Crisis at scale. Cose mai viste

Crisis at scale. Cose mai viste

Si chiude la prima parte di un anno molto diverso dal solito. Cosa ci lascia (e cosa ci insegna) rispetto a direzioni dell’innovazione, strategie e competenze organizzative

Ci lasciamo alle spalle uno dei semestri più difficili della nostra vita personale e professionale. Ci sono tratti comuni nell’esperienza vissuta da tutte le imprese, ma anche fattori distintivi che la cultura e le strategie di ogni organizzazione hanno fatto emergere in questi mesi. Nonostante le incertezze, volendo essere ottimisti sul futuro, potremmo affermare che ci lasciamo alle spalle la crisis at scale. Crisi è forse l’ultimo termine che avremmo voluto associare al concetto di “at scale” che contraddistingue i percorsi di trasformazione digitale (DX). Lo scorso anno, IDC intravedeva una spinta che trascinava società, imprese, regole e processi in quella che definivamo appunto digital at scale. L’emergenza che ha stravolto il mondo, ha imposto nuove forme di accelerazione dell’innovazione, dall’altro lato anche fratture, inaspettate. Quando in queste settimane parliamo di velocità con cui si sono susseguiti gli eventi in molti contesti della vita aziendale, possiamo trovare effetti riconducibili al paradigma at scale: dallo smart working all’automazione di processi, alla resilienza operativa e umana. Parlare oggi di DX per rispondere all’emergenza, permettere a processi e persone di continuare a operare, significa riconoscere un profilo ancora più particolare di at scale, misurata attraverso convergenza di strumenti, piattaforme tecnologiche e capacità umane in un periodo di accese pressioni imposte da nuovi driver.

PRIMI BILANCI

Mai avevamo assistito a divergenze profonde tra settori improvvisamente immobilizzati da restrizioni e contesti economici chiamati ad accelerare le risposte. Uno specchio di queste dinamiche è l’andamento delle previsioni di spesa IT globale per il 2020 che oscilla tra le varie industry in funzione, appunto, degli impatti dell’emergenza. Oggi, cerchiamo di fare i primi bilanci. Lo smart working ha accelerato la propria corsa. E non solo. Per le realtà che hanno continuato a operare, processi e ritmi di lavoro si sono adeguati velocemente. In molti casi, le imprese hanno traslato in digitale percorsi già previsti, anche di formazione. Le interviste condotte da IDC in Europa confermano come il 48% delle imprese preveda di incrementare in modo moderato o significativo gli investimenti in remote training delle proprie risorse come conseguenza dell’emergenza. In molti contesti di lavoro, le soft skill sono state determinanti. Di “campioni nascosti” ce ne sono in tutte le organizzazioni, e molti di loro sono emersi con i dovuti riconoscimenti.

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Nelle imprese, le dinamiche organizzative si sono sviluppate secondo nuovi obiettivi. In questa nuova situazione, le modalità di comunicazione, la gestione di crisi e in generale l’attenzione alle aspettative di risorse interne e stakeholder diventano cruciali. Per fare un esempio leggero (se contestualizzato rispetto ad altre situazioni che la crisi ci consegna), le ricerche globali condotte sulla worksource sotto i 40 anni (Millennials e Gen Z) mostrano minori livelli di soddisfazione rispetto alle altre generazioni derivanti dal senso di essere meno connessi (80%) e meno informati (60%). Infatti, una parte della generazione impiegata mette in luce delle aspettative in termini di employee engagement. Conversazioni informali con molte aziende confermano l’importanza di fattori e modelli di engagement digitali, tuttavia “misurati” rispetto a una consapevolezza di fondo: questi approcci sono fondamentali ma possono solo in parte sopperire alle forme di interazione e dialogo che una comunità aziendale esprime grazie all’esistenza di luoghi fisici di incontro e di espressione.

