Daniela Rao – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Mon, 08 Oct 2018 13:09:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png Daniela Rao – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Dispositivi AR/VR, la domanda business spicca il volo https://www.datamanager.it/2018/04/dispositivi-ar-vr-la-domanda-business-spicca-il-volo/ Thu, 19 Apr 2018 10:02:06 +0000 http://www.datamanager.it/?p=146159 Le vendite di device di realtà aumentata, attualmente marginali, sono destinate a esplodere. Mentre i device di realtà virtuale sono progettati per essere immersivi, la tecnologia AR inserisce il contenuto digitale nel campo visivo reale di una persona. Questo sposterà il focus dell’attenzione di produttori e utenti dalla VR all’AR, e dal mondo consumer a […]

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Le vendite di device di realtà aumentata, attualmente marginali, sono destinate a esplodere. Mentre i device di realtà virtuale sono progettati per essere immersivi, la tecnologia AR inserisce il contenuto digitale nel campo visivo reale di una persona. Questo sposterà il focus dell’attenzione di produttori e utenti dalla VR all’AR, e dal mondo consumer a quello business

Il mercato dei dispositivi per l’Augmented & Virtual Reality (AR/VR) è in fase di decollo e nell’arco dei prossimi tre anni ci riserverà diverse sorprese. Alcune riguarderanno indubbiamente i dispositivi stessi, che evolveranno preparandosi a dialogare e (in qualche caso) a sostituire smartphone, televisori e altri device con uno schermo, mentre le novità più importanti potrebbero dipendere dall’emergere della domanda delle aziende che sembra destinata a superare ampiamente quella dei consumatori. Il mercato italiano dei device AR/VR crescerà dagli attuali 50 milioni di euro a 225 milioni nel 2020, con un incremento medio annuo intorno al 66%, caratterizzato da sviluppi che fino a poco tempo fa non sembravano possibili.

DINAMICHE DI MERCATO

Per cominciare, la tecnologia di realtà virtuale è destinata a essere superata dalla “cugina” aumentata. Le vendite dei device VR, che attualmente generano più del 90% del valore del mercato, cresceranno ancora in modo rilevante prevalentemente trainate dalla domanda dei consumatori, ma nel lungo termine tenderanno a contrarsi in maniera consistente, arrivando a rappresentare il 50% del valore del mercato nel 2020. Questi device continueranno a essere costituiti da schermi ad alta risoluzione da posizionare sugli occhi dell’utente, occludendo la visione dell’ambiente reale e proponendo invece un’esperienza sempre più immersiva (con cuffie che supportano anche l’audio). Ma sarà proprio la natura di questa tecnologia che finirà per destinarla a specifici utilizzi e a limitarne la crescita sul mercato: utilizzare un dispositivo di realtà virtuale richiede che l’esperienza avvenga in un’area sicura e predefinita, non è una tecnologia mobile nel senso convenzionale; ad esempio non puoi indossare una cuffia VR e camminare per strada.

Le vendite dei device di Augmented Reality, attualmente marginali sia in termini di unità vendute che di valore, sono invece destinate a esplodere con un incremento medio annuo superiore al 200% e a generare l’altro 50% del valore del mercato totale nel 2020. Mentre il contenuto e i device VR sono progettati per essere completamente immersivi, la tecnologia di realtà aumentata inserisce il contenuto digitale nel campo visivo reale di una persona: l’utente è quindi in grado di vedere l’ambiente circostante e in sovrapposizione il contenuto AR, che gli offre informazioni aggiuntive “potenziando” le sue capacità sensoriali. Ed è questo il fattore destinato a cambiare l’assetto attuale del mercato, spostando il focus dell’attenzione di produttori e utenti dalla VR all’AR, e anche dal mondo consumer a quello business.

DAL CONSUMER AL BUSINESS

In sintesi, i dispositivi in grado di liberare le mani e potenziare le capacità operative di diverse tipologie di lavoratori sembrano destinati a una grande diffusione nelle aziende e, come gli smartphone qualche anno fa, a rivoluzionare il parco dei device aziendali e il nostro modo di lavorare. Entro il 2020, il mercato business italiano dovrebbe crescere da 6 a oltre 120 milioni di euro, superando nettamente il valore del mercato consumer. In prospettiva, se è vero che i dispositivi AR genereranno gran parte del valore del mercato business nel 2020, nei prossimi due anni i device di VR troveranno applicazione in attività specifiche e non andranno del tutto dimenticati. Vediamo come. I device AR/VR, che inizialmente hanno attratto soprattutto i consumatori privati, cominciano a entrare nelle aziende per gestire processi interni e servizi rivolti al cliente. Tra queste aziende presto vedremo moltiplicarsi i casi di utilizzo, con sperimentazioni più o meno estese, che caratterizzeranno l’evoluzione del mercato business nell’arco dei prossimi tre anni.


#whatsUp – Dal consumer al business, le vendite di device di realtà aumentata, attualmente marginali, sono destinate a esplodere – Daniela Rao @IDCItaly
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CASI D’USO

Ecco qualche esempio. Le grandi catene del commercio al dettaglio stanno sperimentando la realtà virtuale con un’ampia varietà di utilizzo. Per esempio i dispositivi VR sono utilizzati negli showroom dove i consumatori hanno l’opportunità di esplorare una vasta gamma di opzioni dei beni di cui stanno considerando l’acquisto. Questa tecnologia gioca un ruolo importante nell’offerta di una customer experience personalizzata di qualità e ci aspettiamo che le soluzioni di VR avranno presto un ruolo nella maggior parte degli acquisti dei consumatori, dove poter scegliere tra una serie di opzioni è fondamentale per effettuare la spesa. Anche diverse industrie manifatturiere stanno valutando l’adozione di strumenti VR per ridurre i tempi e i costi della creazione del prodotto, con la possibilità di progettare digitalmente gli oggetti, risparmiando tempo e riducendo la necessità di creare più prototipi ad alto costo. Inoltre, in quest’ambito, la tecnologia VR è sperimentata anche nella formazione dei tecnici che mantengono linee di produzione complesse, con la prospettiva di essere integrata con strumenti di AR, utili per la progettazione, la costruzione e la gestione di impianti e processi di produzione industriale. Le aziende nel settore delle costruzioni degli edifici e delle opere civili stanno adottando tecnologie di AR e VR per migliorare sia i flussi di lavoro interni che la capacità di attrarre i clienti. Alcune ottengono nuovi progetti mostrando ai potenziali clienti la loro proposta con visori AR/VR invece che su carta o su uno schermo; altre utilizzano le tecnologie VR per la progettazione oppure AR per gestire la manutenzione e la ristrutturazione di un numero sempre più ampio di impianti e opere civili.

Nel campo dell’assistenza sanitaria, sono state riconosciute da tempo le potenzialità delle tecnologie AR/VR sia per supportare il personale sanitario nel trattamento, nella cura e nella riabilitazione dei pazienti, sia nella formazione e collaborazione tra medici alle diagnosi, ai piani di trattamento e agli interventi chirurgici. Nelle imprese con infrastrutture distribuite e molti tecnici sul campo (come ad esempio le utilities, i gestori del trasporto pubblico e della logistica), le tecnologie di AR/VR sono già entrate e, in qualche caso, è stata completata la fase di sperimentazione e ora si procede all’industrializzazione su larga scala della soluzione scelta. In diversi casi le tecnologie AR che permettono la sovrapposizione di immagini per accedere alla componente da riparare e ad aggiornamenti tecnici sono utilizzate per rendere più efficiente e semplice le attività sul campo di tecnici manutentori e progettisti, riducendo i tempi e migliorando la qualità di risoluzione dei guasti di componenti digitali e meccanici.

IN PROSPETTIVA

Anche nelle aziende italiane, la capacità di sovrapporre o proiettare informazioni digitali in ambienti fisici o nel campo visivo di una persona non è più fantascienza. La componente più importante sarà quella costituita dalle applicazioni e di contenuti, che saranno integrati e gestibili anche da smartphone, tablet e pc. Per esempio, recentemente sia Apple che Google hanno introdotto kit di sviluppo AR per le piattaforme iOS e Android. Ciò significa che sia gli sviluppatori iOS che Android saranno presto in grado di integrare la funzionalità AR in applicazioni aziendali esistenti o di creare set di funzionalità AR come applicazioni mobili, per attività quali: traduzioni in tempo reale di testi, localizzazione, navigazione e contestualizzazione spaziale, formazione collaborativa, istruzioni e annotazioni, modelli digitali contestuali e manuali per la produzione e la manutenzione. Secondo le più recenti indagini di IDC, entro il 2021 un terzo degli addetti del Terziario avanzato sfrutterà la tecnologia AR sul desktop o sul mobile per trattare le informazioni digitali, interagire con gli oggetti del mondo reale e collaborare con i colleghi e partner.

Daniela Rao, senior director research and consulting di IDC Italia 

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Network industry, le sfide per stabilizzare la crescita https://www.datamanager.it/2017/11/network-industry-le-sfide-stabilizzare-la-crescita/ Fri, 24 Nov 2017 14:14:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=136163 La metamorfosi dell’industria delle reti, fra le prospettive di una crescita piatta, un ecosistema in forte cambiamento e nuove sfide per stabilizzare i ricavi. Partendo da Internet of Things, Internet TV e reti software defined L’industria dei servizi e sistemi di telecomunicazioni e networking (T&N), quale protagonista della trasformazione digitale, è la prima a fronteggiare […]

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La metamorfosi dell’industria delle reti, fra le prospettive di una crescita piatta, un ecosistema in forte cambiamento e nuove sfide per stabilizzare i ricavi. Partendo da Internet of Things, Internet TV e reti software defined

L’industria dei servizi e sistemi di telecomunicazioni e networking (T&N), quale protagonista della trasformazione digitale, è la prima a fronteggiare le grandi sfide di cambiamento che questa impone. Tutti i player del settore (non solo i grandi operatori di telecomunicazioni, ma anche gli OEM, i vendor e i network system integrator), devono affrontare una vera e propria metamorfosi, un progressivo “cambio di pelle”, che impone la sperimentazione di nuovi modelli di business, nuovi paradigmi di offerta e un diverso approccio competitivo. Internet of Things (IoT), Internet TV e le reti software defined (SD-WAN) sono le aree su cui avvengono i primi passi ma, come sempre, lavorare sul fronte dell’innovazione tecnologica implica grandi rischi e grande resilienza, fattori sinora forse un po’ sottovalutati dai player della catena del valore del settore, soggetti istituzionali inclusi.

TELECOM & NETWORKING: LA SFIDA DELLA CRESCITA ZERO

Il mercato end user (ovvero la spesa di consumatori e imprese per servizi e sistemi di telecomunicazioni e networking), dal 2016 al 2020, affronterà la sfida della crescita «zero»: avrà cioè un andamento piatto determinato dalla forte contrazione dei servizi voce, sia di rete fissa che di rete mobile, controbilanciata da una crescita rilevante dei servizi dati, dalla moderata crescita del comparto enterprise networking e dalla lieve crescita delle spese per i device, guidata da smartphone, tablet, wearable e visori AR/VR. È uno scenario competitivo molto complesso, dove il fattore di successo sarà quello di conquistare e trattenere un cliente sempre più volubile, continuamente sollecitato dall’offerta di nuovi prodotti/servizi di più player (anche nuovi entranti) e sempre più orientato all’integrazione tra reale e digitale in ogni aspetto della vita quotidiana. Le reti delle telco e delle aziende sono e saranno l’infrastruttura portante della trasformazione digitale: le vedremo svilupparsi con l’implementazione delle tecnologie network function virtualization (NFV), con il cloud, che diventa il modello di riferimento di tutte le strategie di sviluppo, mentre le tecnologie di accesso continueranno a convergere, integrandosi per garantire all’utente finale accessibilità capillare e apertura al dialogo con oggetti e macchine che ci circondano. Questa almeno è la promessa del 5G. Per stabilizzare la crescita, le sfide che la network industry dovrà affrontare sono tre: IoT, Internet TV e SD-WAN. Vediamole insieme.


#NetworkIndustry Daniela Rao @IDCItaly Le sfide per stabilizzare la crescita
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INTERNET OF THINGS

È proprio il dialogo con oggetti connessi, la prima sfida che tutto il comparto T&N si prepara ad affrontare. L’attuale mercato delle tecnologie dell’informazione sarà ridisegnato e ampliato dalla progressiva inclusione del dialogo con le macchine e con sempre più oggetti connessi, mentre, a tendere, la valutazione del mercato ICT diventerà inscindibile da quella dell’IoT. Quindi, quando guardiamo il mercato IoT, non parliamo più di IT o TLC, ma di un unico grande comparto che include una parte sempre più consistente di hardware, software e servizi tipicamente parte dei mercati IT e TLC, e si estende verso nuovi prodotti e servizi, mettendo a sistema (e nei sistemi) la potenza dei microprocessori e dei dispositivi di memoria, del cognitive computing e del networking. È un mercato molto complesso e che tende a una grande diversificazione, dove vediamo “trial” svilupparsi nelle aziende del manifatturiero, agricoltura e B2C, mentre nei settori utility e logistica, l’IoT è entrata già negli anni passati e ora prosegue verso la fase di industrializzazione.

Qui tutti i player T&N si muovono in un contesto competitivo molto affollato, cercando di sperimentare anche nuovi modelli di coopetition. Le telco sono tra i primi player che hanno avviato la discussione sull’IoT con le aziende italiane e sono percepiti come i futuri leader dell’IoT, preceduti soltanto dai fornitori di analytics, e seguiti dai vendor di hardware e servizi, dai produttori di device e di apparati di rete. Tuttavia, i ricavi per gli specifici progetti IoT a breve non saranno così significativi da impattare sulla complessiva crescita «zero»: investimenti, sperimentazioni e ancora manovre di adattamento, in attesa che normative e standard si consolidino, caratterizzeranno ancora i prossimi anni. Per tutti, l’apertura del grande dialogo con gli oggetti sarà una nuova area da presidiare e su cui combattere la prossima guerra dei prezzi, che partendo dalla connettività arriverà ai nostri device individuali, impattando tutta la catena del valore del mercato. Sarà – infatti – l’individuo con le sue esigenze fisiche, conoscitive e di comunicazione, al centro delle strategie di marketing di tutti i player della società dell’informazione.


#NetworkIndustry #5G Daniela Rao @IDCItaly chi saranno i leader dell’IoT?
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INTERNET TV

Il mercato dei contenuti digitali seguirà gli occhi dei consumatori. La domanda di servizi e contenuti digitali di intrattenimento sta cambiando velocemente e variano anche le posizioni e i ricavi dei diversi player, tra cui anche quelli del mercato T&N. Nelle case e nelle mani degli italiani, la spesa per i device che servono per accedere ai contenuti di intrattenimento è di circa 1 miliardo di euro, e avrà una crescita media del 2% annuo fino al 2020, guidata soprattutto dai wearable e visori AR/VR, mentre resterà stabile quella per i televisori HD e per i diversi oggetti che si connettono alle TV per consentire lo streaming di contenuti. La spesa per contenuti a pagamento fruiti attraverso Internet, (sia come sottoscrizioni che come acquisti singoli) passerà da 3 miliardi di euro a 6 miliardi nel 2020 (CAGR 18%), trainata dal video streaming, seguito da giochi, app e software. Una parte consistente di questa spesa entrerà nelle tasche dei player di T&N che via via cercano di includere questi oggetti e questi contenuti nelle loro offerte. Le telco entrano in gioco con partnership e alleanze con OTT e broadcaster per offrire servizi TV in streaming come estensione dei bundle verso il triple e quad-play, con l’obiettivo di trattenere i clienti, facendo leva sulle preferenze delle diverse tipologie di clientela: sport, gaming, cinema e serie. Solo nel lungo termine vedremo se sarà possibile una vera convergenza tra i due mondi, quello delle telco e quello dei broadcaster TV: per ora, in Europa non vediamo altro che partnership commerciali.


