intelligenza – Data Manager Online https://www.datamanager.it Il portale dell'ICT professionale Sun, 07 Oct 2018 16:49:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.8.13 https://www.datamanager.it/wp-content/uploads/2020/04/dmo-favicon3.png intelligenza – Data Manager Online https://www.datamanager.it 32 32 Siamo sempre meno intelligenti: QI in discesa dagli anni 70 https://www.datamanager.it/2018/06/siamo-sempre-meno-intelligenti-qi-in-discesa-dagli-anni-70/ Thu, 14 Jun 2018 09:03:07 +0000 http://www.datamanager.it/?p=149609 I punteggi dei test sul Quoziente d’Intelligenza scendono con una media di 7 punti per generazione Con il passare degli anni diventiamo sempre meno intelligenti dei nostri genitori. A rivelarlo è una ricerca condotta su 730.000 test dal 1970 al 2009, da Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg del Centro Ragnar Frisch per la Ricerca Economica in […]

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I punteggi dei test sul Quoziente d’Intelligenza scendono con una media di 7 punti per generazione

Con il passare degli anni diventiamo sempre meno intelligenti dei nostri genitori. A rivelarlo è una ricerca condotta su 730.000 test dal 1970 al 2009, da Bernt Bratsberg e Ole Rogeberg del Centro Ragnar Frisch per la Ricerca Economica in Norvegia. L’indagine mette in luce un quadro piuttosto preoccupante, che vede un calo di 7 punti per ogni generazione a partire dagli anni 70.

L’effetto Flynn

Un risultato che va in controtendenza rispetto a precedenti studi che avevano invece mostrato come nel corso dell’ultimo secolo il QI fosse in crescita, secondo un fenomeno denominato effetto Flynn, dovuto a un insieme di fattori: alimentazione più bilanciata, miglioramenti nella salute e nell’educazione e altri fattori. Ora sembra che il trend si sia inverito e dai test sui QI effettuati su 730.000 giovani uomini durante l’ingresso nel servizio militare norvegese, dal 1970 al 2009, i valori sono risultati in calo ad ogni generazione. 

Più videogiochi, meno libri

La conferma purtroppo arriva anche da altre ricerche: uno studio britannico ha recentemente scoperto che i valori del QI sono diminuiti tra 2,5 e 4,3 punti ogni decennio a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Un altra ricerca statunitense ha evidenziato che i bambini che mangiano pesce in abbondanza diventano più intelligenti. Recentemente è stato anche scoperto il “virus della stupidità”, un batterio chiamato ATCV-1 la cui presenza nell’organismo è stata correlata ad un abbassamento del quoziente intellettivo. Bratsberg e Rogeberg attribuiscono diverse spiegazioni al fenomeno, quali i cambiamenti nello stile di vita e nei sistemi educativi e la tendenza dei bambini a preferire i videgiochi ai libri. Anche guidare troppo a lungo può rendere meno intelligenti, secondo una recente ricerca. Un altro studio ha invece rivelato che chi ha spiccate capacità cognitive ha il 30% di probabilità in più di avere problemi alla vista.

Infine, sembra che l’intelligenza di una persona sia inversamente proporzionale al numero di amicizie: più sei intelligente, meno amici hai.

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È vero che chi porta gli occhiali è più intelligente? La scienza dice di sì https://www.datamanager.it/2018/06/e-vero-che-chi-porta-gli-occhiali-e-piu-intelligente-la-scienza-dice-di-si/ Fri, 01 Jun 2018 08:19:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=148749 Uno studio evidenzia che chi ha spiccate capacità cognitive ha il 30% di probabilità in più di avere problemi alla vista Se nell’immaginario collettivo essere intellettuali va a braccetto con l’immagine del cosiddetto “quattrocchi”, la realtà è che davvero le persone molto intelligenti hanno maggiori possibilità di sviluppare problemi alla vista.  Ad affermarlo è uno […]

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Uno studio evidenzia che chi ha spiccate capacità cognitive ha il 30% di probabilità in più di avere problemi alla vista

Se nell’immaginario collettivo essere intellettuali va a braccetto con l’immagine del cosiddetto “quattrocchi”, la realtà è che davvero le persone molto intelligenti hanno maggiori possibilità di sviluppare problemi alla vista.  Ad affermarlo è uno studio scientifico condotto dall’Università di Edimburgo, che ha analizzato i dati cognitivi e genetici di un campione molto vasto di persone (più di 300 mila) tra i 16 e i 102 anni, raccolti dall’UK Biobank.

