sorveglianza – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 12:00:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png sorveglianza – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Le mire di sorveglianza del governo cinese https://www.datamanager.it/2018/04/le-mire-di-sorveglianza-del-governo-cinese/ Tue, 17 Apr 2018 18:00:12 +0000 http://www.datamanager.it/?p=145897 Pechino costringe i cittadini dello Xinjiang a installare sui propri smartphone JingWang, un’app che monitora le attività online, con un grado di sicurezza imbarazzante Nello Xinjiang, una parte della Cina occidentale in cui vive una minoranza musulmana, il governo costringe i residenti a installare un’app per Android che analizza i dispositivi a scopo di sicurezza. […]

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Pechino costringe i cittadini dello Xinjiang a installare sui propri smartphone JingWang, un’app che monitora le attività online, con un grado di sicurezza imbarazzante

Nello Xinjiang, una parte della Cina occidentale in cui vive una minoranza musulmana, il governo costringe i residenti a installare un’app per Android che analizza i dispositivi a scopo di sicurezza. L’applicazione in questione è JingWang e si può considerare un vero e proprio spyware, che peraltro pecca in quanto a sicurezza nel trasferimento dei dati personali prelevati dagli smartphone. Al di là delle indubbie considerazioni sulla violazione della privacy di oltre 11 milioni di persone, i ricercatori dell’Open Technology Fund, un programma di Radio Free Asia supportato dagli Stati Uniti, hanno scoperto come il software gestisce le informazioni degli intercettati e in che modo le scambia con i server dei controllori.

Cosa succede

“Badandoci sui nostri studi – dicono dall’OTP – possiamo confermare che JingWang è particolarmente insicura e non è stata costruita con misure di salvaguardia idonee a proteggere da occhi indiscreti le informazioni private e di identificazione personale. Il fatto che chiunque, con un minimo di conoscenza informatica, possa hackerare la comunicazione in uscita e rubare ogni singolo pacchetto, dimostra che il governo cinese non si preoccupa minimamente dei propri cittadini, mettendo a rischio quanto prelevato con la forza”. Nella pratica, il trasferimento non avverrebbe tramite archivi crittografati ma in chiaro, rendendo i file particolarmente appetibili per i criminali, anche non professionisti.

Nel 2017, le autorità locali avevano obbligato i residenti nello Xinjiang a installare l’app che in cinese si traduce con internet pulita, per monitorare e tracciare le attività online di ogni individuo. Il governo di Pechino la considera una necessità per prevenire attacchi terroristici ma la comunità indipendente non può che etichettare l’operazione come estremamente razzista (perché solo nello Xinjiang e non lungo tutto il paese?) e potenzialmente fuorviante, visto che il governo potrebbe tranquillamente manipolare i dati per accusare chiunque, dagli oppositori politici agli attivisti.

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Snowden: i nuovi documenti incastrano le spie inglesi https://www.datamanager.it/2016/09/snowden-nuovi-documenti-incastrano-le-spie-inglesi/ Thu, 08 Sep 2016 18:30:33 +0000 http://www.datamanager.it/?p=107584 Una stazione satellitare nello Yorkshire è stata usata per anni con lo scopo di intercettare il traffico internet dei cittadini inglesi. Compresi i clienti degli Internet Café E pensare che siamo solo all’inizio. Quando nel 2013 venne chiesto all’editore del Guardian che impatto avrebbero avuto i documenti di Snowden sulle relazioni politiche internazionali, Alan Rusbridger […]

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Una stazione satellitare nello Yorkshire è stata usata per anni con lo scopo di intercettare il traffico internet dei cittadini inglesi. Compresi i clienti degli Internet Café

E pensare che siamo solo all’inizio. Quando nel 2013 venne chiesto all’editore del Guardian che impatto avrebbero avuto i documenti di Snowden sulle relazioni politiche internazionali, Alan Rusbridger rispose che non era così semplice immaginare il futuro post-Snowden a seguito del solo 1% pubblicato del materiale consegnato dal ragazzo. A quanto saremmo oggi: 2%, 3% al massimo 4%? Vi rendete conto che c’è ancora un bel po’ da scoprire. Per anni, forse decenni, Edward Snowden potrebbe continuare a pubblicare i suoi file, lasciando che il Datagate diventi la spy-story più seguita di sempre, anche dei nostalgici telefilm sudamericani.