#InternetTV Raddoppia la spesa per contenuti a pagamento via Internet @IDCItaly
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SOFTWARE DEFINED WAN

La terza sfida riguarda un ambito più infrastrutturale e legato alla trasformazione digitale delle aziende, che devono investire in infrastrutture per sopravvivere in un ambiente competitivo sempre più complesso. Via via che le imprese cercheranno soluzioni più flessibili e meno costose alla complessità emergente, anche la gestione delle reti tenderà a evolvere verso il paradigma cloud, cioè verso soluzioni per gestire da remoto e da un unico pannello di controllo una rete estesa, a cui si collegano sempre più utenti, con più applicazioni a diversa priorità, con parametri che cambiano continuamente. La spesa per sistemi e servizi SDN è destinata a crescere in maniera rilevante da circa 20 milioni di euro nel 2017 a oltre 120 milioni di euro nel 2020: in pratica oltre la metà della spesa delle aziende italiane per LAN/WAN sarà basata su tecnologie SDN. L’orizzonte della sfida dei player T&N è al 2020: le telco dovranno accelerare la virtualizzazione e avere sempre maggior controllo software dell’intera infrastruttura in vista del 5G, mentre le aziende end user dovranno estendere le loro reti agli oggetti, affrontare nuove problematiche di sicurezza e investire di più per consolidare le fondamenta di un’economia digitale che continua a crescere e a cambiare. Nel breve, le fonti di ricavi sembrano concrete soprattutto per i system integrator e le telco, che intercettano la domanda delle grandi imprese, mentre l’affollamento della competizione su cloud, sistemi di rete e sicurezza rende un po’ meno rosee le prospettive di sviluppo degli altri attori in campo.

Daniela Rao, senior research & consulting director di IDC Italia

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Il mondo delle TLC riparte dalla CX https://www.datamanager.it/2017/03/mondo-delle-tlc-riparte-dalla-cx/ Thu, 09 Mar 2017 15:12:57 +0000 http://www.datamanager.it/?p=120833 Customer experience e centralità del cliente diventano un vantaggio competitivo per i player di un mercato che riprende a crescere, ma si complica con l’arrivo di nuovi competitor e la coesistenza di più interfacce, protocolli e device Cosa riserverà questo 2017 al settore delle telecomunicazioni e del networking? Prima di tutto un’occhiata ai numeri del […]

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Customer experience e centralità del cliente diventano un vantaggio competitivo per i player di un mercato che riprende a crescere, ma si complica con l’arrivo di nuovi competitor e la coesistenza di più interfacce, protocolli e device

Cosa riserverà questo 2017 al settore delle telecomunicazioni e del networking? Prima di tutto un’occhiata ai numeri del mercato italiano nel quinquennio 2016-2020. Complessivamente, il mercato crescerà da 33,3 a 37 miliardi di euro, con un CAGR intorno al 2,7%, sostenuto dalla crescita del valore dei servizi di rete mobile e fissa, nonché da una sostanziale stabilizzazione di quello dei sistemi di rete e dei device. Tra i segmenti di mercato destinati a crescere di più entro il 2017, in area telecomunicazioni, vediamo i servizi di mobile broadband (cioè browsing e contenuti su rete mobile), i phablet (gli smartphone con più di 5 pollici e mezzo di formato), ai quali seguiranno i visori per augmented & virtual reality, e la nicchia dei sistemi per il digital signage. Rispetto all’anno scorso, invece, si ridimensionerà la crescita di wereable e detachable tablet. Dopo anni di contrazione, dal 2016 la variazione della crescita annuale del totale comparto telecomunicazioni è tornata in positivo, e nei prossimi 4 anni la situazione dovrebbe (moderatamente) migliorare, nonostante i prezzi all’utente finale vadano verso una stabilità e la mappa competitiva tenda a complicarsi.


#2017 Daniela Rao @IDCItaly Le #telco si sintonizzano sulla CX
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Le Telco si sintonizzano sulla CX

Gli operatori delle telecomunicazioni si focalizzeranno sulla customer experience (CX) e sulla user experience (UX), che diventano fattori di successo decisivi nel presidio del mercato della connettività, dove resta alta la sensibilità al prezzo dei clienti finali e in cui diventa sempre più significativa la componente di servizio relativa al self-provisioning e all’assistenza attraverso diversi canali. Questa recente attenzione alla CX e UX è all’origine di diverse trasformazioni per gli operatori. L’evoluzione dell’offerta consumer è guidata da pacchetti convergenti, soglie dati in aumento, contenuti digitali proposti in moduli componibili. In questo modo cresce la libertà del cliente di comporre il suo piano personale, scegliendo “da uno scaffale” le caratteristiche che preferisce e diventano sempre meno evidenti le differenze sostanziali di prodotto e di prezzo tra i vari operatori. Guardando al lato back-office dell’industria delle Telco, la centralità del cliente e la necessità di (in)seguirlo in tutto il suo percorso contribuirà ancora alla trasformazione, dal BSS/OSS alla rete come piattaforma (sempre più flessibile, intelligente) di accesso a risorse computazionali. La necessità di raggiungere i clienti con offerte flessibili e innovative trasformerà anche la competizione con alleanze e scontri tra operatori storici e nuovi entranti, il moltiplicarsi delle iniziative per offrire più banda e le sperimentazioni del 5G.


#2017 Daniela Rao @IDCItaly #Device, ponte tra virtuale e reale
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Device, ponte tra virtuale e reale

Nel prossimo periodo, continuerà il flusso delle novità in termini di prodotti e applicazioni, ancora una volta mirato alla continuità fra sfera personale e professionale, con i prodotti consumer che detteranno legge anche in azienda. Nel prossimo triennio, wearable e visori AR/VR sono destinati ad amplificare l’interazione mente-corpo umano e a continuare nella contaminazione tra ecosistema informativo privato e aziendale. Inoltre gli assistenti virtuali si prenderanno sempre più cura di noi, a casa, come gateway per la smart home, e nelle aziende, impiegati nel governo dei processi, fino ai pagamenti e al customer care. Sfumerà ulteriormente il confine tra diverse tipologie di device per la produttività (smartphone, tablet, PC), che si uniformano sempre di più in termini di form factor, sistemi operativi e funzionalità, mentre i contenuti, on demand e personalizzati, diventeranno device agnostic, quindi fruiti a prescindere dal mezzo trasmissivo e dal dispositivo, attraverso piattaforme che si trasformano da aggregatori a produttori.


#2017 Daniela Rao @IDCItaly Non solo #mobility nell’impresa ever-connected
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Non solo mobility nell’impresa ever-connected

Nelle aziende italiane la trasformazione già introdotta dalle tecnologie mobili proseguirà, cambiando sempre di più l’ambiente fisico di lavoro e il modo di lavorare. È il percorso verso la ever-connected enterprise, in cui le informazioni si moltiplicano, l’accesso ai dati avviene attraverso diversi dispositivi e canali, e i processi sono guidati dal software. Comunicazioni, interfacce e interazioni fra colleghi continueranno a modificarsi in ottica “mobile first” e in modo fluido, passando sempre più da app e slegandosi dal singolo dispositivo. Si moltiplicheranno le iniziative di smart work e smart workplace, che assecondano le esigenze dei lavoratori, con il fine di lavorare di più e meglio. La mobility resterà centrale nella trasformazione dell’impresa e dei processi, generando iniziative di digitalizzazione che arrivano al cuore del sistema informativo. Inoltre, poiché continueranno a moltiplicarsi gli endpoint, con sensori sul territorio, macchine industriali connesse e mezzi in movimento, le strategie di Enterprise Mobility arriveranno presto a includere anche tecniche di field network management evolute.


#2017 Daniela Rao @IDCItaly La #virtualizzazione si estende alle #reti aziendali
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La virtualizzazione si estende alle reti aziendali

Nel 2017, nelle medie e grandi imprese, le reti basate sul paradigma Software Defined si diffonderanno, a partire da quelle in cui è essenziale liberare e potenziare il flusso delle informazioni per essere competitive. Dalle ultime indagini IDC, emerge che quasi la metà delle aziende italiane con più di 50 addetti ha previsto investimenti in Software Defined Networking nell’arco dei prossimi tre anni, a sostegno delle proprie WAN, mentre un terzo delle aziende ha già iniziato a investire su questo fronte. La rete aziendale passerà (finalmente) da centro di costo a motore della trasformazione digitale dell’azienda e abiliterà la transizione verso ambienti ibridi e diversificati da gestire, la migrazione del traffico dai datacenter verso l’edge e la continuità tra risorse on-premise e off-site, proprietarie e di terze parti. Ovviamente, infrastrutture e ambienti eterogenei da gestire continuano a rappresentare una sfida, ma rispetto al passato diminuiscono un po’ le preoccupazioni dei Telecom Manager su QoS e “best effort”.


#2017 Daniela Rao @IDCItaly Arrivano le #reti per l’Internet of (Small) Things
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Arrivano le reti per l’Internet of (Small) Things

L’Internet delle piccole cose non aspetterà la disponibilità delle reti 5G. Già nel corso del 2017, prenderanno forma molti progetti per connettere “Small Things” (sensori che supportano applicazioni massive, con scambio di pochi dati non time sensitive), attraverso reti a basso costo, basso consumo, bassa capacità di comunicazione, in grado di connettere un grande numero di oggetti su area vasta. I sensori sono destinati a lievitare nelle utilities (con le reti elettriche e del gas), nelle grandi imprese distribuite (trasporti e logistica) e anche in alcune smart city (con progetti di monitoraggio e controllo del territorio). Riguardo alle reti, i costi di implementazione contenuti e lo spettro non licenziato (per esempio, di LoRa e SigFox) attireranno nuovi player, mentre le telco dovranno accelerare con gli investimenti sull’NB-IoT, LTE e 5G. Andiamo incontro a un contesto molto complesso, dove si svilupperanno reti e piattaforme diverse per aree applicative e mercati verticali, con requisiti di servizio, capacità di trasmissione, latenza e affidabilità ad hoc. La frammentarietà caratterizzerà il mercato IoT dei prossimi tre anni. Nonostante questo stia generando qualche perplessità nelle aziende end-user nel breve, la disponibilità di infrastrutture per dare connettività a qualsiasi oggetto fisico, è destinata a produrre un’ondata di nuovi progetti nel medio lungo periodo, di cui molti (piccoli, sperimentali e di complessa industrializzazione) avranno forse vita breve e diventeranno terreno di sperimentazione di una fase più evoluta dell’Internet of Things.

Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italia

 

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Dallo smart workplace allo smart building https://www.datamanager.it/2016/07/dallo-smart-workplace-allo-smart-building/ Thu, 21 Jul 2016 13:56:59 +0000 http://www.datamanager.it/?p=106564 La digitalizzazione dei processi e dell’ambiente di lavoro (fisico) è il prossimo passo delle tecnologie UCC (unified communication & collaboration), che si aprono a una nuova fase evolutiva Dopo un momento di stallo, a partire dal 2016 le tecnologie di unified communication & collaboration hanno ripreso ad attirare l’attenzione delle medie e grandi aziende italiane, […]

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La digitalizzazione dei processi e dell’ambiente di lavoro (fisico) è il prossimo passo delle tecnologie UCC (unified communication & collaboration), che si aprono a una nuova fase evolutiva

Dopo un momento di stallo, a partire dal 2016 le tecnologie di unified communication & collaboration hanno ripreso ad attirare l’attenzione delle medie e grandi aziende italiane, lasciando intravedere una nuova prospettiva di crescita del mercato e soprattutto una nuova fase evolutiva. Rispetto a qualche anno fa, ora sono molte le imprese che riconoscono ampiamente i vantaggi di un approccio progettuale all’implementazione di soluzioni tecnologiche per facilitare il lavoro in mobilità e l’integrazione delle comunicazioni con i processi di business. Questa nuova consapevolezza è stata generata non solo da device, piattaforme tecnologiche e reti wireless che hanno proseguito la loro corsa ridisegnando il modo di comunicare e lavorare, ma soprattutto dalla nascita di nuovi modelli economici basati sulla condivisione di conoscenze e risorse, dove lo scambio di informazioni online in tempo reale è fondamentale per generare nuovo valore. La “mobilizzazione” del posto di lavoro è diventata inevitabile per tutte le imprese (piccole, medie e grandi) che devono fare i conti con un contesto economico più veloce e complesso, radicalmente diverso rispetto a quello degli anni pre-crisi. Portare con sé ovunque le proprie informazioni di lavoro è essenziale: smartphone e tablet con Internet e la posta elettronica integrata in soluzioni di UCC (soprattutto nelle aziende medie e grandi) sono stati il primo passo. Ma ora, la nuova frontiera è quella della digitalizzazione del posto di lavoro, dove le piattaforme UCC si evolvono diventando parte delle tecnologie per gestire gli ambienti di lavoro fisici e umani, via via che si amplierà il vortice della trasformazione digitale, cambiando regole di comunicazione, comportamento e competizione. Vedremo presto l’inizio di questa nuova fase evolutiva in cui le piattaforme UCC integrano funzioni di mobilità, collaborazione e social tipiche dello smart workplace e si sviluppano aggiungendo funzioni di smart building, preparandosi a diventare poi soluzioni integrate di business process management.


Daniela Rao @IDCItaly La digitalizzazione dei processi e dell’ambiente di lavoro
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Transformation e “consumerization”

Le piattaforme UCC evolvono con strumenti che abilitano la digitalizzazione dei processi. Negli ultimi due anni, l’attenzione dei players ICT e delle aziende si è gradualmente spostata su soluzioni centrate su applicazioni di collaborazione (Intelligent Collaborative Environment) affiancate da diversi servizi voce, video e messaging, a sostegno del lavoro da remoto e in mobilità. In previsione, aumenterà ancora il focus sulle applicazioni che facilitano la collaborazione dell’intera business community (addetti interni, partner, fornitori, clienti) e sulla velocità esecutiva dei processi operativi e decisionali. Videocomunicazione e strumenti a favore di un’esperienza di comunicazione “immersiva” (ologrammi, immagini 3D), insieme a software per la condivisione di file e device in grado di sincronizzarsi in base alla localizzazione, ai device e alle esigenze dell’utente, diventeranno centrali. Tuttavia, adottare soluzioni di UCC che coinvolgono diversi processi di business e molti addetti rappresenterà sempre una sfida sotto diversi punti di vista. Iniziare un percorso di adozione di queste tecnologie implica spesso dover affrontare le sfide della complessità tecnologica (sicurezza in primis), cambiamenti organizzativi e vincoli di budget, ma i benefici tangibili e intangibili saranno talmente evidenti che nessuno potrà restare indifferente. Inoltre, man mano che nuovi strumenti e applicazioni entreranno nella nostra sfera personale, anche le comunicazioni aziendali dovranno seguire: gli impatti della “consumerization” continueranno a essere inarrestabili, ma crescerà anche la consapevolezza di player e sviluppatori che è l’esperienza di utilizzo individuale il principale driver del successo di mercato delle tecnologie dell’informazione. La domanda di sistemi e soluzioni di digitalizzazione del posto di lavoro continuerà a essere sostenuta da esigenze di produttività e flessibilità, che non potranno essere separate dalla sperimentazione di nuovi metodi di produzione, nuovi stili di comunicazione, con un diverso approccio alla produttività individuale e alla valutazione del successo personale e dell’impresa.


Daniela Rao @IDCItaly #UCC come piattaforma per il #BPO
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Processi, Presenza e Permission

Le 3P dello smart workplace e la digitalizzazione degli ambienti di lavoro. Nelle aziende, in cui molti addetti lavorano in mobilità o da remoto, sono sparite le postazioni individuali e si sono moltiplicati gli spazi per la collaborazione (meeting room, sale attrezzate per videoconferenza, spazi comuni anche per i momenti di break). I dispositivi e le soluzioni tecnologiche per la comunicazione wireless indoor e outdoor diventano l’infrastruttura di base del sistema delle comunicazioni aziendali, mentre cambiano sotto il flusso di molteplici sollecitazioni (organizzative e di business) le piattaforme su cui girano nuovi processi. In un contesto come questo non sono solo il controllo, la gestione e l’ottimizzazione delle risorse ICT a diventare cruciali, ma anche l’intero apparato tecnologico dei “building” aziendali, in relazione alla presenza e a quello che fanno (permission) le persone. In sintesi, gli ambienti di lavoro (proprio come le persone e le risorse ICT) dovranno essere pronti a diventare più flessibili, perché insieme alla connettività, ai device e ai flussi delle applicazioni, cambia il livello di sicurezza logica e fisica, quello dei consumi energetici e dei parametri ambientali. I sistemi informativi e le reti aziendali si estenderanno quindi incorporando componenti non tradizionalmente ICT, in grado di dialogare con le persone e con i processi, tra cui per esempio: sistemi per l’accesso (RFID, NFC…), telecamere di videosorveglianza, allarmi, sensori per il tracciamento dei prodotti, della catena di produzione, degli accessi, soluzioni di controllo dei consumi energetici e del riscaldamento e condizionamento dei locali. La digitalizzazione dei processi e la mobilizzazione delle persone sono strettamente correlati con lo sviluppo delle soluzioni di smart building, in una prospettiva dove anche l’ambiente di lavoro si trasforma offrendo alle persone nuove applicazioni e servizi digitali (ma non solo ICT), per facilitare le operazioni, collaborare a distanza ed essere più veloci ed efficienti.