Intelligenza e salute

La ricerca, come riporta il Guardian, ha dimostrato «una significativa sovrapposizione genetica tra le funzioni cognitive, i tempi di reazione e molte altre variabili di salute come la vista, l’ipertensione e la longevità». Parlando di numeri, chi ha un quoziente intellettivo elevato ha anche il 30 per cento di possibilità in più di possedere geni legati a deficit della vista, con la conseguente necessità di portare gli occhiali.
Essere più intelligenti comportebrebbe anche altri guai per la salute: è stata dimostrata infatti una correlazione negativa tra le funzioni cognitive e alcune malattie come l’angina, il cancro ai polmoni e la depressione. Tuttavia si tratta solo di correlazioni, senza un nesso specifico di causa ed effetto tra il quoziente intellettivo e i problemi di salute. Inoltre il concetto stesso di intelligenza sarebbe difficilmente quantificabile, vanificando così il tentativo di arrivare ad argomentazioni definitive.

Come gli occhiali cambiano la personalità

Parallelamente a questo, è stato condotto un altro studio su come viene percepito chi indossa gli occhiali. Michael J. Brown, autore della ricerca, ritiene che i quattrocchi vengano considerati più onesti e affidabili, oltre che intelligenti. Questa percezione dipenderebbe dallo smorzamento dei tratti facciali: ecco perché molti avvocati della difesa fanno indossare spesso ai propri clienti un paio d’occhiali prima di entrare in aula.
«Gli occhiali ammorbidiscono l’apparenza, cosicché l’imputato sembri meno capace di compiere un crimine» ha raccontato l’avvocato Harvey al New York Magazine. Del resto questo effetto difensivo degli occhiali vanta una lunga storia: tutti i più famosi serial killer hanno indossato occhiali in tribunale o in pubblico per dissimulare la propria psiche disturbata.

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Bambini, meglio al nido o a casa? Uno studio spiega pro e contro https://www.datamanager.it/2017/10/bambini-meglio-al-nido-casa-uno-studio-spiega-pro/ Mon, 23 Oct 2017 09:00:03 +0000 http://www.datamanager.it/?p=133501 Più intelligenti i bimbi che restano a casa, ma più soggetti a obesità Da uno studio del Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna arriva la risposta a una delle tante domande che prima o poi assillano ogni mamma che pensi al futuro dei propri figli: meglio mandarli il nido o farli restare a casa? […]

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Più intelligenti i bimbi che restano a casa, ma più soggetti a obesità

Da uno studio del Dipartimento di Scienze economiche dell’Università di Bologna arriva la risposta a una delle tante domande che prima o poi assillano ogni mamma che pensi al futuro dei propri figli: meglio mandarli il nido o farli restare a casa?

Un quiz per testare l’intelligenza

La ricerca non fornisce una risposta definitiva, ma è molto utile in quanto illustra i pro e i contro di entrambe le scelte. Tirando le somme, i bimbi fino a 2 anni che restano a casa sono più intelligenti di quelli che vanno al nido ma rischiano maggiormente di diventare obesi.

Questo quadro emerge da uno studio condotto su 7.000 bimbi di Bologna, alcuni dei quali vanno abitualmente al nido, mentre altri restano a casa. Gli esperti hanno sottoposto i bimbi ad alcuni quiz per misurare il loro quoziente intellettivo, valutare la loro massa corporea e personalità. Ne è risultato che i bambini che non andavano al nido avevano un Q.I. più elevato, ma anche un maggiore rischio obesità. Andare al nido quindi comporterebbe degli svantaggi sul piano intellettivo, ma dei rischi per la salute in termini di sovrappeso o addirittura obesità.

A casa coccolati dai nonni

Giulio Zanella, uno degli autori dello studio, specifica che le classifiche vengono fatte includendo fattori socio-economici come la presenza di disabilità, assenza di un genitore, status lavorativo del padre e della madre, reddito e ricchezza familiare. Tenendo conto anche dell’incidenza di questi fattori, i risultati evidenziano come i bambini che hanno frequentato il nido fra 0 e 2 anni siano stati meno soggetti a rischio di obesità.