Le nuove rivelazioni

Nelle scorse ore si è aggiunto un nuovo pezzo alla vicenda. Questa volto sotto la lente vengono messe le spie inglesi, che rispondo al GCHQ, partner fidatissimo della NSA. Secondo i documenti, l’organizzazione britannica avrebbe utilizzato per anni una stazione di sorveglianza a Menwith Hill, nello Yorkshire, per intercettare le comunicazioni dei telefonini e del Wi-Fi tramite vari satelliti. Lo scopo era quello di scovare il traffico di individui particolari e di strutture pubbliche, come gli Internet Café, dislocati all’interno del paese e all’estero. Un orecchio molto attento era infatti rivolto allo Yemen e all’Afghanistan, dove le spie di Londra potevano arrivare attraverso i canali insicuri dei sistemi VSAT, che sfruttano line commerciali a 16Mbps. Gli strumenti nelle mani della GCHQ e della NSA vanno dal tool di raccolta chiamato Asphalt, a quello di monitoraggio conosciuto come Blacktop, un software per processare le informazioni dal nome Tarmac e GTE/Index, necessario per il data mining.

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Il Regno Unito sorveglia gli immigrati dal 2013 https://www.datamanager.it/2016/04/regno-unito-sorveglia-gli-immigrati-dal-2013/ Tue, 12 Apr 2016 18:00:13 +0000 http://www.datamanager.it/?p=98811 I telefoni e portatili degli immigrati possono essere setacciati dalle forze dell’ordine grazie ad un emendamento del 1997 Una notizia che potrebbe gettare nuove ombre sulle modalità con cui le forze di polizia internazionali accedono ai dati personali, anche a quelli degli immigrati. Secondo quanto scritto dal Guardian infatti, da almeno tre anni gli ufficiali di […]

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I telefoni e portatili degli immigrati possono essere setacciati dalle forze dell’ordine grazie ad un emendamento del 1997

Una notizia che potrebbe gettare nuove ombre sulle modalità con cui le forze di polizia internazionali accedono ai dati personali, anche a quelli degli immigrati. Secondo quanto scritto dal Guardian infatti, da almeno tre anni gli ufficiali di Sua Maestà possono spiare smartphone e computer portatili di individui etichettati come rifugiati, senza che questi possano obiettare alcunché. A livello burocratico il Regno Unito ha tutte le possibilità per farlo grazie ad un emendamento del Police Act attivo dal 1997, ben 19 anni fa. Tale legge permette alle forze di polizia di intrufolarsi nei dispositivi dei richiedenti asilo, per i classici motivi di sicurezza.

Caso europeo

“Il Ministero dell’Interno ha confermato all’Observer che, dal 2013, gli addetti ai controlli sull’immigrazione detengono questa sorta di potere tecnologico, non solo a livello passivo (di controllo) ma anche attivo. Ciò comporta la possibilità di installare apparecchiature di spionaggio nelle case e auto degli immigrati, compreso l’hacking di telefonini e computer. Il portavoce dei liberali democratici, Alistair Carmichael, ha detto: “Per troppo tempo, una legislazione vaga e sorpassata ha permesso di sfruttare ed estendere i poteri del Ministero dell’Interno. Nessun parlamentare avrebbe mai immaginato che gli addetti all’immigrazione potessero hackerare smartphone e computer di persone potenzialmente indifese”. Non vi sono dichiarazioni da parte dell’Home Office britannico ma è alquanto chiaro che la questione della privacy è calda anche nel Vecchio Continente.

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Infrastrutture critiche e IoT? Ecco i rischi. Eugene Kaspersky: «La cyberwar è già iniziata» https://www.datamanager.it/2015/11/infrastrutture-critiche-e-iot-ecco-i-rischi-eugene-kaspersky-la-cyberwar-e-gia-iniziata/ Tue, 24 Nov 2015 11:46:20 +0000 http://www.datamanager.it/?p=87876 Bombe informatiche non convenzionali e tecniche APT alla portata di stati canaglia, gruppi terroristici e criminalità organizzata. Scenari da cyberwar e orizzonti da guerra fredda «Le minacce informatiche più pericolose in circolazione sono gli strumenti avanzati di spionaggio progettati dai servizi di sicurezza governativi». Parola di Eugene Kaspersky CEO e co-fondatore di Kaspersky Lab. «Malware […]

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Bombe informatiche non convenzionali e tecniche APT alla portata di stati canaglia, gruppi terroristici e criminalità organizzata. Scenari da cyberwar e orizzonti da guerra fredda

«Le minacce informatiche più pericolose in circolazione sono gli strumenti avanzati di spionaggio progettati dai servizi di sicurezza governativi». Parola di Eugene Kaspersky CEO e co-fondatore di Kaspersky Lab. «Malware creati su misura per colpire infrastrutture critiche, aziende di trasporti, sistemi industriali. Armi informatiche in grado di provocare veri e propri danni fisici alle persone».

