PoliticsTTT/BO: ma Twitter sposta voti?

Lo staff di Twitter Tips & Tricks ha organizzato in sei città l’evento PoliticsTTT. Un’occasione per parlare insieme delle modalità con cui la politica utilizza i social media, e Twitter in particolare, e cercare di rispondere alla domanda delle domande.

Ho partecipato con molto piacere all’evento bolognese, perché in Emilia risiedono buona parte delle mie amicizie. Il (non)Backstage dell’evento l’ho raccontato con foto, video e content curation su Gilda35, qui mi sembra opportuno esporre in modo meno rapsodico la mia posizione sul tema.

Domanda a brucia pelo: “Twitter sposta voti?”

Risposta schietta: “No.”

Potrei concludere così la trattazione, ma sarebbe ingeneroso. Così andiamo con ordine.

Innanzitutto l’idea che un media possa incidere sui processi mentali di un individuo fino a sopprimerne la personalità è un delirio di onnipotenza di markettari tecno-esaltati e una autoassoluzione di mediocri politici incapaci di affrontare in una dimensione storica e ideologica i propri fallimenti di fronte al c.d. “berlusconismo televisivo”.

Ciò che sposta voti, come sanno anche le capre, sono le persone.

Ciò che sposta voti è la coerenza tra il contenuto, che viene comunicato, e le peculiarità del media utilizzato per comunicare. Il tutto tenuto conto che bisogna sempre considerare con quale delle proprie voci interiori sta parlando il “comunicatore”, per entrare in contatto con diversi stati mentali dei propri interlocutori.

In tal senso nessun media è idoneo a spostare voti, se non riempito di contenuti adeguati, se non utilizzato sfruttando al meglio le sue peculiarità, se non associato a una coerenza linguistica tra personalità di chi comunica e del recettore del messaggio.

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Twitter assolve egregiamente alle proprie potenzialità politiche nel momento in cui se ne sfruttano appieno le potenzialità. Non esiste un nostro “Io” online diverso dall’offline. Twitter funziona bene quando racconta in modo coerente una persona, magari anche rivelandone aspetti inediti, ma non snaturandola. Twitter funziona bene quando non cerca di vendere idee politiche come fustini di detersivo, ma quando si sforza di diffondere notizie, generare “parole d’ordine, mobilitare in senso sano.

Con i suoi pochi caratteri a disposizione, Twitter può essere un ottimo veicolo di piccoli concetti, che gioco forza si devono incardinare in una strategia più complessiva, di cui Twitter è solo uno dei momenti, che assolve a compiti ben precisi di “circolazione dell’informazione” e “narrazione in diretta”.

Ovviamente quanto sopra è tanto più funzionale quanto più si rispetta il fatto che Twitter è un media aperto e nel bene e nel male bidirezionale. Pertanto se non si vuol “rispondere”, aprire un canale su Twitter è uno degli esercizi più sterili che riesca a immaginare.

L’importazione forzata di modelli stranieri avviene poi senza spesso neppure aver capito le peculiarità della cultura politica in cui si incardinano certe strategie. Così ci troviamo di fronte a piccole pantomime del consenso, che mostrano l’entusiastica adesione di influencer e BOT, lasciando il potenziale elettore piuttosto seccato.

Aggiungo che se qualcosa “sposta voti” deve essere suscettibile di misurazione. Deve pertanto esistere la scientifica possibilità di misurare e pesare in relazione ad un dato evento su Twitter, come questo ha spostato le propensioni di voto. Al momento qualsiasi modello matematico per analizzare simili fenomeni si è tradotto in flop peggiori di quelli dei sondaggisti tradizionali.

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Twitter è un canale per fare qualcosa che in politica non si fa più, ma che è il presupposto della creazione di un convincimento: dialogare.

Spostare voti? E’ compito dei militanti: in piazza, al bar, o davanti a un tablet.

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