Facebook: quando il messaggio diventa reato

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso una storica sentenza circa le minacce diffuse sulle piattaforme di social network. Ora cambia tutto

Per la prima volta la Corte Suprema degli Stati Uniti si pone un problema evidente e diffuso in tutto il mondo: è possibile denunciare qualcuno per i messaggi scritti su Facebook? L’interrogativo, assolutamente necessario negli ultimi tempi, sembra aver trovato una prima risposta nei giorni scorsi, con la vicenda di Tara Elonis. Circa una settimana dopo che la donna aveva convinto un giudice USA ad emettere un ordine di protezione contro il suo ex marito, l’uomo le aveva scritto su Facebook: “Prendi il tuo ordine di protezione e mettilo in tasca. E’ abbastanza spesso da fermare un proiettile?”. A differenza dei casi precedenti, in cui una minaccia del genere veniva diffusa per posta, telefono o di persona, questa volta il mezzo è Facebook, spesso contenitore di messaggi e incitamenti alla violenza.

Stop alle minacce 2.0

Se il famoso sociologo Marshall McLuhan aveva detto, in tempi non sospetti: “Il medium è il messaggio”, ciò vorrebbe dire che, al di là di quello che è stato finora, da qualsiasi parte arrivi un contenuto offensivo, questo dovrebbe essere sempre trattato alla stessa maniera, anche a livello giuridico. Sarà per questo che dopo aver vagliato il caso di Tara, la Corte Suprema ha concluso che il post dell’ex marito, scritto sulla bacheca della donna, rappresentava una “minaccia reale alla sua vita e a quella dei prossimi”. Gli esperti di violenza domestica, più di una volta, hanno sottolineato come i social media siano diventati sempre di più uno dei mezzi principali con cui le persone minacciano amici, parenti, colleghi di lavoro. Per questo il caso di Tara Elonis rappresenta un importante precedente che il resto delle giurisdizioni in tutto il mondo non potranno ignorare.

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