USA – United States of America – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Thu, 10 Apr 2025 06:48:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png USA – United States of America – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Il gioco della supply chain spezzata https://www.datamanager.it/2025/04/il-gioco-della-supply-chain-spezzata/ Wed, 09 Apr 2025 17:05:11 +0000 https://www.datamanager.it/?p=244583 La matita di Friedman è sottile, elegante e funzionale. Ma non scrive tutta la verità

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La matita di Friedman è sottile, elegante e funzionale. Ma non scrive tutta la verità

 “Nessuna singola persona può fabbricare questa matita”. La famosa metafora della matita di Milton Friedman è stata utilizzata come argomento a favore del libero mercato e della cooperazione internazionale.

​Per molti economisti come Paul Krugman, i dazi sulle importazioni introdotti dagli USA spezzerebbero le catene di approvvigionamento che hanno favorito la globalizzazione, con conseguenze significative su tutta l’economia.

Le barriere commerciali interrompono le complesse catene di fornitura globali, aumentando i costi di produzione e limitando l’efficienza economica. In un’economia interconnessa, il protezionismo può avere effetti negativi non solo sui paesi esportatori, ma anche sui consumatori e sulle imprese nazionali che dipendono da componenti e materiali provenienti dall’estero.​

Tuttavia, il mondo non può essere ridotto a una catena di montaggio, ignorando i rapporti di potere, sfruttamento e diseguaglianza tra i nodi della supply chain.

Il legno della matita? Magari viene da una foresta tropicale disboscata illegalmente. La grafite? Estratta da minatori sottopagati in condizioni disumane. Il metallo della ghiera? Potrebbe arrivare da fonderie ad alta emissione in zone con leggi ambientali deboli.

La matita è reale, il mondo che la produce è imperfetto. La matita di Friedman è sottile, elegante e funzionale. Ma non scrive tutta la verità. Come possiamo comprendere le conseguenze sistemiche e multilivello della Politica dei Dazi USA? Proviamo ad applicare la Teoria dei Giochi.

Nella sua formulazione di gioco non cooperativo a somma zero (Von Neumann-Morgenstern), La Teoria dei Giochi fornisce un modello per analizzare le interazioni strategiche tra gli Stati Uniti e gli altri attori internazionali (Cina, Giappone, Unione Europea, Canada, Messico…).

Gli USA introducono dazi come mossa strategica per massimizzare il proprio payoff economico: rilocalizzazione industriale, protezione dei settori domestici. Se gli esportatori colpiti, dal punto di vista della teoria dei giochi, rispondono con rappresaglie (dazi reciproci) o con concessioni strategiche (es. nuove aperture commerciali), il rischio principale è quello di una escalation verso un equilibrio di Nash subottimale, dove nessuno dei giocatori guadagna davvero: guerra commerciale, stagnazione economica globale.

Effetti sui mercati azionari

I mercati azionari stanno reagendo con elevata sensibilità. Gli aumenti dei dazi generano volatilità e spesso correzioni nei settori più esposti all’export-import (tecnologia, auto, agricoltura…). Le aspettative di rottura delle supply chain globali inducono vendite, specialmente nelle multinazionali con catene produttive integrate. Tuttavia, in alcuni casi i titoli di aziende “protette” dai dazi (es. produttori interni USA) possono beneficiare nel breve termine.

Effetti sui paesi esportatori colpiti

Paesi come Cina, Germania, UE, Corea del Sud, Messico soffrono a causa della riduzione dell’export verso il mercato USA. Lo spostamento della produzione e la delocalizzazione inversa da parte delle aziende USA, possono generare disoccupazione industriale e pressioni sociali interne.

Dal punto di vista della Teoria dei Giochi, questi paesi hanno due opzioni: cooperare (concessioni bilaterali commerciali o valutarie) o mettere in atto rappresaglie, cercando nuovi mercati alternativi.