Il motivo è facilmente intuibile: i bimbi che rimangono a casa sono portati a mangiare in modo più disordinato e meno regolare di quelli che frequentano il nido, dove vengono somministrati pasti correttamente bilanciati e ad orari ben precisi. A casa invece, soprattutto se i piccoli restano a casa con i nonni, vengono spesso gratificati con merendine o cibi calorici, che contribuiscono ad aumentare il rischio di obesità. D’altra parte i bimbi che rimangono a casa  fino a 2 anni, crescono in un ambiente dove si sentono più sicuri e stimolati, accrescendo quindi maggiormente le proprie capacità cognitive.

Cosa scegliere quindi per i propri figli? La soluzione ottimale, suggeriscono gli esperti, sarebbe quella di mandare i propri figli al nido ma aumentare il numero degli educatori o creare micro-asili per favorire un maggior contatto tra adulti e bambini.

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Cervello, guidare troppo a lungo ci rende meno intelligenti https://www.datamanager.it/2017/07/cervello-guidare-lungo-ci-rende-meno-intelligenti/ Wed, 26 Jul 2017 10:07:38 +0000 http://www.datamanager.it/?p=129472 Restare più di 2 ore al volante può abbassare il quoziente intellettivo di una persona Secondo uno studio condotto dal dottor Kishan Bakrania ed un team dedicato presso la University of Leicester, mettersi per troppe ore alla guida avrebbe effetti negativi sulla nostra intelligenza. Il motivo è semplice: quando si è al volante la mente […]

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Restare più di 2 ore al volante può abbassare il quoziente intellettivo di una persona

Secondo uno studio condotto dal dottor Kishan Bakrania ed un team dedicato presso la University of Leicester, mettersi per troppe ore alla guida avrebbe effetti negativi sulla nostra intelligenza. Il motivo è semplice: quando si è al volante la mente vaga, non è impegnata su attività specifiche e automaticamente è come se si mettesse in pausa, che quanto più è lunga tanto più “affloscia” il cervello.

Lo studio

La ricerca spiega che per mantenere attivo il nostro livello intellettivo è fondamentale non superare le due ore di guida al giorno, mentre oltrepassarle ci espone al concreto rischio di perdere quoziente intellettivo.

Il lavoro si basa su un’indagine che ha studiato le abitudini di oltre 500.000 cittadini inglesi con età compresa tra i 37 e 73 anni, sottoposti quotidianamente a test di intelligenza di verifica del quoziente intellettivo (QI). I risultati mostrano come le 93mila persone che sostenevano di guidare tutti i giorni dalle due alle tre ore hanno dimostrato capacità cognitive inferiori rispetto agli altri. I guidatori più assidui risultavano peggiori rispetto a coloro che non guidavano o passavano poco tempo al volante, con dati più significativi per gli automobilisti di mezza età.

Il rischio del declino cognitivo

“Sappiamo che guidare per più di due o tre ore al giorno ha effetti negativi sul cuore – spiega Kishan Bakrania – ora questa nostra ricerca suggerisce che guidare farebbe male anche al cervello, probabilmente perché la mente è meno attiva durante quelle ore”.

Questa ricerca evidenzia quindi come guidare troppo possa favorire il declino cognitivo su un lungo periodo: “Il declino cognitivo è misurabile in cinque anni perché si può verificare rapidamente nelle persone di mezza età e anziani – spiega Bakrania al Sunday Times- questo è associato a fattori di stile di vita come il fumo e la cattiva alimentazione e ora anche con il tempo trascorso in macchina”.

Non si può però paragonare questo tipo di sedentarietà con quella che prevede invece attività di tipo mentale: “come certe persone che lavorano o giocano davanti a un computer. In questo caso la mente è più stimolata. Quando si guarda la tv il nostro cervello è meno attivo ma utilizzando un computer viene automaticamente stimolato”.

