Hozier, fenomeno virale candidato al Grammy

«Che divertimento c’è a fotografare la mia faccia?»

Andrew Hozier-Byrne ha 25 anni e viene dall’Irlanda. La sua canzone “Take me to church” è stata la più ascoltata e quindi la più virale su Spotify nel 2014 (e non è brutto come suona, anzi); il video di questo brano ha collezionato 75 milioni di visualizzazioni su YouTube: affronta il tema dell’omofobia e anche per questo si è parlato molto di canzone e video, costruita su un testo importante con una musica indie gospel che arriva dritta al cuore. Il brano è stato anche al primo posto nella classifica mondiale di Shazam. Il prossimo 8 febbraio sapremo se “Take me to church” avrà vinto il Grammy come miglior brano dell’anno. L’album di debutto di questo indiscusso talento, intitolato semplicemente “Hozier” come il nome d’arte che si è scelto, è già stato pubblicato negli Stati Uniti dove si è piazzato al secondo posto della classifica. In Italia è uscito da pochi giorni.

Data Manager: Come ti senti ad essere ‘diventato virale’, e quindi un cantante di enorme successo, con una tua canzone?

Hozier: È una sensazione incredibilmente eccitante, e al tempo stesso penso ancora sia una situazione surreale. Non mi sono mai aspettato successo nelle chart per la maggior parte della musica che ho scritto e cantato, e sicuramente non me lo aspettavo per “Take me to church”. Le parti vocali del brano sono state registrate a casa mia, non le ho pensate e strutturate perché esplodessero come una pop hit.

Però è andata così.

Ed è molto eccitante!

Pensi che il video, con immagini anche forti, abbia aiutato la canzone a riscuotere tutto questo successo?

Certamente ha contribuito a far arrivare il brano a molte persone. “Take me to church” e il clip sono stati pubblicati in Irlanda a ottobre, forse novembre del 2013, ma l’impennata nella diffusione si è registrata negli ultimi sei mesi.

È giusto definire la tua musica indie gospel?

Certamente in parte la mia musica è così. Nell’album però ci sono anche elementi folk, rock, soul: ho cercato di catturare il feeling delle canzoni che ho sempre ascoltato.

Dopo tutto questo successo, è diventato più difficile scrivere?

Non sono prolifico quanto vorrei, ho molte idee ma mi ci vuole tempo e anche uno spazio tranquillo per trasformarle in canzoni. “Take me to church” girava nella mia testa da oltre un anno. Mi prendo il mio tempo per scrivere, e oggi è un po’ più complicato.

A ottobre tramite i social network  hai lasciato un numero di telefono a cui i fan avrebbero potuto chiamarti o mandare sms. Era un esperimento?

Niente affatto. Era un modo per dire grazie ai miei fan. Il mio disco era già stato pubblicato negli Stati Uniti, e ho pensato che chiacchierare con loro potesse essere un modo carino per ringraziarli dell’affetto che mi avevano dimostrato. È stato comunque difficile metterci in contatto, dopo alcune ore il mio cellulare ha smesso di funzionare per i troppi messaggi ricevuti. È stata un’esperienza carina, messa in moto dai social.

Nonostante questo, non ami i social network. Perché?

Alcuni aspetti dei social media rappresentano oggi una parte incredibilmente interessante della nostra società. La potenza di contenuti virali è innegabile. Inoltre, in situazioni di particolare importanza, in contesti in cui vediamo che sta accadendo qualcosa di significativo, possiamo diventare tutti giornalisti. Se cioè parliamo di informazione, credo che i social network siano fondamentali. Diventano un problema quando qualcuno ne resta imprigionato, quasi ossessionato. A me, ad esempio, non piace scattarmi selfie. Non trovo nessun divertimento nel fotografare la mia faccia.

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