Microsoft ha inserito uno storage in una sequenza DNA crittografata

Microsoft ha inserito uno storage in una sequenza DNA crittografata

Dopo la teoria ecco la pratica: Redmond è riuscita a inserire una memoria end-to-end in una sequenza di DNA

Microsoft ha lanciato la sua prima unità di archiviazione conservata in una sequenza DNA. Il progetto è stato sviluppato grazie ad un programma dell’Università di Washington, tramite cui la parola “hello” è entrata all’interno di una stringa protetta dalla crittografia end-to-end e conservata in stato liquido. Un’iniziativa che dimostra come sia possibile conservare informazioni su larga scala in dimensioni più che ridotte, sfruttando appunto sequenze di acido desossiribonucleico. Il problema? Per portare a termine il processo da 5 byte sono servite 21 ore di conversione, il che significa che per dimensioni maggiori serviranno più giorni, non esattamente qualcosa di veloce e versatile, ma di certo sicuro e ottimizzato a livello di archiviazione.

Cosa vedremo dal DNA

Per fortuna, i ricercatori affermano di sapere già come arrivare a meno di 12 ore, e pensiamo che il futuro non potrà che vedere riduzioni ulteriori nelle tempistiche necessarie alla memorizzazione. Il motivo per credere ad un alto interesse nell’iniziativa è che, se sfruttata correttamente, potrebbe rappresentare un punto di svolta nel mondo della scienza, in grado di comprimere un intero data center fino alle dimensioni di una chiavetta USB e tenerlo in tale condizione senza correre il rischio di corruzione o degrado, visto che Microsoft sottolinea che il DNA è ancora leggibile dopo decine di migliaia di anni (un flash drive è generalmente garantito da tre a cinque anni).

Con la velocità pazzesca con cui produciamo oggi dati, trovare un modo più efficiente di archiviarli è fondamentale per evitare la costruzione di giganteschi data center che consumano energia e occupano spazio (e richiedono molta manutenzione). In un momento in cui l’intelligenza artificiale è una buzz word spesso abusata, è più che auspicabile che tra una ventina di anni lo storage su DNA possa essere una realtà, magari a bordo di dispositivi di consumo, come gli smartphone. Ma al momento, il processo è goffo, lento e costoso e per questo molto affascinante.

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