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L’intelligenza si legge nelle pupille https://www.datamanager.it/2017/03/lintelligenza-si-legge-nelle-pupille/ Tue, 14 Mar 2017 13:04:53 +0000 http://www.datamanager.it/?p=121104 Gli occhi rivelano quanto siamo intelligenti Quanto sono grandi le tue pupille? In base alle dimensioni, i ricercatori del Georgia Institute of Technologyy hanno scoperto che è possibile capire la capacità mentale delle persone, facoltà che può risultare compromessa nelle persone obese. In particolare gli studiosi hanno individuato la relazione esistente tra l’estensione della pupilla […]

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Gli occhi rivelano quanto siamo intelligenti

Quanto sono grandi le tue pupille? In base alle dimensioni, i ricercatori del Georgia Institute of Technologyy hanno scoperto che è possibile capire la capacità mentale delle persone, facoltà che può risultare compromessa nelle persone obese. In particolare gli studiosi hanno individuato la relazione esistente tra l’estensione della pupilla e le capacità mentali di 512 soggetti sottoposti ad alcuni test cognitivi.

Tutto dipende dal “locus coeruleus”

Questa correlazione dipenderebbe dal locus coeruleus, ovvero un’area che collega direttamente la pupilla con il cervello. Si tratta dell’area del sistema nervoso centrale dove viene sintetizzato il neurotrasmettitore noradrenalina, legato anche ai processi cognitivi della corteccia prefrontale. Ecco perché la dimensione della pupilla potrebbe rivelare l’attività neurale.

Pubblicato sulla rivista Cognitive Psychology, lo studio ha evidenziato che chi totalizzava punteggi maggiori ai test e quindi aveva capacità cognitive maggiori, presentava anche pupille di dimensioni molto diverse rispetto a chi risultava peggiore nei test cognitivi. I risultati sembrano quindi confermare che esiste un rapporto diretto tra le dimensioni della pupilla e il cervello attraverso il locus coeruleus, l’area dove si trovano le nostre funzioni cognitive superiori. Uno studio belga ha dimostrato che le oscillazioni del cervello cambiano a seconda della stagione e quindi le capacità intellettive sarebbero stagionali.

Com’è fatta la pupilla

La pupilla è una sorta di foro fa entrare la luce nel nostro occhio e appare nera perché la maggior parte della luce che entra non riesce più ad uscire. Se l’ambiente è scuro, la pupilla si dilata per far entrare più luce possibile nell’occhio, mentre se la luce è intensa si restringe per evitare danni all’occhio. La pupilla ha un diametro che può variare da 1,5 mm a 8 mm, una dimensione che è legata alla contrazione di due gruppi di muscoli dell’iride: uno con fibre circolari, restringe la pupilla, l’altro con fibre radiali dilata la pupilla.

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Stefano Mancuso, anche le piante hanno un cervello https://www.datamanager.it/2017/03/201703stefano-mancuso-anche-le-piante-un-cervello/ Mon, 13 Mar 2017 09:21:41 +0000 http://www.datamanager.it/?p=120971 Furbo come una volpe? Oppure forte come un leone? Hai mai pensato di essere intelligente come una pianta di fagiolo?  «Possiamo costruire un futuro completamente nuovo imparando dalle piante a progettare computer, robot e reti migliori» Le piante pensano, reagiscono, ricordano, risolvono problemi complessi e hanno elaborato strategie sorprendenti di adattamento. «Le piante hanno molto […]

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Furbo come una volpe? Oppure forte come un leone? Hai mai pensato di essere intelligente come una pianta di fagiolo?  «Possiamo costruire un futuro completamente nuovo imparando dalle piante a progettare computer, robot e reti migliori»

Le piante pensano, reagiscono, ricordano, risolvono problemi complessi e hanno elaborato strategie sorprendenti di adattamento. «Le piante hanno molto da insegnarci, sono simbolo della modernità» – spiega Stefano Mancuso, direttore del LINV, il Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale dell’Università di Firenze. «Possiamo costruire un futuro completamente nuovo imparando dalle piante a progettare computer, robot e reti migliori». Mentre il genere umano muove ancora i primi passi in un mondo dove ogni cosa è connessa, le piante hanno sviluppato un’intelligenza di rete, distribuita e senza un centro di comando per interagire con l’ambiente che le circonda. E lo fanno da qualche miliardo di anni, da quando cioè i primi organismi unicellulari cominciarono attraverso la fotosintesi a trasformare la luce del Sole in energia chimica. L’idea che le piante siano esseri passivi, completamente privi di capacità di comunicazione, calcolo e comportamento, è un pregiudizio ancora molto radicato anche all’interno della comunità scientifica. Tuttavia, lo stesso Charles Darwin dimostrò che le piante erano all’apice della loro catena evolutiva. Le piante possiedono migliaia di apici radicali, ciascuno dei quali è dotato di un proprio centro di calcolo autonomo, se così lo possiamo chiamare. La natura invisibile, silenziosa e apparentemente immobile delle piante se osservata al microscopio elettronico ci svela un universo di fantastica perfezione.