Effetti sulla supply chain e logistica

I dazi generano distorsioni significative alle catene di fornitura globali: l’aumento dei costi logistici per il sourcing alternativo; la necessità di ristrutturare reti di produzione, spingendo verso la regionalizzazione (es. Nearshoring); l’effetto domino su componentistica, just-in-time, scorte e flussi globali.

Questi effetti possono essere interpretati come perdite collaterali sistemiche in un gioco a somma non-zero dove nessuno ottiene un vantaggio netto nel medio-lungo termine.

Debito pubblico USA e detentori esteri

Molti dei paesi colpiti dai dazi (es. UE, Giappone, Cina) sono grandi detentori di Obbligazioni del Tesoro USA a lungo termine. In un’ottica di gioco strategico, possono minacciare dismissioni o riduzione degli acquisti futuri. Tuttavia, una vendita massiccia sarebbe controproducente anche per loro, essendo legati al dollaro per stabilità e riserve. Qui si configura una mutua dipendenza strategica, simile al concetto di “Mutually Assured Destruction” (MAD), dove ogni mossa estrema danneggia entrambi.

La trappola dell’escalation

Nel contesto attuale, con le Borse in fibrillazione, i dazi possono innescare una escalation simile al Dilemma del Prigioniero. Entrambe le parti in gioco starebbero meglio se cooperassero per l’azzeramento reciproco dei dazi reciproci. Tuttavia, il clima di sfiducia reciproca potrebbe spingere verso la defezione. Risultato: guerra commerciale o stagnazione, invece che crescita condivisa.

Il nuovo gioco che non conosciamo (ancora)

La tensione tra nazionalismo economico e globalismo liberale potrebbe essere il vero cuore del nuovo “gioco”, in cui la razionalità economica non è più l’unico criterio dominante.

La politica dei dazi USA, letta attraverso gli strumenti della Teoria dei Giochi, rivela un gioco ad alto rischio in cui il guadagno immediato atteso per gli USA (protezione dell’industria nazionale, rilocalizzazione di produzioni strategiche, aumento momentaneo dell’occupazione in certi settori, pressione negoziale su paesi rivali) sarebbe compensato dai rischi associati ai costi sistemici globali (ritorsioni commerciali. disorganizzazione delle supply chain, aumento dei prezzi per i consumatori USA stessi ,instabilità finanziaria globale). Le contromosse dei paesi colpiti (soprattutto detentori del debito USA) pongono vincoli strategici.

Mentre, la supply chain globale entra in una fase di ristrutturazione forzata, con costi logici ed economici notevoli. L’escalation può generare un equilibrio perdente per tutti, tradendo l’ideale di fine conflitto teorizzato anche da Fukuyama, nella Fine della Storia.

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Negli USA gli utenti scappano da Facebook, il 25% ha disinstallato l’app https://www.datamanager.it/2018/09/negli-usa-gli-utenti-scappano-da-facebook-il-25-ha-disinstallato-lapp/ Fri, 07 Sep 2018 10:18:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152974 Facebook negli Stati Uniti avrebbe perso un quarto degli utenti a causa degli scandali sulla privacy. La maggior parte degli esuli sono molto giovani L’effetto Cambridge Analytica non si è ancora esaurito. Facebook sta infatti registrando un vero e proprio esodo di utenti negli Stati Uniti, spaventati che possa ripetersi un nuovo scandalo legato alla […]

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Facebook negli Stati Uniti avrebbe perso un quarto degli utenti a causa degli scandali sulla privacy. La maggior parte degli esuli sono molto giovani

L’effetto Cambridge Analytica non si è ancora esaurito. Facebook sta infatti registrando un vero e proprio esodo di utenti negli Stati Uniti, spaventati che possa ripetersi un nuovo scandalo legato alla privacy. La scoperta che il social network ha permesso la condivisione di dati personali con aziende esterne, che li hanno poi utilizzati a scopo di propaganda online, ha spinto un quarto degli utilizzatori americani della piattaforma a disinstallare l’app e la percentuale sale al 44% tra i più giovani. Questo è ciò che emerge dalla ricerca effettuata da Pew Research Center su un campione di utenti maggiorenni.