Daniela Rao @IDCItaly Dallo smart #workplace allo smart #building
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Convergenza e integrazione

Secondo le più recenti ricerche di IDC, le nuove piattaforme di smart building tenderanno presto a non essere più centrate sulla gestione degli edifici, ma a convergere e integrare tutti i servizi che supportano le operazioni e i processi aziendali, incluse comunicazione e collaborazione, come parte dell’evoluzione digitale degli ambienti fisici di lavoro, in ottica smart workplace. In quest’evoluzione sono incluse applicazioni e servizi per gestire e controllare attraverso una piattaforma integrata e un pannello di controllo centralizzato tutti i sistemi tecnologici degli ambienti di lavoro, sia riguardanti aspetti fisici (come ingressi, sorveglianza, illuminazione, riscaldamento…) che logici (come connettività, sicurezza IT, mobile device management…). Anche sul fronte delle soluzioni UCC la metamorfosi è in corso: le nuove sono centrate sull’integrazione voce/dati e sulla convergenza fisso/mobile, dove la voce diventa una delle tante applicazioni IP offerte dalla suite, mentre il messaging assume il ruolo centrale e lo scambio di dati con persone e oggetti connessi inizia a diffondersi. Le nuove piattaforme UCC non solo offrono strumenti di collaborazione e “ubiquitous connectivity”, ma tendono a includere quelli per gestione delle reti aziendali convergenti, che sempre più spesso integrano servizi per la gestione degli ambienti fisici e logici di lavoro, estendendo e applicando il paradigma della software defined network.

Daniela Rao, senior research and consulting director di IDC Italia

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Wired-wireless, il futuro delle reti aziendali https://www.datamanager.it/2015/07/wired-wireless-il-futuro-delle-reti-aziendali/ Tue, 21 Jul 2015 14:49:06 +0000 http://www.datamanager.it/?p=80721 La connessione wireless in azienda sarà sempre meno un accessorio e richiederà un approccio unificato per le reti cablate e senza fili Negli ultimi anni, si è parlato molto delle diverse evoluzioni dell’IT. I quattro “pilastri” dell’information technology – mobility, cloud, big data & analytics e social – alla base dell’ultimo stadio evolutivo, in altre […]

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La connessione wireless in azienda sarà sempre meno un accessorio e richiederà un approccio unificato per le reti cablate e senza fili

Negli ultimi anni, si è parlato molto delle diverse evoluzioni dell’IT. I quattro “pilastri” dell’information technology – mobility, cloud, big data & analytics e social – alla base dell’ultimo stadio evolutivo, in altre parole la Terza Piattaforma secondo la definizione di IDC, sono ormai leve di innovazione per tutte le imprese. Tali trasformazioni, che rivoluzionano l’ambiente applicativo, si riflettono tuttavia anche sui livelli sottostanti e, fra le altre cose, richiedono profondi cambiamenti alle reti aziendali.

IT e network non sono più soltanto argomenti per addetti ai lavori, ma interessano sempre più le Line of Business (LOB). Recenti survey IDC condotte a livello mondiale, infatti, illustrano come gli investimenti per reti e IT siano legati in modo prioritario al miglioramento dei processi di business, prima ancora che alla riduzione della struttura dei costi e all’aumento della produttività degli addetti.


#reti Daniela Rao @IDCItaly : Videoconferenza, l’end-point fa la differenza?
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Cloud, video e mobile device

Sono numerose le tecnologie che continuano a “stressare” la rete, aumentando la criticità dei network aziendali. Il cloud, ad esempio, con la sua recente diffusione e la crescente adozione, sia fra i dipartimenti IT che fra le LOB, negli ultimi anni ha richiesto alle reti prestazioni e livelli di affidabilità sempre maggiori. A questo si è aggiunta la proliferazione di tecnologie di collaborazione e videocomunicazione, spinte da nuove tecnologie a basso costo, oltre al già citato cloud, e ad applicazioni pienamente integrate fra desktop e mobile device. Tuttavia, l’approccio alla videoconferenza è cambiato: non è più un’esperienza immersiva di un gruppo di persone, ma un insieme di sessioni singole distribuite in cui l’end-point non fa la differenza, che esso sia un sistema avanzato di videoconferenza, un pc o un mobile device. Garantire una user experience a molti utenti distribuiti rappresenta una sfida per le reti aziendali, in particolare dal momento che la complessità si sposta sempre più verso gli estremi, lontano dal core e dal data center.

Bisogna aggiungere, infine, che quanto detto per il cloud e le videocomunicazioni viene amplificato dalla proliferazione dei device mobili, che in molti casi sono diventati i mezzi privilegiati per la fruizione di applicazioni di unified communication e collaboration (UC&C). In questo caso, la trasformazione delle reti aziendali deve essere totale: è necessario fornire una connessione e un supporto di alto livello a un numero e a una varietà di end-point che non conosce un limite, oltre a gestire il traffico da essi generato.

Nuovi requisiti, nuove soluzioni

I trend di mercato sopra accennati spingono i dipartimenti IT a ripensare il modo in cui finora sono state progettate le reti aziendali. Il motivo principale sta nell’incapacità delle reti attuali di supportare le implementazioni di applicazioni enterprise, a causa delle scarse performance della rete, della mancanza di resilienza e della complessità nella gestione. Ciò si traduce nella scarsa scalabilità e nell’impossibilità di supportare più utenti, nuovi device e applicazioni e in definitiva un traffico maggiore. L’aumento di traffico real-time e del numero di device connessi in rete si traduce in nuovi requisiti riguardo a larghezza di banda, quality of service e scalabilità delle reti, che possono essere soddisfatti soltanto aggiungendo nuova “intelligenza alla rete”, per gestire flussi di traffico variabili ed eterogenei. Davanti alla necessità di una trasformazione della rete aziendale, che trova ora un ruolo di primaria importanza non solo all’interno della strategia IT, ma anche per lo sviluppo dei modelli di business e dei processi, è importante che i network manager e le LOB collaborino nel momento di assessment, valutando i potenziali benefici dell’evoluzione della rete e dei sistemi che supportano il business.


#reti Daniela Rao @IDCItaly : Nuove possibilità per l’unificazione di soluzioni wired e wireless
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Wireless as well as wired

L’utilizzo di mobile device per scopi professionali, con applicazioni ad hoc che interagiscono direttamente con i processi aziendali, tuttavia impone, come primo vincolo, una connessione e un accesso ai sistemi aziendali in modalità wireless. Ciò introduce problemi differenti rispetto alle reti tradizionali, dove il principale metodo di accesso era di tipo “wired”, e la rete senza fili era fornita come complemento al cavo LAN, in particolare per utenti ospiti e per alcuni casi estemporanei di connessione del proprio laptop lontano dalla postazione usuale. Data l’evoluzione dello scenario e dei contesti di utilizzo, le reti wireless devono allinearsi alle reti cablate nel garantire sicurezza, copertura di tutto lo spazio aziendale, affidabilità e applicazione delle policy di gestione.

Le tecnologie WLAN nei prossimi anni rappresenteranno una delle componenti più interessanti del mercato dell’enterprise networking, spinte dalla necessità delle aziende di implementare infrastrutture dinamiche, che consentano agli addetti di passare senza soluzione di continuità da connessioni cablate a senza fili. Per garantire un’esperienza utente omogenea e l’utilizzo di applicazioni e device con ogni tipo di connessione, diventa necessario un accesso unificato. Una ricerca IDC svolta nel mondo illustra come poco più del 30% delle aziende intervistate abbia adottato il wireless come metodo di accesso predominante in azienda, mentre oltre il 40% delle aziende prevede di sostituire l’accesso “wired” con quello wireless nell’arco dei prossimi tre anni. Ciò si riflette, inoltre, nell’adozione del recente standard 802.11ac, che circa il 40% delle aziende pianifica di introdurre entro il 2015.

I dipartimenti IT, come spesso accade, sono quindi chiamati ad adeguare le reti alle esigenze e alle richieste che provengono dal business e dagli utenti. In questo percorso, sono numerosi gli ostacoli da superare, a partire dalla separazione dei due ambienti, cablato e non, con protocolli, regole e piattaforme di gestione diverse per l’accesso alla rete e per la fruizione di servizi e applicazioni. Inoltre, va garantito lo stesso livello di sicurezza fra le due reti, anche se ogni tipologia di accesso presenta vulnerabilità specifiche. Non sempre le aziende hanno al loro interno le competenze necessarie per gestire in modo unificato l’accesso alla rete. è necessaria una curva di apprendimento, ma spesso è richiesta anche una pianificazione della trasformazione dell’infrastruttura. In questi casi è difficile dimostrare un ritorno sull’investimento, anche se una valutazione costi-benefici che tenga conto dell’automazione dei processi e della sicurezza mostrerebbe indubbi vantaggi.

Secondo le Worldwide Enterprise Communications and Datacenter Network Infrastructure 2015 Top 10 Predictions di IDC, i dipartimenti IT guarderanno con sempre maggiore interesse e determinazione all’accesso unificato. Inoltre, la diffusione di tecnologie di software defined networking darà spazio a nuove possibilità per l’unificazione di soluzioni wired e wireless consolidate. Le reti wireless, infine, diventeranno necessarie e mission-critical, e il loro sviluppo sarà trainato dal recente standard 802.11ac, che consente alle WLAN attività e prestazioni prima esclusive delle reti cablate.


#reti Daniela Rao @IDCItaly : Le reti wireless sempre più necessarie e mission-critical
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Da quanto detto finora, si capisce che non è facile approcciare la tematica WLAN. In ogni caso, i dipartimenti IT devono progredire nella curva di apprendimento, cercando di formare i propri addetti su queste tematiche, la cui velocità di evoluzione è molto superiore a quella delle reti cablate. Bisogna sempre ricordare, inoltre, che le piattaforme tecnologiche garantiscono il rispetto delle policy organizzative e abilitano il raggiungimento dei risultati. Gestire una rete non significa soltanto rendere disponibile la connessione in un dato punto, ma soprattutto lavorare sull’autenticazione, l’autorizzazione e la gestione degli account, sul controllo degli accessi e delle prestazioni. Nel momento della scelta, quindi, meglio focalizzare l’attenzione sulle priorità “di business” dell’azienda.

Daniela Rao, TLC research & consulting director – IDC Italia

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Smart working & collaboration. Al lavoro sulla terza piattaforma https://www.datamanager.it/2015/07/smart-working-collaboration-al-lavoro-sulla-terza-piattaforma/ Wed, 08 Jul 2015 14:26:15 +0000 http://www.datamanager.it/?p=80444 Tecnologie e reti hanno messo a disposizione del lavoratore una pletora di strumenti che aiutano a comunicare e agire in squadra. Anche senza condividere lo stesso spazio, o trovandosi in piena mobilità. Dove ci sta portando tutto questo e chi governa il cambiamento? Un efficace lavoro di squadra è sempre un ingrediente fondamentale per condurre […]

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Tecnologie e reti hanno messo a disposizione del lavoratore una pletora di strumenti che aiutano a comunicare e agire in squadra. Anche senza condividere lo stesso spazio, o trovandosi in piena mobilità. Dove ci sta portando tutto questo e chi governa il cambiamento?

Un efficace lavoro di squadra è sempre un ingrediente fondamentale per condurre in porto qualsiasi progetto. La tavola rotonda che Data Manager ha organizzato, insieme a Unicredit Business Integrated Solutions sul lavoro e la collaborazione “smart” punta a esplorare il contributo che le tecnologie – oggi – possono dare in un contesto lavorativo che proprio in virtù della disponibilità di determinati strumenti tecnologici è già profondamente trasformato, anche nei suoi aspetti più fisici. La mobilità ha reso labili i tradizionali confini che delimitavano gli spazi di lavoro. La pervasività delle reti e il cloud hanno creato intorno a ciascuno di noi una nuvola personale fatta di opportunità di contatto con gli altri e di produttività un tempo legata solo a specifici spazi attrezzati e a precise fasce temporali. Il lavoro, come l’informatica, è diventato always on.


#DMSMARTWORKING Il lavoro è diventato always on
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La convergenza multimediale ha agito anche su un’altra importante barriera fisica, la distanza geografica che spesso separa le persone che stanno collaborando a un comune obiettivo, riducendo in modo sensibile la necessità di spostarsi da un luogo all’altro per potersi trovare gli uni di fronte agli altri. Tutte le nuove opportunità di virtualizzazione del lavoro di gruppo hanno avuto un impatto notevole sul modo di concepire e governare questo lavoro, sull’organizzazione degli spazi e dei tempi, persino sulle gerarchie aziendali. E anche se continuano a esserci resistenze di tipo procedurale e culturale, difficoltà tecniche e carenze infrastrutturali, possiamo affermare che il lavoro in squadra sta diventando sempre più smart.

Smart working, la rivoluzione che cambia le aziende

 

tavola rotonda smart working

 

Nella discussione, i partecipanti hanno affrontato le diverse questioni che riguardano l’ICT applicata al lavoro: le piattaforme di collaboration e la loro evoluzione verso vere e proprie forme di schedulazione e project management, le tecnologie di unified communication, le applicazioni presenti sulle nuove generazioni di dispositivi mobili smart. Ma anche aspetti di governance, come il primato delle varie funzioni aziendali nell’implementare e guidare i fenomeni. La discussione ha potuto avvalersi non solo del tradizionale inquadramento sul mercato della collaboration fornito da IDC Italia, ma anche del contributo di Clusit, l’associazione che da anni, attraverso seminari, eventi e conferenze, promuove una maggior consapevolezza sui rischi afferenti l’uso delle tecnologie ICT.


#DMSMARTWORKING Co-engineering e scambio delle informazioni
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Empowerment e fiducia

«Tutto sta diventando software defined, incluso il modo di comunicare e collaborare non solo in azienda» – esordisce Daniela Rao, telecom and networking research and consulting director di IDC. «Dopo precursori come Google e Amazon e l’arrivo di soggetti come Uber, la condivisione di veicoli di Car2Go, il modello AirBnB, ma persino, come vedremo, le banche – il business software defined non genera solo maggior produttività e capacità di controllo, ma ci consente di fare un passo avanti in termini di creatività e competitività». Al centro di questa trasformazione c’è quello che Daniela Rao chiama la “Internet of me”, un ecosistema basato sul ruolo che lo smartphone sempre connesso sta assumendo per milioni di lavoratori e consumatori (persino il marketing, diventato “di prossimità”).

daniela rao

«Naturalmente, la grande stratificazione di applicazioni e servizi utilizzati oggi dai lavoratori comporta nuovi tipi di minacce, ma le modalità di questo lavoro si trasformano radicalmente». L’analista Idc individua un presupposto fondamentale alla base di questa trasformazione. «Lo smart working deve ricevere tutta l’attenzione del top management di una organizzazione, sono i vertici dell’impresa che devono prendersi in carico il cambiamento». La grande flessibilità e il ruolo che gli individui finiscono per assumere nell’organizzazione producono anche entropia e complessità, aumentando la necessità di controllo centralizzato. «CIO e TLC manager diventano così veri centri di competenza, determinano i processi, affrontano difficoltà come la corretta scelta delle piattaforme».

UniCredit Business Integrated Solutions, Anna Maria Ricco: «La fiducia alla base dello smart working»

 

anna maria ricco_unicredit

 

La prima a entrare nel concreto delle esperienze è Anna Maria Ricco, head of real estate Italy, per UniCredit Business Integrated Solutions, la “macchina operativa” per tutte le tematiche afferenti ai servizi di natura tecnica-gestionale. «Il tema smart working nella sede di Lampugnano, a Milano, viene affrontato da anni nel quadro di un approccio “phygital”, fisico e digitale integrato, allo spazio del lavoro» – afferma Anna Maria Ricco, soffermandosi poi sui notevoli cambiamenti e risparmi che l’evoluzione dell’ormai tradizionale concetto di open space ha portato in termini di riduzione fisica degli spazi occupati, di arredi importanti come armadietti e scaffali. «Certo, insieme ai benefici ci sono state difficoltà, il rumore ambientale, meno privacy, soprattutto attività più complesse da gestire. Da qui, la necessità di spingere sulle tecnologie più avanzate, fino ad arrivare per esempio a un’app specializzata con cui oggi i dipendenti possono prenotare i loro spazi di riunione completamente in remoto». Culturalmente, c’è stata una trasformazione importante, ma anche un corrispondente empowerment, un’autonomia molto maggiore. Diversi i fattori che secondo Anna Maria Ricco hanno contribuito all’adozione di procedure che un tempo sarebbero state impensabili per una organizzazione così estesa. «Fiducia è sicuramente una parola chiave, ma anche il commitment di tutte le leve manageriali e di una progettualità che ha avuto tre teste focalizzate sui progetti: le risorse umane, il real estate e tutto l’IT con la security, coadiuvate da una apposita struttura di change management». Altri due piani della torre UniCredit di piazza Gae Aulenti a Milano stanno per essere coinvolti in questa strategia di open space di nuova generazione.