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«Le piante hanno capacità sensoriali molto più complesse di quanto si possa immaginare» – racconta Stefano Mancuso. Le piante ascoltano, si muovono, sentono odori, memorizzano, e anche se non sono dotate di un sistema nervoso centrale sono in grado di lanciare segnali di pericolo e comunicare tra di loro. Stefano Mancuso è un pioniere della ricerca sulla neurobiologia vegetale e i suoi primi esperimenti hanno visto come protagonista una pianta di fagiolo. L’obiettivo era quello di capire come, variando le condizioni ambientali, la piantina riuscisse sempre a intercettare nell’ambiente circostante il supporto più adatto per la sua crescita. L’esperimento è stato condotto in centinaia di modi diversi, ma la pianta è sempre riuscita a trovare un sostegno. La logica conseguenza era l’ipotesi che le piante percepissero il loro habitat in un modo completamente sconosciuto agli esseri umani. Per i più scettici si trattava solo di riflessi meccanici frutto del caso, ma Stefano Mancuso ha dimostrato che le piante sono dotate di un’intelligenza molto sofisticata.

Si può parlare di cervello delle piante?

Per Mancuso, la scienza è fatta dagli animali per gli animali. E anche le definizioni di intelligenza tradiscono quindi questo punto di partenza. «Le piante sono a tutti gli effetti organismi intelligenti e sensibili. L’intelligenza e la sensibilità non sono direttamente collegate con il cervello. Il cervello è un insieme di cellule particolari chiamate neuroni. Ma il compito di trasmettere un segnale e di portare un’informazione da una parte all’altra può essere svolto anche da altri tipi di cellule». Infatti, il complicato apparato radicale di una pianta può far pensare all’intreccio di circuiti del cervello umano. Le radici sono in grado di analizzare il terreno con straordinaria precisione, e sanno regolare tutto il ciclo di vita della pianta. Il primo ad accorgersi di questa somiglianza fu proprio Darwin. Oggi, la ricerca sugli apici radicali ha spiegato che l’attività di crescita delle piante è governata da un sistema simile a quello di uno stormo di uccelli. «Ancora però non sappiamo come questo tipo di comunicazione funzioni veramente» – avverte Mancuso.

World wide roots

Le piante non hanno un sistema nervoso centrale e non hanno un centro unico di comando. In questo modo, riescono a sopravvivere anche in situazioni critiche di adattamento, regolandosi in modo automatico. La rete di informazioni è simile a quella di Internet, una specie di “grande rete delle radici” dove ogni parte funziona in modo autonomo ma coordinandosi con tutte le altre per cercare nutrienti nel terreno e scambiarsi informazioni utili. Ci sono piante che sono in grado di assorbire più acqua dal terreno, di crescere più velocemente, o di produrre sostanze tossiche se nelle immediate vicinanze ci sono piante che non sono della loro stessa famiglia. Le piante “sentono” quello che accade intorno a loro e collaborano attivamente per vincere la competizione con le altre piante. Ma il contatto attraverso le radici non è la sola forma di comunicazione. Isolando tre piante di mais, Stefano Mancuso ha svelato che la pianta privata di ossigeno trasmetteva un segnale biochimico di pericolo alle altre due piante vicine.


Stefano Mancuso @LinvFlorence Costruire un futuro nuovo imparando dalle #piante
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Come comunicano le piante?

Le piante parlano veramente tra di loro, anche se non si tratta di un linguaggio fatto di parole. La chimica è l’alfabeto e l’interazione tra le molecole è la grammatica. Ogni molecola ha un significato. E possono svolgere anche una funzione di difesa. L’ortica rilascia un cocktail tossico. Il pomodoro una resina repulsiva che segnala l’attacco da parte degli insetti. Ma la cosa più straordinaria, è che le piante sono capaci di lanciare segnali che attirano i predatori dei loro nemici, come nel caso del mais quando viene attaccato dai bruchi che si nutrono delle sue foglie. Il mais può inviare un segnale olfattivo specifico per la vespa parassita, che in pratica funziona come un sistema di posizionamento globale. Questo dimostra che le piante comunicano non solo tra di loro ma anche con specie diverse. E lo fanno per ottenere un risultato. La lezione sta nello sviluppo delle capacità di recepire non tutte le informazioni dell’ambiente, ma solo quelle che servono per avere un beneficio. Un po’ quello che le imprese dopo aver costruito un data lake, sperano di potere fare con i loro sistemi avanzati di business intelligence.

