Observer – Nuovi modelli cercasi per ripartire

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Due novità delle ultime settimane gettano una nuova luce nel mercato delle telecomunicazioni: HP acquista Palm; mentre in Italia Fastweb, Wind e Vodafone rompono gli indugi per promuovere e investire nella nuova rete ottica

La ruota si è rimessa a girare? I numeri dell’It mostrano incrementi anche a due cifre, ma si tratta di aumenti in settori che l’anno prima erano in forte discesa. Quindi, si torna sui livelli precedenti, con alcuni comparti ancora in sofferenza, come quello dei servizi, sempre più spinti da un outsourcing schiacciato dai prezzi. Quanto alle telecomunicazioni, tutti e tre i grandi produttori europei hanno chiuso il trimestre con un calo del 9% delle vendite. Si svegliano gli Usa, ma in Europa per le nuove reti si spendono più parole che soldi. In Asia, il cellulare 3G cinese e indiano premia soprattutto le imprese del dragone.

Ci sono due novità di queste settimane che gettano una nuova luce. La prima è in California: HP acquista Palm per 1,2 miliardi di dollari. La seconda è a casa nostra, con la “provocazione” dei tre moschettieri Fastweb, Wind e Vodafone che rompono gli indugi per promuovere e investire nella nuova rete ottica. Una notizia che si inserisce in un quadro di possibili reti alternative a livello regionale. Obiettivo: trovare nuovi motivi e strade di crescita.

L’It: il caso HP-Palm

Che cosa HP ha acquistato con Palm, l’azienda che in anni nemmeno tanto lontani aveva lanciato con successo il Pda e lo smartphone? Il primo è stato da tempo sostituito nel taschino dei manager (ricordate il grande successo del Palm V?) dal cellulare. Nel secondo caso, il Treo ha vissuto una rapida parabola, schiacciato dai concorrenti vecchi e nuovi. Fatturati in calo e conti in rosso non hanno però cancellato il know how e l’esperienza tecnologica che gli osservatori ancora un anno fa hanno riconosciuto all’ultima creatura, il “Pre”, e soprattutto nel sistema operativo WebOS: veloce nel multitasking, leggero, facile. Ciò che non è stato Windows Mobile. Acclamato al Ces di Las Vegas nel gennaio 2009, il Pre non è però mai decollato realmente, per il semplice fatto che è arrivato tardi, quando il mercato era già occupato, e quando le casse ormai erano troppo vuote per sostenerne un lancio internazionale in grande stile (il Pre è distribuito da Sprint, terzo operatore Usa, e sta arrivando solo ora presso alcuni operatori europei).

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Facile dire che con quest’acquisto HP vuole rilanciare la sua presenza nel mercato degli smartphone, dove sin qui si è basata sulla piattaforma software di Microsoft senza troppa gloria. In realtà, la posta va più in là. Le motivazioni sono le stesse che due anni fa hanno portato l’altra grande dei Pc, Acer, ad acquistare per 272 milioni di dollari la taiwanese E-Ten: la volontà di conquistare un mercato emergente di nuovi dispositivi ultrapersonali e pensati per l’accesso alla rete. Un quadro che è ancora cambiato con il successo dell’iPhone, l’arrivo dei netbook e con le nuove attese generate dall’iPad.

Negli stessi giorni in cui veniva annunciato il matrimonio HP–Palm, veniva ufficializzato lo stop al progetto Courier, il nuovo “tablet” di Microsoft, innovativo con la sua struttura pieghevole (un libro a tutti gli effetti), ma probabilmente non vincente e convincente con il suo sistema operativo basato su Windows 7. Proprio HP avrebbe dovuto basare sulla piattaforma Microsoft il suo nuovo “slate”. Palm e il suo sistema operativo saranno quindi la nuova carta, senza scordare che proprio Palm qualche anno fa aveva animato il mercato dei nuovi dispositivi, creando un netbook ante litteram. Era il Foleo, destinato a collegarsi via Bluetooth con uno smartphone (un Treo ovviamente) e da qui al Web. Una soluzione troppo di nicchia e il progetto venne cancellato quando già si stava pensando alla distribuzione.

