Fabio Ardossi (Data Reply), il nuovo modo di vedere i dati

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Come risolvere la dicotomia tra vecchia e nuova IT? I paradigmi innovativi della digital transformation impongono un cambio di mentalità e di approccio

Rapidità di azione e agilità sono qualità più che essenziali nel periodo di trasformazione digitale che stiamo vivendo. E se si tratta di requisiti fondamentali per le aziende che vogliono essere all’avanguardia del mercato, lo sono ancora di più per i vendor o i system integrator che realizzano le soluzioni per le aziende. Parte di un gruppo molto articolato, cioè Reply, società da 700 milioni di euro di fatturato e attiva negli ambiti consulenza, system integration e digital services, Data Reply è nata proprio quest’anno e rappresenta forse l’esempio migliore di come i fornitori si attrezzino rapidamente per soddisfare o anticipare le nuove tendenze di mercato, tra cui la digital transformation, che si fonda in maniera preponderante sul potere dei big data. È Fabio Ardossi, associate partner di Data Reply, a spiegare la genesi della società: «La parte italiana di Data Reply è nata all’inizio del 2016, mentre l’anno scorso era stata la volta delle filiali di Regno Unito e Germania, con lo scopo dichiarato di affrontare al meglio il mondo dei dati, soprattutto di big data e analytics, con strutture autonome e focalizzate, unendo una parte di competenze relative a business intelligence e data warehouse, con una start up dedicata ai big data». Ne è nata una società con forti competenze tecnologiche e consulenziali che opera in maniera cross industry sui principali ambiti di attività come energy, banking, finance e molto altro.

Accompagnare la digital transformation

«Quello che facciamo è in sostanza accompagnare i clienti nel nuovo modo di vedere i dati, che fino a poco tempo fa erano costituiti soprattutto da dati di tipo tradizionale, come fatture, ordini e altro, mentre oggi si sono arricchiti di immagini, documenti, video, e soprattutto dalle attività svolte sui canali digitali, quelli che le aziende usano sempre più per interagire coi clienti» – sottolinea Fabio Ardossi. Da questa nuova tipologia di dati discende l’importanza fondamentale di big data e analytics nella digital transformation, in quanto «servono sistemi in grado di gestire e interpretare grosse moli di dati, strutturando un sistema di big data per rielaborare i dati e applicare l’analytics per ottenere informazioni da tali dati» – prosegue Ardossi. Data Reply utilizza tecnologie open, prima di tutto Cloudera, che rappresenta la distribuzione più affermata di Hadoop, con cui è in atto una forte partnership ormai dal 2012.

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L’ora di Hadoop

Hadoop, che come noto permette la gestione del dato non relazionale e non strutturato, è lo strumento più adatto per gestire le informazioni destrutturate tipiche del mondo big data, sia per i processi relativi all’acquisizione e alla storicizzazione dei dati, sia per estrarre valore di business dalla massa dei dati, scoprendo per esempio informazioni, pattern e configurazioni che possano aiutare l’azienda nel suo percorso di digital transformation. «Quando si parla di digital transformation ci si riferisce al far parlare i diversi canali in un’ottica complessiva: prima, i canali erano quelli tradizionali, come il centralino, il call center, oppure l’agenzia viaggi, per esempio nel caso di una compagnia aerea, mentre oggi ci sono molteplici canali di interazione, a partire dal sito web per arrivare a tutti gli ambiti social. La chiave di volta è mettere tutto in comune, in modo da arricchire l’esperienza del cliente, ma sempre tenendo presente il customer journey» – sottolinea Ardossi. La digital transformation riguarda anche la pubblica amministrazione, ma bisogna tener presente che non significa solo avere in digitale la documentazione che prima era cartacea: «Se la PA si limitasse a trasformare il fisico in digitale, si avrebbe solo un cambio di piattaforma, senza godere di quella proattività che è il vero valore aggiunto dato dagli analytics» – avverte Ardossi.

Le conoscenze “data driven”

La rivoluzione apportata dagli analytics è epocale. «Prima, il trattamento dei dati era filtrato dall’esperienza umana, mentre ora, grazie alle nuove possibilità offerte, per esempio da Hadoop, i dati possono raccontare molto di più di quello che una persona può capire o vedere, e in questo senso si può dire che la trasformazione digitale non deriva più solo dalle conoscenze umane ma dalla conoscenza dei dati, con piattaforme e sistemi di tipo data driven, cioè guidati dai dati» – spiega Ardossi. Questo comporta anche «un cambio di paradigmi oltre che di tecnologie, e se in Italia vi sono alcune aziende già avanti nella trasformazione, avendo iniziato il cambiamento due anni fa, ve ne sono altre che devono cambiare mentalità» – prosegue Ardossi, specificando però che «in questo nuovo mondo di tipo data driven, alcune aziende hanno ancora qualche difficoltà nell’afferrare tutte le potenzialità che si aprono, e in alcuni casi questo accade perché sono state scottate da precedenti esperienze, che risalgono – continua Ardossi – al primo periodo successivo alla nascita di Hadoop, quando ci fu una finestra temporale in cui si cercava di utilizzare la business intelligence insieme al data warehouse per effettuare analisi in real time oppure per tentare di far parlare tra loro i cosiddetti silos». Ma la business intelligence e il data warehouse non erano gli strumenti più adatti per queste esigenze di business, e così ci furono alcune delusioni. Oggi, invece, il data warehouse ha trovato nuova linfa in affiancamento con Hadoop, che permette di avere la direzione giusta su come usare i dati». La chiave del successo di Hadoop è duplice. «Oltre a lavorare bene sui dati in real time, in quanto non fa aspettare per avere risultati, lo fa anche a costi sostenibili», precisa Ardossi, spiegando come un altro dei motivi di delusione del passato, neanche troppo lontano, era nei costi non sostenibili nel tempo di certi data warehouse potenziati, che oltretutto non erano in grado di fornire i dati richiesti dal business.

Risolvere la dicotomia tra vecchia e nuova IT

L’eterno conflitto tra “vecchia IT” e “nuova IT” è piuttosto sentito da un campione dell’innovazione come Data Reply: «L’IT corre veloce anche in Italia, e tra i nostri interlocutori ci sono molti “visionari”. Il problema è nelle resistenze da parte di altre persone interne all’azienda» – spiega Ardossi, notando anche che spesso si tratta di un aspetto comune a molte parti dell’Europa, «ma meno nel Regno Unito». Anzi, in Italia c’è spesso «la volontà di proteggere il proprio orticello», che si manifesta quando si cerca di rompere i silos e ci si accorge che nessuno è disposto a mollare il controllo: «Questa è la vecchia IT dura a morire, che noi cerchiamo di cambiare organizzando anche seminari ad hoc, trasmettendo il messaggio che bisogna cambiare mentalità e approccio» – sottolinea Ardossi. Per quanto possa sembrare contraddittorio, «spesso è il reparto IT che frena i cambiamenti, e allora si ricorre al compromesso di evidenziare che alcune nuove tecnologie, come per esempio Impala o Hive, non sono così “disruptive” e non avranno un grosso impatto sul reparto IT. Oggi, il CIO o il CTO hanno la “vision”, ma poi capita che alcune loro persone non si dimostrino favorevoli all’innovazione, forse spesso anche a causa della mancanza di abitudine al cambiamento in azienda» – conclude Fabio Ardossi.

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