C’è un caso Europa nell’industria ICT?


Nokia che sposa Windows, le reti ottiche che non decollano, ritmi di spesa nelle reti e nell’IT molto inferiori a quelli di USA e Asia. Se l’Italia frena, il vecchio continente non corre. A Bruxelles troppa attenzione per i consumatori e poca per i produttori?

 

Si sta proponendo un “caso Europa”? Ne abbiamo di fatto già parlato nei mesi scorsi, dopo che l’ex numero uno dell’IT europea, Leo Apotheker, ha compiuto un non programmato trasloco verso la numero uno dell’IT mondiale: da SAP ad HP. Ora la situazione si fa eclatante e preoccupante insieme. L’ICT europeo perde ancora pezzi. Se la produzione si sposta sempre più a Est, il mercato non brilla e i processi di concentrazione continuano. Nel giro di tre anni, Siemens ha semi staccato la spina dalle telecomunicazioni e, nell’informatica, dopo aver ceduto la quota residua della Fujitsu-Siemens (ex Siemens-Nixdorf) ai soci giapponesi, ha conferito anche la parte servizi ad Atos-Origin, il che non è necessariamente un male se questo davvero servirà a creare un “campione europeo”.

Nokia, negli anni 90 forse la più brillante delle aziende europee nelle telecomunicazioni, nel giro di pochi mesi, per cercare di contrastare un declino evidenziato da numeri in discesa, ha preso da Microsoft il nuovo Ceo e anche il suo sistema operativo del futuro, quel Windows Phone che secondo molti osservatori appartiene più al passato che al futuro.

Nelle scorse settimane, Milano, dieci anni fa la città pioniera della fibra ottica, ha ospitato l’edizone 2011 dell’FTTH Conference, il summit annuale della “community” della rete ultraveloce, della fibra fino a casa dell’utente insomma. Un evento passato in sordina, con pubblico e presenza italiane ai minimi. Per ironia della sorte, ad aprire la “due giorni” è stata Letizia Moratti, interessata a parlare più dell’Expo che della fibra, proprio nei giorni in cui si discute della rivendita di Metroweb, l’azienda un tempo controllata dalla municipalità e ora dai fondi che cercano di far cassa. Sicut transit gloria mundi.

Del resto, in quei due giorni in cui per i corridoi di Fieramilano City si parlava quasi più russo che italiano, si aveva la percezione di un Paese che ha davanti a sé un brillante passato. La fibra, come è noto, si è diffusa con i primi 250 – 300mila clienti di eBiscom, oggi Fastweb, per poi arrestarsi (in dieci anni tutti i maggiori operatori hanno nel frattempo acquisito un socio di controllo straniero: Telecom, Wind, Omnitel-Vodafone, Fastweb, Albacom-Bt). Ora, mentre partono le prime offerte a 100 Mbit/s di Fastweb e Telecom Italia è impantanata nelle condizioni per rendere “replicabile” la sua offerta ultra-broadband, la fibra sembra destinata più che altro ad alimentare le quotidiane polemiche tra Telecom, gli “Olo” e l’Agcom. I primi passi insomma sono già in salita.

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L’Italia arranca, ma l’Europa non corre

L’allarme lanciato dalla conferenza milanese, tuttavia, non è stato il ritardo italiano, ma quello dell’Europa. Nella diffusione della fibra all’utente (l’FTTH – Fiber to the Home nelle sue varianti: punto a punto, punto a multipunto o Gpon, fino all’abitazione o fino al palazzo), l’Italia fatica a superare il 2% delle abitazioni, ma la Francia è sopra solo di qualche frazione. La Germania, la Spagna, la Gran Bretagna non entrano nemmeno nella classifica (in cui è entrata, seppure all’ultimo poso, la Turchia, con l’Italia al penultimo).

Morale: ci saremo anche autoflagellati per i nostri ritardi, e avremo “sbavato” per i piani della “banda ultra larga per tutti”, ma in Europa sono i Paesi dell’Est e quelli scandinavi a tirare il gruppo. Il resto ha poco di che vantarsi. I motivi possono essere anche comprensibili: chi è partito tardi ha potuto puntare sulla fibra e non solo sul rame (Germania e Svizzera, per esempio, hanno efficienti reti Vdsl), alcuni Paesi hanno popolazione ridotta e facilmente raggiungibile senza grandi opere. Ma ci potrebbe essere anche un altro motivo: l’Europa, generosa con l’alta velocità ferroviaria, pensa che il mercato possa risolvere tutto nell’alta velocità dell’informazione.

