Flextronics: il cuore italiano del Moto X

Marzio Ghezzi è il General Manager dell’azienda statunitense che ha realizzato gran parte del primo Motorola assemblato totalmente negli Stati Uniti. Lo abbiamo intervistato in esclusiva

Il progetto Flextronics for Motorola parte da lontano, con l’acquisizione nel dicembre del 2012 da parte dell’azienda di alcune importanti operations di Motorola in Cina e Brasile. Questo ha permesso di acquisire competenze sui device Motorola ed entrare di fatto nella galassia Google con un contratto di produzione di alcuni degli smartphone di ultima generazione tra cui il Moto X. Il device non è solo uno smartphone tecnologicamente all’avanguardia (l’active display è solo una delle tante novità) ma soprattuto la sua storia lo rende unico e sorprendente nel panorama dei colossi tecnologici che si stanno contendendo il mercato degli smartphone.

Cos’è il Moto X

Innanzitutto è il primo telefono pensato e prodotto integralmente dal team di Motorola da quando la società è entrata nella galassia Google. L’attenzione è posta sul fatto che il telefono viene assemblato del tutto negli Stati Uniti. Ci sono sicuramente molte considerazioni dietro questa scelta, dall’effetto marketing relativo al fascino del Made in USA alla maggior capacità di rispondere in tempo reale agli ordini che i clienti americani possono inserire direttamente nel sito di Motorola e che permette di configurare e personalizzare il telefono attraverso una selezione di oltre 2000 diverse combinazioni. Per poter riuscire in questo progetto di Made in USA, Flextronics ha rilevato una fabbrica dismessa da Nokia, a Fort Worth, precedentemente utilizzata per la produzione di alcuni suoi device destinati al mercato USA e in soli sei mesi la fabbrica è stata completamente aggiornata (letteralmente svuotata e rifatta) e trasformata secondo le specifiche di Motorola con l’assunzione di 2.500 lavoratori e l’installazione di 14 linee di produzione totalmente nuove.

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In cosa consiste il tuo lavoro all’interno del progetto?

Io attualmente mi trovo a Dallas da quasi due anni e sono General Manager di un team di design, 100 ingegneri che si occupano di progettazione, sviluppo prodotto e industrializzazione. Con il mio team da febbraio di quest’anno siamo stati coninvolti dalla mia azienda in quello che considero una nuova rivoluzione industriale nel settore del mercato del consumer elettronics.

In particolare il mio team era responsabile della progettazione degli equipaggiamenti che vengono utilizzati nelle linee di produzioni per l’assemblaggio dei componenti; inoltre alcuni dei miei ingegneri insieme al team di Motorola si sono occupati di sviluppare il processo di produzione sulla base del concetto “build to order” (cioè costruire il dispositivo in base alla configurazione richiesta dal cliente attraverso il sito di Motorola).

Per sei mesi abbiamo lavorato intensamente e mentre la fabbrica cresceva intorno, noi eravamo impegnati giorno e notte a progettare sul campo soluzioni che permettessero di raggiungere i volumi di produzione richiesti da Motorola (la fabbrica attualmente produce circa 100.000 smartphone a settimana ma entro il termine dell’anno raggiungeremo la capacità di decine di milioni di unità per anno), mantenendo i costi competitivi utilizzando i più moderni sistemi di produzione. La fabbrica ora è anche visitabile virtualmente attraverso un’applicazione di Google Maps.

Quali altri progetti hi-tech ha in cantiere Flextronics?

Ce ne sono diversi, molti dei quali saranno annunciati a breve e saranno probabilmente più eclatanti della storia di Moto X. Il made in USA è un trend che sta interessando altri giganti del mondo dell’elettronica e Flextronics è stata in grado per prima di intercettare questo nuovo trend di mercato garantendo non solo qualità ma costi competitivi grazie al concetto di fabbrica lean e un controllo verticale ed integrato della supply chain.

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E’ ancora necessario emigrare all’estero per far emergere talenti italiani?

In questo momento credo di si. Penso alla mia esperienza: se fossi rimasto in Italia non avrei avuto un’opportunità simile. Lavorare all’estero per un periodo più o meno lungo non solo arrichisce il proprio curriculum ma aiuta anche a capire i meccanismi e le logiche di business che regolano i mercati internazionali.

Il sistema economico americano riesce a sostenere l’industria attraverso una politica di investimenti, fiscalità e flessibilità del lavoro imparagonabili rispetto a quanto da anni avviene in Italia. Risultato: le aziende italiane sono a corto di ossigeno, sono sempre più asfitiche, schiacciate sotto il peso del fisco e della burocrazia italiana e soprattutto concentrate a ristrutturare mentre negli Stati Uniti si fa ricerca, innovazione e si sviluppa capitale umano e assetts industriali. E si pensa al futuro, cosa che l’Italia ha smesso di fare da qualche decennio.

Conosco poi molti italiani che si sono trasferiti di recente negli Stati Uniti e abbiamo tutti un fattor comune: anni di studio (io sono laureato al Politecnico di Milano, ho un MBA alla Bocconi e ho fatto diversi corsi di management e leadership internazionali) che si sono trovate di fronte ad aziende italiane intimorite da persone estremamente qualificate. Nelle aziende italiane mancano politiche di remunerazione, sviluppo e di carriera per i talenti nostrani (disincentivati anche da poliche economiche che non permettono alle aziende di premiare talento e qualifica), senza di questi le persone più “smart” avranno sempre l’opportunità di un paese straniero pronto ad accoglierli a braccia aperte.

Pensi di tornare in Italia un giorno?

Mi piacerebbe perché in Italia c’è tanto da fare e molto potenziale. Prima di tutto potenziale umano: ingegneri e ricercatori italiani sono ambitissimi all’estero per la loro preparazione e capacità di problem solving, ma anche per il loro pensare “out of the box”, quel pensiero creativo che serve assolutamente per fare innovazione. Poi c’è il potenziale industriale legato soprattutto ad una qualità di prodotto ancora apprezzata e desiderata come “made in Italy”, in particolare in alcuni settori legati a decenni di successi di alcune nostre imprese storiche che diventeranno sempre più strategici nell’economia globale (meccanica e robotica, moda, medicale, packaging, …). Non ultimo il fatto le aziende italiane ora più che mai hanno bisogno di manager capaci e preparati che sappiano leggere le trasformazioni del mercato e che con passione si dedichino allo sviluppo dell’azienda, del loro prodotto e delle proprie risorse umane.