Alla ricerca della bussola

Il mercato dà segnali contraddittori. Spariscono i soldi per la Ngn mentre si fa il pieno per le frequenze Lte. In sei mesi hanno pagato pegno i Ceo dei due maggiori vendor di Pc. L’attenzione si sposta sulla “nuvola”, con una promessa che si chiama essenzialmente “risparmi”, ma è come se si pensasse ai treni per l’alta velocità dimenticando le rotaie

 

 

Mercato schizofrenico? Si direbbe di sì, a giudicare dagli avvenimenti. Nelle stesse ore in cui i dati congiunturali dell’ICT italiano (Assinform / NetConsulting) allineano una serie di, fortunatamente modesti, segni “meno”, l’asta per le frequenze Lte si impennava per terminare ben al di sopra delle migliori stime del Governo. Quattro miliardi invece dei 2,4 “minimi” e dei 3,1 “sperati”. Certo, si potrà dire, valori comunque quattro volte inferiori a quelli della febbre da 3G di dieci anni fa e corsa comunque “obbligata” per chi voleva stare nel gioco in questo “poker con il morto” (che sarebbe H3G, partecipe, ma fino a un certo punto). Però sempre miliardi sono. Anziché essere lo stato a tirar fuori i soldi promessi (gli 800 milioni anti–digital divide congelati due anni fa) è lo Stato a incassarli. Milleseicento milioni, per la precisione. Anche perché l’uscita a Capri di Vito Gamberale, patron di Metroweb sembrava mettere tutti a posto. La piccola (almeno rispetto ai grandi operatori) azienda milanese appena passata di mano al fondo infrastrutturale F2i promette di fare le reti “là dove il mercato vuole” e metterle a disposizione degli operatori. Ovviamente osannanti, perché non più obbligati né alla favola dei 2 miliardi di “Fibra Italiana” (la rete degli anti–Telecom) né alle pastoie del Tavolo Romani, per ora ribaltato con le pedine sopra. Il ministro è l’unico a rimanere con il cerino in mano. Affondato da Tremonti che gli ha negato la quota dell’extra-incasso Lte, ma non solo.

Troppo lento o troppo gas

A 11 mila chilometri di distanza (no, tranquilli, non parliamo di Amanda Knox, a Seattle), Leo Apotheker viene accompagnato alla porta per la seconda volta in meno di due anni. Motivazione ufficiale e cortese: “grande manager, ma non nel luogo e nel momento giusto”.

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Nella tedesca Waldorf, in SAP, dove, rompendo una tradizione, era divenuto Ceo unico, era stato invitato alla porta per non aver applicato abbastanza velocemente una giusta strategia, insomma, di aver avuto troppo il piede sul freno. Problema di “execution”, come dicono in California. A Palo Alto, in HP, è stato invece accusato di averlo messo troppo sull’acceleratore. Tre i capitoli contestati, qualcuno forse sbagliando indirizzo: i Pc da mettere in soffitta o almeno in una “dependance” (spin-off) come anni prima era successo per gli apparati di strumentazione di Agere, la fine delle attività ex PalmOS (comprata dal suo predecessore Mark Hurd un anno prima a caro prezzo), i 10 miliardi messi su Autonomy, all’incirca tanti quanti quelli pagati qualche anno prima per EDS. A sostituirlo, si è insediata una nuova diarchia da parte di chi non risulta che nel board si fosse opposto alle sue decisioni: l’inesperta (nell’IT) Meg Whitman, con un presidente, Ray Lane, che diviene esecutivo. Se non è una governance duale “à la SAP”, poco ci manca.

Come essere il numero uno e dire bye bye

La prima dichiarazione della nuova Ceo, che evidentemente non poteva smentire il board e se stessa, intanto era una promessa di riconsiderare con occhi freschi il capitolo Pc. L’intenzione è quella di una decisione per fine ottobre, a conclusione del trimestre e dell’anno fiscale (per quella data, questo numero di Data Manager sarà in stampa). Gli ultimi risultati del trimestre luglio–settembre che vedono HP accrescere la propria quota, approfittando anche della debacle di Acer, e la posizione di leader rendono più difficile una scelta netta. Ma c’è un problema di fondo ed è la “sindrome IBM” che ha tormentato Apotheker prima e potrebbe condizionare il board dopo. Era il 2005 quando Big Blue cedeva i Pc a Lenovo (con 10mila dipendenti), ma, come lo stesso Ceo di IBM, Sam Palmisano, ammetteva candidamente un anno fa, un’analoga operazione cinque anni dopo sarebbe stata ben più difficile, per la difficoltà a trovare un compratore. Il problema per HP è che condurre un business da 40 miliardi di dollari con sopra il cartello “Vendesi o almeno Affittasi” non dev’essere il massimo, né dentro l’azienda né sul mercato. Per ironia della sorte, i dati di IDC e di Gartner usciti nel mese di ottobre, informano che il primo concorrente di HP nel mercato dei Pc non si chiama più né Dell né Acer, ma Lenovo.