#DMSMARTWORKING Si riducono i tempi e cambiano gli spazi del lavoro
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«D’accordo con i sindacati, verrà introdotta la possibilità di lavorare un giorno a settimana fuori sede. Il tema – conclude la Ricco – è anche quello della sostenibilità di una riduzione del pendolarismo, la qualità di vita. Un valore sempre più apprezzato, particolarmente appealing per i giovani talenti. In prospettiva, il tema dello smart working dovrà confluire con quelli degli smart building, fino a integrarsi con il più ampio scenario della smart city, per esempio con la creazione di hub, utilizzabili dai colleghi ma resi aperti ai clienti, al business locale, ben attrezzati con tanta tecnologia e, da parte nostra, dal coraggio di sperimentare e valutare per promuovere ciò che funziona o tornare sui propri passi».

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Gestione del cambiamento

Sul ruolo di guida della tecnologia in materia di cambiamento delle modalità lavorative interviene, in videoconferenza da Roma, Giampiero Astuti, Group CIO di Astaldi. «In Astaldi, siamo forse più tradizionalisti rispetto agli scenari appena presentati. Ma come gruppo con 350 sedi in trenta nazioni, abbiamo familiarità con le piattaforme di Unified Communication & Collaboration (UCC). Tutto ciò che aiuta a gestire e condividere i contenuti è necessario a far sì che gruppi di lavoro distribuiti su aree che comprendono da tre a dieci fusi orari possano cooperare. Le modalità, rispetto anche solo a cinque anni fa, sono completamente diverse. E in questo senso un tema molto critico, quello del change management, è particolarmente sentito, specie considerando il fatto di avere a che fare con persone che manovrano materiali e mezzi pesanti e medie di età elevate. La tecnologia si introduce agevolmente, ma le “teste” non possono cambiare con la stessa rapidità».

Persone, tecnologie e metodologie di una nuova forma di collaborazione sul lavoro sono dunque i tre aspetti da tenere d’occhio per un gruppo ingegneristico come Astaldi, che – secondo Astuti – può trovare un alleato proprio nella consumerizzazione. «Dipendenti che nell’ambiente di lavoro possono dimostrarsi piuttosto riottosi nei confronti della collaboration, sono maestri nell’uso di Facebook e LinkedIn. I modelli lavorativi stanno comunque evolvendo e le persone finiscono per apprezzare molto la flessibilità che queste tecnologie riescono a introdurre. Nelle sedi Astaldi è ormai affermato l’uso della videoconferenza, nonché strumenti di taglio più BYOD come Skype, accanto alle piattaforme professionali come Microsoft OCS o, per la condivisione di documenti, Sharepoint. «Un treno di trasformazione che va sempre più veloce» – conclude Astuti.


#DMSMARTWORKING Work-life balance, talento e nuovi modelli di supply chain
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Il lavoro agile

Con l’intervento di Sergio Ciccarelli, IS HR business solution manager di Nestlé Italiana, la tavola rotonda affronta un’altra visione di cambiamento, questa volta inserita nella complicata struttura di una multinazionale del food che vanta molti marchi corrispondenti ad aziende originariamente autonome. Anche nel caso di Nestlé, la funzione più impegnata nel proporre e guidare un modo di collaborare più smart è l’ufficio risorse umane che, come afferma il suo responsabile infrastrutturale, ha un ruolo fondamentale non solo nella conduzione degli aspetti amministrativi, ma per tutto quanto afferisce la gestione del capitale umano. «Attualmente, uno dei grandi progetti su cui siamo impegnati come gruppo è la Alliance for YOUth, per inserire oltre mille giovani talenti in un network di dodici, presto tredici aziende, che fanno parte integrante della nostra supply chain».

Recentemente, Nestlé in Italia ha inaugurato una nuova sede, forse meno avveniristica della UniCredit Tower, ha riconosciuto Ciccarelli, ma pur sempre improntata a criteri architetturali e ambientali moderni, inseriti a buon diritto nel novero dei fattori che incidono sul modo di lavorare. «Il concetto di smart working può significare molte cose» – avverte Ciccarelli. «Nestlè è partita in questa direzione optando per orari più flessibili, per un diverso work-life balance, in linea del resto con il settore in cui operiamo. Siamo sempre più una wellness piuttosto che una food company». Tutto questo si riflette in uno stile lavorativo più agile, che supporta il dipendente nelle sue scelte di tempi e spazi sicuramente attraverso le tecnologie abilitanti dell’instant messaging, della chat, della condivisione, ma anche, sottolinea Ciccarelli, con gli stimoli e le motivazioni che arrivano dai responsabili HR.

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La scelta di un’unica sede che ha preso il posto di un campus con diverse torri e una importante sede distaccata – quella di Nespresso negli uffici in pieno centro a Milano – ha comportato anche diverse scelte organizzative e ha influito sul modo di utilizzare gli spazi condivisi. A differenza di UniCredit, tuttavia, Nestlè ha deciso di applicare il concetto di open space senza rinunciare alla postazione fissa, che può essere modulata, per dimensioni e arredamento, in base alle mansioni svolte. «Ci sono molti fenomeni nuovi rispetto al passato, dobbiamo imparare a gestirli ma voglio ribadire che il ruolo dell’ufficio risorse umane è importantissimo. Un esempio? Uno degli obblighi per il dipendente nella nuova sede è la composizione anticipata del piano ferie. Quest’anno per la prima volta la funzione HR ha diramato una serie di suggerimenti, invitando tutti a responsabilizzarsi e a partecipare in prima persona alla definizione del piano. Un effetto evidente dell’orario flessibile è l’abbattimento dei vincoli di orario che in passato generavano molte richieste di permessi temporanei, per le visite mediche, gli impegni. Oggi, questo non ha più senso, al punto da rendere invidiosi i nostri colleghi della produzione. Non escludo che in tempi brevi, nei limiti del possibile e in accordo con i sindacati, si arrivi anche nelle fabbriche a una maggiore flessibilità nella turnazione».


#DMSMARTWORKING Dagli #smartbuilding alle #smartcity, la #UC&C cambia le imprese
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Co-engineering in fabbrica

Il riferimento alla fabbrica induce la tavola rotonda a un’immediata riflessione sulle differenze che riguardano la riorganizzazione del lavoro fuori dall’ufficio. In questo senso, è di estremo interesse l’esperienza vissuta da Comau, braccio di automazione industriale e robotica del gruppo Fiat, che opera con una logica di stabilimenti fortemente distribuiti e con una doppia anima – da un lato l’ingegnerizzazione e i servizi, dall’altro la produzione – che rappresenta una grossa sfida sul piano della gestione delle modalità di lavoro e dell’uniformità dei diritti. «Sono due le spinte che inducono al cambiamento nel nostro settore – rileva il CIO di Comau, Flavio Bernocchi. «Una riguarda i tempi di sviluppo di un’auto, dimezzati rispetto a dieci o quindici anni fa. Fatto che rappresenta una spinta fortissima verso la collaborazione, perché non si può più avere una suddivisione del lavoro di stampo tayloristico. L’altro aspetto riguarda l’informazione, il dato, gli usi che ne facciamo e il modo di condividerlo». Condizioni che secondo il responsabile delle infrastrutture informative in Comau hanno portato in questo settore a forme avanzate di «co-engineering», un approccio partecipativo al design dell’auto che richiede complesse piattaforme di condivisione dei dati e progetti. Non è semplice gestire l’elevata dinamicità dei dati e delle loro molteplici fonti, riconosce Bernocchi, «ma l’informazione aggiunta, porta anche un valore aggiunto alle aziende che utilizzeranno queste informazioni. Queste piattaforme devono per esempio incorporare funzioni di collaborazione che facilitano lo scambio con chi ha contribuito al progetto».

Comau, Flavio Bernocchi: La sfida della fabbrica “smart”

 

flavio bernocchi-comau

 

Bernocchi a questo proposito rileva come esistano forme di collaboration che non hanno bisogno di sponsorship particolari all’interno dell’organizzazione, proprio perché basate su strumenti e comportamenti ormai acquisiti. «Altri progetti, per esempio l’uso di wiki aziendali, necessitano di stimoli specifici perché incidono molto sui comportamenti individuali. Come ambiente di lavoro, la nostra rimane un’azienda di manufacturing: l’open space riguarda solo gli uffici, da dove la carta tende a sparire a vantaggio di sistemi di distribuzione dell’informazione web». C’è però a questo proposito un tema di accesso a volumi di dati che in una società di ingegneria possono essere imponenti e richiedere molto coordinamento. «Tutte le aziende del settore – conclude Bernocchi – stanno vivendo problematiche simili. E’ impossibile lavorare come prima: c’è l’esigenza di comunicare e condividere, stiamo andando oltre la ripartizione tra azienda e supply chain».


#DMSMARTWORKING Il business software defined: più creatività e produttività
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Ridisegnare lo spazio del lavoro

Proprio al tema della disponibilità del dato aggancia il suo intervento Benjamin Jolivet, country manager di Citrix Systems in Italia. «In questa discussione, ho osservato diverse dinamiche interessanti per un’azienda come la nostra che cerca proprio di ridisegnare lo spazio del lavoro, sempre più definito da strumenti software. Il software guida, ma ci sono pilastri a cui abbiamo accennato e Citrix si confronta proprio con strategie che hanno una componente di ridefinizione dello spazio, alla quale si aggiunge però una forte componente culturale, di HR e di aspetti puramente tecnologici. Citrix è partita 25 anni fa proprio per dare accesso alle applicazioni. Oggi, diciamo che dobbiamo dare tutto quello che l’utente ha bisogno, su qualsiasi piattaforma o su qualsiasi dispositivo. Noi “esponiamo” le applicazioni, i dati, ma soprattutto un ambiente in cui l’utente si ritroverà senza essere costretto a passare da una esperienza all’altra. Perché una strategia abbia successo occorre partire dal basso, capire gli utilizzatori, quello che fanno, per comprendere se tutto funziona secondo una logica di flusso e in piena sicurezza».

Citrix Systems, Benjamin Jolivet: Il lavoro agile è “human defined”

 

benjamin jolivet_citrix

 

Una visione, quella del responsabile di Citrix in Italia, che riecheggia nell’esperienza raccontata da Alberto Monterosso, marketing manager della divisione Voice Services di Colt, una “telco” focalizzata sull’utenza aziendale che proprio in virtù della sua organizzazione snella e distribuita nel mondo è stata la prima a dotarsi di servizi di UC&C basati sulla sua infrastruttura di rete, costruita intorno a 22 data center locali. «Il nostro modello organizzativo è fondamentale per centrare obiettivi di efficienza anche con una struttura leggera, dove tutte le funzioni sono concentrate in team geograficamente distribuiti. Per Colt, conta poco come è fatto l’ufficio, perché i nostri operatori si portano tutto dietro attraverso un desktop virtuale e l’interazione a distanza è facilitata dall’elevata qualità della nostra piattaforma di comunicazione integrata». Oggi, ha concluso Monterosso, questo stesso modello e la piattaforma tecnologica che lo sostiene, possono essere trasferiti al cliente grazie – ed è questo un altro ingrediente fondamentale in qualsiasi progetto di smart collaboration – alla forte motivazione che il top management dell’operatore ha saputo impartire fin dall’inizio.

Colt, Alberto Monterosso: il lavoro agile libera talento e risorse

 

alberto monterosso_colt

 

Software defined workspace

Il testimone torna a un rappresentante del mondo delle aziende utenti con Vimar, una realtà del made in Italy di estremo interesse proprio per la sua focalizzazione su un mercato, la componentistica e sensoristica per la building automation, che si intreccia in modo indissolubile con il “software defined workspace”. «Vimar – racconta il suo CIO, Francesco Pezzutto, è un’azienda che condivide e costruisce dal basso i suoi processi decisionali. La nostra esperienza smart working coincide con un progetto di information & communication mobility lanciato tre anni fa, con l’obiettivo di dotare la forza lavoro sul campo di dispositivi ultramobili e di una nuova piattaforma CRM completamente orientata alla mobilità, con l’IT, chiamato a supportare un modello di community del tutto diverso. La seconda fase è consistita nel dotare la stessa popolazione di uno strumento di comunicazione e lavoro condiviso ancora più esteso, a 360 gradi, e l’aspetto caratteristico è che questa nuova piattaforma è stata sperimentata in anteprima sul top management, con apposite sessioni di formazione con una modalità che è stata successivamente estesa a tutti, partendo dalla forza vendita e andando poi a coprire altre funzioni aziendali, che spesso ne facevano esplicita richiesta». Secondo Pezzutto, l’uso di questi strumenti, insieme alla loro informalità e trasversalità, ha inciso in modo molto positivo anche sulla mentalità manageriale di Vimar, abbattendo molte barriere gerarchiche e rendendo ancora più efficace il lavoro, anche attraverso nuovi meccanismi di delega. Recentemente, Vimar ha avviato la terza fase di un progetto che include anche una parte di valutazione. L’obiettivo, impegnativo anche sul fronte dei sistemi informativi, è costruire sul cloud quella che Pezzutto chiama «room collaborativa, completamente virtuale».

Vimar, Francesco Pezzutto: «La collaborazione diventa intelligente»

 

francesco pezzutto_vimar

 

Da ACI Global, società di servizi di viabilità recentemente estesa a domini come il car sharing, arriva un contributo molto stimolante, dove anche il carro attrezzi diventa in un certo senso software defined. «Uno dei progetti innestati in una fase di radicale cambiamento della nostra infrastruttura IT verso i cloud services – racconta Gianluca Cavalletti, Group CIO dell’azienda – punta alla automatizzazione degli operatori che intervengono sulle chiamate di soccorso stradale. Non sono operatori interni, ma fanno parte di una rete di centri convenzionati. L’attuale workflow prevede che dopo la richiesta di soccorso e una serie di attività di back end, i nostri call center di Roma e Milano concordino l’uscita dei carri attrezzi con questi centri delegati. Tutto questo verrà automatizzato, cercando di raccogliere il maggior numero possibile dei dati sulle vetture da riparare direttamente a cominciare dal numero di targa. A bordo dei mezzi, verranno installati blackbox Gps che consentiranno di intercettare carri già in movimento, non fermi in officina, attraverso parametri come la minor distanza dal luogo dell’incidente, o la migliore capacità di intervento direttamente sul posto, in modo da effettuare le operazioni di “depannage” senza dover trainare il veicolo verso il garage».

ACI GLOBAL, Gianluca Cavalletti: «Coniugare efficacia ed efficienza»

 

gianluca cavalletti_aci global

 

Per ACI Global questo non sarà l’unico cambiamento. Anche il quartier generale dell’azienda sta promuovendo l’uso dell’open space e l’uso di strumenti di collaborazione basati su Google Apps, interazioni attraverso Hangout o con Site per la condivisione di semilavorati e draft progettuali. «Un cambio epocale – ammette Cavalletti – fortemente sostenuto dal CEO che ha rivisto l’organizzazione avvalendosi di collaboratori con provata esperienza di trasformazione digitale».

Dall’IT all’operational technology

Prima della chiosa finale su collaboration e sicurezza affidata a CLUSIT, è il momento di un ultimo parere espresso da VEM sistemi, un system integrator di media grandezza geograficamente concentrato sull’area del Nordest, nato quasi trenta anni fa nel settore dei servizi per la realizzazione di data center e sistemi di cablatura ma oggi, spiega il suo AD, Stefano Bossi, impegnato a perseguire una visione molto più olistica, con uno spettro di soluzioni che va dalla unified communication al service e quality assurance. «La nostra esperienza è partita all’inizio del 2000 con myVem, un dispositivo che consentiva di ottimizzare i costi e l’efficienza delle connessioni Isdn primarie e di backup. La piattaforma integra e permette di gestire anche tecnologie di videoconferenza, telepresenza e collaborazione», con una estensione verso la sensoristica e la domotica che consente di controllare anche gli aspetti ambientali, l’illuminazione, il condizionamento termico, di una sala per meeting virtuali.