Per fortuna, sinora i danni di questi attacchi sono stati piuttosto limitati. Un solo precedente di rilievo, l’attacco sferrato nel 2010 ai danni dei laboratori iraniani di arricchimento dell’uranio. Dopo Stuxnet, un worm frutto probabilmente della collaborazione tra USA e Israele, il panorama delle minacce IT è profondamente cambiato. In peggio. «Gli strumenti di spionaggio sono utilizzati come missili per penetrare le reti e danneggiare obiettivi specifici» – afferma Kaspersky. «Stuxnet nasce così. Solo successivamente, viene innestata una testata per colpire le macchine fisiche». Una cesura importante. Prima di Stuxnet, soltanto militari e intelligence potevano disporre delle risorse e delle conoscenze per sviluppare programmi di questo tipo. Dopo, la platea di paesi in grado di accedere a questi strumenti si è velocemente ampliata. Oggi, sono in molti a ritenere che sia in corso una vera e propria corsa agli armamenti cyber, simile per molti aspetti a quella che si consumò durante gli anni della guerra fredda. «I paesi leader probabilmente stanno facendo scorta di questi strumenti per possibili usi futuri di tipo militare. Un altro problema da non sottovalutare è che i criminali informatici si sono impadroniti in fretta delle tecniche di spionaggio di tipo APT, impiegate per attaccare le banche e rubare centinaia di milioni di dollari. La disponibilità di questi strumenti nelle mani dei criminali informatici lascia presagire che presto anche i terroristi potranno accedervi. E questa è la mia paura più grande» – dichiara Kaspersky.


#InternetSecurity «Internet Of Threats». Le nuove frontiere della cyberwar @e_kaspersky @KasperskyLabIT
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Prove tecniche di guerra a bassa intensità

Ora, sebbene i contorni di quello che si potrebbe definire un conflitto globale siano ancora piuttosto sfumati, i segnali che in realtà sia già in corso una sorta di guerra a bassa intensità si moltiplicano. Alimentata dalle falle aperte nelle infrastrutture critiche di quasi ogni paese. E dalla mancanza di scrupoli di taluni attori. è un fatto che chi come l’NSA in passato deteneva conoscenze e risorse per attaccare, non limitandosi a rafforzare le proprie difese, ha indebolito la rete intesa come infrastruttura, assicurando dapprima ad altri stati e poi alla criminalità l’opportunità di colpire le infrastrutture che tutti utilizziamo. Ma oltre a dilatarsi la platea di potenziali attaccanti, si sono moltiplicate anche le possibilità di accesso a tecnologie d’attacco letali, collocate in un’area grigia al riparo da preoccupazioni etiche e legali. Il fatto che un qualsiasi governo le possa impiegare per intercettare i criminali, di per sé non esclude che in un altro paese vengano invece impiegate come strumenti di repressione e sorveglianza. In entrambi i casi, non è richiesta alcuna patente di moralità. E così anche paesi meno attenti, per usare un eufemismo, alla libertà delle persone, possono accedervi senza particolari restrizioni. Né vincoli di natura legale. Nessuno può impedire che la tecnologia sia traslata a terzi che possono assumere le sembianze di gruppi paramilitari, terroristici o semplicemente criminali. Una situazione in cui persino chi prova a difenderci può rimanere invischiato. Ne sanno qualcosa proprio i laboratori di Kaspersky Lab che in giugno hanno comunicato la scoperta di una variante di Duqu (un trojan noto soprattutto per i danni causati al settore bancario) progettata per penetrare i sistemi del vendor di sicurezza. «L’attacco ci ha dato l’opportunità di migliorare le nostre difese, le nostre tecnologie e i nostri prodotti» – ci dice Kaspersky. «Duqu 2.0 è senz’altro una minaccia avanzata. Per certi aspetti, si tratta di una generazione più evoluta di qualsiasi altro malware mai visto prima. La buona notizia è che ora siamo in grado di rilevarla, comprenderne le tecniche che l’hanno reso così sfuggente. E di aiutare clienti e partner a proteggersi da minacce simili».