Stando al report, il 74% degli iscritti ha preso una qualche forma di iniziativa per proteggere la propria privacy e il 54% ha modificato le impostazioni per la gestione dei dati personali. Il 40% degli intervistati afferma di essersi preso una breve pausa da Facebook mentre il 26% ha definitivamente cancellato l’app. Solo il 9% degli utenti americani ha scaricato i contenuti salvati sulla piattaforma e di questi la metà ha poi eliminato il software dallo smartphone. “E’ interessante notare che il 44% di quelli tra 18 e 29 anni hanno cancellato la app, quasi quattro volte quelli di 65 e oltre. – sottolineano gli autori del report – Solo un terzo degli over 65 ha cambiato le impostazioni, mentre lo ha fatto il 64% dei più giovani”. In realtà è da molto tempo che i millennial hanno abbandonato Facebook preferendogli servizi come YouTube o Snapchat, che sta lavorando con Amazon a un motore di ricerca visiva.

Facebook, che ha lanciato lo streaming di Watch anche nel nostro Paese, non ha ovviamente preso sotto gamba dati così negativi ma non sembra particolarmente preoccupata. “Può essere un atteggiamento momentaneo, un modo per prendere una pausa dal social o passare ad altre versioni dell’app. Monitoriamo la situazione, abbiamo del lavoro da fare per rendere il servizio di valore, soprattutto per i giovani”, ha spiegato David Ginsberg, vice presidente del team ricerche di Facebook, oggi in Italia per spiegare i dettagli della piattaforma sul “benessere digitale”. “Le persone scelgono i loro amici e le loro pagine da seguire, quello che vedono sulla loro News Feed è basato su cosa è più importante per loro – si legge in una nota di Facebook a commento della ricerca – aiutarli a capire meglio come funziona questo processo è molto importante per noi ecco perché abbiamo creato degli strumenti appositi come Inside Feed. Sappiamo che c’è più lavoro da fare e siamo impegnati in questo”.

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La produzione di ZTE negli USA risalirà nel 2019
 https://www.datamanager.it/2018/09/la-produzione-di-zte-negli-usa-risalira-nel-2019%e2%80%a8/ Mon, 03 Sep 2018 18:00:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=152566 Dopo le sanzioni da parte del governo, il produttore cinese ha riaperto le fabbriche nel paese e gli accordi con i partner locali La storia di ZTE, gloriosa in patria, meno nel resto del mondo, rischiava di finire prima del tempo. Nel corso dei mesi precedenti, le autorità del governo USA avevano imposto alla cinese […]

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Dopo le sanzioni da parte del governo, il produttore cinese ha riaperto le fabbriche nel paese e gli accordi con i partner locali

La storia di ZTE, gloriosa in patria, meno nel resto del mondo, rischiava di finire prima del tempo. Nel corso dei mesi precedenti, le autorità del governo USA avevano imposto alla cinese una serie di blocchi pesanti alla produzione, a causa di alcune violazioni inerenti la vendita di hardware a paesi ostili, come Iran e Corea del Nord. Dopo la decisione del Dipartimento del commercio di multare ZTE con una sanzione di circa 1 milione di dollari, ora le cose sembrano tornate alla normalità per una multinazionale che punta al grande salto sia negli Stati Uniti che nel vecchio continente, lato mobile e infrastrutturale. Come la ben più famosa Huawei infatti, ZTE opera nel settore delle telecomunicazioni, servendo sino a qualche mese fa anche clienti pubblici di un certo spessore.

Cosa succede

Durante una recente uscita, Ii chairman di ZTE, Li Zixue, ha affermato che la società tornerà a crescere nel 2019, dopo un anno fiscale che probabilmente soffrirà del temporaneo blocco negli States. Il CEO ha aggiunto che nel futuro la multinazionale punterà molto sulla ricerca e sviluppo, in particolare nel settore delle componenti di comunicazione, proprio lì dove il governo degli Stati Uniti ha riscontrato i problemi maggiori di compliance con le norme federali.