Neelie Kroes, l’arcigna commissaria UE alla società (l’“Agenda”) digitale, intervenuta a Milano, ha ribadito la sua fiducia nell’obiettivo 20-20-20, cioè di un’Europa che nel 2020 raggiunge la penetrazione del 20% con la fibra e con i 100 Mbit/s all’utente. Probabilmente ha ragione, perché le previsioni parlano di una finestra tra il 2017 e il 2019 in cui per gran parte dei Paesi, Italia compresa, questo obiettivo dovrebbe essere centrato. Ma il 20% è poco, non è abbastanza per “fare sistema”.

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La Kroes, del resto, parla spesso con il tono che aveva nel suo incarico precedente, quello della guardiana della concorrenza a Bruxelles – incarico in cui era succeduta a Mario Monti – e oggi è convinta che, una volta assicurata la competizione, i soldi per gli investimenti, per «le reti della società dei nostri figli», come lei ama dire, arriveranno comunque. Certo, avverte, occorre che la fibra non costi troppo, che, viceversa, il rame, detenuto dagli ex monopolisti non costi troppo poco, altrimenti chi metterà soldi nelle nuove reti?

 

Basta l’attenzione ai consumatori?

Ma sarà davvero così? Hanno ragione gli ottimisti come Tom Ruhan, il presidente degli operatori “alternativi”, a dire che non occorre nemmeno pensare alle “killer application”, perché una volta che ci saranno le autostrade, sarà il mercato a creare le automobili veloci e le aree di servizio illuminate e piene di gente? In questi anni, l’atteggiamento di Bruxelles e delle singole authorities è stato severo nel difendere i diritti dei consumatori, e quindi iper-attento alla domanda, ma pressoché assente sul versante dell’offerta. Risultato: i cittadini europei hanno ottime tariffe anche per le reti mobili (con qualche problema residuo sui costi di terminazione e sui dati in roaming); in compenso le aziende europee si sono sempre più impicciolite e continuano a farlo.

In questo momento, i produttori europei di telecomunicazioni traggono più soddisfazioni dai mercati nordamericano e asiatico che da quello di casa. La pressione sui margini si riflette anche sulla ricerca e sviluppo (Nokia che passa a Windows Phone è un colpo per la tecnologia europea in ogni caso). La tendenza riguarda soprattutto le telecomunicazioni, ma anche l’IT ne risente.

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Nel primo comparto (TLC), nell’ultimo trimestre 2010, Ericsson è cresciuta del 48% in Nord America, complice l’acquisizione delle attività Nortel, ma soprattutto del rilancio nelle reti mobili; è cresciuta di oltre il 30% in Europa Settentrionale e in Asia, ma è scesa del 2 – 4% in Europa Centrale e Meridionale. Alcatel-Lucent è scattata del 45% in Nord America e del 50% in Cina, ma è salita solo del 7% in Europa, dopo una precedente flessione. Nokia, poco presente negli USA, è stata ferma in Europa, ma è cresciuta del 35% in Cina.

Nell’informatica, IBM è aumentata del 9% in Nord America, del 4% in Asia, ed è scesa del 2% in Europa. HP è cresciuta in modo più equilibrato, attorno al 10% al netto delle variazioni dei cambi, tra America ed Europa. EMC è salita del 20% negli Usa, del 13% in Europa, del 34% in Asia–Pacifico. SAP è cresciuta nelle Americhe e nell’Asia-Pacifico a ritmi del 37%, doppi di quelli europei (+19%). E l’elenco potrebbe continuare.

Che fare a questo punto? L’Europa che ha perso l’industria informatica intesa come hardware e che ha poche bandiere nel software, saprà preservare almeno le telecomunicazioni? Le nuove reti – senza le quali, peraltro, sarà anche difficile star dietro alle prospettive dello tsunami digitale legato alla trasformazione dell’IT all’insegna della virtualizzazione dei data center e del Cloud – saranno occasione di crescita industriale o rappresenteranno solo un mercato? Gli americani, che in questi anni hanno saputo al contrario meglio difendere l’industria IT che quella informatica, hanno di fatto chiuso le porte ai cinesi (Huawei e Zte ne sanno qualcosa) e la stessa Cina ha mostrato, per esempio con il lancio “programmato” delle reti 3G, di saper indirizzare strategicamente i propri piani di sviluppo. Alla fine, il vecchio continente riuscirà ad evitare di restare indietro sia come mercato sia come industria?