L’intelligenza nelle radici

Non possiamo sapere se nel futuro le piante metteranno in atto meccanismi di difesa anche nei confronti dell’uomo. Quello che sappiamo è che le piante sono in grado di sentirci e hanno gusti raffinati in fatto di musica. Nel cuore della campagna toscana, dal qualche anno, Stefano Mancuso alleva le viti di Brunello, diffondendo la musica di Mozart tra i filari. In questo modo, ha potuto osservare una crescita più veloce delle piante, un aumento della resistenza agli attacchi fitopatogeni e anche una maturazione più precoce dell’uva. «Le piante non hanno orecchie – spiega Mancuso – ma sono dotate di sensori che sono attivati dalle vibrazioni, e che permettono alle piante di mappare con precisione l’ambiente. Le piante hanno sviluppato tra i quindici e i venti sensi diversi, compresi i cinque simili ai nostri. «L’intelligenza è la capacità di risolvere problemi» – afferma Mancuso. «E forse, diamo troppa importanza ai neuroni». Così gli algoritmi di machine learning alla base delle future applicazioni robotiche e di intelligenza artificiale, invece di ispirarsi alle reti neurali, dovranno andare alla ricerca del segreto dell’intelligenza che si nasconde nelle radici delle piante.

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Figli, i primogeniti sono più intelligenti dei fratelli https://www.datamanager.it/2017/02/figli-primogeniti-piu-intelligenti-dei-fratelli/ Tue, 14 Feb 2017 09:12:54 +0000 http://www.datamanager.it/?p=119184 Meglio i primogeniti o i secondi figli? I primi sono più acuti, ecco perché Non solo il primogenito è spesso i figlio preferito dai genitori, ma secondo un recente studio dell’Università di Edimburgo i primi figli sarebbero più intelligenti dei loro fratelli, ricevendo più stimoli mentali nei loro primi anni di vita e risultando più […]

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Meglio i primogeniti o i secondi figli? I primi sono più acuti, ecco perché

Non solo il primogenito è spesso i figlio preferito dai genitori, ma secondo un recente studio dell’Università di Edimburgo i primi figli sarebbero più intelligenti dei loro fratelli, ricevendo più stimoli mentali nei loro primi anni di vita e risultando più performanti test sul quoziente intellettivo già all’età di un anno.

I primogeniti ricevono più stimoli

La ricerca dà quindi una risposta chiara ad un dilemma ricorrente sia per i genitori che per i fratelli. Non vi siete mai chiesti se il vostro primo figlio sia migliore degli altri? O se vostro fratello o sorella maggiore sia più brillante, intelligente, acuto? A quanto pare i primogeniti, che sono più a rischio di diabete e obesità, superano invece i secondogeniti come quoziente intellettivo, ma non per una questione di Dna. Semplicemente perché ricevono più stimoli mentali nei loro primi anni di vita, dimostrandolo nell’ottenere punteggi più elevati nei test sul quoziente intellettivo. Il lavoro, pubblicato sul Journal of Human Resources, in collaborazione con l’università di Sydney,  ha esaminato i dati di 5mila bambini a cui sono stati dati dei test in cui dovevano riconoscere e abbinare lettere, leggere singole parole e disegnare dei vocaboli ogni 2 anni fino ai 14 anni.

Non è questione di Dna

I ricercatori hanno poi analizzato i risultati in relazione al comportamento dei genitori, concludendo che i primi figli avevano avuto più supporto nei compiti che implicavano pensiero e riflessione, ottenendo quindi successivamente migliori punteggi nei test.