Del resto, già il presidente Donald Trump, in un incontro con la controparte cinese si era detto pronto a dare tutto il supporto possibile all’economia del dragone rosso tra le mura domestiche. Un concetto che non aveva colto il parere favorevole dei democratici e pure di molti repubblicani, convinti che prima del business debba esservi la sicurezza delle informazioni veicolate da Washington, uno dei dubbi principali sollevati a seguito della collaborazione tra ZTE e i tanto temuti paesi ostili.

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Perché il governo inglese non si fida di Huawei https://www.datamanager.it/2018/07/perche-il-governo-inglese-non-si-fida-di-huawei/ Tue, 24 Jul 2018 18:30:29 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151941 Dopo gli USA, pure nel Regno Unito si sollevano preoccupazioni circa la privacy delle comunicazioni, veicolate dalle infrastrutture della cinese Il governo britannico punta il dito contro le apparecchiature di rete e di telecomunicazioni di Huawei. Il motivo? Che siano una minaccia per la sicurezza nazionale. Dubbi simili, anzi identici, a quelli sollevati negli Stati […]

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Dopo gli USA, pure nel Regno Unito si sollevano preoccupazioni circa la privacy delle comunicazioni, veicolate dalle infrastrutture della cinese

Il governo britannico punta il dito contro le apparecchiature di rete e di telecomunicazioni di Huawei. Il motivo? Che siano una minaccia per la sicurezza nazionale. Dubbi simili, anzi identici, a quelli sollevati negli Stati Uniti, dove le infrastrutture della compagnia di Shenzen sono state praticamente bandite dalle zone nevralgiche del paese.

Secondo l’HCSEC, Huawei Cyber Security Evaluation Centre, unità stanziata nella contea dell’Oxfordshire e formata nel 2010, assieme ad agenzie locali, per monitorare l’hardware di rete lungo il Regno Unito, ha spiegato che le autorità inglesi stanno indagando sulla possibilità che i network, a cui si affidano decine di telco UK, rappresentino un rischio per la privacy delle informazioni veicolate sull’etere analogico e digitale. La questione è delicata, anche perché la stessa HCSEC viene sottoposta a periodici controlli da parte di nomi quali GCHQ e National Securiy Adviser. Insomma, vi fossero stati dei problemi, le organizzazioni lo avrebbero saputo a tempo debito.

Cosa succede

C’è da dire che l’HCSEC è estremamente indipendente dalle possibili, ma tutte da verificare, inferenze della casa madre cinese. Non a caso, nel suo ultimo rapporto annuale, ha sentenziato di poter offrire una garanzia “limitata” circa la sicurezza dell’attrezzatura di Huawei. Inoltre, ha affermato che non sono stati compiuti progressi nella risoluzione di preoccupazioni precedenti, e che una visita a Shenzhen ha evidenziato una certa mancanza di controllo sulla qualità delle componenti di terze parti. Qui c’è il report completo.

Ecco parte del testo: “L’identificazione delle carenze nei processi di ingegneria di Huawei ha esposto nuovi rischi sulle reti di telecomunicazione nel Regno Unito e sfide a lungo termine per la loro mitigazione e gestione. A causa delle preoccupazioni sollevate, il board di sorveglianza ritiene di poter fornire solo una garanzia limitata sul fatto che non vi siano rischi per la sicurezza dovuti al network di Huawei. Partendo da questa base stiamo consigliando gli addetti ai lavori su come procedere per preservare cittadini e imprese”.

Il processo di sistemazione delle falle rilevate è già in corso e in via di definizione, ovvero di nuova ingegnerizzazione, entro il 2020. In pratica, Huawei interverrà sui dispositivi già in uso, ripensando la produzione dei prossimi. Lo sforzo della cinese, nel voler assicurare i propri strumenti, è reale ed è proprio grazie al continuo monitoraggio che vengono fuori problematiche del genere.