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Certo, il mercato dei Pc appare in corso di ridefinizione. Gli analisti sono tornati a dire che, se il 2011 è stato al di sotto delle attese, e a “salvarlo” saranno i Paesi emergenti, il 2012 tornerà a crescere oltre il 10%. Sarà un caso, ma se si considera che i Ceo di quelle che ancora a inizio anno erano le prime due aziende del settore (Apotheker in HP e Lanci in Acer) sono stati esautorati per non aver capito bene che cosa fare di Pc e tablet, le nubi non sembrano essersi dissipate.

A proposito di nubi, l’argomento Cloud sembra essere contemporaneamente il problema e la soluzione. Diciamola tutta: i grandi cicli dell’informatica degli ultimi vent’anni promettevano di ridurre i costi di gestione aziendali (Erp), di aprire nuovi mercati (Web, e-commerce, Business Intelligence), di cambiare i rapporti con clienti/fornitori (Crm, e-Banking ecc.). Quelli degli ultimi tempi – virtualizzazione e Cloud – parlano di tre aspetti: risparmi, risparmi, risparmi. Difficile poi stupirsi se il settore presenta dei segni “meno”: forse è inevitabile in tutti i cicli industriali. In fondo, l’agricoltura dei Paesi più avanzati impegna il 3–5% della popolazione attiva, ma sfama più bocche di quando ne occupava il 40%.

Il tassello mancante del Cloud

Il problema del Cloud, tuttavia, è che si basa su un modello di business ancora da definire e con un tassello mancante: un modello di autostrade senza pedaggio, di treni che corrono su reti ferroviarie che non si sa bene chi dovrebbe pagare. Steve Jobs verrà ricordato per la continua ricerca di prodotti “piacevoli” e vicini all’utente, ma ciò che negli ultimi otto anni ha fatto moltiplicare il valore e il business della Casa della Mela non sono stati tanto i prodotti quanto l’intuire che la Rete avrebbe reso possibile creare la differenza, generare nuovo valore, scaricare applicazioni da comprare con un click. Il sopraccennato interesse manifestato ancora per le frequenze Lte, quindi per il broadband mobile, è il segno che la domanda si sta muovendo in quella direzione, che il business dei dati in mobilità si sta ormai affiancando, quasi come un mercato separato, rispetto a quello della voce – che infatti sulle reti Lte continuerà a essere in massima parte assolto dalle pre-esistenti reti 2/3G.

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Le reti attuali, soprattutto in Europa, sono probabilmente in grado di far fronte alla domanda dei prossimi 2-3 anni. Ma più in là, quando, tra l’altro, il modello Cloud diverrà più arrosto e meno fumo da “convegnopoli”, l’attuale Rete basata sul best effort potrà bastare? Il 2010 era stato contrassegnato dai blackout delle reti mobili Usa e non a caso proprio gli operatori americani – Verizon e AT&T in testa, ora anche Sprint, unica a mantenere piani di traffico dati illimitati – hanno anticipato il passaggio alle reti 4G. Il 2011 è stato l’anno degli attacchi e dei blocchi dei sistemi. L’ultimo caso, la panne mondiale della posta sul BlackBerry, ha portato gli osservatori a domandarsi: in questi ultimi anni il numero degli utenti è triplicato, a 70 milioni, ma l’infrastruttura è stata adeguata? Per ora la canadese RIM, che in tre anni ha visto il titolo scendere di una decina di volte, ha cercato di rabbonire i clienti offrendo 100 euro di applicazioni del suo “store” assai poco frequentato, ma difficilmente questo basterà anche per placare le centinaia di operatori che con la RIM hanno accordi. E questo potrebbe essere solo l’inizio. La partita è solo al principio: del resto, ventiquattro mesi fa, se qualcuno vi avesse detto che Google si sarebbe comprata i telefoni di Motorola e che Nokia avrebbe messo il software di Microsoft sui suoi smartphone, come avreste reagito?