Sovranità, industria cercasi

Sovranità, industria cercasi

C’è sovranismo e sovranismo. Quello digitale almeno ha il pregio di smascherare la retorica mainstream. L’Europa è un continente che consuma tecnologia progettata, prodotta e governata altrove. Ma che nutre l’aspirazione legittima di emanciparsi dalla dipendenza strategica che l’attanaglia. Se la politica ha fatto propria questa ambizione, è l’IT – chip, cloud, algoritmi, capacità industriale – a riflettere senza indulgenza la misura della nostra subordinazione.

L’UE può vantare un impianto normativo che, per la tutela della libertà e della privacy dei cittadini, costituisce un unicum di civiltà e un patrimonio di cui forse saremmo in grado di misurare il valore solo nel momento in cui ci venisse sottratto. Dobbiamo andare oltre. Il cuore dell’economia digitale europea pulsa altrove. Per questo l’Europa – come spiega il Rapporto Draghi – deve riguadagnare maggiore forza produttiva.

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La geografia della dipendenza IT varia parecchio all’interno della UE. Per paesi come Lussemburgo o Malta l’obiettivo non può certo essere una versione fuori tempo massimo di autarchia. Altri, più influenti ed economicamente importanti, si muovono su piani differenti. I francesi in particolare – ma lo fanno da tempo sottotraccia anche i tedeschi – ci hanno abituato a ragionare in termini di autonomia strategica. Spingendo su cloud sovrano, difesa, consolidamento di grandi gruppi nazionali.

Il “tutti contro tutti” non può che danneggiare le poche tecnologie europee che competono a livello globale. Dove vince chi ha più scala e accede in maniera più efficiente al capitale e alle catene di fornitura. Un sistema che premia chi cresce più velocemente, facendosi largo tra una concorrenza dura, e qualche volta sleale, che tende a creare pochi e voraci giganti.

In Europa faticano a crescere campioni industriali. Anche quando l’Unione prova a intervenire direttamente, finisce per scontrarsi con i vincoli che essa stessa si è imposta: regole sulla concorrenza, frammentazione dei mercati, limiti agli aiuti di Stato. Il Chips Act è emblematico. Concepito per rafforzare l’autonomia europea nel campo dei semiconduttori e ridurre la dipendenza dalle supply chain globali, mostra quanto sia difficile costruire una vera politica industriale, senza mettere in discussione l’architettura normativa che la dovrebbe sostenere. Lo stesso progetto di cloud europeo somiglia più a un patchwork che a un’infrastruttura digitale. Un mosaico di iniziative nazionali e consorzi che raramente riescono a saldarsi in un sistema integrato su scala continentale.

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Costruire un’alternativa credibile richiederebbe investimenti enormi che rendono la competizione con gli hyperscaler a stelle e strisce strutturalmente impari. Così, molte delle iniziative di cloud sovrano finiscono per appoggiarsi proprio a queste piattaforme, trasformandosi in operazioni di “sovereignty washing”: una sovranità di facciata, difficilmente sostenibile nei fatti, soprattutto alla luce dell’extraterritorialità normativa imposta da strumenti come il Cloud Act statunitense.

Eppure c’è più margine di manovra di quanto molti vorrebbero farci credere. Per esempio, in alcune tecnologie chiave – quantum computing, cybersecurity, AI applicata – l’Europa può ancora giocare la sua partita. Alla causa servono però scelte politiche coraggiose: accettare una maggiore concentrazione industriale, investire capitali pubblici a livello di USA e Cina, proteggere – almeno temporaneamente –filiere strategiche ed eccellenze, orchestrando le politiche industriali nazionali.

La sovranità digitale europea non può che essere un processo graduale, fatto di investimenti e trasformazioni strutturali. L’Europa può diventare più autonoma solo con continuità e scelte coerenti. Un percorso necessario, ma fragile. Smettiamola di confondere la strategia con il lamento, se non vogliamo restare quello che siamo ora: un grande mercato per le tecnologie di altri.