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Revocato il divieto: ZTE torna a operare negli USA https://www.datamanager.it/2018/07/revocato-il-divieto-zte-torna-a-operare-negli-usa/ Tue, 17 Jul 2018 18:30:10 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151502 Sospeso, almeno temporaneamente, il ban voluto dal Dipartimento del commercio ai danni della cinese, che ora spera Sull’orlo di un disastro epocale, ZTE può tornare a sperare. Il governo di Washington ha infatti sospeso il ban che pendeva sulla testa della compagnia hi-tech cinese, obbligata a fermare le collaborazioni con i fornitori di hardware statunitensi, […]

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Sospeso, almeno temporaneamente, il ban voluto dal Dipartimento del commercio ai danni della cinese, che ora spera

Sull’orlo di un disastro epocale, ZTE può tornare a sperare. Il governo di Washington ha infatti sospeso il ban che pendeva sulla testa della compagnia hi-tech cinese, obbligata a fermare le collaborazioni con i fornitori di hardware statunitensi, a seguito di alcune violazioni al codice di comportamento del Dipartimento del commercio USA. Dopo un paio di settimane di stallo, i regolatori del paese avevano concordato in oltre 1 milione di dollari la multa che ZTE avrebbe dovuto pagare per ricominciare a operare sul territorio nazionale, comunque con analisi successive a cui sarebbe stata soggetta l’attività sul lungo periodo. Dopo aver sborsato l’importante somma, l’azienda ha beneficiato di un rialzo del 17% in Borsa, una bocca d’ossigeno necessaria, anzi vitale. 

Cosa succede

Il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha revocato il divieto alle società statunitensi che vendono hardware a ZTE, consentendo al secondo produttore di apparecchiature per telecomunicazioni della Cina di riprendere gli affari. “Il dipartimento rimarrà vigile nel monitorare le attività di ZTE così da garantire la conformità con tutte le leggi e i regolamenti nazionali” – ha detto il ministro del commercio Wilbur Ross, in una dichiarazione che descrive l’andamento della vicenda, che non si può ancora dire del tutto chiusa.

Anche perché di recente il presidente Trump ha annunciato rigidi tassi di importazione sull’elettronica cinese, il che è volto a incentivare il consumo di hi-tech autoctono, almeno nei marchi finali (Apple?). Del resto, la manodopera del settore arriva tutta dall’Oriente, così come le componenti internet dei device, realizzate dai partner commerciali oltreoceano.

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Così un hacker ha rubato segreti militari USA https://www.datamanager.it/2018/07/cosi-un-hacker-ha-rubato-segreti-militari-usa/ Mon, 16 Jul 2018 13:43:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=151422 I ricercatori di Insikt Group hanno individuato sul dark web un ragazzo che ha messo in vendita informazioni sensibili dell’esercito statunitense per soli 150 dollari È bastata una ricerca sul famoso motore di oggetti connessi, Shodan, per scoprire quali router soffrono di vulnerabilità sfruttabili da remoto. Così un hacker, di cui non è stato svelato […]

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I ricercatori di Insikt Group hanno individuato sul dark web un ragazzo che ha messo in vendita informazioni sensibili dell’esercito statunitense per soli 150 dollari

È bastata una ricerca sul famoso motore di oggetti connessi, Shodan, per scoprire quali router soffrono di vulnerabilità sfruttabili da remoto. Così un hacker, di cui non è stato svelato il nome, è riuscito a sottrarre documenti sensibili da un capitano dell’esercito statunitense, violando la sicurezza del router Netgear a cui era collegato. A quanto pare lo smanettone si è intrufolato in uno dei computer della base Aircraft Maintenance Squadron Reaper AMU OIC del Nevada, rubando informazioni sul General Atomics MQ-9 Reaper, un drone progettato per la sorveglianza a lunga autonomia e a elevate altitudini.