VEM sistemi, Stefano Bossi: Come trasformare l’ufficio in un “hub”

 

stefano bossi_vem sistemi

 

Stefano Bossi sottolinea come nonostante l’affermazione di molti standard consolidati, l’integrazione di apparati e applicazioni di vendor diversi è ancora molto complessa. Stretto collaboratore di provider come Cisco, Citrix, Microsoft, VEM sistemi ha adottato una politica di marketing ispirata alla diretta esperienza maturata al proprio interno. «Il “lead by example” ci è sembrato il modo più indicato per fare cultura nell’ambito della smart collaboration. Interveniamo con tutti i partner attraverso un approccio federativo sulle tecnologie. Questo concetto di federazione – afferma Bossi – ci induce ad agire come gateway tra mondi differenti». Le sfide nel futuro di VEM includono, secondo Bossi, uno shift di paradigma dall’information all’operational technology. «Per gli impiegati in ufficio si è fatto molto: ora si tratta di portare l’IT che conosciamo nel mondo produttivo, che è ancora molto legacy, popolato da protocolli che non dialogano con i protocolli IP».


#DMSMARTWORKING Al centro di questa trasformazione c’è l’Internet of me
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Tecnologia abilitante o disabilitante?

Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che Alessio Pennasilico, “security evangelist” dell’associazione CLUSIT , consorzio per la promozione tecnica e culturale della sicurezza informatica, focalizza l’intervento conclusivo, osservando come le numerose tecnologie abilitanti discusse dalla tavola rotonda «potrebbero facilmente diventare disabilitanti qualora non fossero implementate con le dovute accortezze». Non sono tanto le problematiche classiche riferite al malware come CryptoLocker a preoccupare l’esperto. «Il problema tecnologico c’è, ma ci sono anche gli strumenti per gestirlo. Sono più preoccupato davanti a strumenti che avete citato oggi. Pensiamo allo scambio di file, anche di piccole dimensioni, attraverso servizi che ancora funzionano come silos impenetrabili tra loro. Abbiamo la telepresence, ma poi è difficile trasferire un semplice documento tra i partecipanti». E se spostiamo il discorso sugli smartphone, prosegue Pennasilico, quanti meravigliosi servizi condivisi vengono improvvisamente meno per colpa di una batteria che si esaurisce all’improvviso? «Quello che mi spaventa parlando di work-life balance è anche l’impatto di queste tecnologie su un tempo che di colpo non è più mio».

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#DMSMARTWORKING Empowerment, fiducia, sicurezza, commitment
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I problemi di sicurezza e dialogo sono purtroppo destinati a complicarsi ulteriormente con l’avvento della Internet of Things. «Ci rendiamo conto che sempre più oggetti nasconderanno l’intelligenza di un pc senza esserlo? Che cosa succederà quando CryptoLocker ci chiederà un riscatto per farci vedere un film sulla smart tv»? Se oggi molti dispositivi industriali programmabili non possono dialogare sulle reti IP, questa impossibilità non durerà a lungo, ha ricordato Pennasilico, spalancando la porta a drammatici scenari di perdita di controllo di installazioni critiche, come le centrali energetiche, o magari di una connected car privata. «Questo è ciò verso cui stiamo andiamo incontro se non riusciamo a fare in modo che chi si occupa di impianti industriali o sensori parli con chi si è occupato di sicurezza ICT, guardando con gli occhi giusti quegli oggetti».

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L’azienda si sposta https://www.datamanager.it/2015/07/lazienda-si-sposta/ Tue, 07 Jul 2015 12:06:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=80205 Un convegno IDC esplora, insieme a un gruppo di vendor e service provider, le opportunità e le problematicità del mobile business in un contesto di adozione ormai in linea con le medie europee La mobilità, del lavoratore e delle informazioni, non è più uno scenario futuribile ma una realtà con cui le imprese devono fare […]

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Un convegno IDC esplora, insieme a un gruppo di vendor e service provider, le opportunità e le problematicità del mobile business in un contesto di adozione ormai in linea con le medie europee

La mobilità, del lavoratore e delle informazioni, non è più uno scenario futuribile ma una realtà con cui le imprese devono fare i conti fin da oggi. A Bologna con Mobiz, Mobility Forum 2015, IDC cerca di fare il punto, insieme a un gruppo di partner dell’industria della tecnologia, dell’integrazione e della sicurezza, sullo stato dell’arte del mobile business italiano. Tutti d’accordo sulle grandi opportunità – di innovazione e crescita – offerte da un lavoro che con le sue attività e relazioni non è più vincolato al tradizionale spazio della scrivania in ufficio. Ma gli analisti IDC, a Bologna rappresentati da Daniela Rao, Tlc Research & Consulting Director e Gabriele Roberti, Senior Research & Consulting Analyst, che hanno aperto la mattinata, avvertono anche che tutte queste opportunità non si possono cogliere senza pianificare una strategia di trasformazione su misura, che parta dalle specificità di un’impresa e dai suoi punti di forza, per delineare la corretta modalità di adozione. Con in mente un preciso obiettivo: non limitarsi a “mobilizzare” le procedure che l’azienda pratica da sempre, ma reingegnerizzare questi processi sulla base di tecnologie che abilitano un diverso modo di lavorare.

Videointervista a Giampiero Savorelli, PC Category Director, HP Printing & Personal Systems Group

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Videointervista a Giampiero Savorelli, HP
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«Il comparto delle soluzioni hardware e software per la mobilità» ha detto Roberti in apertura del convegno, «continua ad avere andamenti positivi. Se è vero che device considerati ormai tradizionali, come smartphone e tablet, nell’ultimo anno crescono in modo meno marcato, ciascuno del 5%, è molto cresciuto in questo ultimo anno l’interesse nei confronti dei cosiddetti “due in uno”, i portatili convertibili e utilizzabili come tablet che crescono del 38%.» Al tempo stesso, ha ricordato l’analista, solo un dispositivo su cinque può essere ufficialmente considerato “aziendale”: la mobilità è considerata dal singolo lavoratore come una sorta di diritto e prerogativa individuale. In Italia vengono ormai censiti oltre 30 milioni di dispositivi mobili, con una decina di milioni di potenziali lavoratori, in continua crescita (ormai oltre il 70 dei lavoratori si trova a operare anche fuori dall’ufficio o con apparati mobili), questo significa che ognuno, in media, ha in tasca tre o quattro device.

Videointervista a Peter Elmer, Security Engineer, Check Point Software Italia

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Videointervista a Peter Elmer, Check Point Software Italia
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Come governare il fenomeno? Roberti ha ricordato che persino sul piano normativo, le ultime disposizioni sul jobs act prevedono la possibilità di instaurare un rapporto diverso, più specifico, tra impresa e dipendenti mobili. Questo determina un terreno molto favorevole alla messa in atto di misure di trasformazione, che di fatto stanno già avvicinando l’Italia a una soglia di adozione di app enterprise molto vicina alle medie europee: almeno una azienda su cinque ha già dotato di applicazioni la propria forza lavoro, con un predominio di app di tipo finanziario, CRM o più specificatamente settoriali. «Ci sono quattro aree di interesse nell’immediato – ha concluso Roberti. Una si riferisce alle modalità di gestione di apparati e app nell’ambito delle attività professionali e qui si sta osservando una fase interessante, di passaggio da un approccio Byod, in cui sostanzialmente il lavoratore continua a usare il proprio apparato, a un più moderno, e in linea con la tradizione, Cope: corporate owned, personal enabled.» Altre tematiche riguardano la produttività del lavoro mobile, la sicurezza e la compliance e un conseguente spostamento dell’asse di focalizzaione. Dal dispositivo in sè, al contenuto cioè le applicazioni e i dati, in una ottica culturalmente più “cloud”.

Videointervista a Fabrizio Falcetti, Business Program Manager, Fujitsu Italia

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Videointervista a Fabrizio Falcetti, Fujitsu Italia
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Dopo Roberti è intervenuta Daniela Rao, che ha subito sottolineato, a corollario dell’introduzione del collega, l’importanza in Italia e in Europa, del mercato delle soluzioni di Mobile device management. «Nel 2018, IDC stima che questo mercato varrà 405 milioni di euro» ha detto la responsabile del settore Tlc che si è poi soffermata sull’argomento del ciclo di maturità delle strategie di trasformazione digitale. «Anche qui, le aziende italiane si dimostrano abbastanza allineate alle medie continentali – ha detto la Rao. Le differenze si rilevano soprattutto a livello di dimensione delle organizzazioni: le piccole imprese sono effettivamente in una fase più arretrata». Il modello di studio applicato da IDC è suddiviso in cinque fasi, partendo dalle situazioni in cui la mobilità viene adottata in modo molto sporadico, a richiesta, passando poi per lo stadio “opportunistico”, quello della “ripetibilità” delle soluzioni, dello scenario ormai sotto controllo, “managed” e infine la fase dell’uso pienamente ottimizzato. «È da notare come soprattutto nelle fasi due e tre, l’azienda che si trasforma registra il maggior boost in termini di aumento di produttività e ritorno sugli investimenti. Se ormai le grandi imprese in Europa si avvicinano mediamente alla quarta fase, le piccole sono un po’ indietro, già oltre la due ma con un parte importante di cammino ancora da percorrere».

Videointervista a Carmine Stragapede, Direttore Generale, Intel Italia

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Videointervista a Carmine Stragapede, Intel Italia
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Questo significa, ha concluso la Rao, che per il mondo imprenditoriale italiano restano ancora cinque anni di navigazione “sulla frontiera della rivoluzione”. Per i CIO e i responsabili delle tecnologie all’interno delle imprese, le principali aree di impegno saranno rappresentate dalle necessità di integrazione negli ambienti legacy, dalla sicurezza e compliance, nonché dalla compresenza di ambienti operativi diversi, dalle decisioni sui modelli Byod o Cope, dalla personalizzazione e la reingegnerizzazione delle app. «Saranno cinque anni in cui i giochi non potranno dirsi definitivamente chiusi. Assisteremo ancora a una certa frammentazione di iniziative, si creeranno molte opportunità per i vendor, i solution provider, gli sviluppatori di applicazioni. Uno scenario stimolante che si aprirà certamente a fenomeni tutti da esplorare.»

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Smart working, le priorità dei CIO https://www.datamanager.it/2015/04/smart-working-le-priorita-dei-cio/ Fri, 24 Apr 2015 13:29:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=73848 Enterprise innovation, il futuro del lavoro è sempre più mobile Le sfide dell’Enterprise Mobility, dalla ​UniCreditTower con ​Astaldi, Comau, ACI GLOBAL, Nestlé e ​Vimar. Il mondo dei CIO si confronta insieme a IDC Italia, Clusit, Citrix Italia, Colt e VEM sistemi sui temi del mobile working, mettendo luoghi e modelli di lavoro al centro della […]

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Enterprise innovation, il futuro del lavoro è sempre più mobile

Le sfide dell’Enterprise Mobility, dalla ​UniCreditTower con ​Astaldi, Comau, ACI GLOBAL, Nestlé e ​Vimar. Il mondo dei CIO si confronta insieme a IDC Italia, Clusit, Citrix Italia, Colt e VEM sistemi sui temi del mobile working, mettendo luoghi e modelli di lavoro al centro della Tavola Rotonda “Collaboration&SmartWorking” organizzata da Data Manager e UniCredit Business Integrated Solutions.

Il lavoro diventa smart, i protagonisti della Tavola Rotonda “Collaboration&SmartWorking”

 

 

Smart working, la rivoluzione che cambia le aziende

La tecnologia sta incidendo sui modelli di organizzazione del lavoro più di quanto la politica non sia stata capace di fare e ci sposta verso uno scenario di flessibilità personale che non ha più confini né di orario, né di luogo: volente o nolente, saremo tutti più flessibili. La strategia di molte aziende è da rivedere. Le differenze tra il mondo della “fabbrica” di produzione e quello dell’ufficio, tipico dei knowledge worker, restano, ma la tendenza è quella di disarticolare il luogo fisico del lavoro dal tempo del lavoro. Lo scambio di informazioni abbatte i confini fisici. Il modo in cui le persone lavorano è cambiato nel corso della storia a causa di diversi fattori prima di tutto ambientali, economici e soprattutto tecnologici. La diffusione dei device mobili è l’elevamento dirompente di questa trasformazione. Le aziende di qualsiasi dimensione sono alla ricerca di processi di lavoro più intelligenti per centrare gli obiettivi di business, soddisfare le esigenze del cliente, ma al tempo stesso offire un work-life balance di qualità. Da un lato si tratta di semplificare le soluzioni Unified Communication, dall’altro di estendere la mobility e le soluzioni per il BYOD a tutto l’ecosistema aziendale. Negli anni Ottanta, si lavorava “better”, negli anni Novanta si lavorava “cheaper”. Oggi, si lavora “elsewhere”. Manager e CIO devono collaborare per sfruttare appieno le opportunità dell’enterprise mobility. La massiccia diffusione di smartphone e tablet, lo sviluppo delle reti di nuova generazione, la continua proliferazione di servizi e contenuti di ogni natura spingono in maniera decisa la Mobile & App Economy. In questo modo, si concepiscono nuovi spazi e nuovi modelli per ottimizzare i costi, ridurre i consumi e per favorire forme di collaborazione e una maggiore e diversa produttività, come ci racconta Anna Maria Ricco, head of real estate Italy di UniCredit Business Integrated Solutions e come ha spiegato Alberto Monterosso, marketing manager della divisione Voice Services di Colt. La qualità degli spazi e la libertà dai tempi del lavoro si traduce immediatamente in qualità della vita con un impatto positivo sulla produttività dei lavoratori. E per questo non bisogna mai dimenticare di mettere al centro delle organizzazioni le persone – esorta Benjamin Jolivet, country manager di Citrix Systems Italia perché se «l’impresa può esser definita dal software, il lavoratore resta fattore umano imprescindibile». Se l’integrazione delle piattaforme mobili con l’IT esistente, la sicurezza, l’ottimizzazione dei costi, la connettività sono le priorità che i CIO che devono affrontare, l’esigenza di prevedere gli sviluppi degli investimenti nel medio termine, rappresenta un elemento critico nell’adozione di nuovi modelli di mobilty. L’approccio strategico di lungo termine è diventato una caratteristica comune nelle imprese. La grande complessità di questa materia che implica avere in giro tanti device, tanti utenti diversi in luoghi diversi, avere in giro applicazioni, contenuti accessibili in modi differenti, rappresenta un grande mal di testa per tutti i CIO e implica fare scelte progettuali con una nuova visione dei modelli tecnologici a disposizione e anche un nuovo approccio al rischio. «Ma il problema della sicurezza IT non riguarda solo le grandi aziende e bisogna essere in grado di governare la frammentazione funzionale tra Information technology e operational technology» – avverte Stefano Bossi, amministratore delegato VEM sistemi. E del resto «la tecnologia “smart” non deve diventare una trappola» avvisa Alessio Pennasilico di CLUSIT.

Dunque, lavorare ovunque e in qualunque momento aumenta la produttività, ma con quale effetto sull’organizzazione del lavoro? E quali sono i punti chiave di questo cambiamento?

 

 

 

UniCredit Business Integrated Solutions, Anna Maria Ricco: «La fiducia alla base dello smart working»

La strategia complessiva di UniCredit su collaboration e smart working permette di creare sinergie con le risorse materiali e immateriali del Gruppo, come se non esistessero barriere o distanze fisiche. Il gruppo bancario sta implementando un ambizioso progetto di riorganizzazione degli spazi per allineare il lavoro d’ufficio alle tecnologie di mobilità e collaborazione. Le tecnologie hanno una funzione chiave nell’efficienza operativa. E l’approccio è essenzialmente “phygital”. In UniCredit, lo smart working viene concepito anche attraverso una riorganizzazione degli spazi, disegnati per rispondere al meglio alle molteplici esigenze lavorative. Il progetto è focalizzato sull’ottimizzazione degli spazi occupati e sulla collaborazione virtualizzata che le nuove tecnologie rendono finalmente possibile, come spiega Anna Maria Ricco, Head of Real Estate Italy di UniCredit Business Integrated Solutions. «Il principio guida che orienta lo Smart Working in UniCredit si basa su una nuova concezione degli spazi, disegnati per rispondere al meglio alle molteplici esigenze lavorative. ll primo passaggio da fare a livello manageriale è quello di adottare uno stile di leadership centrato sugli obiettivi e non sul controllo.