SINDROME DI ADATTAMENTO

Nella community ICT si sono sviluppate modalità per stare vicino ai clienti e offrire soluzioni. Da un lato, l’attenzione va verso le realtà che hanno avuto ripercussioni negative dalla crisi. Dall’altro, confronti in questi mesi con manager e imprenditori dell’ecosistema hanno confermato che le richieste di supporto per gestire situazioni nuove o esistenti grazie al contributo delle tecnologie digitali sono state particolarmente elevate. Uno degli aspetti più sorprendenti è il salto multiplo a cui una parte del settore è stata chiamata a rispondere: gestione di una mole di richieste elevata, in un tempo contenuto, urgenti, spesso nuove, e indirizzabili (non sempre ma spesso) in modalità nuove: per esempio attraverso delivery remotizzata dove era necessario sopperire a spostamenti fisici. Nei dibattiti di questi mesi, abbiamo ascoltato spesso affermazioni secondo cui “nulla sarà più lo stesso”. Quello che non è ancora chiaramente delineato è come questa che vogliamo considerare nuova realtà si amalgamerà con quello che le imprese stavano già realizzando in termini di percorsi di innovazione pre-Covid. Probabilmente, alcune delle iniziative strettamente contingenti lanciate nei mesi scorsi potranno essere dismesse o riconvertite, ma molte delle nuove pratiche potranno rappresentare ingredienti permanenti (o varianti) di nuovi portafogli o panieri di offerta, arricchendo in futuro le possibili scelte e opzioni che abbiamo davanti, in qualsivoglia campo. Emergenza o no, è una delle molte facce della digital economy.

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RESILIENZA E DIGITAL TRUST

Mentre la recessione economica globale ha rallentato la proliferazione di dati e informazioni generati da alcuni processi socio-economici, un’altra faccia dell’era digitale ci dice che questa flessione è stata compensata da spostamenti massivi di forza lavoro attiva in modalità di remote working che, associata ad altri processi sociali gestiti durante il distanziamento (si pensi anche solo a entertainment, acquisti online etc.) sono driver per la crescita della cosiddetta DataSphere. Nel complesso, secondo IDC quest’anno e nel 2021 il volume di dati generati a livello globale crescerà a ritmi ancora più sostenuti rispetto alle previsioni iniziali. La crescita prevista nel periodo 2020-2024 avverrà secondo un CAGR del 26%. Nei prossimi 3 anni, batteremo i record precedenti, creando volumi superiori a quelli prodotti negli ultimi 30 anni. Mentre ci apprestiamo a entrare nel periodo estivo, i trend globali iniziano a trasferirci qualche timido segnale positivo. Gli indicatori globali IDC (IDC COVID-19 Tech Index), dopo una prima forte flessione, hanno mostrato a maggio un primo segnale di stabilizzazione, per poi flettersi nuovamente a giugno. Siamo ancora lontani da una ripresa, tuttavia alcune aree geografiche potrebbero iniziare a mostrare livelli di confidenza e indicatori macroeconomici mediamente più favorevoli dei mesi scorsi, aprendo a nuove opportunità, seppur in un clima incerto.

La tenuta – e in molti casi la crescita – di alcuni segmenti tecnologici più innovativi del settore ICT purtroppo non risparmia situazioni generalizzate di difficoltà. Nel settore ICT allargato e nel tessuto economico in generale. Si teme per alcune grandi, ma anche per moltissime piccole e medie imprese. L’84% delle piccole e medie imprese europee intervistate da IDC si aspetta un calo del fatturato nel 2020. Tuttavia, emerge il concetto di resilienza IT: pur nelle difficoltà segnalate, la percentuale di PMI che dichiara flessioni di IT spending (rispetto a precedenti previsioni) è pari al 38%, e il 22% si aspetta anche un aumento. Non ci sono ricette per il futuro se non gli stessi ingredienti di cui si parla da anni. Competenza e strategie saranno ancora più determinanti per affrontare i rischi di business, soppesando i punti deboli che la crisi ha portato alla luce. Nelle indagini IDC a livello globale ed europeo, si affaccia il valore della fiducia vista secondo il concetto più inclusivo di “Digital Trust” come uno dei fattori che – insieme a molti altri – saranno ulteriormente decisivi per affrontare le prossime sfide.

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Barbara Cambieri managing director and Group VP di IDC Italia