Adriano Favole. Reti di umanità

Fare insieme per crescere insieme

La strategia della condivisione


Adriano Favole. Reti di umanitàBike sharing, car sharing, co-working, co-housing sono espressioni entrate nell’uso comune come anche crowdsourcing e crowdfunding. in Germania, la co-gestione (Mitbestimmung) tra lavoratori e imprese ha fatto scuola. Le attività di condivisione ormai fanno parte della nostra vita, sia online sia nella concreta quotidianità. La massiccia diffusione di smartphone e tablet e lo sviluppo delle reti di nuova generazione hanno reso possibile lavorare ovunque e in qualunque momento, aumentando la produttività e incidendo sull’organizzazione del lavoro. Cisco e Telecom la chiamano collaboration, ma la condivisone di strumenti e risorse ha le sue radici profonde nella società agricola, prima che in quella delle telecomunicazioni.

L’acqua e la conoscenza sono esempi chiari di beni comuni che ci impongono di guardare alla realtà in un modo nuovo. La conoscenza come l’acqua deve essere accessibile a tutti. Anche nel regno animale la cooperazione è una strategia di competizione, basti pensare alle formiche e alle api. Fare insieme, consumare insieme, produrre insieme, progettare insieme sono le caratteristiche principali del condividere e oggi diventano anche modelli di business.

Gli economisti studiano i consumi condivisi, i giuristi i beni comuni, i sociologi i modelli di comunità. La crisi economica – ma anche la crisi morale e dei valori legati al consumo – ha spinto sempre più in questa direzione, partendo dalla Rete, sino ad arrivare alla condivisione del territorio, dei confini, della lingua, della cultura e del patrimonio culturale. Nel 2009, poco dopo la più forte crisi finanziaria del secolo, il Premio Nobel fu conferito proprio all’economista Elinor Ostrom per il suo lavoro sui beni comuni.

Nell’economia libera di mercato, la sovrapposizione tra prezzo e valore ha generato distorsioni. La condivisione si fonda sulla reciprocità, sulla fiducia, sulla relazione. Lo scambio di mercato si basa sull’interesse, sull’egoismo e sul calcolo.

La condivisione e la collaboration rappresentano una strategia nuova per competere nell’era della complessità. La partecipazione diffusa può essere una ricetta valida per ottimizzare piani e decisioni. Occorre – però – stare attenti alla retorica dello sharing o del crowd, perché la condivisione rischia di essere solo un nuovo paradigma all’interno di un vecchio sistema e la partecipazione solo un nuovo modo di sfruttare le risorse alla basa della piramide.

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Ma qual è l’impatto della tecnica su questi temi? E l’empowerment tecnologico come modifica la dimensione sociale dell’umano? Abbiamo girato le domande all’antropologo Adriano Favole, che insegna Antropologia culturale ed Etnologia all’Università di Torino.

Come consulente del programma del Festival di Pistoia (www.dialoghisulluomo.it), Adriano Favole ricorda che i beni condivisi sono stati per lungo tempo uno dei pilastri delle società agro-pastorali europee, così come continuano a essere fondamentali nella vita di moltissime comunità di interesse etnografico. E avverte: «La condivisione non è un dono»!

Data Manager: Dal punto di vista antropologico, quali sono i possibili impatti della trasformazione digitale sulla vita dell’uomo?

Adriano Favole: Uno degli interessi che ha l’antropologia nei confronti dell’universo tecnologico sta nel considerare il suo impatto sui comportamenti per capire come i nuovi device e i social network vanno a incidere sulla formazione del pensiero e delle azioni sia a livello locale sia a livello dell’interazione tra globale e locale. Viaggiando attraverso il mondo, ci si accorge che le tecnologie non si pongono in modo uniforme.

Gli strumenti a disposizione influenzano l’evoluzione del pensiero?

Le tecnologie contribuiscono alla diffusione delle informazioni in un incontro e scontro continuo tra dimensione locale e globale, da sempre in trasformazione. La povertà dei mezzi pone la questione dell’accesso. Una parte di mondo resta tagliata fuori. Dove la tecnologia arriva – adesso sotto forma di telefono cellulare a basso costo o di hot spot libero – porta inevitabilmente a delle trasformazioni, ma è sempre stato così. La differenza rispetto al passato sta nella velocità della trasformazione. Anche la democrazia è un format che radicandosi localmente subisce dei cambiamenti.

La tecnologia ci renderà più umani?

