2.
Oggi, applica questa combinazione di visione strategica ed eccellenza nell’esecuzione come Membro del CdA di diverse società, guidando la Trasformazione Digitale nel FinTech. La sua passione è supportata da un PhD, un EMBA, una laurea magistrale in strategia e una laurea in economia, dalla pubblicazione del libro (“Pagamenti elettronici. Dal baratto ai portafogli digitali” 2016, goWare).
Appassionato nel costruire il futuro della finanza, Devid rappresenta un punto di riferimento nel settore.


