#InternetSecurity Prospettive future, privacy e crescita delle minacce @e_kaspersky @KasperskyLabIT
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Prospettive future e crescita delle minacce

Questo tipo di minacce sono destinate a moltiplicarsi in futuro. Presto, assisteremo alla rivoluzione annunciata dell’Internet delle cose. Un’opportunità epocale. Foriera però di numerosi interrogativi, colti con largo anticipo da Eugene Kaspersky secondo cui «il mondo è sovraccarico di honeypot», riferendosi al fatto che oggetti di uso comune come il televisore, lo smartphone, presto le auto, sono così vulnerabili da attirare frotte di malintenzionati. «Violare un’aspirapolvere smart potrebbe apparire un’azione senza senso. Ma abbiamo già assistito al caso di un frigorifero intelligente divenuto parte di una botnet. E sono numerosi i dispositivi che consentono ai criminali informatici di ottenere l’accesso a dati privati, informazioni finanziarie e così via. Ma quel che è peggio è la semplicità con cui si possono commettere queste violazioni» – rimarca Kaspersky, auspicando l’adozione di qualche misura immediata. «C’è urgente bisogno di introdurre norme in materia di sicurezza di questi nuovi dispositivi intelligenti». Un problema che andrebbe affrontato già in fase di progettazione. «Anche se molto lavoro è stato fatto, i produttori hanno spesso ignorato i requisiti di sicurezza. Quando invece dovrebbe essere la priorità assoluta sin dalla fase di sviluppo di questi prodotti. Spesso invece gli sviluppatori dell’Internet of Things iniziano a pensare alla sicurezza solo alla fine di un progetto. Quando cioè i dispositivi sono pronti e in fase di test. A quel punto è molto più difficile, costoso e talvolta impossibile rendere inattaccabile il dispositivo». Una situazione alla quale si dovrebbe porre rimedio con normative all’altezza. E scelte politiche condivise.


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Per una maggiore sicurezza e privacy delle persone

«Penso sia molto difficile mantenere una privacy totale e al tempo stesso godere dei benefici dell’era di Internet. La nostra digital footprint è ampia e la maggior parte degli utenti possiede un’enorme quantità di dati digitali memorizzati da terzi sui quali non ha alcun controllo. Il carrier telefonico sa sempre dove ci troviamo, mentre andiamo in giro con il cellulare in tasca. La banca memorizza i dati di tutte le transazioni effettuate con carta di credito. Per le strade e sui mezzi pubblici ci sono telecamere di sorveglianza probabilmente in grado di riconoscere i volti. Ora, non sto dicendo che le compagnie telefoniche o le banche utilizzano tali dati in maniera subdola o dannosa. Ma è un dato di fatto che le persone non hanno il controllo di queste informazioni». Per questo abbiamo un disperato bisogno di soluzioni all’altezza della minaccia. Anche se ad esse si devono accompagnare comportamenti più responsabili da parte nostra. «Viviamo in un mondo che non è stato progettato per la privacy. Le persone dovrebbero cominciare a capire i rischi che ciò comporta. I governi poi dovrebbero regolamentare la protezione della privacy e impegnarsi perché venga davvero rispettata. In ogni caso – conclude Kaspersky – se si cerca la privacy assoluta, ho paura che l’unico modo sia quello di spegnere tutti i dispositivi collegati alla rete e andare a vivere in un posto isolato dal mondo. Di solito però, condurre una vita del genere non è per nulla confortevole. e neppure divertente».

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Google presenta la telecamera SMART Nest Cam https://www.datamanager.it/2015/06/google-presenta-la-telecamera-smart-nest-cam/ Fri, 19 Jun 2015 17:29:08 +0000 http://www.datamanager.it/?p=77211 Nest Labs di Google presenta Nest Cam, la videocamera SMART gestibile via smartphone che segnala solo gli eventi non convenzionali Google continua a produrre nuovi oggetti di domotica attraverso Nest Labs, società acquisita da Big G per 3 miliardi di dollari. L’ultimo prodotto in ordine di tempo è Nest Cam, una videocamera di sorveglianza intelligente […]

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Nest Labs di Google presenta Nest Cam, la videocamera SMART gestibile via smartphone che segnala solo gli eventi non convenzionali

Google continua a produrre nuovi oggetti di domotica attraverso Nest Labs, società acquisita da Big G per 3 miliardi di dollari. L’ultimo prodotto in ordine di tempo è Nest Cam, una videocamera di sorveglianza intelligente per interni realizzata in collaborazione con Dropcam. Rispetto ad altre soluzioni simili, la tecnologia di Mountain View consente di analizzare le riprese per segnalare solo eventi inusuali.