Per HP e per il suo Ceo Mark Hurd, un manager concreto che se fa una scommessa è per vincerla, la carta dei nuovi dispositivi è strategica anche perché due dei mercati più grossi hanno dei problemi. I Pc non portano margini: il 4-5% di margine operativo che HP riesce a ottenere è già ai livelli più alti del mercato e la diffusione dei netbook non aiuta ad alzarli. Le stampanti, a loro volta, sono un mercato sempre più maturo, che fa margini solo nei materiali di consumo. Gli “slate” e altri “portable device” potrebbero fare quindi la differenza e aprire anche la strada delle applicazioni.

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Le telecomunicazioni alla ricerca del valore

Mai come di questi tempi, peraltro, la parola “applicazioni” è valsa come cerniera tra il mercato dell’It e quello delle Tlc. Le telecomunicazioni, soprattutto in Europa, sono in una fase di stallo. I nuovi investimenti per la rete fissa ultraveloce latitano, quelli per le reti 4G sono più una prospettiva che una realtà (ci vorrà un paio d’anni perché il mercato si scaldi davvero). Al Wi-Max non credono più in molti. Dappertutto il problema delle nuove reti è più economico che finanziario e si chiama ritorno dell’investimento, perché a nessuno piace mettere dei soldi, per quanti ne abbia, per non avere ritorni. Telecom Italia ha ora un Ebitda del 43% con la rete in rame, perché dovrebbe accelerare, se non spinta, il passaggio all’ottica?

La proposta di Fastweb, Vodafone e Wind di promuovere, mettendo sul tavolo fino a 2,5 miliardi di euro, la rete ottica next generation, risponde a questa situazione di stallo, oltre che a un braccio di ferro economico e tecnico. Gli “Olo” (Other local operators) vogliono una rete punto a punto, ritenendola più flessibile (meno vincolata dall’incumbent) e più prestazionale (non c’è banda, per quanto rilevante, da condividere tra più utenti simultaneamente). Telecom vuole invece una rete Gpon, in cui un unico cavo arriva a uno splitter che distribuisce il segnale fino a 64/128 utenti (punto a multipunto). Ai concorrenti non piace nemmeno l’idea che Telecom aumenti ancora il canone di unbundling da 8,57 a 9,69 euro entro il 2012, una misura che, ancorché in linea o sotto le medie europee, sposta ancor più la bussola verso l’incumbent.

Il business plan non è tuttavia facile. Si parla di 9-10 anni di ritorno dell’investimento (stimato in 2,5 miliardi per coprire il primo sesto del Paese e altri 6 miliardi per i successivi due sesti), a condizione che la rete sia una sola, che il rame non faccia concorrenza al fisso, che i prezzi siano “equi” e che vi sia una migrazione di massa verso la fibra, tipo stich-off della Tv digitale terrestre. Già, perché – a meno di un consistente intervento pubblico – l’alternativa rischia di essere quella di una rete che non si ripagherà. Del resto, in Italia, Fastweb ha impiegato dieci anni per arrivare al break even di una rete che è in larga parte in unbundling.

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In Australia, il governo ha voluto rompere gli indugi e creare direttamente una sua società della rete broadband da cedere successivamente agli operatori “recalcitranti”. Tuttavia, Mike Quigley, il Ceo nella neocostituita National Broadcast Network, ex top manager di Alcatel, ha detto ai senatori che chiedevano lo stato dei contatti per il “ricollocamento” di questa rete da 43 miliardi di dollari australiani (24 miliardi di euro), che il ritorno dell’investimento è previsto in… 30 anni. L’Australia, con le sue enormi estensioni, non farà forse testo, ma il problema è reale. Le nuove reti avranno bisogno con ogni probabilità di due traini. Uno è un mix pubblico-privato, l’altro è il motore delle applicazioni, cui gli operatori guardano o per partecipare questa volta a una quota di utili, con formule di revenue sharing, o per proporle direttamente.

In questo nuovo quadro, la rete di connettività diverrebbe soprattutto l’asset abilitante più che la mucca da mungere del passato. Funzionerà questo modello? In una recente intervista, l’amministratore delegato di Telecom Italia Franco Bernabè ha detto che in futuro la sua azienda assomiglierà sempre meno a un operatore tradizionale e sempre più a un fornitore di servizi come Yahoo! o Google. La partita è avviata e il mercato di riferimento non sarà solo il pubblico consumer ma anche quello aziendale. Cloud computing compreso.