Ironicamente, il capitano vittima dell’hacking aveva di recente completato la Cyber Awareness Challenge, che fornisce le indicazioni per un uso corretto dei sistemi informatici, anche da casa; solo che l’uomo non aveva modificato la password di default del router, lasciando fin troppo libero l’accesso alle impostazioni.

Cosa è successo

Usando il router compromesso, l’hacker è stato in grado di rubare i file sul drone, inclusi i documenti di manutenzione e l’elenco degli aviatori della squadra Reaper AMU. Sebbene non si  tratti di informazioni classificate, il furto potrebbe comunque causare problemi concreti alla divisione, soprattutto quando c’è qualcuno che può leggere come attivare, disattivare o addirittura resettare il velivolo a pilotaggio remoto. A scoprire la vicenda sono stati i ricercatori di Insikt Group, che si sono imbattuti in un’inserzione sul dark web che offriva, per soli 150 dollari, il pacchetto operativo completo.

Secondo l’agenzia, tra i file più di una dozzina di vari manuali di addestramento, tattiche dei plotoni e guide per carri armati e altri ordigni. “Il fatto che un singolo hacker, con capacità tecniche moderate, abbia sottratto tali contenuti, fa pensare a cosa potrebbero compiere gruppi organizzati, con obiettivi ben specifici. Bisogna approcciare diversamente la materia security altrimenti i guai sono dietro l’angolo” – hanno sentenziato da Insikt Group.

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La corte ha deciso: Kim Dotcom può essere estradato negli USA https://www.datamanager.it/2018/07/la-corte-ha-deciso-kim-dotcom-puo-essere-estradato-negli-usa/ Mon, 09 Jul 2018 18:00:18 +0000 http://www.datamanager.it/?p=150893 Le autorità della Nuova Zelanda hanno confermato la possibilità che l’ideatore di Megaupload venga trasferito negli Stati Uniti per affrontare le accuse a suo carico Ricorderete la curiosa storia di Kim Dotcom, ideatore di quello che fu Megaupload, primo vero e proprio servizio globale di p2p fuorilegge. Dopo varie vicissitudini, il ragazzo aveva fondato Mega, […]

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Le autorità della Nuova Zelanda hanno confermato la possibilità che l’ideatore di Megaupload venga trasferito negli Stati Uniti per affrontare le accuse a suo carico

Ricorderete la curiosa storia di Kim Dotcom, ideatore di quello che fu Megaupload, primo vero e proprio servizio globale di p2p fuorilegge. Dopo varie vicissitudini, il ragazzo aveva fondato Mega, client simile ma con una più spiccata vocazione alla privacy dei contenuti, del tipo “scambiate quello che vi pare, Mega non può saperlo”. Al di là del tentativo di scappatoia burocratica tentata dalla piattaforma, Kim si è ritrovato la polizia neozelandese in casa quando le accuse di riciclaggio e soprattutto violazione del copyright sono divenute pesanti.

Da quel momento, gli Stati Uniti, mittenti delle denunce, hanno cercato di portare Dotcom nel paese, per processarlo e giudicarlo con le leggi interne. Le autorità della Nuova Zelanda hanno deciso che l’estradizione può esservi, seppur non avverrà così facilmente, a detta dei difensori dell’imprenditore del web.

Cosa succede

Il team di legali di Dotcom ha affermato che non ci sono prove sufficienti per dimostrare che l’assistito ha commesso un crimine: “Abbiamo risposto a tre tribunali, ottenendo tre diverse analisi, una di queste ha chiaramente definito che non vi è stata alcuna violazione del copyright”. Come se non bastasse, Dotcom ha citato in giudizio il governo neozelandese per 6,7 miliardi di dollari e, secondo quanto riferito, avrebbe già ricevuto una proposta di accordo economico.