Sembra che i genitori tendano a dedicarsi maggiormente ai primi figli, mentre poi trascorrano meno tempo in attività stimolanti per il cervello con i figli più piccoli, come lettura, musica e attività manuali. In generale, dopo la nascita del secondo figlio, i genitori rivelano la tendenza a sviluppare comportamenti più rischiosi, come fumare di più, e il fatto che si prendano meno cura dei secondi figli ne è una diretta conseguenza.

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Più intelligente sei, meno amici hai https://www.datamanager.it/2016/03/piu-intelligente-meno-amici/ Fri, 25 Mar 2016 10:09:43 +0000 http://www.datamanager.it/?p=97776 L’intelligenza di una persone sarebbe inversamente proporzionale al numero di amicizie che ha E’ quanto emerso da uno studio condotto da due psicologi evoluzionisti, Satoshi Kanazawa della London School of Economics e Norman Li della Singapore Management University, che ribaltando il luogo comune secondo cui alimentare molte relazioni sociali migliori la qualità della vita. “Meglio […]

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L’intelligenza di una persone sarebbe inversamente proporzionale al numero di amicizie che ha

E’ quanto emerso da uno studio condotto da due psicologi evoluzionisti, Satoshi Kanazawa della London School of Economics e Norman Li della Singapore Management University, che ribaltando il luogo comune secondo cui alimentare molte relazioni sociali migliori la qualità della vita.

“Meglio soli che mal accompagnati”

I ricercatori sono convinti che l’uomo nell’era contemporanea abbia sviluppato un sistema sociale che domina la nostra concezione di felicità, improntato sulla cosiddetta “teoria della savana”: il comportamento umano rimasto ancorato all’ambiente ancestrale dei primi Homo Sapiens ha la tendenza ad entrare in conflitto con quello moderno. Avvalendosi dei dati ricavati da uno studio su un campione di persone tra i 18 e i 28 anni, i due psicologi hanno applicato la teoria della savana per rilevare il livello di soddisfazione degli intervistati. La ricerca ha tenuto conto soprattutto di due fattori di diversità rispetto alla vita primitiva: la densità di popolazione e la frequenza di interazione con gli amici. E’ emerso che il grado di soddisfazione minore apparteneva alle persone che vivono in zone più abitate, con un’elevata concentrazione di persone. Inoltre se è vero che una persona in media è più felice se riesce ad avere un rapporto stretto con un’altra, questo non vale per chi è più intelligente. Le persone definite ‘estremamente intelligenti’, che hanno un’interazione sociale frequente, risultano le meno soddisfatte. Un altro recente studio ha dimostrato che avere troppe amicizie su Facebook risulta complicato e poco gestibile: troppi amici online danno alla testa.

La spiegazione nei nostri antenati

“Gli individui con un quoziente intellettivo più alto della media, che si trovino a frequentare con regolarità i loro amici, sono meno soddisfatti della propria vita”, hanno spiegato gli studiosi. Diradando invece gli incontri e le relazioni sociali, cresce il loro appagamento. La spiegazione di questa sorta di anomalia comportamentale, secondo i due psicologi è da ricercarsi nei nostri antenati.

“I nostri antenati vivevano di caccia e raccolto ed erano organizzati in piccoli gruppi di circa 150 individui. In questo contesto, avere frequenti contatti con amici o conoscenti era necessario per la sopravvivenza e la riproduzione. Il quadro è cambiato quando i gruppi hanno iniziato a crescere: gli individui con un quoziente intellettivo più alto avevano meno bisogno di contare sul prossimo per problemi legati alla caccia o alla cura dei propri bambini. Riuscivano ad adattarsi al cambiamento senza dover far affidamento sugli amici.”

Spiegazione più pragmatica è quella di Carol Graham, ricercatrice del Brookings Institution: le persone più intelligenti sono meno inclini a trascorrere molto tempo con gli amici, perché concentrate di più sui propri obiettivi e sulla propria vita.