La fiducia è l’elemento chiave di tutto l’ecosistema di smart working, che si articola poi nella libertà di scelta dello spazio di lavoro. Il modello adottato dal nostro Gruppo identifica tre macroaree principali: la workstation area, la communication area e la functional area. La prima presenta le postazioni di lavoro all’interno dell’open space ma anche, per esempio, sale per attività che richiedono silenzio e concentrazione oppure aree di co-working per il lavoro in team. La communication area invece definisce gli spazi dedicati alle riunioni e alle videoconferenze, mettendo a disposizione le tecnologie più avanzate. A queste si aggiunge infine anche la functional area in cui sono compresi tutti gli spazi “utili” come per esempio armadietti personali e copy center. L’obiettivo è offrire ambienti sempre più flessibili ed efficienti, equamente bilanciati per supportare il lavoro individuale e in team ma anche la condivisione e i momenti di socializzazione e relax (Kitchenette). Il progetto Smart Working è giunto ormai a una fase matura: nel il primo trimestre 2015 sono circa 2.100 i colleghi già coinvolti a Milano, Monaco, Torino e Bologna, per arrivare a un totale di circa 23mila persone entro il 2018 (alle citate città si aggiungeranno Verona, Francoforte, Amburgo, Vienna e Istanbul)».

 

 


Videointervista ad Anna Maria Ricco, UniCredit Business Integrated Solutions
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Colt, Alberto Monterosso: il lavoro agile libera talento e risorse

La pressione competitiva e la spinta all’efficienza hanno ridimensionato i team di lavoro e la struttura delle organizzazioni, disarticolando la posizione geografica delle persone e funzione aziendale. In questa prospettiva, come sono fatti gli uffici conta sempre meno, conta invece come si permette ai lavoratori di avere accesso alle informazioni di cui hanno bisogno. In Italia, dove la normativa del lavoro è molto delicata e complessa, le nuove forme di smart working avranno un impatto positivo anche sul livello del dibattito. Adattarsi a questi cambiamenti, può rivelarsi particolarmente complicato. Bisogna cambiare il modo di operare per adattarsi velocemente ai mutamenti. L’azienda estende i propri confini oltre lo spazio fisico, i dipendenti si trovano distribuiti sul territorio, lavorano da casa, necessitano di condividere informazioni e documenti. Il lavoro agile permette di razionalizzare le risorse, ma libera il talento delle persone. «La rivoluzione copernicana di Colt, parte dal desktop virtuale cablato e l’abbattimento dei silos territoriali, passa attraverso l’usabilità delle applicazioni e il coinvolgimento delle persone» – spiega Alberto Monterosso, Marketing Manager Divisione Voice Services di Colt. «In questa tavola rotonda, abbiamo discusso diversi casi reali di lavoro intelligente. In Colt, abbiamo una straordinaria esperienza di uso interno di strumenti di collaborazione. Abbiamo oltre cinquemila dipendenti distribuiti in tre continenti che hanno bisogno di collaborare su una base costante a causa di una organizzazione funzionale centralizzata. La nostra soluzione interna si basa su due pilastri principali: desktop virtuali e, soprattutto, servizi di Unified Communication & collaboration. Sulla base della nostra esperienza interna di dieci anni, abbiamo deciso di offrire i nostri servizi a clienti esterni, optando per un’architettura che privilegia la qualità della voce, che è di importanza fondamentale per qualsiasi riunione. Inoltre, facendo leva sulla nostra rete internazionale forniamo numeri di accesso locali in ogni paese, compresi i numeri verdi per fornire il massimo livello di flessibilità».

 

 


Videointervista ad Alberto Monterosso, Colt
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Citrix Systems, Benjamin Jolivet: Il lavoro agile è “human defined”

La diffusione dei device mobili, smartphone in testa, sta cambiando non solo i comportamenti, ma anche le abitudini in azienda. Perfino la pausa davanti alla macchinetta del caffè è diventata obsoleta. La tecnologia ridisegna luoghi e tempi di lavoro, abilitando nuove forme di aggregazione e di scambio di informazioni. Smart working e lavoro agile sono due tendenze in crescita, ma stando ai dati di una recente indagine di Citrix realizzata da ContactLab su un campione di 1200 lavoratori tra i 25 e i 54 anni), oggi solo il 19% dei lavoratori intervistati svolge, seppure con differente frequenza, le proprie mansioni da casa o comunque lontano dal proprio ufficio, mentre all’interno di poche aziende italiane – meno del 10% – è prevista la modalità di lavoro agile o smart per tutti i lavoratori. Eppure l’81% di loro è interessato a queste modalità. Questo significa che in questa fase di passaggio, le resistenze al cambiamento sono molte e di diversa natura, prima culturali – interne all’azienda – poi tecnologiche. Per fare smart working, però non basta ridisegnare il workspace con gli strumenti messi a disposizione dei dipendenti. Anche in questo l’azienda è “software defined”. Nell’esperienza di Citrix, l’applicazione guida l’esperienza dell’utente. «Ma senza dimenticare – come spiega Benjamin Jolivet, Country Manager di Citrix Systems Italia – che l’impresa può essere definita dal software, ma resta una comunità di persone e il fattore umano della collaboration è determinante per il successo di questo tipo di tecnologie. «Si tratta di un cambiamento tecnologico, ma il salto evolutivo è tutto culturale. Ci sono ancora molte resistenze verso le nuove forme di lavoro. Le aziende continuano ad avere l’ossessione del controllo, del cartellino, della produttività misurata sul numero di ore trascorse in ufficio, invece di favorire modelli organizzativi basati sulla delega e sul raggiungimento degli obiettivi. è una questione di management e di fiducia nelle persone non solo di un “sotto-utilizzo” delle tecnologie. Ma la fiducia si crea con l’esempio. E l’esempio deve arrivare dall’alto».

 

 


Videointervista a Benjamin Jolivet, Citrix
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VEM sistemi, Stefano Bossi: Come trasformare l’ufficio in un “hub”

L’estremo bisogno di semplicità, non solo nel mercato consumer ma anche in quello business, ha un impatto dirompente non solo sulle abitudini dei consumatori, ma anche sul modo di concepire il lavoro in azienda. L’approccio olistico di VEM sistemi si caratterizza proprio per l’immediatezza e la semplicità, come ci spiega Stefano Bossi, Amministratore Delegato di VEM sistemi. «Il tema della “digital transformation” dell’ambiente di lavoro sta diventando un argomento cruciale in tutte le organizzazioni, investite da una vera e propria rivoluzione del modo di lavorare che ha l’obiettivo di migliorare e rendere il più possibile web-based il business delle aziende, modificandone radicalmente i limiti spaziali e temporali» – dichiara Stefano Bossi. «In particolare, gli strumenti di comunicazione e collaborazione, le soluzioni che abilitano il mobile working e incrementano la produttività diventano caratteristiche fondamentali per ogni struttura che voglia ritenersi una smart enterprise». Le tecnologie a supporto della smart collaboration possono indirizzare i temi a valore come la condivisione delle informazioni in modo più rapido ed efficace, e al tempo stesso favorire la trasformazione dei luoghi di lavoro. Il concetto di “activity based working” permette di liberare risorse e aumentare l’efficienza produttiva e organizzativa, separando il tempo per recarsi al lavoro dal tempo dedicato al lavoro. L’ufficio diventa un “hub” collaborativo che migliora la produttività e la qualità del lavoro. Il miglioramento del contesto ambientale permette inoltre di attrarre i nuovi talenti della Net-generation. «In questa prospettiva, l’azione di semplificazione del system integrator è sempre più a 360 gradi. Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma – spiega Bossi – che permette di integrare l’information technology e l’operation technology. L’introduzione e l’uso di nuovi device e nuove modalità di comunicazione e relazione devono essere un’opportunità da gestire e non un grattacapo per i CIO. Vogliamo accompagnare i nostri clienti in questo percorso di trasformazione dell’ambiente di lavoro. Le soluzioni che offre VEM Sistemi, in partnership con Cisco e Citrix, vanno oltre la semplice connessione dei vari dispositivi alla rete, fornendo alle aziende soluzioni complete per affrontare il fenomeno. L’approccio olistico di VEM Sistemi permette di far convergere in una soluzione unica e intergrata sia la componente di smart working e di UC&C sia quella di automazione dal lato dell’evoluzione dell’Internet of Things. Avere la capacità di affrontare questa sfida su una superficie di intervento molto estesa sarà la sfida del futuro di VEM Sistemi».

 

 


Videointervista a Stefano Bossi, VEM sistemi
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Lavorare in mobilità

L’arrivo nel mercato italiano degli smartphone è stato l’elemento disruptive. E gli smartphone sono al centro dell’ecosistema delle comunicazioni, dell’accesso ai contenuti e anche ai servizi attraverso le app, incidendo su una serie di comportamenti personali che per forza di cose sono diventati anche parte della vita aziendale fino a incidere sui processi di business. «Per tutti questi motivi l’enterprise mobility è molto di più che la gestione dei device» – spiega Daniela Rao, TLC Research & Consulting director di IDC Italia. L’enterprise mobility rappresenta anche il nuovo paradigma del rapporto tra il modo di comunicare delle persone e le tecnologie dell’informazione.

Lavorare in mobilità e da luoghi diversi dalle sedi di lavoro assegnate, utilizzando device e servizi che permettono di accedere a Internet e di trasmettere dati attraverso la rete mobile, è parte dell’esperienza quotidiana di un numero sempre più importante di persone e aziende. È ormai evidente che questo fenomeno è destinato ad avere grandi impatti sui sistemi informativi aziendali. Anche in Italia, l’incremento del livello di mobilità degli addetti, del numero di device e delle applicazioni obbliga infatti le imprese ad affrontare nuove sfide e gestire questa entropia.

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ACI GLOBAL, Gianluca Cavalletti: «Coniugare efficacia ed efficienza»

Da 60 anni, ACI Global eroga servizi di soccorso stradale, trasporti e assistenza alla persona sulla rete stradale e autostradale del territorio nazionale, sempre, ovunque e nel più breve tempo possibile. «L’azienda ha sempre lavorato privilegiando l’efficacia all’efficienza» – spiega Gianluca Cavalletti, Group CIO di ACI GLOBAL. «Davanti a un problema di soccorso, la necessità è di risolverlo velocemente, non di risparmiare. In un momento in cui il mercato ci chiede di essere concorrenziali, ACI GLOBAL ha deciso di puntare sull’innovazione per trasformare il modo di lavorare e di erogare servizi fuori e dentro l’azienda. Oggi, è in atto un progetto di trasformazione che ci permette di coniugare efficacia dell’intervento all’efficienza operativa, ottimizzando i mezzi e facendo evolvere gli strumenti di collaborazion e smart working. «Innovazione di processo e di servizio, infrastruttura tecnologia agile, nuovi modelli di organizzazione del lavoro in ottica smart working sono i punti chiave del paradigma di trasformazione digitale dell’azienda. Bisogna fare innovazione nel modo giusto, senza perdere di vista la sicurezza. La tecnologia deve abilitare il business, non essere un fattore di ostacolo al cambiamento. Il mondo migliore è procedere per obiettivi, misurando i vantaggi ottenuti e condividendo i risultati. Smart working e cloud services, per distribuire le informazioni e aumentare la collaboration a tutti i livelli sono fondamentali per raggiungere l’obiettivo comune della crescita».

 

 


Videointervista a Gianluca Cavalletti, ACI GLOBAL
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Comau, Flavio Bernocchi: La sfida della fabbrica “smart”

Nella “fabbrica del futuro”, i processi di automazione coinvolgeranno l’organizzazione del lavoro e tutti i processi. L’automazione industriale del futuro non sarà solo una sfida ingegneristica, ma anche organizzativa. Allo stato attuale, è più facile parlare di smart working in un’azienda di servizi. Anche se, l’evoluzione verso la “servitization” porterà alla trasformazione del rapporto tra il produttore di beni strumentali e l’azienda utilizzatrice dalla mera fornitura di macchine operatrici alla messa disposizione di processi di servizio end-to-end. Nel passaggio dalla visione tradizionale della ciclo di vita del prodotto, dove il nucleo del valore percepito dal cliente è il prodotto manifatturiero, verso un modello dove il cliente stesso è attore di nuove soluzioni a valore, la trasformazione del lavoro nella fabbrica “pesante”, pone una sfida tecnologica, culturale e di sicurezza più “hard”. Comau, membro del Gruppo FCA, è leader a livello mondiale nella produzione di sistemi automatici flessibili e nell’integrazione di prodotti, processi e servizi per aumentare l’efficienza, riducendo al contempo i costi complessivi. In tema di smart working, l’esperienza di Comau è tipica del settore manufacturing. Desktop virtuali e virtual room – per agevolare il lavoro a distanza su diversi progetti e in diverse aree geografiche e sotto la spinta che arriva anche dai clienti – rappresentano i punti della strategia per la collaboration di Comau sia dal punto di vista delle soluzioni di unified communication sia della distribuzione e la costruzione del valore sul dato. «Le spinte che ci inducono a cambiare sono due» – spiega Flavio Bernocchi CIO di Comau. «I tempi del ciclo di vita del prodotto, dalla progettazione alla messa sul mercato, si sono dimezzati. L’era dell’organizzazione del lavoro di stampo taylorista è tramontata da un pezzo. Dalla divisione del lavoro e la frammentazione delle competenze siamo passati alla collaborazione e alla condivisione delle risorse materiali e immateriali. Questo impone anche un ripensamento della fabbrica dal punto di vista delle infrastrutture tecnologiche e della gestione del dato. Comau ha stabilimenti in 15 paesi e il lavoro a distanza rappresenta una grande opportunità. Siamo una fabbrica “pesante” sia per i tipo di prodotti che produciamo sia perché i nostri dati di ingegneria non sono facilmente distribuibili. A livello di progettazione la distribuzione del lavoro via web o in cloud è una pratica sempre più adottata, ma richiede un forte coordinamento, soprattutto dal punto di vista della sicurezza e della protezione dei dati. Il dato è sempre più dinamico, ma portare il modello “social” in fabbrica è una sfida».

 

 


Videointervista a Flavio Bernocchi, Comau
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Vimar, Francesco Pezzutto: «La collaborazione diventa intelligente»

Il percorso verso la smart collaboration può essere pieno di insidie tecnologiche, organizzative e culturali. Gli investimenti in smart working e UC&C consentono di avere un ROI tangibile in termini di aumento della produttività e di snellire i processi di business, riducendo i costi (spese per trasferte, spese di interconnessione), ma il beneficio più grande è la qualità del lavoro. «Dal 1945 – spiega Francesco Pezzutto CIO di Vimar – siamo leader nella produzione di materiale elettrico, elettronico e di sistemi di home & building automation. La nostra storia inizia nell’immediato dopoguerra, a Marostica (VI), e oggi siamo presenti in tutto il mondo. Siamo un’azienda 100% italiana, perché crediamo nel made in Italy. Ci confrontiamo in un mercato globale, fatto di competitor globali, e quindi la nostra capacità di introdurre innovazione in azienda diventa un elemento strategico per reggere la competizione e continuare a produrre in Italia. La passione e la voglia di innovare contraddistingue i nostri prodotti». Vimar è leader di mercato in Italia e uno dei principali brand di riferimento nel mercato internazionale. «Abbiamo intrapreso un percorso di trasformazione, dotando l’azienda dei più evoluti strumenti di comunicazione per garantire non solo ai dipendenti la possibilità di accedere a dati e applicazioni aziendali in qualunque momento, senza vincoli di localizzazione, ma anche per abilitare nuovi modelli di gestione delle relazioni con stakeholder esterni all’impresa, a partire da clienti e fornitori. In particolare, in concomitanza di un progetto a supporto della rete commerciale, abbiamo deciso di lanciare una soluzione di Information & Communication Mobility, con l’obiettivo di dotare tutta la forza vendita di device mobili su un sistema CRM in grado di mappare tutte le opportunità di business. Siamo passati così da un concetto di uffici distribuiti a un concetto di “lavoro sul campo”. Il secondo passo è stato di fornire anche strumenti di lavoro condiviso in mobilità. Per la fase pilota di questo secondo step è stato ingaggiato il top management, in modo da dare l’esempio. Le soluzioni di smart working abbattono le barrire culturali. La tecnologia deve essere cavalcata e governata per portare innovazione in azienda e dare vantaggio competitivo. Gli strumenti di collaborazione sono perfettamente integrabili con soluzioni di CRM e Extended ERP. L’aspetto della sicurezza non è da trascurare, ma non deve essere un deterrente all’innovazione. Anche l’approccio manageriale è un fattore determinante. Il manager deve pensare di integrare le proprie competenze e adottare un approccio di team leadership più partecipativo, stimolatore di comunicazione e facilitatore di queste nuove tecnologie per rendere più efficiente e più efficace il proprio lavoro».