Nest Cam: la soluzione di Google per una casa sicura

Nest Cam riprende fino a 30 giorni di video dell’interno della casa comprensivi di audio che vengono poi salvati nel cloud. La videocamera può essere controllata da remoto tramite smartphone e tablet, su cui è possibile anche visualizzare il live streaming delle registrazioni, e consente di parlare con le persone che si trovano nell’edificio via microfono e altoparlante. Il sistema è di piccole dimensioni ed è pensato per essere posizionato su mensole, muri e cavalletti. La vera differenza rispetto ad altre soluzioni simili risiede nella funzione Nest Aware, che attraverso l’analisi dei filmati seleziona solo gli elementi non convenzionali e ignora quelli ripetitivi.

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Droni per sorvegliare gli ultras https://www.datamanager.it/2014/11/droni-per-sorvegliare-gli-ultras/ Thu, 27 Nov 2014 15:12:23 +0000 http://www.datamanager.it/?p=65786 Polizia, Carabinieri e Aeronautica militare hanno stretto ieri a Roma un accordo per l’utilizzo dei droni Predator per l’ordine pubblico I droni sono utilizzabili per innumerevoli scopi. Ora grazie ad un accordo fra l’Aeronautica militare, Polizia e Carabinieri i veivoli comandati da remoto Predator saranno sfruttati anche per l’ordine pubblico. Usare i droni per monitorare […]

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Polizia, Carabinieri e Aeronautica militare hanno stretto ieri a Roma un accordo per l’utilizzo dei droni Predator per l’ordine pubblico

I droni sono utilizzabili per innumerevoli scopi. Ora grazie ad un accordo fra l’Aeronautica militare, Polizia e Carabinieri i veivoli comandati da remoto Predator saranno sfruttati anche per l’ordine pubblico. Usare i droni per monitorare cortei di protesta e l’afflusso alle manifestazioni sportive permetterà un notevole risparmio di denaro e garantirà maggiore sicurezza per i cittadini.

“L’esperienza maturata in anni di utilizzo nei vari teatri operativi all’estero, ci ha consentito di acquisire un know how che ora torna utile anche per altri scopi. La tecnologia esce dagli hangar e si mette al servizio delle forze di polizia”, ha dichiarato Pasquale Preziosa, capo di Stato maggiore dell’Aeronautica.

Droni per l’ordine pubblico

I droni Predator hanno un’autonomia di volo di 20 ore e permettono di trasmettere immagini in diretta di giorno e di notte. Il vantaggio nell’utilizzo di questi velivoli sta nella precisione con cui riescono a individuare gli obiettivi e nel fatto che sono virtualmente invisibili alle persone a terra, in quanto operano ad altezze simili a quelle degli aerei. “I droni forniscono dati complessi. – spiegano i vertici dell’Aeronautica – Accanto al pilota che comanda il velivolo ovviamente da terra, lavorerà costantemente un analista capace di decrittare e analizzare i filmati realizzati”.

Polizia, Carabinieri e aviazione militare assicurano che i droni saranno utilizzati solo quando la situazione lo richiede e non ci saranno violazioni della privacy dei cittadini come è successo negli USA, dove la NSA ha usato aerei spia per ottenere informazioni dai cellulari.

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Snapchat sorvegliato speciale per la privacy https://www.datamanager.it/news/snapchat-sorvegliato-speciale-la-privacy-56205.html Wed, 14 May 2014 12:19:45 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2014/05/snapchat-sorvegliato-speciale-per-la-privacy/ Snapchat sarà monitorata per 20 anni dalla Federal Trade Commission a causa di alcuni problemi sulla gestione della privacy Snapchat, l’app di messaggistica che ha rifiutato le avances di Facebook, ha fatto pace con la Federal Trade Commission (FTC). L’antitrust statunitense, che ha in passato bacchettato Apple per gli acquisti in-app, non ha imposto alcuna […]

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Snapchat sarà monitorata per 20 anni dalla Federal Trade Commission a causa di alcuni problemi sulla gestione della privacy

Snapchat, l’app di messaggistica che ha rifiutato le avances di Facebook, ha fatto pace con la Federal Trade Commission (FTC). L’antitrust statunitense, che ha in passato bacchettato Apple per gli acquisti in-app, non ha imposto alcuna multa alla startup ma monitorerà le sue attività per i prossimi 20 anni. Snapchat, la cui caratteristica principale è quella di eliminare i contenuti condivisi dopo un certo periodo di tempo, era stata accusata di aver ingannato i suoi utenti.