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Mangiare cioccolato una volta a settimana rende più intelligenti https://www.datamanager.it/2016/02/mangiare-cioccolato-volta-settimana-rende-piu-intelligenti/ Fri, 26 Feb 2016 10:02:34 +0000 http://www.datamanager.it/?p=95534 Il cioccolato, sia fondente che al latte, sarebbe in grado di potenziare le facoltà cognitive In arrivo buone notizie per i più golosi: uno studio di Georgie Crichton della University of South Australia, pubblicato sulla rivista Appetite, conferisce al cioccolato un’ulteriore proprietà benefica. Mangiarlo regolarmente, almeno una volta a settimana, sembra influisca positivamente anche sul […]

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Il cioccolato, sia fondente che al latte, sarebbe in grado di potenziare le facoltà cognitive

In arrivo buone notizie per i più golosi: uno studio di Georgie Crichton della University of South Australia, pubblicato sulla rivista Appetite, conferisce al cioccolato un’ulteriore proprietà benefica. Mangiarlo regolarmente, almeno una volta a settimana, sembra influisca positivamente anche sul nostro cervello rendendoci più intelligenti. La ricerca scientifica continua a mettere in luce gli effetti benefici soprattutto di quello fondente, più ricco di antiossidanti, nonostante alcune smentite. Il cioccolato è un toccasana in gravidanza, protegge contro diabete di tipo 2, migliora la circolazione, oltre che far bene ai denti, al cuore, alla memoria e persino alla forma fisica. Sono talmente numerosi i benefici che alcuni ricercatori hanno pensato di produrre ‘pillole al cioccolato’ a base di flavonoidi, per la prevenzione di infarto e ictus.

Effetti a lungo termine sull’intelligenza

I ricercatori hanno quindi indagato sugli effetti a lungo termine sulle facoltà cognitive, in relazione al consumo regolare di questo alimento. Sono stati quindi analizzati i consumi di cioccolato di 968 individui di 23-98 anni nell’arco di 30 anni, fornendo ai soggetti dei questionari alimentari relativi alla frequenza di consumo.

I partecipanti sono stati quindi sottoposti a test cognitivi per misurarne le performance in vari ambiti (memoria visiva, di lavoro, verbale, etc), evidenziando che un consumo settimanale di cioccolato è associato a migliori funzioni cognitive in tutti i campi. Non è solo il fondente ad avere questa proprietà ma anche quello al latte, quindi potrebbe non essere dovuto solo al contenuto in flavonoidi.

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Il cervello di uomini e donne è uguale https://www.datamanager.it/2015/12/il-cervello-di-uomini-e-donne-e-uguale/ Wed, 02 Dec 2015 13:57:50 +0000 http://www.datamanager.it/?p=90124 Il cervello dell’uomo è diverso da quello della donna? Uno studio dell’Università di Tel Aviv dimostra che non ci sono differenze legate al genere sessuale Quanti asseriscono la superiorità di uno o dell’altro sesso legandola a una supposta differenza di dimensioni o aspetto del cervello, si devono ricredere alla luce di quanto emerso dallo studio […]

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Il cervello dell’uomo è diverso da quello della donna? Uno studio dell’Università di Tel Aviv dimostra che non ci sono differenze legate al genere sessuale

Quanti asseriscono la superiorità di uno o dell’altro sesso legandola a una supposta differenza di dimensioni o aspetto del cervello, si devono ricredere alla luce di quanto emerso dallo studio israeliano, pubblicato sulla prestigiosa rivista Pnas. La ricerca sembra infatti confermare che il cervello non presenta differenze legate al genere sessuale. Lo studio ha esaminato le immagini ricavate dalle risonanze magnetiche di più di 1.400 soggetti ambosessi, evidenziando come, eccetto per un piccolo sottogruppo di regioni neurali, non ci sono differenze rilevanti tra il cervello degli uomini e quello delle donne.

Non c’è dimorfismo di genere

Dal punto di vista intellettivo quindi non ci sarebbero differenze tra uomo e donna. Le diversità da questo punto di vista sono legate agli individui, alle loro peculiarità, a prescindere dal sesso, in quanto il cervello è unico per ogni soggetto. Sembra che esistano caratteristiche più comuni tra gli uomini e altre più comuni tra le donne, ma per la maggior parte sono comuni ad entrambi i sessi. Nel cervello maschile possono esserci diverse zone neurali con strutture statisticamente più diffuse tra le donne e viceversa. In casi eccezionali, si è riscontrato un cervello con caratteristiche del tutto “maschili” o del tutto “femminili”, ma si parla dell’8% del campione esaminato. E’ evidente dunque che per quanto riguarda il cervello non si può parlare di dimorfismo di genere. Non è il cervello quindi, dal punto di vista strutturale, a determinare le differenze tra uomo e donna, ma la mente, condizionata da società e cultura.

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