 

 


Videointervista a Francesco Pezzutto, Vimar
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Astaldi, Giampiero Astuti: «Smart working, un treno che va veloce»

Giampiero Astuti Group CIO di Astaldi

Astaldi, general contractor leader in Italia e player di riferimento a livello mondiale per il settore delle infrastrutture, mantiene un approccio più tradizionale rispetto all’organizzazione del workspace e della gestione del personale, come ci racconta Giampiero Astuti Group CIO di Astaldi, intervenendo in telepresence da Roma. «Abbiamo quasi 400 sedi geografiche distribuite in 30 paesi diversi. Le soluzioni di UC&C, smart working e content management permettono alle aziende complesse come Astaldi di facilitare il modo di lavorare e di organizzare il lavoro. Se penso a come lavoravamo solo cinque anni fa e come lavoriamo oggi, mi accorgo che si tratta di due mondi completamente differenti. Noi lavoriamo con il ferro e il cemento. L’età media dei nostri dipendenti è di circa 46-47 anni. Rivoluzionare il lavoro in azienda significa porsi un problema di change management a monte. La sfida più grande è cambiare la testa delle persone, non l’introduzione di una tecnologia. Il fenomeno della consumerizzazione può essere di aiuto per rendere più facile l’adozione di queste soluzioni anche in ambito aziendale. Il dipendente che dimostra di avere più resistenze, magari nella vita privata è un “social surfer” di prima categoria. Il modello lavorativo sta cambiando molto in fretta. Da molti anni in azienda, facciamo largo uso del canale di videoconferenza e di soluzioni di UC&C per la condivisione di contenuti. Si tratta di un motore che sta prendendo potenza su un treno, quello dello smart working, che va sempre più veloce con una tecnologia sempre più pervasiva».

Nestlé Italiana, Sergio Ciccarelli: Il lavoro agile e il ruolo delle HR

Sergio Ciccarelli, IS HR Business Solution Manager di Nestlé Italiana

Il Gruppo Nestlé è presente in Italia dal 1875. Occupa circa 5.500 dipendenti suddivisi in 16 stabilimenti produttivi (oltre alla sede centrale di Milano). Oggi, opera con diverse realtà: Nestlé Italiana, Sanpellegrino, Purina, Nespresso, Nestlé Nutrition e Nestlé Health Science, Nestlé Professional e CPW. Il Gruppo Nestlé è leader mondiale nel food & beverage. Nel 2014, ha ottenuto la Menzione Speciale agli Smart Working Awards 2014, il premio promosso dall’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano. L’azienda è impegnata in un processo di trasformazione per innovare il lavoro in ottica smart con l’introduzione di progetti di “agile work” a tutti i livelli. «In occasione dell’apertura della nuova sede di Assago – racconta Sergio Ciccarelli, IS HR Business Solution Manager di Nestlé Italiana – la compagnia ha avviato un esteso piano di change management con l’obiettivo di creare una diffusa consapevolezza sulla modalità di utilizzo degli ambienti nel nuovo edificio, sulle policy organizzative e soprattutto sui comportamenti e gli stili di leadership Smart». Ma l’impegno nello sviluppo di iniziative di welfare e lavoro agile fa parte di una strategia intrapresa da tempo. «Si tratta di un percorso che va nella direzione del benessere delle persone e della soddisfazione delle loro esigenze». Con il nuovo Campus Nestlé, l’Italia è diventata uno dei primi mercati al mondo a riunire sotto un unico tetto tutti gli uffici direzionali del Gruppo per un totale di circa 1.300 persone. Più di 22mila metri quadrati, sei piani, soluzioni e spazi innovativi concepiti in modo dinamico per favorire collaborazione, comunicazione, creatività. Il progetto rappresenta un esempio di punta del modo di concepire gli spazi lavorativi del futuro. Smart working vuole dire molte cose. Orario flessibile, accesso in mobilità, work space, work life balance, tecnologia necessaria, ma anche una visione diversa del lavoro. Ma come facilitare la flessibilità e promuovere la cultura dello smart working? «In Nestlé, che non è più solo una “food company”, ma una “wellness company” – spiega Sergio Ciccarelli – abbiamo un approccio “open”, grazie all’innovativa progettazione degli spazi e al supporto di tecnologie avanzate. Oggi, in azienda è possibile decidere non solo il luogo dove lavorare – dal bar interno o dal cortile, dalle sale riunioni come dai phone boot o dalla propria scrivania – ma anche con quali strumenti lavorare, gestendo così al meglio il tempo, a vantaggio delle persone e delle performance di business. In questo processo di trasformazione, il ruolo delle HR è fondamentale. Il commitment da parte del top management rappresenta la condizione per il successo».

CLUSIT, Alessio Pennasilico: Lavorare “mobile” e in sicurezza

Alessio Pennasilico Membro del Direttivo e del Comitato Tecnico Scientifico di CLUSIT

Essere connesso ovunque, dentro e fuori il perimetro aziendale significa avere la possibilità di lavorare ovunque, ampliando il tempo del lavoro, ma anche di conciliarlo con le esigenze personali con un incremento positivo del work life balance e della produttività. Lavorare “mobile” pone molti problemi di sicurezza, che non solo di natura tecnologica, ma anche culturale. La soluzione? «Non ignorare il problema» – risponde Alessio Pennasilico Membro del Direttivo e del Comitato Tecnico Scientifico di CLUSIT. «L’aumento di produttività che deriva dall’utilizzo di tecnologie che permettono di lavorare “mobile” è evidente. L’aumento dei rischi per l’infrastruttura altrettanto. Non cedere alla tentazione di imporre divieti “inaccettabili” significa gestire la situazione, mitigando i rischi e definendo il perimetro di sicurezza degli utenti mobili. I rischi reali sono molti: dalla perdita del device e dei dati, all’uso fraudolento di informazioni aziendali. Gli smartphone, che più di ogni altro device abilitano forme di collaboration, sono potenti e versatili. Ma ogni smartphone può diventare un punto di accesso o di uscita della rete aziendale. Il primo passo per promuovere lo smart working è la messa in sicurezza la rete attraverso regole di accesso, di autenticazione e di prevenzione. La tecnologia è abilitante, ma il mancato controllo e gestione degli strumenti tecnologici può essere disabilitante e trasformarsi in una trappola o in un boomerang».

Rinunciare al controllo per mantenere il comando

Controllo e gestione delle informazioni in sicurezza restano i punti cardine, ma facilitare la collaborazione da remoto e in mobilità diventa sempre più «necessario». In Italia, la soluzioni per i mobile worker sono in crescita e la mobilità non è più un “nice to have”. L’incremento del livello di mobilità degli addetti, del numero di device e delle applicazioni obbliga le imprese a gestire questa «entropia» del sistema.

Solo recentemente le priorità sono cambiate e i CIO hanno iniziato a comprendere che è fondamentale avere strategie di enterprise mobility per dominare questo fenomeno inarrestabile. «Non esiste però una strategia univoca, adatta a tutte le imprese – spiega Daniela Rao (IDC Italia) – poiché gli aspetti su cui la mobilità impatta sono numerosi e molto diversificati: in quei processi di business dove velocità e precisione nello scambio di comunicazioni sono fondamentali per la competizione, l’adozione di una strategia di trasformazione ha impatti direttamente proporzionali ai benefici e coinvolge tutta l’organizzazione, dai sistemi informativi agli addetti, sino ai clienti».

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Enterprise Mobility. Facing Diversity https://www.datamanager.it/2014/07/enterprise-mobility-facing-diversity/ Fri, 11 Jul 2014 10:00:25 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57885 In quei processi di business dove velocità e precisione nello scambio di informazioni sono fondamentali per la competizione, l’adozione di una strategia mobile coinvolge tutta l’organizzazione dai sistemi informativi alle LOB, sino ai clienti di Daniela Rao, TLC Research & Consulting director – IDC Italia Lavorare in mobilità e da luoghi diversi dalle sedi di […]

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In quei processi di business dove velocità e precisione nello scambio di informazioni sono fondamentali per la competizione, l’adozione di una strategia mobile coinvolge tutta l’organizzazione dai sistemi informativi alle LOB, sino ai clienti

di Daniela Rao, TLC Research & Consulting director – IDC Italia

Lavorare in mobilità e da luoghi diversi dalle sedi di lavoro assegnate, utilizzando device e servizi che permettono di accedere a Internet e di trasmettere dati attraverso la rete mobile, è parte dell’esperienza quotidiana di un numero sempre più importante di persone e aziende. È ormai evidente che questo fenomeno è destinato ad avere grandi impatti sui sistemi informativi aziendali. Anche in Italia, l’incremento del livello di mobilità degli addetti, del numero di device e delle applicazioni obbliga infatti le imprese ad affrontare nuove sfide e gestire questa entropia.

Tutto è iniziato, per così dire, a casa e nelle mani dei consumatori, in un momento in cui le aziende, sebbene avessero iniziato da qualche anno ad adottare gli smartphone per l’utilizzo dell’e-mail in mobilità, con device e sistemi dedicati, non sembravano ancora aperte all’uso dei terminali più intelligenti per una vera trasformazione del modo di lavorare. Con il passare del tempo, tablet e smartphone si sono ulteriormente diffusi tra i consumatori, hanno cambiato il nostro approccio individuale alla comunicazione e alla fruizione dei contenuti, partendo dal divano di casa e mescolandosi ben presto con l’attività lavorativa, dando luogo alla cosiddetta consumerization.

Le aziende italiane hanno avuto inizialmente un approccio passivo, volto principalmente a difendere i sistemi aziendali da potenziali attacchi e a gestire il fenomeno con manovre tattiche o, spesso, vietando l’uso di device personali per scopi aziendali. Tuttavia, i CIO hanno presto capito che la consumerization è un fenomeno inarrestabile e non riguarda soltanto la sicurezza, ma comporta un cambiamento radicale nella gestione delle risorse ICT: l’ingresso di sempre più device, anche personali, e la necessità di lavorare con più flessibilità hanno iniziato a cambiare la “filosofia” e la vita quotidiana anche dei dipartimenti IT.

L’attenzione e il focus dell’attività si stanno quindi spostando dalla gestione e controllo delle infrastrutture ICT all’identificazione di soluzioni per gestire le risorse ICT necessarie a supportare un nuovo modo di lavorare, in un contesto competitivo in cui flessibilità e velocità sono strumenti indispensabili per competere.

Solo recentemente le imprese italiane hanno iniziato a comprendere che è fondamentale avere strategie di enterprise mobility per dominare questo fenomeno inarrestabile. Non esiste però una strategia univoca, adatta a tutte le imprese, poiché gli aspetti su cui la mobilità impatta sono numerosi e molto diversificati: in quei processi di business dove velocità e precisione nello scambio di comunicazioni sono fondamentali per la competizione, l’adozione di una strategia di trasformazione ha impatti direttamente proporzionali ai benefici e coinvolge tutta l’organizzazione, dai sistemi informativi agli addetti, sino ai clienti. Per questo motivo IDC parla ora di Multi-dimensional Enterprise Mobility.

Se è ormai chiaro che l’adozione di soluzioni di Enterprise Mobility presentano importanti benefici nella trasformazione del modo di lavorare, le sfide si riconducono invece agli impatti in termini di scelte tecnologiche e cambiamenti organizzativi, oltre che alla pianificazione degli investimenti necessari per attuare la trasformazione.

Nelle più recenti indagini di IDC emerge che le aziende italiane, nell’ultimo anno, hanno abbandonato l’approccio passivo e, nonostante la complessità, hanno adottato un approccio progettuale, dove costi, scelte su BYOD e consumerization, nonché manovre di adattamento, sono pianificati sul lungo periodo.

In Italia, oltre il 40% delle grandi aziende ha già adottato soluzioni di Mobile Enterprise Management e Mobile Device Management, mentre un altro 30% pensa di adottarle nel corso dei prossimi 12 mesi. Emerge inoltre che i modelli di BYOD, adottati in una fase iniziale ma poco adatti alla gestione delle molteplici problematiche che terminali e sistemi operativi diversi possono introdurre, stanno lasciando il campo a modelli di Choose-YOD, in cui l’azienda consente a una definita lista di device la possibilità di accesso ai sistemi aziendali, a seconda delle loro caratteristiche. L’obiettivo è quello di ottenere una maggiore governabilità dei sistemi ICT, svincolandosi dai paradigmi Corporate-owned e Employee-owned, e orientandosi a gestire il grado di libertà dell’utente finale con soluzioni di Containerization e Virtualization, che ne definiscono le aree operative e i livelli di accesso.

Ma sul fronte delle applicazioni che entreranno in azienda siamo solo all’inizio. Oggi, oltre l’80% delle aziende italiane supporta la posta elettronica in mobilità, ma sono solo le grandi imprese quelle che prevedono di sviluppare applicazioni per la condivisione delle informazioni e la produttività. Le applicazioni che vedranno presto una maggiore diffusione sono quelle “industry specific”, a testimonianza che abilitare il lavoro da remoto e in mobilità va oltre la semplice comunicazione fra gli addetti, ma impatta direttamente sugli specifici processi di business.

Un approccio strategico all’Enterprise Mobility consente di sviluppare meglio i benefici, ma non ne elimina le complessità. Le sfide maggiormente sentite dalle aziende che affrontano questi progetti rimangono legate alla sicurezza: la protezione dei dati e delle reti aziendali, insieme alla gestione del parco dei device. Segue l’integrazione nelle infrastrutture IT esistenti. Infine la predisposizione di policy per l’utilizzo dei device. Ma è proprio su quest’ultimo tema, inizialmente sottovalutato, che ora si focalizza l’attenzione delle aziende più evolute: queste, avendo percepito la vastità degli impatti della mobilità, hanno anche capito l’importanza di identificare regole a tutela dell’azienda ma condivisibili dagli addetti.

Nel breve termine continueranno a crescere le sfide del lavoro in mobilità. I Dipartimenti IT dovranno fornire servizi di mobilità a un sempre maggiore numero di lavoratori interni e, in alcuni casi, esterni all’azienda. Questi individui, con nuovi device e richieste sempre più sofisticate, continueranno inevitabilmente a essere da una parte la fonte di possibili problematiche di sicurezza, ma anche i più importanti precursori delle innovazioni destinate a impattare sui sistemi aziendali.

Emergerà la necessità di tracciare roadmap per l’implementazione di applicazioni mobili. Lo sviluppo sia interno, sia di terze parti, di specifiche applicazioni per la mobilità è stato sinora considerato da molte imprese come complicato e molto oneroso in termini di tempo e risorse. Ma le imprese più avanzate hanno iniziato a sviluppare una nuova “mobility culture” e sono passate dalla “mobilizzazione” di applicazioni e processi “fissi” alla progettazione di nuovi processi in un contesto mobile, migliorando l’esperienza utente e abilitando nuovi processi e nuovi servizi.

La sicurezza e la protezione dei device aziendali evolveranno verso soluzioni di Digital Life Protection. I principali obiettivi saranno la gestione di diversi terminali in un ecosistema connesso ad applicazioni sviluppate da terze parti o a servizi cloud e la riduzione del rischio di perdita d’informazioni e di attacchi malware, anche a fronte di un aumento di navigazione e download da parte del personale, anche per scopi privati. Ma in futuro le imprese saranno sempre più preoccupate di proteggere il loro patrimonio informativo e l’attenzione si focalizzerà sull’organizzazione e sull’accesso ai contenuti, sulla gestione della privacy e sul controllo di quali contenuti possono essere scambiati, con chi e con quali modalità. Proprio perché il focus si sposterà sui contenuti, la capacità di affrontare la diversificazione sarà la caratteristica più importante di una strategia di Enterprise Mobility di successo.