Per il momento però Kim è preoccupato che, se estradato negli Stati Uniti, dovrà affrontare tribunali ben poco amichevoli vista la pressione, probabilmente giusta, dei titolari di copyright e gli autori di contenuti che si sono sentiti lesi dalla diffusione dei loro lavori in maniera gratuita in rete. Non a caso, i pubblici ministeri statunitensi hanno perseguito aggressivamente, e con successo, siti di condivisione come Kick Ass Torrents e The Pirate Bay.

 

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Apple Music supera Spotify negli Stati Uniti https://www.datamanager.it/2018/07/apple-music-supera-spotify-negli-stati-uniti/ Mon, 09 Jul 2018 17:30:21 +0000 http://www.datamanager.it/?p=150909 Apple Music ha superato i 20 milioni di utenti paganti negli Stati Uniti e ottiene così il primato dello streaming negli USA ai danni di Spotify Nell’eterna sfida tra Apple Music e Spotify questa volta pare sia la piattaforma della Mela a uscirne vincitrice. Stando a quanto riporta Digital Music News, che ha citato un […]

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Apple Music ha superato i 20 milioni di utenti paganti negli Stati Uniti e ottiene così il primato dello streaming negli USA ai danni di Spotify

Nell’eterna sfida tra Apple Music e Spotify questa volta pare sia la piattaforma della Mela a uscirne vincitrice. Stando a quanto riporta Digital Music News, che ha citato un report realizzato da alcuni analisti per le case discografiche, il servizio di Cupertino ha superato il concorrente svedese negli Stati Uniti superando i 20 milioni di abbonati. Spotify, che con la sua versione Lite offre una serie di funzioni decisamente limitata, ha un numero di utenti paganti di poco inferiore ma non sufficienti a consentirgli di mantenere il primato negli USA.

Uno studio diffuso dal Wall Street Journal ha confermato che Apple Music ha un tasso di crescita in patria superiore a quello di Spotify, cosa che gli avrebbe consentito di superarlo in estate in termini di abbonati come effettivamente è avvenuto. Non solo, secondo alcuni analisti, lo streaming della Mela potrebbe espandersi del 40% l’anno fino al 2022. Questo è in effetti un momento particolarmente propizio per Apple Music che con il disco “Scorpion” di Drake ha raggiunto il record mondiale per un nuovo album nelle prime 24 ore dal lancio con 170 milioni di ascolti contro i 120 di Spotify. La piattaforma di Cupertino, come ha sottolineato lo stesso CEO di Apple Tim Cook, ha superato i 50 milioni di abbonati nel mondo (nel computo sono considerati anche coloro che usufruiscono dei tre mesi di prova) ma è ancora distante dal suo principale concorrente. Spotify ha 170 milioni di utenti attivi e 75 milioni di persone che pagano per accedere al suo catalogo musicale online.

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ZTE torna a operare negli USA https://www.datamanager.it/2018/07/zte-torna-a-operare-negli-usa/ Thu, 05 Jul 2018 18:30:32 +0000 http://www.datamanager.it/?p=150725 Il governo americano ha alleggerito la pena per la cinese, che potrà lavorare con le compagnie del paese in maniera limitata Una sentenza che è paragonabile a una grazia, almeno a livello commerciale. Il governo degli Stati Uniti ha infatti alleggerito la sua posizione in merito al ban inflitto alla cinese ZTE nelle scorse settimane. […]

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Il governo americano ha alleggerito la pena per la cinese, che potrà lavorare con le compagnie del paese in maniera limitata

Una sentenza che è paragonabile a una grazia, almeno a livello commerciale. Il governo degli Stati Uniti ha infatti alleggerito la sua posizione in merito al ban inflitto alla cinese ZTE nelle scorse settimane. Stando alla decisione degli organi preposti, la multinazionale ha facoltà di riprendere il lavoro all’interno del paese, anche in collaborazione con i fornitori locali, a patto che vengano attuate tutte le dovute norme di sicurezza per proteggere i prodotti delle varie linee da eventuali bug o vulnerabilità, volute o no. Nella pratica, ogni rete e smartphone già sul mercato riceverà un update volto a chiudere falle esistenti, scovate anche insieme alle agenzie di sicurezza statunitensi. Non è detto che tali buchi vi siano, ed è per questo che ZTE dovrà operare con la massima trasparenza per essere compliance con le direttive di Washington.