Snapchat ha informato male gli utenti

La FTC affermava che, nonostante le promesse di Snapchat, le foto e gli altri contenuti inviati tramite l’app non venivano definitivamente eliminati. Attraverso un software come “SnapHack”, ad esempio, è possibile recuperare i file per poi postarli sui social network. Inoltre, l’antitrust accusava Snapchat di non fornire informazioni adeguate agli utenti in merito al trattamento e alla raccolta dei loro dati, che oltretutto non venivano nemmeno protetti a dovere.

Dopo il raggiungimento dell’accordo con la FTC, Snapchat ha ammesso che “alcune cose non hanno ricevuto la dovuta attenzione”. “Una di queste – si legge nel post – era essere più precisi” nel comunicare le dovute informazioni agli utenti.

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MIT Immersion: i metadati che Google invia agli USA https://www.datamanager.it/news/mit-immersion-i-metadati-che-google-invia-agli-usa-48718.html Wed, 10 Jul 2013 13:54:21 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/07/mit-immersion-i-metadati-che-google-invia-agli-usa/ L'instituto statunitense lancia un sito che mostra le informazioni di Gmail che interessano i federali dell'NSA 

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L’instituto statunitense lancia un sito che mostra le informazioni di Gmail che interessano i federali dell’NSA 

Si chiama Immersion ed è proprio un’immersione dentro il mondo di Gmail. Solo che, invece di vedere il normale flusso di messaggi in entrata ed uscita, la web app permette di capire quali nostri dati vengono inviati da Google all’NSA, all’interno del programma spia PRISM. Immersion è stato sviluppato dai MIT Labs, divisione speciale dell’istituto di ricerca tecnologico del Massachusetts. 

L’importanza dei metadati

A seguito delle rivelazioni sulle capacità di monitoraggio della NSA, i ministri nazionali hanno cercato di rassicurare le persone dicendo che i programmi spia dei federali americani possono “solo” raccogliere i metadati, cioè quelle informazioni che identificano gli utenti che si scambiano messaggi, ma non il contenuto delle conversazioni. Per far capire alle persone cosa voglia dire collezionare “solo” i metadati, il MIT ha realizzato Immersion che promette di far vedere esattamente come le dichiarazioni rassicuranti dovrebbero essere colte con un po’ più di indignazione.

Le bolle di Immersion

Autorizzando Immersion ad accedere al proprio account di posta Gmail, si potrà navigare tra i grafici “a grappolo” della propria vita sul client di posta di Google. Le cerchie, ironicamente simili a quelle sul social Google+, indicano il grado di interazione tra l’utente principale e i suoi contatti. Cliccando su ognuno di essi, si potranno leggere i dettagli delle conversazioni, non il contenuto, ma la data, l’orario e il numero di messaggi scambiati con il contatto specifico. E’ addirittura possibile fare ricerche incrociate vista la possibilità di leggere quale dei propri contatti ha provveduto ad “introdurti” in una nuova conversazione. 

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L’Fbi ammette: “I droni sorvegliano gli USA” https://www.datamanager.it/news/l-fbi-ammette-i-droni-sorvegliano-gli-usa-48226.html Fri, 21 Jun 2013 13:39:31 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/06/lfbi-ammette-i-droni-sorvegliano-gli-usa/ Il Direttore Robert Muller ha confermato al Congresso che i droni sono utilizzati per la sorveglianza nazionale “in casi molto particolari” e ora chiede leggi che ne regolino l’utilizzo

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Il Direttore Robert Muller ha confermato al Congresso che i droni sono utilizzati per la sorveglianza nazionale “in casi molto particolari” e ora chiede leggi che ne regolino l’utilizzo

Il CEO di Google Eric Schmidt aveva lanciato l’allarme sul pericolo dei droni privati ma forse non aveva considerato che è il suo stesso Governo a farne uso sul territorio nazionale. Durante un’audizione del Congresso, Robert Muller, direttore dell’Fbi, ha confessato che il bureau utilizza veivoli di sorveglianza senza pilota su suolo americano. Il numero uno di Quantico sottolinea però come ciò avvenaga “molto raramente” e in “casi molto particolari”, come nel caso del bambino autistico sequestrato in un bunker sotterraneo.