 

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IoT, l’anima delle città smart https://www.datamanager.it/2014/07/iot-lanima-delle-citta-smart/ Tue, 08 Jul 2014 16:30:48 +0000 http://www.datamanager.it/?p=57793 I primi segnali di un’economia basata sul dialogo tra persone e “oggetti” sono incoraggianti, ma sulla strada della realizzazione di tante promesse, anche conservatrici, ci sono ancora numerosi ostacoli di natura regolamentare e finanziaria Nella storia, ancora tutta da scrivere, dell’Internet of Things uno dei capitoli più interessanti sarà sicuramente occupato dalla tematica delle smart […]

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I primi segnali di un’economia basata sul dialogo tra persone e “oggetti” sono incoraggianti, ma sulla strada della realizzazione di tante promesse, anche conservatrici, ci sono ancora numerosi ostacoli di natura regolamentare e finanziaria

Nella storia, ancora tutta da scrivere, dell’Internet of Things uno dei capitoli più interessanti sarà sicuramente occupato dalla tematica delle smart cities e più in generale delle infrastrutture intelligenti e dei sistemi di comunicazione machine-to-machine a supporto di una nuova tipologia di servizi basati sull’informazione in tempo reale. L’informatica applicata ai servizi tipici di qualsiasi grosso agglomerato urbano – infrastrutture, traffico, energia, controllo dell’inquinamento, sicurezza, servizi ai cittadini, includendo non solo gli aspetti più burocratici e legati alla pubblica amministrazione, ma anche il tema della salute e della prevenzione – non è certo un fenomeno nuovo. Sei anni fa, un grande protagonista dell’informatica come IBM con il suo nuovo CEO, Sam Palmisano, aveva deciso di lanciare lo slogan “smarter planet”, per definire gli obiettivi della strategia di gruppo dopo la grande affermazione del concetto di informatica “on demand”.

La combinazione di dispositivi mobili, sensori di rilevamento e capacità di trattamento di grandi volumi di dati sembra la ricetta ideale per un ambiente urbano capace di ottimizzare l’uso dell’energia, ridurre sprechi e inquinamento, facilitare la corretta manutenzione delle infrastrutture o prevenire e intervenire in caso di guasto, razionalizzare il traffico riducendo il numero degli incidenti e delle loro vittime, gestire in modo diverso, con molti più automatismi, i servizi al cittadino e ai turisti, fornire un’informazione più ampia e puntuale su questi servizi, stimolare la partecipazione di tutti alla gestione della città, affiancare le forze creative e culturali nelle loro iniziative.

Eppure in Italia, i numeri rilevati da istituzioni indipendenti come il Politecnico di Milano dicono che nell’ambito del nascente mercato dell’informatica per la IoT, la voce smart cities mostra ancora un certo grado di immaturità dell’intero segmento, malgrado qualche sperimentazione interessante e nonostante i segni di riconoscimento da parte delle amministrazioni locali, che in diversi casi hanno già dato vita ad assessorati e uffici ad hoc presidiati da figure responsabili. Eventi straordinari come Expo 2015 possono essere molto importanti, ma come al solito non risolvono del tutto il problema di “come fare sistema” e dar vita all’Italia delle smart cities.

IoT E SMART CITY

Lo scopo di questa inchiesta è fare il punto sulla questione IoT e smart city attraverso una prima analisi dei dati, delle proiezioni e naturalmente dei primi risultati ottenuti sul campo, cercando di individuare promesse e aree di criticità: in altre parole, tutti gli aspetti che possono fare la differenza tra un’astratta “parola d’ordine” e una solida economia di prodotti, sistemi e servizi. Un altro punto critico, nell’ambito dei progetti coordinati ed erogati dalle pubbliche amministrazioni, è rappresentato dai capitali di avviamento e dalla successiva sostenibilità sul piano finanziario in un’epoca che non è propriamente di vacche grasse. Infine ci sono gli ostacoli sul piano regolamentare, anche in chiave tecnologica – ossia dal punto di vista delle piattaforme, degli standard, delle infrastrutture radio – che si frappongono alla realizzazione del sogno di una città, se non di un pianeta, più smart grazie alle informazioni che possiamo estrarre e analizzare attraverso un “pulviscolo” intelligente di sensori, dispositivi, oggetti, veicoli, persone “digitali” in costante connessione reciproca.

Proveremo insomma a interrogarci sulle tecnologie – sensori, terminali, protocolli e reti di comunicazione, infrastrutture condivise e ad hoc, ambienti di integrazione applicativa – che possono contribuire alla corretta implementazione di una strategia per la smart city; su quali possano viceversa essere le carenze e le criticità da affrontare; e su come la pubblica amministrazione può orchestrare i servizi.

SCENARIO FUTURO

Possiamo partire con qualche premessa e qualche dato preliminare per inquadrare un fenomeno di cui non è facile dare una definizione univoca. Internet delle cose, degli oggetti o – come sembra preferire Cisco – “of Everything”, sono solo alcune delle formule più ricorrenti, ma in occasione dell’M2M Forum tenutosi lo scorso maggio a Milano, Mauro Colopi di Bain&Company ha rispolverato un termine “informatica pervasiva” che per quanto sia stato coniato da un autentico visionario del settore, Mark Weiser, quasi vent’anni fa rimane il più convincente. Per l’analista di Bain&Company, il pervasive computing risulta dalla sommatoria della comunicazione macchina-macchina e dalla Internet degli individui e comprende tutti i sistemi elettronici che siano in grado di elaborare dati e siano connessi attraverso Internet, con o senza una precisa sollecitazione da parte di un utente finale. Ma dal punto di vista quantitativo, di che contesto stiamo parlando? Secondo le ormai famose stime di Cisco, la Internet of Everything comprenderà da qui al 2020 circa 50 miliardi di oggetti.

Intervenendo alla convention Fujitsu World Tour 2014 che il colosso informatico giapponese ha organizzato ad Assago in giugno, il futurologo Vito Di Bari ha dichiarato di ritenere assolutamente conservativa questa stima: «Nel 2020, prevedo piuttosto l’esistenza di 200 miliardi di oggetti. Significa che avremo non meno di 500 miliardi di microprocessori, di cui appena uno su centomila si troverà “a casa propria”, cioè in un computer». Per il futurologo italiano più famoso del mondo, questa pervasiva presenza di generatori di dati provocherà un autentico Big Bang informativo. «Nel 2025, ogni singolo abitante della terra produrrà 65 terabyte di dati, come se ciascuno di noi girasse con 500 MacBook Air da 128 GB in tasca. Un’opportunità che in termini economici varrà 13mila miliardi di dollari». Più di un quarto di questo valore, riguarda – secondo Di Bari – il comparto Automative and Building.

POTENZIALE DI MERCATO

Lo scenario forse volutamente provocatorio di Di Bari non è troppo distante, almeno per ordine di grandezza, da quello appena tracciato dagli analisti di IDC, che vedono ormai concretizzarsi quella che qualche anno fa appariva come una vaga promessa. Secondo lo studio pubblicato a inizio giugno, la trasformazione dell’industria informatica dovuta all’Internet delle cose (che IDC definisce come “una rete di reti di endpoint o “cose” univocamente identificabili, che comunicano senza interazione da parte dell’uomo in connettività IP”) rappresenta un mercato che crescerà da mille e 900 miliardi di dollari nel 2013 a settemila e 100 miliardi nel 2020. Spezzando il dato dello scorso anno in chiave geografica, le nazioni dell’Europa occidentale si dividono il 26% della torta di quasi due trilioni di dollari. Al di là di queste cifre, afferma ancora Idc, le aziende, i consumatori e l’intero ecosistema produttivo in ambito IoT godrà di una moltitudine di vantaggi dall’avanzamento del settore e delle sue implementazioni.

Tra le macroconseguenze più vistose nel mercato globale delle regioni sviluppate, ci sarà l’avvento di nuovi modelli di business, nello spazio B2B come in quello B2C, a causa del forte livello di automazione di processo che l’IoT rende possibile e la conseguente accelerazione in termini di disponibilità dei servizi, misura del loro rendimento e capacità di risposta alle nuove necessità dei clienti. Un altro “bonus” consiste nella capacità di valutazione e controllo dei processi interni e dei prodotti. Direttamente collegato al Big Bang di dati di cui parla Di Bari, grazie a questa capacità di comando e controllo, tutte le aziende potranno prendere le loro decisioni in tempo praticamente reale e – più in generale – i consumatori potranno usufruire di servizi “anywhere, anytime”, in tutti i campi applicativi, dalle cure sanitarie ai sistemi di trasporto individuale o collettivo, fino ai punti vendita del retail. Gli effetti del dialogo uomo-oggetti si vedranno anche in termini di diversificazione e innovazione delle fonti di revenue. Grazie a quella che il Cto Global Business di Fujitsu chiama “iniezione del digitale nel mondo analogico” sapremo inventarci un nuovo universo di applicazioni.

Proprio la varietà e la pervasività delle applicazioni possibili, rende ardua l’analisi del potenziale di mercato e degli ostacoli al suo sviluppo. Venendo in modo più specifico al tema della smart city, una delle analisi più dettagliate di cui disponiamo al momento è quella – riferita tuttavia all’intero contesto della IoT – presentata lo scorso febbraio da Osservatori.net della School of Management del Politecnico di Milano. Questo organismo è uno dei pochi a fornire al momento una valutazione quantitativa del mercato IoT in Italia, che secondo l’Osservatorio Internet of Things si attesterebbe sui 900 milioni di euro di valore. L’attività dell’Osservatorio comprende oltre al comparto Smart City & Smart Environment, gli ambiti della Smart Car, Home&Building, Smart Metering e telelettura energetica, Smart Logistics, Asset Management e il solito campo “altro” di servizi indifferenziati. Gli studi svolti tra le aziende che partecipano a Osservatori.net permettono di stimare che il fatturato totale di 900 milioni nel 2013 viene generato da circa sei milioni di “oggetti” che in quasi il 50% dei casi ricadono nel segmento Smart Car. A tirare la corsa dell’intero settore è quel terzo di fatturato attribuito alle automobili connesse, a loro volta fortemente concentrate (95% dei casi) sull’«utilizzo di box Gps/Gprs per la localizzazione dei veicoli privati e la registrazione dei parametri di guida con finalità assicurative». L’Internet delle cose all’italiana, in altre parole, serve soprattutto a proteggerci dai ladri d’auto, e la connettività si esprime attraverso circa sei milioni di sim card installate a bordo delle centraline prescritte dagli assicuratori.

DISPOSITIVI, RETI E PERSONE

La rete degli oggetti gioca un ruolo fondamentale anche all’interno dei programmi smart city che la pubblica amministrazione e le aziende non solo pubbliche hanno sperimentato in questi anni. Il censimento presentato all’inizio di quest’anno da Osservatori.net comprendeva circa 250 applicazioni analizzate in oltre 110 città, quasi metà delle quali (51) sono italiane. L’espressione, secondo il Politecnico, travalica i confini puramente tecnologici e si rifà a una concezione della realtà urbana che spazia dalla mobilità all’efficienza energetica di servizi essenziali come l’illuminazione notturna delle strade, fino ad abbracciare i confini ancora molto incerti dell’eGovernment locale e della partecipazione attiva dei cittadini. Nonostante non vi sia una piena sovrapposizione tra il concetto di smart city e il paradigma della IoT, quest’ultima sta acquisendo una funzione abilitante della città intelligente, grazie ai numerosi impieghi volti a potenziare i servizi offerti nelle aree urbane.

Ma se nelle nazioni più avanzate, smart city significa innanzitutto “gestione della mobilità” urbana, in Italia il grosso della sperimentazione si posiziona in ambiti più prosaici come l’illuminazione intelligente e la raccolta dei rifiuti, oltre a qualche esempio di smart metering e smart grid.

PUNTI CRITICI E PROSPETTIVE

Le aree di criticità che ci interessa evidenziare sono essenzialmente due. Un aspetto riguarda la contraddizione tra una tipologia di servizi da un ambiente interconnesso e la strana individualità di sperimentazioni che vanno a indirizzare solo tematiche molto specifiche. Durante la presentazione dei dati dell’Osservatorio IoT è stata sottolineata l’esigenza di una progettualità più di sistema, orientata al multi-funzione. La carenza è soprattutto a livello delle piattaforme che dovrebbero assicurare connettività e servizio, in una chiave il più possibile modulare, proprio per accogliere e realizzare le idee di diversi erogatori e fruitori diversi. Il secondo punto riguarda invece il finanziamento dei progetti, che nel caso delle smart city è – secondo il Politecnico – «il principale dei nodi aperti in relazione all’avvio di progetti IoT». Se all’estero ci sono stati i primi casi di successo dell’avvio di partnership pubblico-privato, in Italia almeno un terzo dei progetti censiti si basa su fondi di provenienza UE (targati per esempio Horizon 2020) o su finanziamenti erogati a livello nazionale, da enti pubblici come il Miur. Non è solo un problema di natura politica, di un modello da accettare. In assenza di un chiaro percorso di sostenibilità delle applicazioni – con le possibili eccezioni dei significativi ritorni in termini di efficienza, misurabili per esempio con le prime applicazioni per una migliore gestione della raccolta differenziata dei rifiuti – la spinta all’innovazione in questo settore si deve basare sull’investimento di risorse “upfront”.

Secondo Daniela Rao, TLC Research & Consulting director di IDC Italia, siamo davanti a una vera scommessa in un momento ancora in fase iniziale di un mercato che molto probabilmente sarà di dimensioni importanti, ma che dovrà maturare nel corso dei prossimi cinque anni. «Quindi è giusto soffermarsi su un’idea di piattaforma che abbia non solo capacità di gestione del traffico delle informazioni, ma riguardi anche la distribuzione dei vari device: un grande Mobile Device Management orientato alla IoT». Mettere a punto questa piattaforma è prioritario, ancora più che mettere a punto le singole applicazioni. «Senza una piattaforma evoluta è impossibile che le applicazioni funzionino». Dunque, è inevitabile guardare a chi al momento sembra avere la responsabilità maggiore: gli operatori che “posseggono” quei sei milioni di sim card dell’attuale mercato IoT/M2M in Italia e sulle infrastrutture 3G che per il momento rappresentano la tecnologia di comunicazione dominante.

«In quel miliardo di euro scarso generato in Italia dalla IoT – prosegue Daniela Rao – una componente importante è legata allo sviluppo delle applicazioni e alla produzione di chipset e device, quindi l’hardware. Solo una parte modesta riguarda la connettività, aspetto tipicamente “telco”, e coloro che gestiscono o gestiranno le piattaforme». Guardando agli operatori, dice ancora l’analista Idc, è difficile che questi possano restare nell’ambito della connettività pura: andare in direzione delle piattaforme è una scelta obbligata. e di fatto in Italia, due operatori come Telecom Italia e Vodafone dimostrano di avere in campo M2M un grande spirito di iniziativa. «Il loro problema è verticalizzare» – avverte però Daniela Rao. «Nel momento in cui si deve lavorare su determinate applicazioni e servizi, con le naturali differenze tra settore e settore, le difficoltà crescono e obbligano l’operatore a spostarsi su terreni meno congeniali. I due operatori maggiori si muovono entrambi con vitalità perché tutta quest’area è considerata importante per la sopravvivenza e la crescita complementare a una connettività che genera revenues sempre più basse».

CONDIVISIONE E MULTICANALITA’

Oltre i problemi di natura politica o finanziaria, un contributo essenziale deve riguardare l’ambito tecnico-normativo e in questo senso il prossimo mese di agosto potrà rivelarsi determinante per il futuro. Infatti, per questa data è stata fissata la scadenza della prima specifica dello standard machine-to-machine communication elaborata nel quadro dell’iniziativa oneM2M, una partnership globale che raggruppa le organizzazioni continentali più importanti (per esempio l’Etsi in Europa o la Tia in Nord America), il Broadband Forum, la Open Mobile Alliance e altre. Diversi gruppi di lavoro in seno all’alleanza si sono occupati di architetture, protocolli, sicurezza e affidabilità, gestione e la prima versione della specifica dovrebbe dare un forte impulso al mondo della produzione verso il grado di condivisione e interoperabilità auspicato. Su scala locale in Italia, lo stesso Politecnico di Milano aveva proposto un concetto di Smart Urban Infrastructure multi-funzione da promuovere nelle varie municipalità (una sperimentazione è stata condotta lo scorso anno a Pavia) come «infrastruttura di comunicazione di secondo livello, non destinata a un’applicazione specifica ma nativamente condivisa tra più applicazioni». Uno degli obiettivi di questo modello è evitare di dover reinventare continuamente la ruota quando si tratta di far dialogare oggetti, tipicamente sensori e attuatori, che non utilizzano le classiche interfacce radio verso Wi-Fi o il 3G, ma devono fare necessariamente parte dell’universo IoT. Uno dei terreni di confronto più stimolanti sarà quello delle cosiddette wireless sensor network, dove esistono già importanti sforzi di standardizzazione (pensiamo a sistemi come ZigBee, l’M-Bus dei contatori del gas, o l’Ieee 802.15.4 delle wireless personal access network) ma per raggiungere questo obiettivo sarà necessario spendere ancora molte energie di coordinamento, regolamentazione e promozione sul mercato.

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