Cosa succede

Alla suddetta grazie però vi sono dei limiti. Il primo è temporale: ZTE ha tempo fino al 1 agosto, quindi meno di un mese, per tappare le falle. Inoltre, la compagnia può trasferire fondi verso le controllate, per operazioni che riguardano il mercato USA, con dei margini che però non sono stati comunicati e, infine, da ora sino a nuovo ordine, le fabbriche della cinese non possono lanciare negli Stati Uniti nuovi prodotti, a qualunque famiglia appartengano.

Si tratta di una demarcazione dovuta in un contesto che è sempre più scettico circa gli oggetti hi-tech che provengono, direttamente o solo per strategie del brand, da paesi ostili agli USA. Di certo ZTE ha accusato il colpo, visto che all’inizio del 2018 aveva annunciato l’arrivo del successore dell’ottimo Axon 7, chiamato Axon 9, la cui produzione ha subito un brusco stop, proprio per il blocco imposto alla collaborazione con fornitori a stelle e strisce. Le fabbriche di alcuni di questi, come Qualcomm, sono fondamentali per l’ottenimento di processori e hardware di prima scelta, da integrare nei telefonini.

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Xiaomi ha messo gli Stati Uniti nel mirino https://www.datamanager.it/2018/07/xiaomi-ha-messo-gli-stati-uniti-nel-mirino/ Thu, 05 Jul 2018 16:59:37 +0000 http://www.datamanager.it/?p=150745 Xiaomi ritiene di poter portare i suoi prodotti negli Stati Uniti entro la fine del 2019 nonostante la guerra dei dazi in corso tra America e Cina I rapporti tra Cina e Stati Uniti, almeno dal punto di vista commerciale, non sono propriamente idilliaci. Lo sanno bene aziende come Huawei e ZTE, i cui prodotti […]

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Xiaomi ritiene di poter portare i suoi prodotti negli Stati Uniti entro la fine del 2019 nonostante la guerra dei dazi in corso tra America e Cina

I rapporti tra Cina e Stati Uniti, almeno dal punto di vista commerciale, non sono propriamente idilliaci. Lo sanno bene aziende come Huawei e ZTE, i cui prodotti sono stati banditi dagli uffici federali americani per paura che possano diventare un rischio per la sicurezza nazionale. La seconda aveva ottenuto il ritiro del ban pagando una ricca multa ma il Senato ha poi reintrodotto il blocco poche settimane dopo. Nonostante tutti questi problemi ci sono aziende come Xiaomi che guardano con estremo interesse al mercato americano. Il Vice Presidente dell’azienda, Wang Xiang, ha infatti ribadito il concetto già espresso dal fondatore Lei Jun affermando che l’obiettivo è di portare i propri smartphone negli USA nel corso del 2019.

Xiang ritiene che gli Stati Uniti siano un mercato “molto attraente” e in cui spera “di poter fare qualcosa”. Lo sbarco in America passa comunque dagli accordi con gli operatori locali, passaggio fondamentale per poter aprire le porte degli USA. Xiaomi, che non solo ha aperto un secondo flagship store a Milano ma sta anche preparando il suo debutto alla Borsa di Hong Kong con una IPO da 6 miliardi, resta comunque molto ottimista per quanto riguarda i piani di espansione nonostante le evidenti difficoltà. Il quinto produttore di smartphone al mondo ritiene di poter sfruttare gli ottimi rapporti con Qualcomm e Alphabet, holding che gestisce tutte le attività di Google. Xiang prima di entrare in Xiaomi è stato il responsabile delle operazioni in Cina dell’azienda leader nel campo dei processori.

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