L’essere umano è per definizione “innaturale”. L’impatto della cultura intesa in primo luogo come “strumento” – sin dall’origine dell’umanità – ha dato luogo a un processo di continua evoluzione. I nuovi mezzi – però – rispetto ai vecchi non si sostituiscono completamente ai precedenti: molto più spesso si aggiungono, moltiplicando la zona dell’umano e della socialità. Continuo a frequentare la piazza nel paesino in cui vivo e nello stesso tempo ho una socialità allargata, perché apro Facebook e tengo i contatti con i ricercatori che mi scrivono dalla Polinesia dove faccio attività di ricerca.

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Dai modelli di business a quelli organizzativi, la collaboration è entrata nella quotidianità. Riusciremo a lavorare insieme e a capirci di più?

L’antropologia a questo proposito può insegnare molte cose perché ha sempre focalizzato l’attenzione sul “noi”, mettendo in discussione l’idea radicata che l’istinto egoistico alla fine coincida con l’interesse del gruppo. Questa è una grande finzione che sta mostrando tutti i suoi limiti. Ed è sempre più necessario elaborare nuove forme di decision making basate sul consenso. Le multinazionali riscoprono il valore della collaborazione come modello di leadership e di organizzazione efficiente, anche se la collaboration non dovrebbe essere solo uno strumento per massimizzare l’utile. Indirizzare un progetto verso il miglior fine per tutto il gruppo dovrebbe essere il fine principale. Invece, abbiamo dimenticato lo scopo in nome di un’efficienza basata soltanto sulla gerarchia e la verticalità delle decisioni.

Qual è il futuro delle memorie nelle società avanzate?

Rispetto al passato possiamo immagazzinare montagne di dati e informazioni. Ma quelle memorie sono fragili e sono esposte al rischio di manipolazione. Faccio un esempio. I semi transgenici estendono la possibilità della produzione, limitano i parassiti, ma sappiamo bene che il contadino non è più padrone dei propri semi e si viene a trovare in una situazione di dipendenza rispetto a un soggetto che lui non può controllare e che nel futuro potrebbe imporgli delle condizioni difficili da rispettare. E questo vale anche per la conservazione dei dati e il loro libero accesso. La memoria sociale invece è una memoria condivisa che ha dimostrato di essere resistente ai condizionamenti di potere esterni e di poter sopravvivere anche in gruppi sociali molto isolati o piccoli. 

L’io digitale sopravvive alla morte del soggetto. Come si sopravvive a se stessi?

A livello di ricerca stiamo seguendo il tema dell’elaborazione del lutto nell’era dei social network. Negli USA ci sono diverse forme di gestione telematica del lutto, dai siti memoriali ai cimiteri virtuali. Ci sono servizi che assicurano l’invio di messaggi anche post mortem. Se da un lato, i social network espongono i soggetti al rischio implicito dell’isolamento, dall’altro questi strumenti offrono un modo nuovo di considerare la morte.

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Grazie alla rivoluzione della stampa 3D, un esercito di makers sta riscoprendo il valore del lavoro manuale e del fare insieme. Forse, accelerando il passaggio dalla cultura della delega a quella della responsabilità?

Si tratta di segnali e fenomeni molto positivi abilitati dalla Rete sia nella sua accezione tecnologica sia nel suo significato sociale di rete di relazioni. La condivisione aiuta a riscoprire il legame con la terra, a essere consumatori più consapevoli, a creare nuove forme di progettazione e tutto questo aiuta a riportare la responsabilità in capo al soggetto. La Rete si dimostra efficace quanto più riesce a tradursi in contatti interpersonali. Così il fare insieme è utile e innovativo solo se diventa una strategia per raggiungere risultati concreti.

Qual è il suo rapporto con la tecnologia?

La tecnologia ha cambiato il modo di lavorare. Per un antropologo che come me si occupa di fare ricerca sull’Oceania, i contatti fuori dal campo in passato erano molti rari e anche difficili. La tecnologia permette invece di mantenere un collegamento diretto e così capita di chiedere via Skype il significato di un termine locale che non avevo segnato o ben compreso. Non solo. La fotografia digitale ha consentito di documentare meglio l’attività di ricerca, anche se ha posto il problema della gestione e della conservazione delle immagini. 

Bit o libri di carta?

Non scrivo più con la penna. Ma per leggere un libro preferisco la carta che resta una tecnologia perfetta.

Qual è la lezione più importate che ha imparato?

Fare l’antropologo porta sempre a misurarsi con realtà diverse. È un mestiere che costringe a vedere le cose con gli occhi degli altri e da punti di vista differenti, mettendo in discussione le certezze acquisite e scoprendo alla fine che gli esseri umani si somigliano tutti.