La privacy violata dal cielo

La rivelazione di Mueller in pieno scandalo PRISM ha scosso l’opinione pubblica americana e molti politici. La senatrice Dianne Feinstein, Presidente della Senate intelligence committee, è convinta che l’uso dei droni di sorveglianza sia molto più pericoloso per la privacy dei cittadini rispetto alle intercettazioni telematiche poiché i primi non sono soggetti a leggi precise. Nel frattempo il ministero della Difesa USA ha testato con successo il primo drone da combattimento in grado di decollare da una portaerei.

Muller ha risposto ribadendo l’utilità dei droni per “ottenere informazioni critiche difficili da reperire senza mettere a rischio il personale delle forze dell’ordine” e ha sottolineato che l’Fbi sta mettendo a punto delle linee guida per proteggere la privacy dei cittadini statunitensi. Il Direttore del bureau ha anche sottolineato come il lavoro dell’NSA abbai permesso di scovare numerosi terroristi e affiliati di Al Quaeda.

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Google al FISA: “Fateci pubblicare i dati richiesti” https://www.datamanager.it/news/google-al-fisa-fateci-pubblicare-i-dati-richiesti-48137.html Wed, 19 Jun 2013 13:13:02 +0000 http://dmo4.datamanager.it/2013/06/google-al-fisa-fateci-pubblicare-i-dati-richiesti/ Big G chiede al tribunale americano di poter rendere noto il dettaglio delle richieste fatte dalla NSA negli ultimi mesi: "I nostri utenti devono sapere"

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Big G chiede al tribunale americano di poter rendere noto il dettaglio delle richieste fatte dalla NSA negli ultimi mesi: “I nostri utenti devono sapere”

La richiesta presentata al tribunale di Washington è arrivata nel bel mezzo delle proteste per le rivelazioni sulle procedure poco democratiche della National Security Agency sull’accesso ai dati degli utenti di molte aziende big della tecnologia. Pare che l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale formulasse al Foreign Intelligence Surveillance Act le domande di accesso ai database di Apple, Google, Microsoft, Yahoo e di altri brand per monitorare alcuni profili interessanti nell’ottica di procedure di difesa nazionale. Google, che pure non gode di buona fama quando si tratta di privacy dei propri utenti, appellandosi al Primo Emendamento ha chiesto al FISA di poter rendere noto l’ammontare delle richieste ricevute, notizia che non può essere comunicata senza il via libera del particolare tribunale.

Gli utenti devono sapere

“E’ necessaria una maggiore trasparenza, così oggi abbiamo chiesto al FISA di poter pubblicare i numeri complessivi di richieste fatte dalla sicurezza nazionale – ha detto un portavoce di Google – unire le richieste di sicurezza nazionale a quelle sui crimini, come hanno già fatto alcune aziende, sarebbe un passo importante per i nostri utenti“. Il silenzio del FISA nei confronti di Google è eloquente. A differenza delle altre aziende coinvolte, Google conserva un numero di dati aggregati molto più corposo. Entrare in possesso dell’username e password di un iscritto a YouTube vorrebbe dire poter monitorare quello che fa su Google Plus, Chrome o le conversazioni di Gmail, visto che tutte le piattaforme di Google permettono l’accesso con lo stesso account. 

Maggiore trasparenza verso gli iscritti

“La reputazione di Google è stata lesa a causa di notizie flase e fuorvianti diffuse dai media” – si legge nella richiesta dell’azienda al FISA. La mossa arriva dopo che altre società del panorama tech coinvolte, tra cui Microsoft, Facebook, Apple e Yahoo hanno rilasciato piccole informazioni circa il numero di richieste di sorveglianza ricevute nell’ambito del programma di monitoraggio governativo. Le informazioni diffuse sinora riguardano solo le richieste di dati fatte da agenzie governative senza mostrare la necessaria distinzione tra procedure globali (come PRISM) e quelle su criminali e terroristi, per un periodo massimo di sei mesi.

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